Sinistra Intervista a Maurizio Acerbo, segretario di Rifondazione comunista
Maurizio Acerbo, a che punto si trova il fronte costituzionale che proponete per le elezioni politiche?
Tutto ne conferma la necessità. La destra mostra la sua pericolosità per la democrazia costituzionale e per la convivenza civile quotidiana, con le sue posizioni fasciste e trumpiste e le tendenze iperliberiste. L’estrema destra in Europa è gradita all’establishment, come si vede nel parlamento Ue o dallo sdoganamento di Le Pen da parte dei miliardari francesi. Da ultima c’è la legge elettorale che è un vero golpe: garantisce pieni poteri, stravolge la Costituzione senza referendum e determina una svolta autoritaria che non può essere minimizzata. Eppure siamo molto indietro, si accumulano contraddizioni e non c’è una risposta all’altezza della situazione.
Si è già esaurita la spinta propulsiva del referendum sulla riforma della giustizia?
Abbiamo formulato la nostra proposta proprio dopo il referendum anche se già era implicita al congresso. Il sistema elettorale impone di sommare i voti, se vogliamo fermare la destra. Noi diciamo che occorre un’agenda che delinei l’alternativa e la discontinuità coi governi che hanno fatto crescere la destra. La fiamma diventa il primo partito del paese per il disastro precedente.
Questa discontinuità di cui parla fatica a manifestarsi?
Abbiamo apprezzato le posizioni di Elly Schlein su questioni come la Palestina, l’autonomia differenziata o il Jobs act. E anche sul riarmo, seppure con molte difficoltà interne. Ma ci sono temi, a partire dalla guerra in Ucraina, che ci dividono e che rischiano di far perdere la connessione sentimentale con la maggioranza degli italiani di sinistra, col mondo cattolico e con una sensibilità pacifista diffusa.
Siete contrari all’invio di armi all’Ucraina?
Una legge conquistata dal movimento pacifista prevede che l’Italia non mandi armi a paesi in guerra. Non si tratta di essere filo-Putin ovviamente, ma di prendere atto che l’Ue è attraversata da una tendenza alla guerra e al riarmo che non ha aiutato il popolo ucraino, che continua a essere carne da macello. Su questo c’è una forte distanza. Ma questa contraddizione attraversa tutta la sinistra in Europa. Lavoriamo per la crescita del movimento e della pressione pacifista verso una posizione coerente con la Costituzione.
Esiste una base minima per l’accordo tecnico?
Per 18 anni non abbiamo fatto accordi col Pd. Con tutti i limiti quello di Conte, Schlein e Avs non è il centrosinistra di Letta, Gentiloni e Renzi. Poniamo a tutta la sinistra radicale una questione: in Francia c’è il doppio turno, in Spagna il proporzionale. In Italia con un voto in più la destra prenderà il superpremio. È un’emergenza democratica: impedire a Meloni, Salvini e Vannacci di rimanere al potere.
Invece si discute di primarie e leadership…
Di fronte alla crisi sociale del paese un’imposta sulle grandi ricchezze dovrebbe essere patrimonio comune, e ci vorrebbe un programma che vada oltre il salario minimo. Le primarie bisognerebbe farle su questo. Ma sia chiaro: noi proponiamo un accordo tecnico, non di entrare nel campo largo. Per mandare la destra all’opposizione serve la lotta politica e una grande presenza dei movimenti, i partiti della foto da soli non ce la fanno. Senza una pressione dal basso, come nel referendum, non si vince. Consiglierei al Pd di dare meno retta a centristi guerrafondai e neoliberisti e di porsi in sintonia con il messaggio di pace che viene dal mondo cattolico, da papa Francesco e papa Leone.
Una parte consistente del Prc non condivide questa strategia.
Comprendo le resistenze nel nostro partito e più in generale nell’area della sinistra radicale. Sulla proposta di fronte costituzionale ci sono contraddizioni evidenti. Sono le stesse che ci sono in Spagna e altri paesi, ma non hanno impedito di cercare il modo di fermare fascisti e razzisti. Non vogliamo entrare nel campo largo o andare al governo, pensiamo a un accordo tecnico elettorale su di una base programmatica minima condivisa, mantenendo la nostra autonomia contro guerre e neoliberismo. In ogni caso, abbiamo stabilito che alla fine del percorso a decidere la nostra collocazione elettorale saranno tutte le iscritte e gli iscritti. L’ho proposto prima che qualcuno lo chiedesse.

