17/05/2026
da Valigiablu
C’è una saldatura sempre più evidente tra nazionalismo reazionario e colossi dell’intelligenza artificiale in Silicon Valley. Una pericolosa commistione di concentrazione di potere economico, utopie fantascientifiche, fervore religioso ed estremismo ideologico che predica la sostituzione della politica con la tecnologia, la distruzione della democrazia liberale e delle sue istituzioni chiave — i media, l’università, la scienza, lo stato sociale, ogni bene pubblico — e una sottomissione amorale all’innovazione. Il fine ultimo è ciò per cui tutto è sacrificabile: la salvezza della civiltà umana dall’Apocalisse rappresentata dal progressismo, dal woke, dai diritti umani e da ogni altro caposaldo dell’ordine liberale che stiamo rapidamente osservando andare in pezzi.
Oggi sono in molti a realizzare che il progetto è reale, e la sua realizzazione è in corso. Ma Gil Durán è stato tra i primi a inquadrare questa follia millenaristica, che ricorda la fede incrollabile delle ideologie totalitarie del secolo scorso ma insieme la aggiorna all’era del venture capital, dell’intelligenza artificiale e delle criptovalute. Da anni il giornalista californiano scrive una newsletter che ha finito per dare il titolo, azzeccatissimo, al libro che forse meglio di ogni altro ne tratteggia i caratteri di fondo, dipanando i tanti fili che intrecciano la trama di quello che l’autore definisce senza mezzi termini “tecnofascismo”.
Intitolato The Nerd Reich. Silicon Valley Fascism and the War on Democracy, il volume rappresenta una guida indispensabile per orientarci nei progetti anti-democratici di soggetti che abbiamo imparato ad associare alla genialità creativa e imprenditoriale, a mirabolanti visioni del futuro del genere umano, e alla soluzione di ogni problema individuale, sociale e politico, e che invece andrebbero analizzati come si studiano i gerarchi di un nascente regime, un impero che mira — proprio come quelli fascisti — al potere assoluto e al controllo globale per assicurare, nei millenni che verranno, che la società e la cultura umana si tramandino nel futuro con gli stessi valori identitari del passato più buio della storia dell’umanità.
Repressione arbitraria, eugenetica, razzismo, odio per il diverso, eliminazione del dissenso, distruzione degli avversari politici e di ogni concorrenza: questo è l’armamentario che abbiamo visto all’opera nel XX secolo, producendo milioni di morti, e che insieme si vuole rendere nuovamente seducente tramite narrazioni mitologiche, se non direttamente religiose, sui poteri salvifici delle nuove tecnologie — cui si accompagna, ovviamente, il culto di chi le crea.
The Nerd Reich, non a caso, è strutturato proprio come un campionario di gerarchi del nuovo regime tecnofascista; un catalogo delle loro idee e delle loro paure; un inventario delle specifiche minacce portate alla democrazia e alle libertà fondamentali da ciascuno di loro.
Insieme, il testo fornisce una utile genealogia della perversione che ha avvinto l’ideologia libertaria e i suoi sogni utopistici a mezzo Internet. Perché non c’è Peter Thiel, Palmer Luckey, Elon Musk o Marc Andreessen senza la convinzione ingenua, e ormai superata, di “reimmaginare tecnologie create con fondi statali per il controllo e la guerra come strumenti di liberazione e per affermare la propria individualità”, scrive Durán.
Oggi quella promessa di un cyberspazio sovrano e libero per garantire davvero sovranità e libertà a ogni individuo ha lasciato il posto alla rivendicazione orgogliosa, patriottica e bellicista di Silicon Valley come arma della geopolitica statunitense, ai tecnologi arruolati in prima linea nello scontro di civiltà per la sopravvivenza dell’Occidente — indicato da CEO sempre più apertamente reazionari e anti-democratici come sinonimo di tutto ciò che resiste alla distruzione e la barbarie.
Il libro li passa in rassegna uno a uno: Curtis Yarvin, l’ideologo della neoreazione le cui idee monarchiche e razziste sono finite alla Casa Bianca; Balaji Srinivasan, l’investitore che teorizza la sostituzione delle nazioni con network di micro-stati creati dal nulla come startup da imprenditori tecnologici che li governano come imprese, secondo il loro unico arbitrio; Marc Andreessen, il teorico dell’accelerazione della macchina tecno-capitalista a ogni costo, nella convinzione che solo un progresso senza freni possa salvare l’umano e risolvere letteralmente ogni problema (è a lui che si deve la più nitida formulazione del soluzionismo tecnologico: “Dateci un problema nel mondo reale, e noi inventeremo una tecnologia per risolverlo”). E, naturalmente, Peter Thiel, l’uomo al centro della PayPal mafia, il fondatore della macchina da distopie chiamata Palantir, e lo snodo di talmente tante reti di affari, relazioni e idee reazionarie da renderne vano l’elenco.
Dentro la Silicon Reich
Provo comunque ad aggiungere il mio, composto annotando i tanti tasselli del puzzle tecnofascista chiamato Thiel disseminati nel libro:
- 16 persone connesse a Thiel hanno ruoli di potere nell’amministrazione Trump.
- Il vicepresidente USA J.D. Vance è “quasi interamente una creazione di Thiel”; “Vance deve la sua carriera in Silicon Valley, la sua conversione al Cattolicesimo e la sua ascesa politica a Thiel”, si legge. Sono fondi di Thiel infatti a finanziare il suo fondo di investimento, Narya Capital; sono 15 milioni di dollari di Thiel a dare lo sprint decisivo alla sua campagna per diventare senatore; è sempre Thiel a spingere Trump a fare un ticket con Vance alla vicepresidenza; “e se Vance dovesse riuscire a succedere a Trump, Thiel — il suo benefattore, mentore e creatore — diventerà la persona più potente al mondo”, scrive Durán.
- Nel 2013, Thiel diventa “finanziatore diretto” di Yarvin tramite investimenti del fondo di venture capital che ha co-fondato, Founders Fund, in una sua startup.
- Thiel ha cercato di far nominare Srinivasan a capo della FDA, l’agenzia USA che tutela la salute pubblica (Srinivasan aveva scritto, in tweet poi rimossi, che l’FDA andava rimpiazzata con un’azienda privata, una “Yelp for drugs”).
- Thiel ha creato le fortune di David Sacks, divenuto poi “crypto zar” di Trump, e dell’investitore Garry Tan, che assume in Palantir dopo averlo corteggiato fin da studente (Tan lo idolatrava); entrambi muovono i primi passi in politica cercando di far fuori politicamente Gavin Newsom, il governatore democratico della California, accusato di ipocrisia durante la pandemia.
- Il boss di OpenAI, Sam Altman, è un “protegé” di Thiel, un suo “confidente”. Di lui Altman dice: “è una delle due persone che mi hanno insegnato di più su come si investe in startup”. Thiel è stato il più importante investitore esterno del primo fondo di investimento, Hydrazine, lanciato da Altman dopo avere venduto la sua startup Loopt nel 2012, ed è stato sempre Thiel a suggerire ad Altman di puntare tutto su ChatGPT quando, nei mesi successivi al lancio, molti dentro e fuori l'azienda mettevano in discussione i costi e la direzione del progetto. Thiel ha alta considerazione di Altman, che andrebbe a suo dire trattato “come una figura messianica”; Thiel è anche tra i primi investitori in OpenAI.
- Nell’anno della sua conversione, Vance fonda un’organizzazione chiamata Rockbridge Network, una “political venture capital firm” per investitori insoddisfatti con lo status quo politico, e Thiel ne diventa immediatamente uno dei principali finanziatori, a cui poi si aggiunge il supporto di Andreesesen, di Palmer Luckey di Anduril e dei fratelli Winklewoss.
- Thiel intrattiene una “lunga e profittevole amicizia” con il finanziere pedofilo Jeffrey Epstein; Epstein aveva investito 40 milioni di dollari in due fondi di investimento gestiti da Valar Ventures, un’azienda sostenuta da Thiel.
- Thiel è uno dei primi e principali sostenitori istituzionali di Bitcoin.
- Nel 2014 Thiel ha conferito una Thiel Fellowship da 100 mila dollari a Vitalik Buterin, creatore di Ethereum — “una piattaforma per costruire intere istituzioni digitali” sulla base di crittografia e automazione.
- Thiel ha investito in FTX, la cripto exchange del truffatore Sam Bankman-Fried, oggi in galera, e suoi “veicoli” finanziari hanno disposto di oltre 300 mila azioni di FTX o sue sussidiarie.
- Thiel “ha fornito il primo significativo investimento in DeepMind, e Founders Fund possedeva il 25% della compagnia quando Google l’ha comprata”.
- Founders Fund ha investito in Anthropic.
- Thiel è tra i finanziatori del progetto Próspera, un piano per trasformare un patchwork di terreni sull’isola di Roatàn in Honduras in una zona autonoma a gestione privata sul modello descritto da Srinivasan, che infatti lo considera uno dei principali esempi della traduzione delle sue idee in fatti.
- Thiel è il modello a cui si ispira l’ideatore del progetto California Forever, Jan Sramek, che mirava a creare dal nulla una città da 400 mila abitanti — tutti tecnologi. Il progetto è fallito perché il 70% degli elettori di Solano County si è opposto. Un altro progetto simile, per costruire Itana City in Nigeria, viene definito da Wired “una città-startup finanziata da Thiel”, si legge.
- Appena vinte le elezioni, Trump annunciava che il sodale di Thiel e cofondatore di PayPal e Founders Fund sarebbe diventato nuovo ambasciatore USA in Danimarca, proprio mentre dichiarava la “necessità” di annettere la Groenlandia.
Ed è solo una parte, quella forse visibile, delle relazioni economiche e tecnopolitiche che vedono al centro Peter Thiel.
Il libro di Durán tuttavia non è solo un catalogo. È anche, come accennavo, una ricognizione storica e ideologica nella genesi del tecnofascismo attuale. Il primo capitolo è infatti dedicato a raccontare l’influenza di un testo del 1997 sul momento attuale: The Sovereign Individual. Scritto da James Dale Davidson e William Rees-Moog, preconizza l’obsolescenza delle democrazie e la fine delle nazioni, e annuncia il dominio del mondo da parte di una ristretta élite di esseri di superiore talento. In sostanza, è una traduzione in forma di consulenza d’investimento delle idee rivoluzionarie dei cypherpunk, nota Durán, che pensavano che le tecnologie di rete e crittografiche avrebbero distrutto e rifatto le gerarchie e l’assetto del potere globale liberandoci. Riscritta da Davidson e Rees-Moog, l’idea è che “sarebbe sorto un nuovo mondo incentrato su reti di criminali e di ricchi che, liberati dai lacci della democrazia, sarebbero diventati “individui sovrani” che non devono più rispondere a legge, regole e confini nazionali”, si legge in The Nerd Reich.
La democrazia del resto viene dipinta dagli autori di The Sovereign Individual con scenari di rovina e disgrazia — un po’ come ha fatto Trump per farsi eleggere due volte —, in cui i governi democratici diventano “imprese mafiose messe in piedi per estorcere denaro ai ricchi”. Il tutto è imbevuto di riferimenti culturali che lambiscono il razzismo ed eugenetica, accompagnati come sempre da suprematismo bianco e odio per i migranti, in cui l’idea di fondo è che “alcuni individui fossero semplicemente troppo intelligenti ed eccezionali per essere ostacolati nella loro grandezza dalla democrazia di massa”. Come per il movimento tecnocratico degli anni ’50 — di cui faceva parte il nonno di Musk, e che ho raccontato nel mio L’uomo che vuole risolvere il futuro — le masse e le civiltà in genere non sono altro che funzioni da ottimizzare tramite “management scientifico”, “nello stesso modo in cui si sono ottimizzate le fabbriche”.
Le idee sono simili a quelle espresse nell’oggettivismo di Ayn Rand, e includono fantasie libertarie sul collasso della civiltà (che diventa “a feature not a bug”), “l’indispensabile preludio all’ascesa di individui di natura superiore”. Per Davidson e Rees-Moog, come per i tecnofascisti attuali, “l’Armageddon è un’opportunità”, se si scommette significhi la fine dell’ordine liberale: “Davidson e Rees-Moog sostenevano che la disruption tecnologica avrebbe accelerato la separazione dell’umanità in individui inferiori e superiori”, in cui l’“élite cognitiva” — i superiori — sarebbe stata composta da “investitori e imprenditori tecnologici dotati delle abilità e delle conoscenze necessarie a prosperare in un’economia basata su tecnologia e decentralizzazione”. L’Apocalisse diventa “disvelamento”, epifania, il rivelarsi della fine della “fase moderna della civiltà occidentale” e l’irruzione di “una nuova fase della storia”: “l’era dell’informazione”.
Nel clima culturale — Durán lo chiama il “milieu tossico” — in cui si muove il libro, e che si diffonde a fine anni 90 anche sull’onda delle profezie messianiche sull’arrivo del nuovo millennio, si deve dunque uscire dalla democrazia, dagli stati nazionali, e se necessario abbandonare anche il pianeta Terra (Extropianism) e sconfiggere la morte (Transumanismo) — tutte idee che diverranno centrali nel tecnofascismo di oggi, intriso di postumano che diventa rapidamente anti-umano.
Non a caso, Thiel cita ripetutamente negli anni The Sovereign Individual come un testo fondativo, spingendosi fino a scrivere — in una mail a Davidson — che il testo ha “informato il suo pensiero sui mercati (e il macromondo tutto) forse più di ogni altra cosa”. Commenta Durán:
“Una delle figure tecnologiche più potenti del mondo — un miliardario oggi integrato alle più alte sfere del potere governativo — ha basato la costruzione della propria visione del mondo su un libro inconsistente scritto da due eccentrici cospirazionisti apocalittici dediti a preoccupanti newsletter finanziarie per investitori paranoici di destra”.
Poi in realtà il disastro finanziario che gli autori avevano preconizzato non si è realizzato, il dollaro non è collassato, le banche sono ancora qui, e la Cina non è certo crollata come avevano previsto. Ma intanto Thiel poco dopo averlo letto fonda PayPal (proprio con l’idea di disintermediare la finanza), dichiara obsoleta la democrazia (“non credo più che libertà e democrazia siano compatibili” scrive nel 2009, difeso da Yarvin, con cui sviluppa un rapporto di amicizia condividendo l’idea che gli USA siano una sorta di regime comunista, in cui i giornalisti fungono da Stasi e la loro preda sono i CEO e i ricchi), propone di creare isole autosufficienti e indipendenti dal governo (seastading) e comincia la sua guerra ai diritti civili dopo l’11 settembre (con Palantir)
Insomma, le idee che oggi troviamo diffuse ai massimi livelli istituzionali e mediatici hanno una lunga tradizione antidemocratica, riattivata e potenziata da reazioni paranoidi alla pandemia, teorie del complotto estremiste e un po’ di sano razzismo basato sulla convinzione che i ricchi siano, tutto sommato, una razza superiore cui spetta per natura il governo dell’umano.
Fatta questa doverosa premessa di contesto, ecco cosa ho chiesto all’autore.
Intervista a Gil Durán: un mondo senza tecnofascismo è un mondo senza miliardari
Fragile: Come definirebbe il “tecnofascismo” attraverso cui la Silicon Valley sta conducendo una guerra globale contro la democrazia? Quali sono i suoi elementi essenziali e fondanti? Mi interessano in particolare quelli che ci obbligano a riconoscerlo come una variante aggiornata del fascismo.
Gil Durán: Il tecnofascismo fonde il potere delle corporation, del governo e della religione in un unico pacchetto. Cerca poi di prendere il controllo dei media, dell’istruzione e di praticamente tutte le istituzioni di potere. L’idea è il monopolio. È inoltre un culto del risentimento che promette miti di gloria e grandezza, raggiungibili attraverso la sconfitta e l’epurazione dei gruppi nemici che demonizza, di solito le minoranze.
Il tecnofascismo si affida a una propaganda aggressiva e surreale, che sfrutta le tensioni sociali legate a razza, genere e sessualità, oltre che a legge e ordine. Questa propaganda demonizza tipicamente minoranze, intellettuali, esperti, accademici e giornalisti — i bersagli usuali del fascismo.
Il tecnofascismo ha una fissazione innaturale per un ideale caricaturale di mascolinità, che si manifesta come brama di conquista, colonialismo, violenza e guerra — sempre più spesso tradotti in progetti di magnati del venture capital. Questa mascolinità di facciata si accompagna a una fame di rigide gerarchie di genere, razza, economia e religione, per metterne questi stessi uomini bianchi al vertice.
Umberto Eco diceva che il fascismo impone una mentalità apocalittica, ed è una caratteristica distintiva del tecnofascismo. I tecnofascisti credono che la fine dell’ordine mondiale sia vicina, e insieme lo sia anche quella dell’umanità. Molti vedono nell’AI uno strumento apocalittico e divino che li condurrà in un nuovo regno post-umano e post-democratico.
L’elenco potrebbe continuare. Una variazione rispetto al fascismo classico è che, invece di promettere il ritorno a un passato mitizzato, i tecnofascisti promettono il mito di un futuro glorioso da romanzo di fantascienza, tra le stelle. Ma quel futuro si può raggiungere solo eliminando i loro nemici e prendendo il potere assoluto.
Fragile: Altri due libri recenti che stanno ricevendo attenzione mondiale partono da un’ipotesi simile a quella che lei illustra in The Nerd Reich: The Rise and Fall of the Artificial State di Jill Lepore e End Times Fascism di Klein e Taylor. Vede differenze rispetto alla sua analisi, e in particolare rispetto alla sua idea di “tecnofascismo”? La diffusione mainstream di questo tipo di critica ideologica alle idee neoreazionarie della Silicon Valley è un motivo di speranza che il cambiamento stia davvero arrivando?
Gil Durán: Non ho ancora avuto occasione di leggere nessuno dei due libri, ma ho letto il saggio di Klein e Taylor nel 2025. Stiamo tutti osservando la stessa cosa che arriva dal mondo tech, perché questa è la realtà. Questi miliardari vedono nella tecnologia il mezzo per prendere il potere totale. Lo dicono apertamente. Spero che questo aiuti a far crescere la consapevolezza. Se ci sarà ancora una storia in futuro, gli storici si chiederanno perché i media e l’establishment politico non si siano accorti di questo sviluppo pericolosissimo. È un fallimento scioccante delle istituzioni che dovrebbero difendere la democrazia.
Fragile: Che cosa pensa del crescente movimento “anti-AI”, che protesta contro i data center, la sorveglianza di massa e la sousveillance basate sull’AI (Flock, Meta Glasses, ecc.) e, più in generale, contro un mondo governato da figure oscure e malvagie come Thiel e Musk? Le forze pro-democrazia di tutto il mondo dovrebbero abbracciarlo e persino rafforzarlo? E, se sì, come?
Gil Durán: Le persone si stanno rendendo conto dei pericoli derivanti dall’avere affidato il potere ai miliardari. E perché non dovrebbero? I miliardari promettono di creare una macchina divina che eliminerà tutti i posti di lavoro o magari cancellerà l’umanità dalla faccia della Terra. La Silicon Valley ha adottato alcuni slogan di marketing terrificanti: penso che abbiamo tutti la responsabilità morale di opporci a ogni loro piano. Abbiamo bisogno e diritto di usare la tecnologia, ma non a costo della nostra libertà e delle nostre vite.
Fragile: Il virus del tecnofascismo ha infettato tutta la Silicon Valley, e più precisamente tutta o almeno la maggior parte della sua élite? Potremmo dire, per esempio, che Zuckerberg, Huang e Pichai sono tecnofascisti? Se no, come dovremmo chiamarli? Collaborazionisti?
Gil Durán: Se abbiamo imparato una cosa, è che i miliardari sono una specie molto codarda. Quelli che non muovono alcuna critica a questi orrori sono semplicemente disposti a stare dalla parte di chiunque vinca. Se Donald Trump dichiara che la democrazia è finita e che lui è il re, saranno in tv a sorridere e applaudire. Dopotutto, ci sono due tipi di fascisti: quelli entusiasti e quelli non entusiasti. Forse loro sono i non entusiasti.
Fragile: Vede tendenze tecnofasciste nei leader europei della Big Tech? Intendo: tutti sembriamo volere la sovranità tecnologica nell’UE, ora, ma un’AI sovrana basterebbe davvero a sbarazzarsi dell’ideologia neoreazionaria che informa l’intelligenza artificiale odierna? Dato che il tecnofascismo della Silicon Valley è un progetto transnazionale che sostiene l’estrema destra in tutto il mondo, non dovremmo anche concentrarci sull’evitare che influenzi indebitamente il policy-making europeo e ci renda tecnologicamente dipendenti da oligarchi avidi e reazionari?
Gil Durán: Il problema sono gli uomini che diventano così ricchi da fantasticare di rovesciare governi. Chiunque diventi troppo grande, ricco e potente dovrebbe essere guardato con sospetto. Il fascismo e l’autoritarismo, in fondo, non sono affatto estranei all’Europa.
La destra globale condivide gli stessi obiettivi, le stesse strategie e le stesse tattiche: infiammare le tensioni sociali ed economiche, incolpare minoranze usate come capri espiatori ed esigere soluzioni brutali e violente. Elon Musk parla regolarmente a raduni razzisti di estrema destra in Europa. Di certo vede la possibilità di una vittoria.
L’Europa deve imparare dai fallimenti degli Stati Uniti e lavorare in modo strategico per smantellare il loro potere, subito e nel lungo periodo.
Fragile: Thiel ha parlato dell’Anticristo a Roma; Musk è stato sedotto da Meloni e corteggiato da Salvini, avvicinato da membri della cerchia di Vannacci, e ora a quanto pare flirta con il fondatore del Movimento 5 Stelle Beppe Grillo tramite il suo lobbista Andrea Stroppa; Anthropic ha appena aperto nuovi uffici a Milano, OpenAI collabora già con diverse istituzioni italiane. I Big dell’AI sembrano interessati alla politica e alla governance italiane. Chi, tra gli oligarchi tecnofascisti, ritiene più pericoloso per il presente e il futuro della democrazia italiana?
Gil Durán: Tutti. Sono un regime. Peter Thiel è particolarmente ossessionato da Roma, dal Vaticano e dalla Chiesa. Non smette di parlare dell’Anticristo, spesso mentre attacca il Papa. Tenetelo d’occhio.
Fragile: Infine, la via d’uscita da questa distopia tecnologica. Nel libro lei sostiene, e io sono pienamente d’accordo, che “la prima sfida è la sfida dell’immaginazione”. Dobbiamo rivendicare una visione democratica del futuro, che comincia con l’immaginarlo, ripensando sia la governance della tecnologia sia l’esistenza stessa dei miliardari, scrive. Può delineare brevemente alcuni tratti essenziali di questo futuro immaginato in cui la tecnologia e l’IA servono la democrazia anziché la sua distruzione?
Gil Durán: Il nostro sistema attuale dà a 3.000 miliardari più potere di tutto il resto della popolazione terrestre. Il futuro deve servire gli 8,3 miliardi di persone sulla Terra che non sono miliardari. Questa è la risposta semplice, e tutte le soluzioni devono discenderne. Già prima che arrivassero i tech bro stavamo distruggendo la nostra capacità di sopravvivere su questo pianeta per arricchire una manciata di compagnie dei combustibili fossili. Questo è l’unico posto in tutto l’universo in cui sappiamo di poter vivere. Perché l’abbiamo organizzato in modo da favorire la nostra stessa estinzione?
Che fare contro il tecnofascismo?
Aggiungo, a completamento dell’ultima risposta di Durán, alcune note dal capitolo finale del libro. Perché la sfida è immane, ma non deve lasciarci senza speranze.
Che fare, dunque, contro il tecnofascismo? Come assicurarci non diventi il nostro destino solo perché l’ha immaginato un pugno di miliardari dall’ego smisurato e dalla evidente ignoranza della cultura democratica?
- Dobbiamo per prima cosa conoscere e riconoscere il nemico, scrive Durán. E questo vale innanzitutto per i presunti “buoni”. Perché “i leader democratici continuano a comportarsi come se il settore tecnologico non fosse diventato un nemico dichiarato della democrazia stessa”, si legge; ma contro di loro, non c’è centrismo che tenga, dato che ragionano per strategie di lungo periodo, hanno abbastanza denaro per continuare a tramarne e realizzarne in eterno, e cercano dichiaratamente il controllo globale, sovvertendo ed eliminando l’ordine liberale. Durán è inflessibile: “La più grande minaccia è che la nostra discesa nell’abisso del tecnofascismo sia capeggiata da politici liberali che, co-optati e corrotti da denaro proveniente da Silicon Valley, finiranno per abbandonare la democrazia senza dare chissà che battaglia”.
Il primo passo per resistere è dunque “apprendere cosa sta accadendo e spargerne la voce a tutti quelli che conosciamo”. - Non c’è altra scelta: il cambiamento che dobbiamo richiedere alla democrazia deve essere radicale, se vogliamo sopravviva alla sfida dei tecnofascisti. Senonaltro, nota amaro Durán, una lezione derivata dal successo ripetuto del trumpismo è che “tutto è possibile”.
- La prima sfida è una sfida sull’immaginazione: “dobbiamo rompere il monopolio dei miliardari sul futuro” (di questo parleremo nel numero 6, quando ragioneremo di violenza speculativa e di come l’estetica dell’AI generativa rappresenti un ostacolo a immaginari di rottura contrari al tecnofascismo), perché “la rivoluzione comincia nell’immaginazione”.
- Ma l’immaginazione non basta: “Per creare un futuro migliore, dobbiamo creare un mondo senza miliardari. Ci possono essere miliardari, o ci può essere la democrazia, ma non entrambe le cose.”
E in ogni caso “la storia suggerisce con forza che una estrema ricchezza ha la tendenza far impazzire le persone o a trasformarle in tiranni”. Difficile realizzare un mondo senza miliardari? Certo, ma meno che vivere sotto la tirannia crudele, anti-umana e potenzialmente globale dei tecnofascisti, nota l’autore. E se proprio debbono esserci miliardari, che lo si sia tutti — come secondo le utopie di abbondanza diffuse da Altman e dagli altri guru dell’AI prima che diventassero forieri di messaggi principalmente apocalittici — o non lo sia nessuno. - Dobbiamo usare l’iperstizione (hyperstition) a fini democratici, trasformando i nostri sogni in realtà con il puro potere della volontà e dell’immaginazione (immaginare e volere fino a realizzare). “C’è bisogno di una rivoluzione francese a base di scelte politiche sensate invece che ghigliottine”, scrive efficacemente Durán
- I tecnofascisti devono essere messi di fronte alla responsabilità delle proprie azioni, in modo che il fascismo non torni più in alcuna variante: “Non dobbiamo mai dimenticare cosa hanno cercato di fare, queste persone. Perché se gliene diamo la possibilità continueranno a provarci”.
Dovranno diventare un monito nei libri di storia dei nostri figli, e i cattivi dovranno essere marchiati a fuoco nella nostra memoria nazionale e collettiva, si legge. - Dobbiamo riconoscere le nostre stesse colpe, prima fra tutte quella di avere consentito a queste persone di spingersi fin dove si sono già spinte, cedendo le nostre libertà per la promessa di comfort tramite l’ultimo gadget o servizio “intelligente” virale.
- “A meno che non si ripensi radicalmente la governance della tecnologia, ne rimarremo le vittime”. Ciò significa mettere al bando le criptovalute, trattare i propositi secessionisti dei network state come tali (cioè come un’ideologia estremista che fomenta sedizione e danni al corpo sociale), rompere i monopoli tech, fare sì che i governi più in generale reclamino e usino il loro potere di sottomettere i colossi tecnologici alle proprie regole; inoltre, dobbiamo noi stessi ripensare il nostro rapporto con la tecnologia.
- Dobbiamo ripensare il capitalismo.
Abbastanza per tenere noi fragili democratici impegnati per un bel pezzo.

