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Gli effetti dell’indigenza in Italia: sempre più persone non possono permettersi un pasto con carne o pesce

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Economia 

05/02/2026

da Il Fatto Quotidiano

Roberto Rotunno

Il dato emerge dal dossier elaborato dall'Alleanza della povertà, che attacca le misure del governo Meloni tra cui l'Assegno di inclusione in sostituzione del Reddito di cittadinanza. "Tra il 2014 e il 2024 le persone aiutate dai centri della rete Caritas (2025) sono aumentate del 62,6%, con un incremento ancora più forte al Nord (+77%)"

Stanno aumentando in Italia le persone che non riescono a permettersi un pasto a base di carne o pesce. Dopo che questa forma di povertà alimentare era scesa tra il 2016 e il 2022, nel 2023 è tornata a crescere. Addirittura il 14,2% delle persone che vivono da sole non riescono a garantirsi il necessario pasto proteico. Si tratta di un indicatore non banale secondo gli esperti, perché mostra chiaramente uno degli effetti pratici dell’indigenza: l’incapacità di seguire una dieta varia ed equilibrata, con tutte le conseguenze che poi ha sulla salute e sull’obesità. Il dato è dell’Eurostat, rielaborato dall’Alleanza della povertà, gruppo di sindacati e associazioni che oggi ha presentato uno studio approfondito.

Nel report, ancora una volta è presente una pesante critica alle misure messe in campo dal governo Meloni, ritenute insufficienti a contrastare il fenomeno della povertà nel nostro Paese. Fenomeno che, secondo gli ultimi dati Istat, coinvolge 5,7 milioni di persone – un record storico – le quali fanno parte di 2,2 milioni di famiglie. L’Alleanza ricorda l’Assegno di inclusione, misura che da gennaio 2024 ha sostituito il Reddito di cittadinanza, è stato percepito nel 2025 da soli 823 mila famiglie. In Paesi come l’Olanda, la Germania, la Norvegia e il Giappone le misure di sostegno al reddito raggiungono il 100% delle persone in povertà (dato aggiornato al 2018); in Italia, dopo le ultime riforme, abbiamo una copertura di appena il 30%.

Quella della povertà alimentare sembra una delle maggiori urgenze, dato che – come detto – negli ultimi tre anni abbiamo avuto un significativo peggioramento. Tra il 2016 e il 2022 abbiamo visto miglioramenti: prendendo come riferimento l’intera popolazione, il tasso di famiglie incapaci di garantirsi un pasto proteico è passato dal 14,5% al 7,5%. Nel 2023 è tornato a salire arrivando al 9,9%, percentuale che diventa del 13,2% per gli adulti con un figlio a carico e, come visto, ancora più alta per le persone singole. Si può immaginare che questa nuova impennata sia una delle conseguenze dell’inflazione degli ultimi anni. Negli stessi anni, abbiamo avuto una profonda modifica delle politiche anti-povertà voluta dal governo Meloni. Il Reddito di cittadinanza, si diceva, è stato rimpiazzato da una misura che ne ha dimezzato la platea. È stata inoltre introdotta, nel 2022, la social card “Dedicata a te”, che doveva aiutare le famiglie proprio a garantirsi i beni di prima necessità alimentare, ma evidentemente i requisiti molto stretti non hanno permesso di raggiungere risultati.

Anche perché nel nostro Paese di solito ci si sofferma a guardare solo quanti sono sotto la soglia di povertà, ma non ci si chiede mai quante famiglie hanno condizioni di vita di poco superiori a quella soglia. Cioè quanti nuclei possono essere definiti “quasi poveri”. Secondo i dati rielaborati dall’Alleanza contro la povertà, queste famiglie sono l’8,2% del totale: questo vuol dire che quasi il 20% dei nuclei italiani gravita attorno alla soglia di povertà.

L’Alleanza si è anche chiesta a quali enti si rivolgono le persone in difficoltà economiche che non sono aiutati dallo Stato. La risposta è anche nell’aumento degli accessi agli enti caritatevoli e del terzo settore: “Tra il 2014 e il 2024 – si legge nel report – le persone aiutate dai centri della rete Caritas (2025) sono aumentate del 62,6%, con un incremento ancora più forte al Nord (+77%). Secondo i dati dell’Osservatorio di Antoniano sulla povertà in Italia nel 2025 le richieste di aiuto sono cresciute del 14%”. Uno dei motivi per cui le nuove misure hanno lasciato fuori così tante persone, oltre al taglio dei fondi, è stato l’aver introdotto una serie di requisiti di categoria: ecco perché l’Alleanza contro la povertà continua a proporre il ritorno a una misura universale.

Nel bocciare le misure messe in campo dal governo, l’Alleanza si sofferma anche sul paradosso solo apparente che vede la povertà crescere malgrado la ripresa economica e il miglioramento dell’occupazione: “Non possiamo ragionevolmente pensare che l’incidenza di tutte le forme di povertà si riduca drasticamente – dice il report – ma la crescita dell’occupazione e della ricchezza, e la presenza di una misura nazionale (Assegno di Inclusione) e di ulteriori misure di contrasto della povertà (il Supporto per la Formazione e il Lavoro, la carta Dedicata a te, gli infiniti bonus) avrebbero dovuto incidere significativamente sui livelli di povertà”.

Il portavoce dell’Alleanza Antonio Russo ha spiegato nella prefazione che “il rapporto restituisce una verità spesso rimossa dal dibattito pubblico: la povertà è una relazione, non una colpa. È il risultato dell’incontro – o dello scontro – tra condizioni personali e contesti istituzionali, tra risorse disponibili e opportunità mancanti, tra diritti formalmente riconosciuti e diritti realmente accessibili nella vita quotidiana. La povertà si radica dove i servizi sono deboli, dove il lavoro è instabile o sottopagato, dove l’abitare è diventato un lusso, dove le reti sociali sono fragili, dove lo Stato arretra e la comunità non riesce a supplire”.

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