16/06/2026
da La Notizia
A Parigi la società civile scrive una road map sui due Stati alternativa al piano Trump. Tanti governi al tavolo, ma non l'Italia.
Venerdì 12 giugno, mentre all’Institut du Monde Arabe di Parigi le società civili israeliana e palestinese chiudevano la seconda edizione dell’Appello di Parigi per la soluzione a due Stati, il ministro degli Esteri Antonio Tajani apriva alla Farnesina la Conferenza dei Consoli d’Italia nel mondo. Due stanze diverse della stessa politica estera. A Parigi c’erano i ministri degli Esteri e alti funzionari di decine di Paesi, riuniti dal Paris Peace Forum e dal governo francese. L’Italia no.
La conferenza, presieduta dal ministro Jean-Noël Barrot, arrivava a tre giorni dal vertice G7 di Évian, dal 15 al 17 giugno, sotto presidenza francese. Si è chiusa con un appello in otto punti: cessate il fuoco permanente, stop agli insediamenti, ricostruzione di Gaza, riforma della governance, più sostegno alla società civile. Una road map costruita dal basso da chi quei due popoli li abita, e pensata come alternativa al piano promosso da Donald Trump.
Di alternativa si tratta, anche se nessuno lo dice ad alta voce per non irritare Washington. Il piano Trump in venti punti ha ottenuto a ottobre 2025, con l’intesa di Sharm el-Sheikh, il cessate il fuoco della prima fase: rilascio degli ultimi 20ostaggi ancora vivi e ritiro israeliano dietro la cosiddetta “linea gialla”. Poi si è fermato lì. Alla seconda fase, quella del disarmo di Hamas e della governance del dopoguerra, i negoziati non sono mai davvero arrivati.
Il piano fermo e la road map che resta
Da mesi Gaza vive in quella che gli analisti chiamano una condizione di “né guerra né pace”: l’esercito israeliano occupa ancora parte della Striscia, gli aiuti entrano troppo lenti, l’Onu avverte che restano sotto il minimo vitale. E i raid non si sono fermati, con centinaia di palestinesi uccisi nei mesi del cessate il fuoco proclamato. Il Board of Peace presieduto da Trump, dentro cui siede anche Tony Blair, sovrintende a una ricostruzione che non comincia.
Contro questo stallo le reti israelo-palestinesi hanno ripreso il filo del dialogo. Prima di Parigi c’era stato il People’s Peace Summit di Tel Aviv, diecimila persone in piazza per chiedere la fine della violenza. L’Alleanza per la pace in Medio Oriente mette insieme oltre 200 organizzazioni delle due società, una minoranza rumorosa che dice di rappresentare la maggioranza silenziosa di entrambe. A Parigi l’alta rappresentante europea Kaja Kallas ha annunciato oltre 20 milioni di euro per 88 organizzazioni della società civile, definendo quel lavoro indispensabile alla diplomazia. Belle parole. Solo che a un anno dal primo summit di Parigi gli organizzatori hanno dovuto ritrovarsi per ripetere le richieste già fatte nel 2025: il segno che nel mezzo nessuno ha mosso niente.
L’Italia che proclama e non si presenta
E qui torna l’assenza italiana, che pesa più di una distrazione d’agenda. Nel settembre 2025 l’Italia aveva votato a favore della Dichiarazione di New York sulla soluzione dei due Stati, approvata dall’Assemblea Onu con 142 sì, 10 no e 12 astenuti, e l’aveva pure co-sponsorizzata. Gli Stati che riconoscono la Palestina sono ormai 147. Il 9 giugno Tajani aveva ribadito che la politica estera italiana è “fondata sulla costruzione della pace” e che l’Italia è “pronta a fare la sua parte”.
Pronta dovunque, tranne che nella stanza dove la pace prova a costruirsi davvero. Intanto Giorgia Meloni è volata a Évian, accolta a Ginevra alla vigilia del G7 dove la stella è Trump, atteso con in tasca un possibile accordo Iran-Stati Uniti che Teheran non conferma. La road map della società civile chiede decisioni, non altre dichiarazioni. Sui due Stati il governo italiano le dichiarazioni le ha già messe tutte, votate e co-firmate. Poi, quando contava sedersi al tavolo di chi quella pace la prova sul campo, ha lasciato la sedia vuota.

