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‘Cessate il fuoco’ all’israeliana: 1400 palestinesi uccisi

‘Cessate il fuoco’ all’israeliana: 1400 palestinesi uccisi

Politica estera

13/10/2026

da Remocontro

Remocontro

È passato un anno dal cessate il fuoco, e Israele bombarda ancora la Striscia. Negli ultimi 12 mesi ha ucciso più di 1.400 palestinesi e proseguito le demolizioni di ogni edificio vicino al confine

La Striscia barsaglio perenne

A un anno dall’entrata in vigore del cessate il fuoco tra Israele e Hamas nella Striscia di Gaza, i bombardamenti israeliani non si sono mai interrotti, anche se si sono ridotti sensibilmente di frequenza e intensità rispetto ai due anni precedenti di  guerra, la sintesi del Post. Negli ultimi 12 mesi l’esercito israeliano ha ucciso circa 1.400 persone, la maggior parte in attacchi aerei o nei pressi della “yellow line”: è il confine temporaneo interno alla Striscia che delimita il territorio controllato dai militari israeliani, e che è diventato uno dei luoghi più pericolosi per i palestinesi. Le condizioni della popolazione, intanto, sono rimaste molto difficili.

Nessun processo di pace

Il cessate il fuoco era stato raggiunto a ottobre del 2025 grazie a un accordo mediato dagli Stati Uniti. Prevedeva la riconsegna delle persone ancora tenute in ostaggio da Hamas in cambio di prigionieri palestinesi detenuti in Israele; il ritiro graduale dell’esercito israeliano dalla Striscia; il disarmo di Hamas; la creazione di un governo di transizione e l’arrivo di un contingente militare internazionale. Dodici mesi dopo è stato completato soltanto il primo passaggio, lo scambio ostaggi-detenuti. Hamas ha sostenuto di essere disposto a disarmarsi, ma solo quando Israele avrà interrotto i bombardamenti e si sarà ritirato. Israele sostiene che si ritirerà solo quando Hamas si sarà disarmato.

Di finzione in finzione

Il comitato tecnico che avrebbe dovuto fare da governo di transizione tra quello di Hamas e un’amministrazione civile infatti si trova ancora al Cairo. In alcune zone Hamas resta di fatto l’unica forma di autorità parastatale presente: emette certificati di nascita e di morte, raccoglie qualche tassa, costituisce una sorta di forza di polizia. Nella Striscia è difficile anche solo dimostrare di aver avuto una casa, perché è andato tutto distrutto nei bombardamenti, compresi gli atti di proprietà, e non esiste un ente statale che ne conservi l’archivio. Non sono mai arrivati nemmeno i ventimila soldati che il presidente statunitense Donald Trump aveva previsto come “forza di stabilizzazione”, una specie di missione di pace internazionale.

Pulizia etnica innegabile

Nella Striscia di Gaza i bombardamenti e le demolizioni hanno raso al suolo tra l’80 e il 90 per cento degli edifici. L’esercito israeliano occupa ancora circa il 70 per cento del territorio, contro il 53 per cento previsto dagli accordi. Ha costruito almeno 30 postazioni militari, di cui un terzo dopo il cessate il fuoco, e un terrapieno per dividere la sua area da quella dove è ancora presente Hamas. Le forze israeliane stanno radendo al suolo ogni cosa nella zona che controllano: in una recente visita, una giornalista del Wall Street Journal al seguito dell’esercito israeliano (che resta l’unico modo per entrare nella Striscia) non ha visto tracce di edifici, da quel lato della “yellow line”. Dentro le postazioni militari ci sono invece ricoveri per i soldati e torrette per le telecomunicazioni.

‘Area cuscinetto inabitabile’

Spianare tutto serve a facilitare gli spostamenti dei mezzi militari, ma lo scopo dichiarato è creare una specie di “area cuscinetto inabitabile” per difendere il territorio di Israele da eventuali attacchi provenienti dalla Striscia di Gaza. Restringendo di molto il territorio abitabile per i palestinesi nella Striscia, che già prima della guerra era densamente popolata. Non è chiaro quali siano le intenzioni di Israele: se voglia a un certo punto ritirarsi o se voglia rimanere nella Striscia a tempo indeterminato, come chiede l’estrema destra religiosa che fa parte del governo di Benjamin Netanyahu. Con l’entrata in vigore del cessate il fuoco, Netanyahu ha rimandato una decisione che non ha saputo o voluto prendere prima delle elezioni, fissate per il prossimo 27 ottobre.

Solo sopravvivenza

Le condizioni di vita dei palestinesi restano difficilissime. Il controllo dei confini da parte dell’esercito impedisce l’ingresso di molti beni essenziali, inclusi medicinali e il materiale edile per ricostruire gli edifici distrutti. È aperto un solo varco di frontiera, quello di Kerem Shalom a sud; mentre da quello di Rafah, che era il più importante e su cui c’erano aspettative, passano solo persone e funziona in prevalenza per chi ha bisogno di cure mediche. Storicamente Israele ha impedito che il materiale edile entrasse nella Striscia perché lo considera “dual use”, ovvero adatto anche a scopi militari. Ora che la Striscia è un cumulo di macerie, l’assenza di macchinari per spostarle e di materiali per ricostruire è un problema, soprattutto in vista delle piogge e dell’inverno.

Nazioni Unite, urla nel deserto

Le Nazioni Unite parlano tuttora di una situazione critica. Secondo il loro ultimo rapporto, pubblicato a fine settembre, il 94 per cento della popolazione della Striscia ha bisogno di un riparo e il 65 per cento vive in tende o strutture di fortuna inadeguate a proteggere dalle intemperie e dalla stagione fredda. C’è anche penuria di acqua, con code di ore per fare rifornimento e problemi di contaminazione. L’acquedotto Mekorot, che parte da Israele, sta operando al 40 per cento della portata abituale per la presenza di alghe marine, e così anche l’impianto di desalinizzazione di Deir al Balah, nella Striscia, per l’usura dei generatori in assenza di pezzi di ricambio. L’acqua viene spesso trasportata con i camion, che si riempiono alle cisterne, ma sono stati colpiti più volte in passato.

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