18/01/2026
da Remocontro
Ac|quat|tár|si, rannicchiarsi in un luogo nascosto: acquattarsi dietro qualcosa per non farsi vedere. Dicesi di persona che si mette in una zona d’ombra in attesa di eventi che consentano un cambio di postura. Perché non si tratta di una situazione definitiva, ma di una scelta tattica.
Si tratta di una categoria maggioritaria nel nostro paese. Gli acquattati di ogni stagione politica e culturale sono quelli che non si fanno vedere se non per convenienza, che non parlano se non quando è vantaggioso farlo, che spariscono dalla scena pubblica quando occorre il coraggio delle idee, e che riappaiono in massa per rivendicare “l’avevo detto…”. E non lo avevano detto. Non lo avevano né detto né scritto.
Nel giornalismo va forte il genere. Si potrebbe dire che si tratta di una categoria predominante sul piano culturale, utilizzando questa parola, “culturale”, non nel suo senso profondo, etico, civile, ma nella sua versione attuale in cui l’intrattenimento è parte prevalente. Ecco, acquattarsi vuol dire adattarsi agli eventi, e gli eventi in questi decenni sono drammatici, persuasivi, generano incanto e costruiscono mondi assurdi in cui i diritti uguali per tutti, come verità evidente, sono scomparsi in un acquitrino di ingiustizie strimpellate dai cantori del potere, assecondate politicamente, strapazzate e coccolate dai media. Direi, implicite.
Gli acquattati sono quelli che meglio si adattano. Stanno zitti come mummie di fronte alle efferatezze israeliane, al neo imperialismo americano, in attesa di poter mettere la testa fuori dal riparo e urlare a tutta voce se accade qualcosa che va a favore del mondo alla rovescia costruito a suon di bombe dagli statisti democratici di Tel Aviv, o se asseconda il predominio colonialista trumpiano.
Sanno da che parte stare. Lo hanno saputo prima di loro i fratelli maggiori, i padri, le madri, le zie e anche i nonni nel ventennio. Sempre e comunque dalla parte di chi ha potere e quindi dalla parte dei più forti contro gli inermi. Con particolare attenzione alle carriere, ma anche ai piccoli, talvolta anche irrisori, vantaggi che vengono dai silenzi calibrati ad arte, dai risentimenti e l’indignazione se viaggia col vento mediatico in poppa. Mai, questa è la regola dell’acquatto, col vento mediatico contro. Mai mettendo in dubbio il migliore dei sistemi possibili, anche se ammazza, produce ingiustizie, guerre, ferite che lacerano le comunità. Mai.
L’obbedienza è un dogma. Disobbedire come pensiero etico e critico è da figlioli di Don Milani.
Riconoscere e valutare gli acquattati, per quello che sono, è già un primo passo. In democrazia sarebbe necessario agire e partecipare tenendo presente la verità e la conoscenza e non soltanto il vento mediatico che, gira che ti rigira, soffia sempre alle spalle dell’ingiustizia in ogni sua forma.
- Ps
- Non ci sono solo gli acquattati furbetti del salottino, molti di sinistra a dire il vero, che se si nascondono è perché in fin dei conti un po’ si vergognano. Ci sono gli impavidi, quasi sempre esponenti del pensiero mediatico di destra, che a testa alta recitano le loro litanie, ululando parole d’ordine esattamente declinate. Loro manco si vergognano. E, in questo periodo storico, addirittura si vantano.

