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Fakir, morto di polizia. Ma c’è già lo scudo per agenti e sanitari

Fakir, morto di polizia. Ma c’è già lo scudo per agenti e sanitari

Politica italiana

21/07/2026

da Il Manifesto

Mario Di Vito

Pessimo stato Nel fascicolo sono sei i nomi «annotati»: effetto del dl sicurezza I pm emiliani costretti a correre. «Non c’è solamente il video»

Urlare non serve a niente. Sin qui l’unica certezza sulla morte del 43enne Abderrahim Fakir è questa: l’aver chiesto «aiuto» e l’aver detto «basta» mentre due uomini in divisa e uno a torso nudo lo tenevano immobilizzato a terra, legato mani e piedi con le fascette di plastica, non è bastato a far sì che qualcuno intervenisse. Non i sanitari pure presenti sul posto. E nemmeno i vicini di via Italo Svevo, al Pilastro, periferia nord est di Bologna. Il video ampiamente girato sui social dai momenti immediatamente successivi alla sua morte, domenica pomeriggio, si fa notare non solo per il suo violentissimo contenuto, ma anche per la lentezza dell’azione. Il tempo non passava mai mentre Fakir, lentamente, smetteva di lamentarsi. E poi di respirare.

La procura di Bologna, in tutto questo, ha aperto subito un fascicolo. È un «modello 45 bis», novità dell’ultimo decreto sicurezza per cui non si può parlare di «registro degli indagati» ma di «annotazione preliminare». Dunque i due agenti di polizia e i quattro sanitari iscritti non si possono definire tecnicamente «indagati». La questione non è solo semantica: la legge dice che se nel giro di pochissimo – trenta giorni – non emergono elementi significativi a loro carico, il pubblico ministero non può far altro che chiedere l’archiviazione. È il famoso «scudo penale» per le forze dell’ordine (e a quanto pare non solo).

IL TEMPO stringe. Ma in ogni caso verranno chieste diverse perizie, il che consentirà di allungare i termini dell’indagine fino a 120 giorni. Si comincerà dall’autopsia e dalle analisi tossicologiche sul corpo della vittima. Il capo Paolo Guido e il sostituto Domenico Ambrosino intanto hanno delegato un considerevole numero di accertamenti alla squadra mobile. E vagliano vari video: non solo quello che hanno visto tutti, ma anche altri registrati dai presenti sul posto e anche quello della body cam di uno degli agenti intervenuti. Ma, sottolinea la stessa procura in una nota, «c’è anche altro».

Testimoni che raccontano l’origine dell’intervento, tanto per cominciare: sono stati i cittadini di via Svevo a chiamare il 112 perché Fakir, che risiede in provincia ma era lì perché il Pilastro è il quartiere dove è cresciuto e lì ha ancora molte conoscenze, era in stato di alterazione e se la stava prendendo con un’automobile davanti a un garage, dopo essersi aggirato per diverse decine di minuti in stato confusionale. Aveva anche una ferita sul capo, apparentemente autoinflitta da una testata contro una serranda. Gli agenti, una volta arrivati sul posto, avrebbero chiamato il 118 segnalando una «crisi psichiatrica». E così sono accorsi quattro uomini della Croce rossa.
Successivamente gli agenti, con l’aiuto di un residente del posto, hanno cercato di immobilizzare il 43enne. E qui comincia quanto si vede benissimo nel filmato. E non si può non notare come i sanitari non si siano mossi se non quando ormai era troppo tardi. Solo in seguito, infine, è arrivata l’ambulanza con i medici che hanno constatato il decesso.

PIÙ COMPLESSO il discorso che riguarda la dinamica: lo scorso maggio, attraverso una circolare, il Dipartimento della pubblica sicurezza del Viminale ha diffuso alle questure delle «linee guida per la gestione delle persone non collaborative». Si parla di come contenerle e «renderle inoffensive».
Dunque per prima cosa chi indaga dovrà capire se l’intervento – due agenti a schiacciare il corpo di un uomo ammanettato e già ferito, più un terzo uomo che poliziotto non era a tenergli le gambe – è avvenuto in maniera conforme alle «linee guida» oppure no. Poi bisogna chiarire un dettaglio pure ben visibile dai filmati: a un certo punto un agente spruzza in faccia a Fakir dello spray urticante da distanza ravvicinatissima. Sempre mentre l’uomo era a terra e si lamentava.

PER SEGUIRE tutte queste fasi, la famiglia di Abderrahim Fakir ha nominato come avvocato Fabio Anselmo, esperto di faccende di malapolizia – ha già seguito i casi di Stefano Cucchi, Federico Aldrovandi e Giuseppe Uva tra gli altri – e perfettamente consapevole di quanto sia delicata la fase: lasciarsi sfuggire indizi o testimoni subito può significare non trovarli mai più. Anche se il video già parla abbondantemente da solo.
«Ho accettato l’incarico di avvocato della famiglia Fakir dai suoi genitori – ha fatto sapere Anselmo -. Con questo caso spero di non rivedere un film già visto con Magherini e Aldrovandi. Ma le indagini sull’attuale vicenda, come la Cedu richiede, andrebbero fatte da un corpo autonomo e non dallo stesso a cui appartengono le persone coinvolte».

FAKIR, nato in Marocco, residente in Italia da quando aveva sette anni, era il titolare di una piccola azienda di facchinaggio specializzata in traslochi. Soffriva di asma e aveva qualche problema anche al cuore. Piccoli precedenti per droga, per resistenza e per violazione dei termini di custodia. Già è partita la campagna per descriverlo come un soggetto pericoloso. «Non chiedetevi chi era Fakir», avverte però Barbara Spinelli, che è stata sua avvocata a lungo. «Chiedetevi perché è morto mentre era nelle mani di chi aveva il dovere istituzionale di tutelare la sua vita, perché era nella loro custodia».

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