28/05/2026
da Il Manifesto
Sotto Tiro In Libano ordine di evacuazione per la città con 200mila abitanti. E bombe sulla fuga
Due ore per scappare e poi l’assedio. Questa volta non si tratta di villaggi o di quartieri, ma di una delle città più importanti del sud del Libano, Tiro, circa 200mila abitanti.

Sono le quattro del pomeriggio del giorno di Eid el-Adha, la festa del Sacrificio di Isacco da parte di Abramo cominciata martedì al tramonto, una delle celebrazioni più importanti del calendario islamico, il cui significato accomuna le tre grandi religioni monoteiste. Alle sei l’esercito israeliano lancia le prime bombe sul quartiere industriale di Masaken al-Shaabieh, poi i bombardamenti si susseguono, mentre la gente è ancora in fuga. Gli ordini di evacuazione escludono soltanto il piccolo quartiere cristiano, a nord della città. Le ambulanze e i mezzi della protezione civile passano con gli altoparlanti avvertendo la popolazione. Molti scappano a piedi verso Mina, il porticciolo della città vecchia, zona cristiana, e aspettano i bombardamenti.
AVICHAI ADRAEE, PORTAVOCE arabofono dell’esercito israeliano, ordina agli abitanti di recarsi «oltre il fiume Zahrani», a una quarantina di chilometri a nord. Le uniche via di fuga verso nord, l’autostrada che unisce da nord a sud Tripoli a Tiro, passando da Beirut, e la stretta strada costiera si intasano in poche decine di minuti. Ordini di evacuazione anche per i villaggi vicini e per i tre dei dodici campi palestinesi in Libano – Rachidieh, Al-Bass e Burj Shemali – a ridosso della città. Tiro, una delle città abitate in maniera continuativa da più tempo al mondo, ricca di storia e con siti archeologici patrimonio dell’Unesco, come l’ippodromo romano del II secolo d.C., è anche uno dei luoghi dove Hezbollah è più egemonico, e dunque l’attacco di ieri, per giunta nel giorno di festa, assume anche un carattere fortemente simbolico.
PARTE DA TIRO L’ASSEDIO del sud, ma in serata Adraee dichiara in un video pubblicato su X tutta l’area sotto il fiume Zaharani «zona di combattimento». È un terzo del paese ad essere sotto assedio. Un paese di appena 10mila km² con una popolazione stimata tra 4 e 5 milioni di abitanti (l’ultimo censimento è del 1932) .
Gli ordini di evacuazione erano arrivati nel pomeriggio anche per l’intera città di Nabatieh, altro importante capoluogo interno, e per la sua periferia, già pesantemente bombardate nel corso di quest’ultima fase del conflitto cominciata il 2 marzo scorso. Violenti attacchi anche sulla valle della Beqaa, ad est del paese.
«I centri di accoglienza, soprattutto quelli di Sidone, sono sull’orlo del collasso da ogni punto di vista. Lo erano già, ma dopo l’escalation delle ultime 48 ore e e le evacuazioni di oggi ci troviamo in una situazione che diventa di ora in ora più complessa» dice Hanan al-Mokdad, portavoce di Amel, ong libanese in primissima linea nell’emergenza sfollati.
MOHAMMAD OKASHA, di Tiro, coordinatore del Forum per lo Sviluppo e Umanitario delle ong libanesi e internazionali, ci sono enormi criticità in termini di «assistenza medica, psicologica, educazione, protezione dell’infanzia, tutela delle donne, ma anche più semplicemente questioni di igiene, di pulizia e mantenimento delle strutture sovraffollatissime e per forza di cose impreparate a questo tipo di emergenza. E poi da un punto di vista umano, si tratta di persone che nella migliore delle ipotesi hanno perso solo la casa, ma che nella maggior parte dei casi hanno perso familiari, figli, madri, padri, fratelli o sorelle».
CHIUNQUE VIENE DAL SUD ha un dramma da raccontare. «I miei genitori sono stati entrambi uccisi l’8 aprile nei bombardamenti a Beirut, mentre pranzavano in un appartamento in un palazzo residenziale. Ho chiesto a quello che resta della mia famiglia di raggiungermi a Beirut, loro abitano a Tiro. Mi hanno detto che non vogliono andarsene, perché dovrebbero? Quello che voglio che il mondo sappia è che Israele è una forza di occupazione, che uccide civili, bambini, anziani, disabili, gente che non può lasciare le proprie case. Israele sta demolendo abitazioni civili, interi villaggi. E lo fa nella totale impunità con la complicità dell’Occidente». È lo sfogo e la denuncia di Rima (nome di fantasia), originaria della provincia di Tiro.
Si combatte sul terreno. Hezbollah, cha ha sviluppato nuove tecniche di combattimento grazie ai droni con cavi in fibra ottica che eludono i sistemi di sicurezza israeliani, rivendica una serie di attacchi alle truppe israeliane. A Zautar el-Sharqieh (Nabatieh) ha comunicato di aver fatto saltare in aria un bulldozer israeliano. A Debel (Bint Jbeil) e Naqora, sempre con droni kamikaze ha colpito dei soldati e i loro veicoli.
A POCHI GIORNI dal quarto giro di negoziati diretti tra Libano e Israele ospitati alla Casa Bianca e alla vigilia dell’incontro di coordinamento tra le delegazioni militari di Libano, Israele e Stati uniti al Pentagono che si terrà domani, Tel Aviv attacca con potenza di fuoco. E sembra dettare le condizioni anche dell’accordo eventuale tra Iran e Stati uniti. Tehran aveva infatti messo come condizione essenziale una tregua vera in Libano, visto che Israele non ha mai rispettato quella siglata il 17 aprile, continuando a bombardare il paese e occupando una fascia di 10 chilometri lungo il confine sud e sud/est, nella quale ha sistematicamente raso al suolo interi villaggi, bruciato la vegetazione e interdetto l’accesso alla popolazione civile e all’esercito libanese.
IN SERATA comincia la conta dei morti, la stima degli sfollati (si parla di 200 mila nella sola Sidone), mentre cadono ancora le bombe e un terzo del paese è ufficialmente «zona di guerra».

