03/07/2026
da Remocontro
Il Kiel Institut per l’ Economia Internazionale è diventato il “pensatoio” del riarmo europeo. Le sue analisi non solo giustificano, ma anche auspicano l’incremento delle spese militari come “motore dello sviluppo”. Fecero lo stesso negli Anni Trenta, con un altro Cancelliere del Reich.
È sempre Teutoburgo
“Alemania, mala tempora currunt,” avrebbe forse gridato l’intrepido Giulio Germanico, tornato arso di sete di vendetta nelle foreste di Teutoburgo. Doveva recuperare le aquile perse dalle legioni di Varo, massacrate dalle orde dei Cherusci, guidati dal traditore Arminio. Beh, in qualche modo, il nipote dell’imperatore Tiberio gliela fece pagare. Oggi, a due millenni di distanza, ricordare la Germania significa comunque discutere ancora di guerra. Forse quei popoli la vocazione allo scontro ce l’hanno nel sangue. In ogni caso, vederli sotto questa luce, non è certo una diffamazione, per carità’. Perché, per loro parla la storia. E se l’economia del Paese va male, ecco che la migliore “intelighentia” tedesca si mobilita, per studiare come coniugare efficacemente guerra e ricchezza. O, detto, in termini più scientifici, “investimenti nel settore della difesa e crescita del Pil”. Fa più fino.
Il Kiel Institut
Il “pensatoio” tedesco sull’economia della guerra è il prestigioso ‘Kiel Institut fur Weltwirtschaft’, che per la verità possiamo considerare (sia detto con tutto il rispetto) il tempio “intellettuale” del riarmo europeo. Certo, il Kiel si occupa di diversi temi di scottante attualità, a cominciare dalla globalizzazione. Ma chi ha tempo di leggere i suoi working papers (molto interessanti, da un punto di vista dottrinario), si renderà subito conto del fil rouge che lega politica, grandi industrie e scelte di programmazione economica. Insomma, a nostro avviso, questo istituto offre una solida piattaforma scientifica (o così la si vuole presentare) per giustificare la crescita esponenziale delle spese militari, che stanno sbalestrando i bilanci pubblici di tutti i Paesi del Vecchio continente. Germania in testa. I bravi analisti del Kiel sanno anche che il popolo non è poi così “bue”, come spesso si vuole far credere. E che ulteriori esborsi dello Stato, tanto sanguinosi, possono essere fatti solo a “debito”, o imponendo nuove tasse. Quindi, politicamente parlando, si tratta di materia assai indigesta, che va fatta trangugiare “a fin di bene”. Come l’olio di ricino.
Una storia inquietante
Credeteci, non è per lo sfizio di andare a scovare il classico scheletro nell’armadio. Ma nella storia del Kiel c’è un periodo oscuro, un vero “buco nero” relativo alla collaborazione, assai stretta, col governo nazista. Dopo il 1934, l’Istituto fornì gli indirizzi teorici, dal punto di vista economico, per il riarmo della Germania di Hitler. Una ferita sanguinosa che, involontariamente, è stata riaperta qualche giorno fa, con un “working paper” dal titolo assai significativo: “Gli effetti economici del riarmo. Prove dalla Germania nazista”, di Lionel Chanbon. “Utilizzando nuovi dati d’archivio sulla Luftwaffe tedesca – scrive l’autore – ho stimato l’effetto causale della spesa militare sulla disoccupazione nella Germania nazista tra il 1932 e il 1936. Sfruttando la variazione inter distrettuale dell’ubicazione dei fornitori, ho stimato l’impatto degli appalti militari sui risultati del mercato del lavoro locale. Ho riscontrato che, in media, la sede del fornitore ha registrato una diminuzione della disoccupazione pro capite di circa 6 punti percentuali. Un calcolo approssimativo suggerisce che la spesa militare totale rappresenti circa il 32% della riduzione complessiva della disoccupazione osservata. Ho inoltre riscontrato prove di significative ricadute, il che indica che i miei risultati probabilmente sottostimano il vero effetto della spesa militare”. Vi risparmiamo il resto. No comment.
Il prossimo conflitto
La cinghia di trasmissione che lega il Kiel alla politica di riarmo tedesca (ed europea in generale) gira a pieno regime se c’è un motore che la fa andare. In questo caso, il nemico è costantemente identificato con la Russia di Putin, che viene giudicata in condizione di attaccare l’Europa nel giro di un paio d’anni. Per chiunque capisca qualcosa di storia militare e di studi di strategia, un’affermazione di questo tipo suona assolutamente inverosimile. E non è tanto una questione di volontà, ma di forze (convenzionali) in campo. Naturalmente, non mancano gli studi del Kiel che enfatizzano il rischio. Come uno degli ultimi lavori sul tema: “Pronti alla guerra entro il 2030? Gli sforzi di riarmo europei nei confronti della Russia. In crescita, ma in ritardo in termini di numeri e tecnologie. “Innanzitutto – dice il paper – la Russia continua a superare nella produzione di diversi sistemi d’arma quattro Paesi europei. Il rapporto dimostra che la produzione deve aumentare di circa cinque volte per ribaltare definitivamente la situazione a favore dell’Europa. Gli appalti devono accelerare ed essere concentrati nella fase iniziale, poiché persistono ritardi nelle consegne di tre anni o più”.
La “filosofia” nel business della guerra
“La Germania al momento non è in grado di difendersi e l’economia è stagnante. Lo Stato dovrebbe trasformare questa necessità in un punto di forza e stimolare la crescita investendo in armamenti”. È questo il distillato della (filosofia?) economica propugnato dal Kiei ed esposto dal suo Presidente, il professor Moritz Schularick. “Un simile aumento della spesa per la difesa tedesca (100 miliardi di euro n.d.r.) – sostiene Schularick – potrebbe dare un vero impulso alla crescita economica, altrimenti stagnante, della Germania e dell’Europa. Recenti ricerche economiche condotte negli Stati Uniti, ad esempio da Valery Ramey e dai suoi coautori, dimostrano che il cosiddetto effetto moltiplicatore della spesa per la difesa sulla crescita del Pil si aggira intorno a uno (e persino superiore se finanziata tramite debito). In altre parole, un aumento di 100 miliardi di euro nella spesa per la difesa tedesca incrementerebbe il Pil tedesco ed europeo di circa 100 miliardi di euro, soprattutto se la produzione avvenisse in Europa. Poiché questi miliardi confluirebbero principalmente in settori ad alta intensità di capitale – spiega il Presidente del Kiel – avrebbero scarso impatto su un mercato del lavoro già afflitto da carenza di competenze e sull’inflazione. Anzi, potrebbero favorire la tanto necessaria transizione strutturale dell’economia tedesca, che dovrebbe passare dalla produzione di automobili con motore a combustione a settori più tecnologici”.
- “La guerra in Ucraina – conclude Schularick – ha dimostrato ancora una volta quanto la guerra sia ormai intrinsecamente legata alla tecnologia e all’innovazione. Un maggiore investimento tedesco nelle tecnologie della difesa avrebbe probabilmente un effetto positivo sull’utilizzo della tecnologia nel resto dell’economia nazionale nel medio termine”.
Riflessione finale: colpisce e addolora che, all’alba del Terzo millennio, ci sia ancora chi crede che dalle bombe possa nascere ricchezza per l’uomo.

