06/05/2026
da il Manifesto
Santa pazienza Donald Trump allarga lo strappo con la Santa sede a sole 48 ore dalla visita del segretario di Stato Marco Rubio in Vaticano

A quarantotto ore dalla visita del segretario di Stato Marco Rubio in Vaticano, organizzata proprio per ricucire lo strappo fra la Casa bianca e Leone XIV, il presidente Usa è tornato ad attaccare il Papa. In un’intervista all’emittente conservatrice Salem News lo ha accusato di «mettere in pericolo molti cattolici e molte persone» con le sue posizioni sulla guerra in Iran, aggiungendo che al papa andrebbe benissimo se l’Iran avesse un’arma nucleare.
L’UDIENZA CON RUBIO è fissata per le 11.30 di giovedì 7 maggio nel Palazzo Apostolico; nel programma sono previsti anche colloqui con il cardinale segretario di Stato Pietro Parolin e, il giorno successivo, con la premier Giorgia Meloni e il ministro degli Esteri Antonio Tajani. Una missione che tutti i media Usa hanno già ribattezzato «del disgelo», un’etichetta che dice tutto sul punto di partenza: quello di un gelo profondo, senza precedenti, tra un’amministrazione statunitense e la Santa Sede. La frattura si è aperta sulle posizioni di Prevost contro la guerra in Iran e contro la politica di deportazioni di massa tanto cara a Trump, e si è allargata settimana dopo settimana con una sequela di attacchi da parte dell’amministrazione che non ha eguali nella storia recente dei rapporti tra Washinton e Vaticano.
IL PROBLEMA è che Trump non sembra intenzionato a lasciare che il ghiaccio si sciolga. Tutto lasciava pensare che si stesse tentando di ricucire lo strappo, ma a poche ore dall’arrivo del segretario di Stato a Roma il tycoon è tornato all’attacco.
Non è la prima bordata, e nemmeno la seconda: Trump aveva già scritto su Truth che il Papa «è debole in materia di criminalità» e «pessimo in politica estera», rivendicando in modo bizzarro il merito della sua elezione: «Se io non fossi alla Casa bianca, Leone non sarebbe in Vaticano». Aveva poi dichiarato di preferire il fratello del Papa, Louis Prevost, perché «è totalmente Maga».
LEONE XIV HA RISPOSTO con calma, dicendo di non avere paura dell’amministrazione Trump, e che continuerà a schierarsi contro la guerra. Mentre ieri la replica di Prevost è stata lapidaria: «Il ruolo della chiesa è predicare il Vangelo, predicare la pace. Se qualcuno vuole criticarmi lo faccia con la verità».
Nel frattempo, con una tempistica che di casuale ha poco, Leone XIV ha fatto tre nomine episcopali negli Stati uniti che sembrano uscite da un seminario di resistenza al Maga. I tre nuovi vescovi hanno in comune un curriculum di critiche pubbliche all’amministrazione Trump e ai suoi sostenitori.
Il più emblematico è Evelio Menjivar-Ayala, 55 anni, salvadoregno, nominato nuovo vescovo di Wheeling-Charleston in West Virginia. La sua storia personale è una risposta vivente alla retorica trumpiana sull’immigrazione: è entrato negli Usa nel 1990 da ragazzo, nascosto nel bagagliaio di un’auto, dopo due tentativi falliti, una breve detenzione in Messico e un estenuante attraversamento del deserto. Prima di prendere i voti ha imparato l’inglese sul campo, lavorato come bidello e come muratore.
Nel 2023 è diventato il primo vescovo salvadoregno in Usa. L’anno scorso ha scritto un editoriale sul National Catholic Reporter in cui definiva la politica migratoria del governo una campagna di shock and awe, fatta di «operazioni aggressive di dubbia legalità che vanno ben oltre la semplice applicazione delle norme sull’immigrazione».
ROBERT BOXIE III, nominato vescovo ausiliare di Washington, sarà il più giovane vescovo degli Stati uniti e il primo afroamericano a ricoprire quel ruolo da un decennio. Cappellano cattolico di Harvard, l’università nel mirino di Trump fin dal primo giorno del suo secondo mandato, ha condannato pubblicamente gli attacchi ai programmi di diversità, equità e inclusione (Dei). Gary Studniewski, terzo della lista, ha definito l’assalto al Campidoglio del 6 gennaio 2021 «molto inquietante, molto deprimente».
Tre nomine, tre biografie, tre posizioni pubbliche che disegnano una mappa precisa di dove sta la Chiesa di Prevost rispetto alla Casa bianca di Trump. L’attacco del presidente al papa non ha avuto l’effetto sperato: invece di dividere la chiesa, ha compattato progressisti e tradizionalisti attorno a Leone XIV, che risulta oggi più popolare di Trump persino tra i cattolici americani.
DA CATTOLICO, Marco Rubio si ritrova così a fare il lavoro più ingrato della diplomazia: rattoppare uno strappo che il suo presidente continua ad allargare in diretta.

