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Democrazia economica: la Spagna apre la strada con un rapporto rivoluzionario

Democrazia economica: la Spagna apre la strada con un rapporto rivoluzionario

Economia

26/05/2026

da Valori

Sara García Martín

La democrazia economica rafforza le imprese: dalla Spagna proposte per portare i lavoratori nei Cda e renderli co-proprietari delle aziende

Lavoratrici e lavoratori devono partecipare alle decisioni strategiche delle imprese? La democratizzazione delle aziende può diventare uno strumento contro la disuguaglianza, la precarietà o la crisi climatica? Quale ruolo possono svolgere le cooperative e l’economia sociale in questo contesto? Sono alcune delle domande che si è posto il rapporto Two Promises to Those Who Work: Voice and Ownership, elaborato da un comitato internazionale di esperti ed esperte, promosso dalla vice-prima ministra spagnola, Yolanda Díaz, e dal ministero del Lavoro e dell’Economia sociale di Madrid.

Democrazia in azienda: cosa dice la Costituzione spagnola

Il documento, pubblicato pochi mesi fa e presentato dalla sociologa belga Isabelle Ferreras, prende le mosse da un elemento poco conosciuto sia fuori sia dentro la Spagna: l’articolo 129.2 della Costituzione della nazione iberica. La norma stabilisce che i poteri pubblici devono promuovere “le diverse forme di partecipazione nell’impresa”. E incentivare le cooperative e facilitare l’accesso delle persone lavoratrici alla proprietà dei mezzi di produzione

Il rapporto sostiene in questo senso come esista una contraddizione tra i valori democratici e l’organizzazione tradizionale di molte imprese. Da qui, il comitato analizza fino a che punto questo mandato costituzionale si sia effettivamente sviluppato e avanza proposte per ampliare la partecipazione dei lavoratori e democratizzare le strutture aziendali.

Concentrazione del potere, ecologia, IA: un dibattito che riguarda l’Europa intera

Sebbene il rapporto si concentri sulla Spagna, molte delle questioni che solleva attraversano oggi il dibattito europeo: la concentrazione del potere economico, la perdita di “qualità democratica”, la transizione ecologica, il passaggio generazionale nelle piccole imprese o l’impatto dell’intelligenza artificiale sul lavoro.

Il comitato sostiene come le società europee affrontino infatti una “poli-crisi” caratterizzata dall’aumento delle disuguaglianze, dalla precarizzazione e dalla disaffezione democratica. Di fronte a ciò, propone di rafforzare due dimensioni fondamentali all’interno delle imprese: la “voce” delle lavoratrici e dei lavoratori e l’accesso alla “proprietà”.

Il rapporto colloca inoltre questo dibattito in relazione con la competitività europea. Gli autori e le autrici ritengono che la partecipazione dei lavoratori possa favorire l’innovazione, la produttività e la stabilità economica, in linea con alcuni dei dibattiti attualmente aperti nell’Unione europea e recepiti, ad esempio, nel Rapporto Draghi del 2024.

Lavoratori nei Cda: Spagna e Italia restano indietro

Una delle diagnosi centrali del documento è che la Spagna resta indietro rispetto ad altri Paesi europei nella partecipazione delle persone lavoratrici all’interno delle imprese. Il documento ricorda che in tredici Paesi europei questi diritti si applicano sia alle imprese private sia a quelle pubbliche. Colloca invece la Spagna e l’Italia tra i Paesi che non dispongono ancora di una normativa generale che stabilisca in modo obbligatorio la rappresentanza dei lavoratori negli organi di governance delle imprese private. 

Il rapporto cita espressamente la recente approvazione in Italia della legge 76/2025 sulla partecipazione dei lavoratori alla gestione, al capitale e agli utili delle imprese (Disposizioni per la partecipazione dei lavoratori alla gestione, al capitale e agli utili delle imprese). Tuttavia, ritiene che la normativa mantenga un carattere volontario e che, per il momento, dunque, non introduca obblighi generali di rappresentanza dei lavoratori nei consigli di amministrazione.

Secondo il comitato, questa situazione non ha solo implicazioni democratiche, ma anche economiche. Il documento insiste infatti sul fatto che l’assenza di quadri più avanzati di partecipazione dei lavoratori può limitare l’innovazione, la cooperazione interna e la produttività.

Cooperative ed economia sociale come modello democratico

Il rapporto riconosce poi in modo esplicito le cooperative e altri soggetti partecipativi come modelli avanzati di democrazia economica, dedicando una sezione specifica ad analizzare come le imprese dell’economia sociale già applichino, nella pratica, i principi contenuti nell’articolo 129.2 della Costituzione spagnola. Sottolinea inoltre che queste organizzazioni integrano meglio obiettivi sociali, economici e ambientali e tendono a ridurre le disuguaglianze salariali, la precarietà e l’esternalizzazione del lavoro. 

Il documento colloca inoltre la Spagna e l’Italia tra i Paesi europei con maggiore peso dell’economia sociale e del cooperativismo. Segnala infatti che la nazione iberica è il terzo Paese europeo per occupazione generata dalle cooperative, proprio «dopo Italia e Germania, ma prima della Francia». Cita inoltre esperienze cooperative e partecipative come esempi utili per affrontare alcune delle grandi sfide europee attuali: dalla resilienza territoriale alla tutela del lavoro di qualità. 

Le proposte: fino al 50% di lavoratori nei Cda

Il rapporto non si limita però alla diagnosi: include anche proposte legislative e di politica pubblica. Per esempio, tra le idee avanzate dal comitato figura l’introduzione di rappresentanti dei lavoratori nei Cda affinché coprano un terzo dei posti (per le imprese tra 50 e mille dipendenti). E che si arrivi al 50% dei membri in quelle più grandi.

Propone inoltre di facilitare l’accesso delle persone lavoratrici alla proprietà aziendale attraverso fondi pubblici, incentivi e meccanismi finanziari specifici per favorire acquisti collettivi o processi di successione delle imprese. In questo senso, ipotizza la creazione di un fondo sovrano europeo per sostenere tali operazioni. Con l’obiettivo di preservare l’occupazione, rafforzare la resilienza territoriale ed evitare che molte Pmi finiscano nelle mani di fondi di investimento o attori finanziari “estrattivi”.

Un fondo sovrano europeo per aiutare i lavoratori ad accedere alla proprietà aziendale

Inoltre, propone anche di creare un indice di “sviluppo democratico d’impresa” che misuri il grado di partecipazione dei lavoratori e di accesso alla proprietà all’interno delle imprese, collegandolo successivamente a incentivi fiscali, aiuti pubblici o appalti pubblici.

Il rapporto cita anche alcuni esempi europei di politiche pubbliche allineate a questi obiettivi. Tra questi figura il Comune di Firenze, che inserisce clausole sociali negli appalti pubblici attribuendo un punteggio maggiore alle imprese che offrono migliori condizioni di lavoro e salariali.

Sebbene lo stesso documento chiarisca di non rappresentare formalmente la posizione ufficiale del ministero del Lavoro spagnolo, il lavoro costituisce una riflessione ampia e ambiziosa su democrazia economica, governance d’impresa e partecipazione delle lavoratrici e dei lavoratori. Utile per far riflettere anche gli stessi attori dell’economia sociale, nell’ottica di far fare al settore un nuovo balzo in avanti virtuoso.

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