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Golfo in fiamme: petrolio e gas iraniani e Trump in trappola

Golfo in fiamme: petrolio e gas iraniani e Trump in trappola

Politica estera

19/03/2026

da Remocontro

Ennio Remondino

Media: ‘Trump valuta l’invio di migliaia di soldati in Medio Oriente’, e rischio nuovo Vietnam in una guerra che ora sa di non poter vincere anche solo a parole per potersi ritirare raccontando di averla vinta. Teheran giura vendetta e attacca in Qatar. Vola il greggio e nel mondo le reazioni anti Usa si fanno feroci. Problemi per la stessa presidenza Trump

Follia chiama follia

«L’amministrazione Trump sta valutando l’invio di migliaia di soldati americani in Medio Oriente», avverte Stefano Intreccialagli sull’ANSA e lo riporta Reuters sul proprio sito, sottolineando che una delle opzioni discusse è l’invio di forze di terra sull’isola di Kharg. Un’altra alternativa è il dispiegamento di truppe lungo le coste dell’Iran per assicurare il passaggio sicuro dello Stretto di Hormuz. L’amministrazione sta anche valutando la possibilità di dispiegare forze per mettere al sicuro l’uranio arricchito iraniano.

Trump e Netanyahu nei guai provano ad alzare il tiro

Israele e Stati Uniti hanno preso di mira le infrastrutture chiave dell’industria del greggio e del gas naturale della Repubblica islamica, colpendo gli impianti petroliferi e petrolchimici di Asaluyeh, e soprattutto South Pars, il più grande giacimento di gas naturale al mondo. In serata il Pentagono ha chiesto alla Casa Bianca di approvare una richiesta al Congresso di oltre 200 miliardi di dollari per finanziare la guerra in Iran. Lo riporta il Washington Post citando alcune fonti, secondo le quali l’ammontare supera i costi sostenuti finora dall’amministrazione nell’operazione contro l’Iran. Non è chiaro se la Casa Bianca alla fine chiederà al Congresso tale cifra. «Secondo alcuni funzionari dell’amministrazione, la somma richiesta dal Pentagono non è realistica». In più o in meno?

L’Iran attacca il maggior complesso del gas in Qatar

Le strutture sono affacciate sul Golfo, a poche centinaia di chilometri dallo Stretto di Hormuz. Il loro inserimento tra gli obiettivi ha scatenato la vendetta della Repubblica islamica che ha promesso di “radere al suolo” gli impianti energetici nemici, attaccando prima in Arabia Saudita – dove è stato intercettato un drone indirizzato a un impianto di gas della Provincia orientale – e poi in Qatar, dove un incendio è scoppiato nell’importante impianto di Ras Laffan a seguito di un raid, causando “gravi danni”. Un’escalation che ha fatto schizzare ulteriormente i prezzi di petrolio e gas tra i timori che l’offensiva israelo-americana non conosca linee rosse. E che intanto prosegue anche nell’obiettivo di smantellare la leadership iraniana: dopo Larijani e Soleimani, l’Idf ha rivendicato di aver ucciso anche il ministro dell’Intelligence Ismail Khatib. “Siamo nella fase decisiva”, ha esultato il ministro israeliano Katz. “Nessuno in Iran gode di immunità. E tutti sono nel mirino”. Indirettamente anche l’Europa.

Europa solo a schiaffi, balbetta

«Un faccia a faccia di mezz’ora, al bar dell’hotel Amigo, nel cuore di Bruxelles: Giorgia Meloni e Friedrich Merz si sono incontrati a poche ore da un summit che si preannuncia delicatissimo su più fronti, da quello della guerra in Medio Oriente ai dossier energetici serata. Prima, una cena di lavoro tra il cancelliere tedesco e il presidente francese, Emmanuel Macron. Un incontro, a chiarire alcuni punti di tensione tra Francia e Germania, dal progetto per il super-caccia sul quale Berlino nelle ultime settimane ha manifestato più di una perplessità scatenando l’ira francese, al Buy European, la clausola che introduce un criterio di preferenza europea negli appalti sui settori strategici come la difesa.

Il regime si riorganizza, chi comanda adesso in Iran

«Israele ha aiutato operativamente a trasmettere un messaggio degli Usa: o viene sminato e riaperto lo Stretto di Hormuz, o distruggeremo tutto l’impianto di South Pars, così come altre infrastrutture energetiche», ha minacciato una fonte israeliana a Channel 12, sottolineando che il raid è stato “pienamente coordinato con gli Usa”. Una precisazione che evidenzia un cambio di posizione di Washington, che finora sembrava riluttante a danneggiare infrastrutture cruciali per la futura ripresa dell’Iran. L’amministrazione Usa aveva criticato i precedenti attacchi israeliani contro i depositi di petrolio a Teheran e aveva chiesto di non colpire le infrastrutture energetiche, tanto che anche nei raid della scorsa settimana su Kharg – isola da cui transita l’80% dell’export petrolifero di Teheran – le forze Usa avevano rivendicato di aver colpito solo strutture militari.

Di male in peggio

Il cambio di passo israelo-americano, considerato una vera “svolta” dagli analisti, rende più pericolosa una partita che già sta portando gravi ripercussioni sulle economie mondiali, mentre a Hormuz manca ancora una decisione su una possibile missione militare a difesa dei traffici commerciali. Stavolta, anche gli alleati Doha e Abu Dhabi hanno condannato i raid su South Pars parlando di “pericolosa escalation” e di “azione irresponsabile”: il giacimento di gas è infatti il più grande al mondo, condiviso tra Iran e Qatar, e rappresenta il 40% della produzione di gas di Teheran. Le conseguenze degli attacchi si sono fatte sentire in Iraq, dove le importazioni di gas dall’Iran si sono completamente interrotte. E se la rappresaglia di Teheran si è già fatta sentire su Qatar ed Arabia Saudita, i pasdaran hanno emesso ordini di evacuazione anche per gli impianti petrolchimici degli Emirati, con il capo della Marina che ha chiarito che ora, “gli impianti petroliferi legati agli Usa saranno equiparati alle basi militari americane”.

  • Il presidente Masoud Pezeshkian ha messo in guardia dalle “conseguenze incontrollabili” dell’escalation. E anche Mojtaba Khamenei ha rotto il silenzio promettendo che Israele e Stati Uniti “pagheranno”, in un messaggio di condoglianze per l’assassinio di Ali Larijani.

Regime colpito ma la struttura regge

Assassinii mirati del vertice iraniano, già decimato dai raid israeliani che continuano a mirare le figure di spicco della teocrazia e del governo. Per ultimo, il ministro dell’intelligence Khatib che “svolgeva un ruolo chiave nel sostenere la repressione interna e le attività terroristiche del regime”, ha dichiarato l’Idf confermandone la morte.

  • Da Teheran, il ministro degli Esteri Abbas Araghchi ha assicurato da parte sua che “l’Iran ha una solida struttura politica” e non si basa “su un singolo individuo”. E se ciò verrà confermato dai fatti, come sembra, sarà questa la vera e clamorosa sconfitta politica della diplomazia cingolata di Trump-Netanyahu, ormai verso l’epilogo su una montagna di altri cadaveri ed un ancora incalcolabile danno economico sul mondo.
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