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Delmastro e Bartolozzi fuori, ora Meloni vuole la «testa» di Santanchè

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Politica italiana

25/03/2026

da Il Manifesto

Andrea Colombo

Strage di Stato Il vice di Nordio e la capa di gabinetto si dimettono ma non basta Palazzo Chigi chiede il passo indietro della titolare del Turismo

Rotolano teste. Due sono già cadute, al ministero della Giustizia: il viceministro Delmastro e la capo di gabinetto Bartolozzi. Per la terza, quella di Daniela Santanchè, è questione di ore anche se la premier, per affrontare le sue resistenze, ha dovuto esporsi come mai prima. Con un comunicato in cui, dopo aver ringraziato per il bel gesto i dimissionari di via Arenula, «auspica che analoga scelta sia condivisa dalla ministra del Turismo».

SE NE VA SENZA un sussurro la potentissima capo di gabinetto di Nordio che il ministro, a conferma di quale sia il suo peso reale, aveva blindato poche ore prima: «La sua posizione non è assolutamente in discussione». Le ultime parole famose. Non è escluso che l’imprevisto licenziamento della zarina sia anche un segnale di pace rivolto all’Anm, alla vigilia dell’elezione del suo nuovo presidente.

ANDREA DELMASTRO, invece, ci tiene a far sapere, annunciando le «irrevocabili dimissioni», di «non avere fatto niente». Solo «una leggerezza a cui ho rimediato». Alza i tacchi lo stesso, «nell’interesse della nazione». Dei vertici di via Arenula resta in piedi solo Nordio. Bontà sua, si assume «la responsabilità» della sconfitta nelle urne e non è che gli costi molto dal momento che non ne trae alcuna conseguenza concreta. Niente dimissioni: «Qualche volta è stato sconfitto anche Churchill». Cosa rimanga a fare resta un mistero.

A ORDINARE IL REPULISTI, ieri mattina, è stata la premier in persona, come al solito senza neppure peritarsi di avvertire la truppa. La riunione dei vertici del suo partito, nella stessa mattinata, non ne sapeva niente. L’ordine di fare le valige era rivolto anche a Daniela Santanchè. Ma la pitonessa da quell’orecchio non ci sente e non ha alcuna intenzione di farselo curare. Le voci sul suo addio, discretamente accreditate anche da palazzo Chigi, si moltiplicano nel pomeriggio. L’opposizione prende atto con soddisfazione delle comunque «tardive» dimissioni in via Arenula ma punta l’indice su quelle ancora mancanti della ministra. Lei fa finta di niente, esclude passi indietro e a questo punto pare chiaro anche ai meno sospettosi che deve disporre di argomenti tanto solidi quanto contundenti per tentare di resistere a qualsiasi pressione. La premier capisce però di non potersi arrendere, in un momento come questo, e rende pubblica l’ingiunzione di sfratto.

L’INCRESCIOSO CASO dell’inamovibile Sanatanchè – su cui il Pd ha già annunciato una mozione di sfiducia – riflette la situazione complessiva in cui si trova Meloni all’indomani della pesantissima, forse fatale, batosta. Dopo essere rimasta tramortita nella giornata nera della sconfitta, ieri ha deciso di reagire. Senza però sapere come perché mazzate di questa portata condannano alla paralisi, trasformano anche la più agile gazzella in anatra zoppa. Un anonimo comunicato «del governo» fa sapere che la premier non intende chiedere una nuova fiducia alle Camere, non ha in programma colloqui a breve con il presidente Mattarella: «Non c’è crisi politica». Tajani conferma la strategia del far finta di niente: «Continuiamo a lavorare per il bene del Paese».

PECCATO CHE CONTINUARE come se nulla fosse successo sia impossibile. il premierato è finito nel bazar dei sogni impossibili. La nuova legge elettorale pure, senza più la sponda, sia pur dissimulata, del Pd e con gli alleati in grado ora di alzare la voce. La finanziaria elettorale è una chimera, senza più soldi e con lo spettro dell’inflazione alle porte. L’autonomia differenziata è una mina vagante: la Lega, forte dei risultati elettorali raccolti nelle regioni in cui governa, la pretende. Fi, che nelle sue regioni non invece raccolto un voto, darà proprio a quella riforma la colpa della débacle e la osteggerà più che mai. Renzi, che parla per esperienza, profetizza sciagura: «Il peggio deve ancora arrivare».

In questa desolazione la tentazione delle elezioni subito, inconfessata e anzi recisamente negata, è inevitabile. Proprio per non lasciare appigli Schlein evita di chiedere le dimissioni del governo, a differenza di Conte. Ma significherebbe giocarsi il tutto per tutto mettendo nel conto lo scontro con Mattarella e il rischio di un governo tecnico. Una scelta più temeraria che coraggiosa che ha però per sola alternativa il calvario

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