14/07/2026
da Il Manifesto
Unione Europea Al Consiglio Esteri «maggior sostegno» alla proposta di vietare i commerci, ma non basta. E Kallas chiama in causa Von der Leyen
Non è semplicemente l’ennesimo rinvio delle decisioni su Israele da parte dell’Ue. C’è anche, e soprattutto, uno scaricabarile a somma zero tra le istituzioni europee. Da un lato l’esecutivo von der Leyen, che non presenta una proposta legislativa perché attende una richiesta da parte del Consiglio Ue. Dall’altro i governi dei 27 – cioè gli stessi membri del Consiglio – che ripetono che spetta alla Commissione avanzare una proposta su cui valutare. E così tutto si ferma per l’ennesima volta.
IL COMMERCIO CON LE COLONIE illegali in Cisgiordania è la nuova frontiera del rimpallo sine die tra i palazzi del potere di Bruxelles. Dall’ultimo Consiglio dei ministri degli Esteri Ue prima della lunga pausa estiva, l’Alta rappresentante Kaja Kallas tira le somme, annunciando che «il maggior sostegno si è registrato sull’ipotesi di vietare il commercio con gli insediamenti illegali». Uno stop totale, quindi, non un semplice intensificarsi dei controlli sui beni provenienti dalla West Bank o l’imposizione di dazi proibitivi. Il punto è che «maggior sostegno» non significa una maggioranza dei paesi. Nella riunione a porte chiuse, i paesi favorevoli al bando sono risultati 11. Tra questi Francia, Spagna, Polonia, Belgio, Paesi Bassi e Irlanda, che detiene anche la presidenza di turno del Consiglio Ue. Otto i contrari e altrettanti quelli che non si sono schierati. Undici su 27 non significa maggioranza assoluta, evidentemente. Ragione per cui Kallas deve ricorrere a un’espressione così poco immediata per interpretare il volere degli Stati.
L’INDICAZIONE CHE EMERGE è chiara nella scelta dell’opzione più forte, il bando totale. Ma, nella sua formulazione, le parole di Kallas sono anche un messaggio a von der Leyen. Il Consiglio, tramite il proprio servizio giuridico, contesta il documento che la Commissione aveva inviato ai governi pochi giorni fa. In quello che Palazzo Berlaymont aveva titolato «options paper» si esprimeva la preferenza per una decisione del solo Consiglio, all’unanimità, come in tutte le materie riguardanti la politica estera. Al contrario, i giuristi del Consiglio ribattono non solo ricordando lo storico delle deliberazioni su temi commerciali, che richiedono di norma la cosiddetta maggioranza qualificata (circa i due terzi dei paesi Ue). Ma rimproverano anche all’esecutivo di aver presentato un ventaglio di misure dal carattere puramente indicativo. Tradotto: per i governi manca la proposta di legge sul tavolo, senza la quale non si può procedere al voto.
Chi ha ragione? Dal podio della conferenza stampa finale, Kallas è costretta ad ammettere che i pareri legali sono difformi a seconda delle istituzioni: quot capita, tot sententiae. Il peggio arriva se ci si chiede cosa accadrà ora a livello Ue, che – ricordiamo – ha rapporti strettissimi con Tel Aviv sul piano politico e commerciale, regolati da una partnership sostanzialmente intoccabile. Plausibilmente nulla, è la risposta. Anche il calendario peggiora la situazione. La prossima riunione dei ministri degli Esteri è in programma a Bruxelles il 12 ottobre. A quel punto mancheranno solo un paio di settimane alle elezioni in Israele. Il che rende ancora più improbabile una mossa europea alla vigilia di quella data.
FINORA L’UE NON È RIUSCITA a deliberare altro che sanzioni individuali nei confronti di coloni violenti. Non per i ministri estremisti Smotrich e Ben Gvir, né tantomeno per il premier Netanyahu, destinatario di un mandato di arresto della Cpi. La strada dello stop al commercio era sembrata, a un certo punto, percorribile, anche grazie al favore di alcune capitali che si sono già mosse individualmente in questa direzione. Eppure, nel corso dei mesi, le questioni procedurali hanno giustificato l’immobilismo di Bruxelles, una volta uscito di scena il premier ungherese Viktor Orbán, a lungo paravento dietro al cui veto molti paesi Ue si rifugiavano per mascherare il sostegno a Tel Aviv.
Nessuno vuole prendersi la responsabilità di mandare un segnale, per quanto piccolo e limitato, a Israele. Germania e Italia, quasi con una voce sola, continuano a invocare l’unanimità delle decisioni anche in materia commerciale.
«Secondo Tajani conformarsi al diritto internazionale sarebbe una materia di scelta politica», osserva Claudio Francavilla, direttore associato per l’Ue di Human Rights Watch. «Eppure il diritto internazionale parla chiaro: niente commercio che sostiene l’occupazione illegale del territorio palestinese», conclude Francavilla, ricordando quanto dichiarato dalla Corte internazionale di giustizia nel 2024.

