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Duemila navi e 20mila marinai ostaggi di Hormuz

Duemila navi e 20mila marinai ostaggi di Hormuz

Politica estera

05/05/2026

da il Manifesto

Luigi Pandolfi

Stretto è la via Washington e Teheran si misurano, ma sull’acqua contesa maturano drammi

«Scorta armata delle navi per liberare lo Stretto di Hormuz». Anzi, no: «La Marina Usa indicherà alle navi le rotte più sicure». Nel balletto di dichiarazioni tra Washington e il Golfo, l’unica certezza è che la situazione è sfuggita di mano. Tornano a volare i missili, petroliere in fiamme. L’aria è da battaglia navale, con lo Stretto paralizzato: tra 2.000 e 3.000 cargo risultano bloccati o in attesa, un ingorgo marittimo senza precedenti. E mentre i futures del Brent tornano vicini ai 120 dollari al barile, gli Stati Uniti festeggiano – non il popolo, però – esportazioni record di greggio, diventando di fatto il fornitore di ultima istanza per mezzo mondo.

Ma andiamo con ordine. E portiamoci nelle acque di Hormuz. La Grecia è il paese europeo più colpito, con oltre 75 navi ferme, tra cui petroliere come la Serifos costrette, se va bene, a seguire rotte imposte da Teheran. La Cina conta almeno 20 imbarcazioni ferme, alcune – come la Cospearl Lake e la He Rong Hai – transitate grazie a corridoi negoziati con l’Iran. L’India ne ha almeno 13, tra cui la Shivalik, che ha tentato il passaggio sotto sorveglianza iraniana. La maggior parte delle navi batte bandiere di comodo: Panama, Guyana, Malawi, insieme a registri europei come Malta, Italia e Grecia.

Secondo la International Maritime Organization (Imo) fino a 20mila marittimi sono bloccati nel Golfo Persico dall’inizio della guerra tra Stati Uniti e Israele contro l’Iran, a fine febbraio. Diciannove attacchi accertati, dieci morti, otto feriti. Le scorte di cibo, acqua e carburante si assottigliano. «Non esiste un precedente per il blocco di un numero così elevato di marittimi», ricorda l’agenzia Onu. E persino Donald Trump ha ammesso: «Molte di queste navi stanno esaurendo le scorte di cibo e di beni essenziali».

Mentre gli equipaggi contano le razioni, le petroliere americane fanno rotta, libere, verso l’Asia. Bloomberg calcola che nelle ultime nove settimane oltre 250 milioni di barili sono partiti dagli Stati Uniti verso Giappone, Thailandia, Australia. Un flusso tale da riportare Washington al primo posto tra gli esportatori mondiali, superando l’Arabia Saudita. Un’ancora di salvezza per i consumatori globali. Ma non per gli americani: la benzina ha superato i 4,40 dollari al gallone, e l’extra-gettito per le big oil – stimato a marzo in 63 miliardi – potrebbe essere oggi molto più alto. Trump ha però celebrato l’impennata: «È stato incredibile. La quantità di petrolio e gas che stiamo vendendo ora è a un livello mai visto». Lo scarto tra gli interessi di banche, petrolieri e speculatori e quelli delle classi popolari, che pure avevano creduto nel tycoon, è sempre più marcato.

Gli «alleati» europei, intanto, osservano con scetticismo la nuova iniziativa, battezzata «Project Freedom». I precedenti non aiutano: già nelle scorse settimane Washington aveva chiesto supporto per controllare lo Stretto, ma la partecipazione era rimasta bassa. Reuters ricordava che, anche con scorte militari, i rischi resterebbero elevati: droni, missili, motoscafi iraniani rendono ogni transito un azzardo. E infatti, dai siti di tracciamento navale, quasi nessuno tenta la sorte. Il 2 maggio solo 12 navi hanno attraversato Hormuz, contro una media pre-conflitto di 138. Assicurazioni e armatori, da parte loro, restano cauti: una semplice struttura di coordinamento non basta a cambiare la percezione del rischio in un’area tra le più calde al mondo. Secondo Jakob Larsen, citato da Bloomberg e responsabile della sicurezza dell’associazione degli armatori Bimco, l’ultimo piano di Trump potrebbe persino «aumentare il rischio di un’escalation».

Così, mentre gli Stati Uniti discutono – senza una linea chiara – se scortare o semplicemente «guidare» le navi, il Golfo resta una polveriera. Le petroliere americane navigano verso l’Asia, i profitti delle compagnie crescono e i prezzi alla pompa salgono. Sotto la superficie della cronaca si intravede la riscrittura dei vecchi equilibri di potere. Una globalizzazione che si riorganizza. Come la guerra in Ucraina, l’aggressione all’Iran non si comprende se si rimane sul perimetro delle operazioni militari. Ci saranno vincitori e vinti. Ma il finale è tutt’altro che scritto.

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