12/04/2026
da II Manifesto
Il corteo Il primo corteo nazionale contro l’embargo dagli anni ’90: «Ora è il periodo più duro». In testa anche le associazioni palestinesi: «Il ricatto è lo stesso fatto a Gaza»
«Adelante, venceremos!»: la piazza intorno al Colosseo, a Roma, si riempie piano ma in modo costante, fino a diventare un corteo di migliaia di persone. È stato convocato dall’Associazione nazionale di amicizia Italia-Cuba dopo l’intensificarsi delle minacce del presidente Usa Trump all’isola. «Cuba non è una minaccia», è la parola d’ordine lanciata dai promotori.
IL CORTEO è il primo organizzato in Italia dagli anni ’90: erano i tempi del período especial, e dopo la caduta dell’Unione sovietica l’isola affrontava una dura crisi economica e sociale. «La solidarietà non è mai scomparsa, ma l’avvento dei governi di destra e di Donald Trump negli Usa ha aggravato la crisi, rendendo questo il periodo peggiore per l’isola negli ultimi sessant’anni: non riescono a perdonarle di essere l’unico paese che, in faccia agli Stati uniti, è riuscita a fare la rivoluzione», racconta Marco Papacci, presidente dell’associazione che ha convocato la piazza. A comporre il corteo sono decine di sigle con le proprie bandiere: ci sono tra gli altri l’Arci, Anpi, Cgil, Usb, Potere al popolo e Rifondazione. «Cuba unisce, siamo riusciti a far convergere diverse associazioni e sindacati della sinistra nonostante le differenze» conclude Papacci.
SOTTO EMBARGO da oltre 60 anni da parte degli Usa, il paese caraibico ha conosciuto tra i primi l’uso della forza come unico criterio di regolazione del mondo: il ricatto gangster della borsa o la vita. La partita è la stessa che ora conoscono Ucraina, Gaza, Iran, Venezuela: «L’amministrazione Usa minaccia un paese pacifico, chiedendogli di piegarsi ai loro interessi o di morire. Si chiama colonialismo», scandisce Christian Ferrari della Cgil. Uno dei cori più ripetuti è «Cuba sì, Yankee no». «Cuba è la speranza di un mondo diverso, per questo oggi viene attaccata e per questo continueremo a essere nelle piazze con la Federazione sindacale mondiale che domani manifesterà in tutto il mondo», annuncia Guido Lutrario dell’esecutivo Usb. Alla testa del corteo, a reggere lo striscione «Cuba si difende, non si vende e non si arrende», ci sono anche le associazioni palestinesi, protagoniste delle mobilitazioni dell’autunno. «A Gaza come a Cuba si strangola un popolo e lo si affama, e il prezzo più alto lo pagano donne, bambini e anziani. Serve una presa di posizione chiara da parte del governo e che la questione entri decisa nell’agenda del centrosinistra ancora troppo timido», dice Maya Issa, presidente del Movimento studenti palestinesi.
INSIEME a alcune bandiere di Avs, in cima al corteo c’è anche Dario Carotenuto, deputato del Movimento 5 stelle. A metà della manifestazione deve scappare alla stazione per prendere un treno per Napoli: «Scusatemi, ma devo incontrare la nuova Flotilla in partenza per Gaza», spiega. Un convoglio di solidarietà è appena tornato anche da Cuba, coordinato dalla campagna «Let Cuba Breathe», le cui magliette si vedono sparse per tutto il corteo. «Dopo il primo convoglio, proseguiremo con una nuova partenza tra dieci giorni per portare aiuti solidali, chiedere la fine dell’assedio e ribadire che ogni popolo, da Cuba alla Palestina, ha diritto all’autodeterminazione», dice Roberto Forte, portavoce della campagna. Nel primo viaggio, raccontano dal camion, hanno visto gli effetti dello strangolamento statunitense: «91mila persona in attesa per un’operazione, di cui 11mila bambini oncologici che non possono essere operati perché manca l’energia elettrica».
MENTRE STA SFILANDO su viale Aventino la manifestazione si ferma per un attimo. «Abajo el imperialismo, abajo el bloqeo» gridano i manifestanti. Dal balcone dell’ambasciata cubana che si trova lì di fronte escono decine di persone sventolando le bandiere dell’isola e del movimento «26 luglio». Scattano saluti e cori di incitamento da entrambe le parti che si protraggono per alcuni minuti. «Sono arrivata in Italia vent’anni fa con una borsa di studio, ora vivo a Padova ma continuo a tornare a Cuba almeno due volte l’anno» racconta Sara, originaria dell’isola. «Grazie alla rivoluzione ho avuto un’educazione che probabilmente non avrei potuto avere in qualsiasi altro paese, per cui sono molto legata a Cuba: non importa se sarà senza luce o senz’acqua, non è la prima volta che siamo in difficoltà, è quasi un’abitudine. L’embargo è peggiorato ma non è mai passato, solo che adesso le persone si sono risvegliate» conclude.

