03/07/2026
da Il Fatto Quotidiano
Lorenzo Giarelli e Alessandro Mantovani
L’esecutivo si riempie la bocca con la Difesa, ma il 18 luglio le Forze armate protesteranno per il contratto e le condizioni di lavoro
C’è un bel paradosso per il governo che ha tanto a cuore il riarmo e, almeno a chiacchiere, le Forze armate e la sicurezza. Se non arriveranno concessioni che alla Difesa al momento escludono, il 18 luglio i militari saranno in piazza per protestare contro l’esecutivo di Giorgia Meloni. L’aumento medio di 100 euro netti mensili nel contratto non basta e ben 17 sigle militari su 25 – compresi Carabinieri e Guardia di finanza – hanno detto no. Eppure questo mondo guarda tradizionalmente a destra. Il comparto conta circa 450mila effettivi senza le polizie locali, contando le famiglie sono anche due milioni di voti.
Cinque sindacati hanno deciso di fare un corteo vero, con partenza da piazza della Repubblica a Roma. “Sono da 40 anni nell’associazionismo militare, una manifestazione così non è stata mai fatta – dice Enzo Trevisol, leader di Usami, 4.500 iscritti su 38mila effettivi dell’Aeronautica militare – Anche perché ci sono pure carabinieri e finanzieri, che in passato – scherza – se venivano era per arrestarci”.
Stanno preparando i pullman, si aspettano almeno 2mila persone a Roma anche se non potranno avvicinarsi al ministero dell’Economia, il che è piuttosto singolare per una manifestazione di persone soggette oltre che alla legge ai regolamenti di disciplina militare. Mica possono dire “governo di m…” per strada. “Eh sì, ci saranno magari dei momenti ‘urlati’, ma sempre con contegno, non possiamo insultare le istituzioni”, dice Massimiliano Zetti, Nuovo sindacato carabinieri, 4.000 iscritti. “Apolitico” come tutti i sindacalisti, Zetti è comunque vicino a Fratelli d’Italia, sua moglie Anna Malloci è consigliera di FdI in un quartiere di Firenze.
Alla Difesa non vanno per il sottile sui disciplinari. Il caporalmaggiore Girolamo Foti non è più il capo di Itamil (Esercito, 5.000 iscritti), altro sindacato pronto alla piazza, perché sospeso per un comunicato contro Crosetto.
Daniele Lepore di Siamo Esercito – che non firma il contratto, ma neppure va in piazza – ha pagato con la stessa sanzione, poi annullata dal Tar, la presa di posizione in favore di Roberto Vannacci, che per un po’ si è iscritto al Siamo, ma poi è andato in pensione anticipata. Al posto di Lepore ora c’è Mauro Palmas: “La destra? Meloni non ci ha neanche mai incontrati. Ma se dobbiamo alzare la voce preferiamo farlo a settembre, quando si discuterà la manovra”. Può essere Vannacci un punto di riferimento? “Per molti militari sì, ma per i sindacati no, è pur sempre un generale, noi difendiamo i livelli più bassi”, dice più d’un sindacalista. Zetti è categorico: “Ai tempi del primo libro provai a parlargli. Gli chiesi cosa pensasse del generale Marco Bertolini, già suo comandante alla Folgore, che aveva definito ‘metastasi’ i sindacati militari. Non rispose mai”.
“La politica – dice Trevisiol – parla solo con i generali, non ha idea di come si viva davvero nelle Forze armate: i nostri volontari fanno 70-80 ore a settimana e dopo un po’ scappano a fare i concorsi in altre amministrazioni. Il personale specialista accetta offerte dall’industria difesa e si congeda in anticipo”.
Tra le sigle “ribelli” ci sono pure il Simm della Marina e il Sinafi, che con 7.800 iscritti dovrebbe aver superato l’Usif nella Finanza. “Visto che con la contrattazione tradizionale non siamo riusciti a ottenere nulla sulla specificità, sul sistema previdenziale e sulle relazioni sindacali, proviamo a cambiare il tavolo, a contrattare in piazza – dice Stefania Castricone, segretario generale Sinafi –.
Spieghiamo ai cittadini come viene trattato chi difende la loro sicurezza, dagli straordinari pagati solo qualche centesimo l’ora in più alle indennità di specificità”.

