29/05/2026
da Il Manifesto
Libano Mentre negli Stati uniti il governo prosegue il dialogo con Tel Aviv ignorando la popolazione, Israele martella e svuota città e villaggi
Per qualche ora, ieri, si è temuto che l’escalation che sta devastando il sud del Libano fosse arrivata a Beirut. Nel primo pomeriggio, l’esercito israeliano ha colpito un appartamento nella zona di Amrussieh, municipalità di Shueifet, nell’area al limite della Dahiyeh, la periferia sud duramente colpita durante questa fase della guerra e quella precedente. L’obiettivo: Ali Husseini, comandante dell’unità missilistica di Hezbollah. Il partito ha confermato di aver subito risposto con un lancio di missili sulle posizioni israeliane. In serata è arrivata la notizia che il comandante è sopravvissuto.

ALLA STAZIONE dei bus di Cola, uno dei due importanti snodi stradali, il flusso delle auto è solo verso nord. È diminuito rispetto alla fuga della notte prima, quando in decine di migliaia sono scappati dal sud. Molti si sono fermati a Sidone, ma tanti hanno proseguito verso nord in cerca di alloggi migliori. L’autostrada passa per l’area costiera di Dahiyeh, ripopolatasi dopo il cessate il fuoco, che finora aveva retto almeno sulla capitale, ma dove adesso si aspettano bombardamenti, come quello di ieri. Le macerie sono state solo accumulate ai margini delle strade, ma al primo soffio di vento la polvere ricorda che quasi a ogni angolo c’è un palazzo abbattuto.
I bombardamenti israeliani sul sud e sull’est del Libano sono andati avanti tutta la notte tra mercoledì e giovedì e durante tutta la giornata di ieri. La nuova violenta escalation israeliana in Libano è cominciata ufficialmente mercoledì, quando il primo ministro israeliano Netanyahu ha dichiarato il sud del Libano, a partire dal fiume Zahrani, a 40 chilometri dal confine, «zona di combattimenti», anche se già da lunedì Tel Aviv aveva intensificato le operazioni militari.
TUTTI I DISTRETTI del sud sono sotto attacco. Nella notte, verso le due, un raid ha ucciso quattro persone in un appartamento a Sidone. Alle tre, l’aviazione israeliana ha colpito un auto che scappava da sud in direzione nord sull’autostrada costiera che unisce Tiro a Sidone all’altezza di Adlun, uccidendo sei persone, un uomo e i suoi figli. Alle quattro e mezza un bombardamento su Burj Shemali, campo palestinese a ridosso di Tiro, ha creato il panico e ferito diverse persone. Evacuazioni forzate anche a Zquq al-Mufdi e Tiro. L’esercito israeliano ha bombardato vari edifici nella città costiera sotto assedio. In uno dei raid, è stata decimata una famiglia tra cui due bambini: Celine e Mustafa. La lista è infinita: Tiro, Sidone, ma anche Bint Jbeil, Nabatieh interamente sotto ordine di evacuazione immediata, Marjayun, ma anche nella valle della Beqa’a, a est. Su X l’esercito israeliano afferma di aver colpito «oltre 135 obiettivi» di Hezbollah a Tiro, nella Beqa’a e nel sud, solo nella giornata di mercoledì.
Hezbollah risponde colpo su colpo e combatte sul terreno. Israele è alle prese con i droni a fibra ottica utilizzati dagli sciiti che i suoi sistemi di difesa non riescono a intercettare. Numerosi gli attacchi alle postazioni e ai veicoli militari israeliani da parte del partito armato sciita. Sulla strada che connette Zefta e Deir Zahrani, nel distretto di Nabatieh, un drone ha attaccato una pattuglia uccidendo un soldato israeliano. Ieri in serata Hezbollah ne ha rivendicati una quindicina. Il ministro delle finanze Bezalel Smotrich ha rinnovato l’appello a «distruggere cento palazzi a Beirut per ogni drone che esplode». Lunedì, assieme a Smotrich, anche il ministro della sicurezza nazionale Itamar Ben Gvir e il capo di stato maggiore dell’esercito israeliano Eyal Zamir avevano auspicato e chiesto al premier Netanyahu di riprendere i bombardamenti su Beirut.
ASSORDANTE il silenzio delle massime autorità libanesi. Solo il ministro degli esteri Joe Raggi ha rilasciato una dichiarazione nella quale dice di aver seguito «con profondo dolore e grave preoccupazione i continui attacchi israeliani contro la città storica di Tiro, che hanno colpito i suoi quartieri antichi, le chiese, le moschee e i siti storici che hanno resistito per migliaia di anni», senza accennare alla catastrofe umanitaria, sociale, politica in cui si trova il paese. Il ministro Raggi è esponente del partito delle Forze libanesi, ultradestra cristiana, nemico giurato di Hezbollah, lo stesso che nel 1982, in piena guerra civile (1975-90), sotto la supervisione e con il beneplacito dell’esercito israeliano ha compiuto il massacro di Sabra e Shatila in cui sono stati uccisi almeno 3mila tra palestinesi e sciiti.
IL MINISTERO della salute libanese è arrivato a contare 3.324 morti e 10.027 feriti dal 2 marzo, inizio di questa nuova fase della guerra. Solo nelle 24 ore precedenti, sono stati registrati 55 morti e 187 feriti.
L’escalation arriva a ridosso di un possibile accordo tra Stati uniti e Iran, com’era già accaduto ad aprile, quando Tel Aviv aveva risposto all’avvicinamento tra le due potenze con oltre cento bombardamenti in dieci minuti sulla capitale libanese e sul resto del paese, in quello che passerà alla storia come il mercoledì nero, l’8 di aprile: l’aviazione israeliana ha ucciso almeno 360 persone e ne ha ferite 1.200.
IL MESSAGGIO è ancora una volta lo stesso: la questione libanese deve rimanere fuori da quella iraniana, contrariamente ai desiderata di Tehran, che ha più volte messo una tregua in Libano come clausola ineludibile. In realtà quest’escalation avviene all’interno di un cessate il fuoco cominciato formalmente il 17 aprile e rinnovato a metà maggio, che Israele non ha mai rispettato, continuando a bombardare il Libano, a radere al suolo interi villaggi, occupando militarmente una fascia larga una decina di chilometri dal confine.
Oggi si incontrano al Pentagono le delegazioni militari israeliana, libanese e statunitense, nell’ambito dei negoziati diretti tra Libano e Israele ospitati dalla Casa bianca.
GLI INCONTRI tra le diplomazie avverranno il 2 e il 3 giugno. Le tre parti convergono sulla necessità di disarmare Hezbollah, ma al momento non è trapelata alcuna informazione sul ritiro delle truppe israeliane dal Libano, sullo smantellamento della zona occupata, tanto meno su una possibile ricostruzione del sud del Libano, dove il governo israeliano, per sua stessa ammissione, applica la stessa dottrina: Gaza.

