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Elezioni e referendum. Kiev prepara la resa ma Italia e Ue insistono a finanziare la guerra

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Politica estera 

12/02/2026

da La Notizia

di Davide Manlio Ruffolo

Elezioni e referendum sulla guerra. Zelensky pronto a giocarsi l’ultima carta. Per il Financial Times, Zelensky è pronto a indire elezioni presidenziali e un referendum sulla guerra. Ma Kiev frena e Mosca prende tempo.

Dopo essere stato scaricato da Donald Trump e complice l’avanzata inarrestabile delle truppe di Vladimir PutinVolodymyr Zelensky sembra prendere coscienza del fatto che la guerra sia ormai perduta. Proprio per questo, come riporta il Financial Times, che cita diversi funzionari americani e ucraini rimasti anonimi, il leader di Kiev starebbe valutando di indire, per il prossimo 24 febbraio — quarto anniversario del conflitto russo-ucraino — le elezioni presidenziali più volte richieste da Putin come condizione sine qua non per chiudere il conflitto, oltre a un referendum per chiedere ai suoi connazionali se sia giunto il momento di mettere fine a una guerra sanguinosa e sostanzialmente già persa.

Le indiscrezioni raccolte dal Financial Times parlano chiaro. Il quotidiano britannico sostiene infatti che la pianificazione di questa tornata elettorale fosse già avviata da tempo, ma sia stata accelerata dalle continue pressioni dell’amministrazione americana guidata da Donald Trump, intenzionata ad annunciare la fine della guerra per riguadagnare consensi in vista delle imminenti elezioni di midterm. Che Trump abbia scaricato Zelensky è cosa nota da tempo, e lo stesso leader ucraino, nei giorni scorsi, non ha fatto molto per nascondere la propria delusione, arrivando ad affermare che Washington vorrebbe chiudere il conflitto “entro giugno”, secondo una timeline che, se non rispettata da Kiev, porterebbe al definitivo disimpegno americano.

Il problema principale è che, allo stato attuale, in base alle leggi ucraine è letteralmente impossibile indire elezioni mentre è in vigore la legge marziale. Proprio per questo il Parlamento ucraino, sempre secondo il Financial Times, inizierà a breve a lavorare alle modifiche legislative necessarie per rendere possibile il voto anche in questo scenario da incubo.

La smentita a metà di Kiev

Tutto fatto? Macché. Dopo il clamore mediatico suscitato dall’articolo del Financial Times, dall’ufficio politico di Zelensky è arrivata una parziale smentita. Secondo l’amministrazione di Kiev, “finché non ci saranno garanzie di sicurezza occidentali per l’Ucraina, non ci saranno annunci” su possibili elezioni. Tuttavia, proprio da questa dichiarazione ufficiale si comprende come il tema sia effettivamente sul tavolo e venga discusso dal presidente e dal suo entourage. La sensazione è che qualcosa, dietro le quinte, si stia davvero muovendo.

È certo, invece, che l’articolo del quotidiano britannico abbia avuto una forte eco anche a Mosca, dove la notizia è stata accolta con una certa apprensione. Il portavoce del Cremlino, Dmitri Peskov, in evidente difficoltà e deciso a prendere tempo, si è limitato a commentare: “È troppo presto per fare speculazioni al riguardo. Stiamo apprendendo queste notizie solo attraverso la stampa: una fonte ha affermato che i preparativi per le elezioni erano iniziati, ma un’altra fonte, sempre dell’amministrazione, dell’ufficio del regime di Kiev, ha sostenuto che ciò non fosse vero, smentendo tale informazione”. Per questo, ha concluso, “attendiamo notizie ufficiali”.

Stupore e sorpresa emergono anche dalle parole del ministro degli Esteri russo, Sergej Lavrov, che è tornato a chiedere “una soluzione sostenibile della crisi, provocata dall’Occidente collettivo in Ucraina”, soluzione che, a suo dire, non può che essere quella concordata da Trump e Putin “durante il vertice in Alaska dello scorso agosto, quando sono state raggiunte intese su come garantire una soluzione sostenibile a lungo termine”. Un accordo che, appena 48 ore fa, lo stesso Lavrov affermava fosse stato rinnegato dal leader americano, aggiungendo che per questo la guerra sarebbe durata “ancora a lungo”.

La scommessa di Zelensky

Ma perché Zelensky, che per quattro anni ha opposto ogni resistenza possibile e immaginabile al ritorno alle urne, ora avrebbe cambiato idea? Probabilmente la decisione risponde ad almeno due motivazioni. La prima è quella di mettere la Russia con le spalle al muro, eliminando ogni alibi per il mancato raggiungimento della pace e mostrandosi alla comunità internazionale come un leader pragmatico, disposto a sacrificare persino il proprio destino politico pur di arrivare a una soluzione del conflitto. La seconda, paradossalmente, è quella di sfruttare questo momento storico, in cui la fiducia dei suoi connazionali resta elevata ma in costante calo, per massimizzare le sue possibilità di rielezione.

Del resto, più la guerra si prolunga e più il suo consenso appare destinato a erodersi a vantaggio di potenziali sfidanti come Valerii Zaluzhnyi, ex comandante in capo delle Forze armate e oggi ambasciatore nel Regno Unito, e Kyrylo Budanov, figura centrale dell’apparato di sicurezza, che al contrario potrebbero beneficiare del protrarsi del conflitto.

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