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Ex Ilva, il governo tiene accesi gli altiforni fino al 20 ottobre

Ex Ilva, il governo tiene accesi gli altiforni fino al 20 ottobre

Lavoro

14/10/2026

da Il manifesto

Luciana Cimino

Industria Mobilitazione a oltranza: Fim, Fiom, Usb e Uilm proclamano altre 48 ore di

Prendere tempo, senza staccare la spina. Il governo ha deciso di mantenere in “riscaldo” gli altoforni dell’impianto tarantino fino alla pronuncia della Cassazione, il 20 ottobre. Un ennesimo temporeggiamento senza strategia e senza la cognizione che «Ilva è la madre di tutte le vertenze e condensa in sé i mali e le inefficienze del paese». Il rapporto sul settore metalmeccanico della Fim Cisl diffuso ieri certifica sulla carta quello che mesi i lavoratori cercano di far capire al governo: la dismissione della siderurgia si trascinerà dietro il resto dei comparti industriali. Mentre si farà carne da macello dei 10 mila dipendenti del gruppo che andranno in cassa integrazione senza prospettive di rientro. Per questo i sindacati hanno indetto altre 48 ore di sciopero.

Una mobilitazione a oltranza che coinvolge tutti gli stabilimenti dell’ex Ilva: gli operai hanno passato la notte in tenda sia a Genova (con il vescovo a portare la solidarietà della curia ai lavoratori) che a Taranto dove il blocco della statale in direzione Eni ha causato ritardi nell’approvvigionamento di carburante per aerei e trasporto pubblico. «Continueremo sino a quando non arriveranno risposte – ha spiegato Francesco Brigati, segretario della Fiom tarantina – sulla messa in sicurezza dei lavoratori, sul processo di transizione ecologica e la continuità produttiva dell’area a freddo». Senza dividere gli asset. Ma gli eventi hanno preso una piega diversa, quella dello spezzatino che i sindacati temevano. Anche ieri la sindaca di Genova Silvia Salis e esponenti della maggioranza di governo sono tornati a chiedere di salvaguardare gli stabilimenti liguri e quello piemontese attraverso l’acquisto delle bramme (semilavorati di acciaio) all’estero, in mancanza di quelle prodotte a Taranto.

«Commissari e governo stanno lavorando sulla nostra richiesta, gli spiragli sono positivi», ha reso noto la prima cittadina. Il presidente della Liguria Bucci ha argomentato: «Ora dobbiamo alimentare Genova e Novi con l’acciaio, che provenga da Taranto o da un’altra parte, poi questa decisione la prenderà chi vincerà la gara. Le cose possono andare bene sia uniti che spezzati». E il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, in città per un appuntamento sulla sicurezza ha parlato di «emergenza sociale a Genova». Cosa che ha fatto infuriare i metalmeccanici pugliesi, stritolati da anni di cassa integrazione. «A Taranto non ci sono lavoratori di serie B – ha affermato Biagio Prisciano, segretario Fim- il gruppo si tiene unito e si vince in maniera unitaria». Anche il governatore pugliese Antonio Decaro, ha sottolineato che «nessuno si salva da solo, non si può pensare che i destini delle città e dei lavoratori siano slegati». Acciaierie d’Italia (Adi) ha confermato che «la questione dell’approvvigionamento esterno è in fase di valutazione». Non basta alle organizzazioni dei lavoratori che reputano «non ancora sufficiente quanto viene fatto filtrare dal Viminale».

«Inutile sapere che alcune bramme arrivano: chi lavora in fabbrica sa che questa fornitura significa appena 20 giorni di lavoro – ha sostenuto Valerio D’Alò, segretario nazionale Fim – Basta indugi: bisogna chiarire se si vuole l’acciaieria elettrica». Ed è questo il punto su cui l’esecutivo non riesce a dare risposte, preferendo rifinanziare la cassa integrazione. Ieri sera il consiglio dei ministri ha varato un ulteriore decreto Ilva, già anticipato ai sindacati l’8 ottobre, che prevede lo stanziamento di 125 milioni per l’integrazione al reddito fino a giugno (anche per i lavoratori dell’indotto e degli appalti) e il mantenimento in riscaldo degli impianti di Taranto fino alla sentenza («per evitare danni irreparabili», ha spiegato la ministra al lavoro Caldrone) e un tavolo specifico per attrarre investimenti sulla città. Misure giudicate «inadeguate e insufficienti» da Fim, Fiom, Uilm e Usb dato che non sono strutturali.

«Non vogliamo assistenza: il governo ha abolito il reddito di cittadinanza ma pensa che la soluzione per l’ex Ilva sia la cassa integrazione, non più uno strumento transitorio ma un obiettivo». Per i sindacati è necessario «riaprire il confronto a Palazzo Chigi per parlare di prospettive industriali, ambientali, sociali e occupazionali: se i commissari avessero lavorato bene e previsto una soluzione A, B, C e D non saremmo a questo punto».

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