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Attaccati i fedeli di Gerusalemme, sfollata la Cisgiordania, chiusa Gaza

Attaccati i fedeli di Gerusalemme, sfollata la Cisgiordania, chiusa Gaza

Politica estera

19/03/2026

da Pagine esteri

Redazione

Ventun giorni di assedio ad Al-Aqsa, nuovi ordini di evacuazione in Cisgiordania e la crisi umanitaria di Gaza: il triplo fronte dell’occupazione che sfrutta la guerra con l’Iran per imporre una irreversibile realtà sul campo.

Per la prima volta nella storia recente, le celebrazioni dell’Eid al-Fitr a Gerusalemme non hanno visto il consueto fiume di fedeli colorare i marmi della Cupola della Roccia. Al contrario, la festa che segna la fine del Ramadan si è trasformata in un teatro di scontro urbano, segnato dal fumo dei gas lacrimogeni e dal boato delle granate assordanti.

Dall’inizio dell’attacco di Israele e Stati Uniti all’Iran, le autorità di occupazione israeliane hanno sigillato il complesso di Al-Aqsa per ventuno giorni consecutivi. Una chiusura totale che il Governatorato di Gerusalemme ha definito un’escalation “pericolosa e senza precedenti”. Questa mattina, la polizia israeliana ha sbarrato ogni accesso, costringendo centinaia di palestinesi a stendere i propri tappeti da preghiera sull’asfalto, lungo le strade che portano alla Città Vecchia.

I fedeli si sono radunati nei punti più vicini possibili al luogo sacro: Bab al-Amud (Porta di Damasco) e Bab al-Sahira (Porta di Erode) sono diventate moschee a cielo aperto sotto lo sguardo dei droni e delle pattuglie pesantemente armate. La risposta delle forze armate non si è fatta attendere: cariche e lanci di lacrimogeni per disperdere chiunque tentasse di avvicinarsi al perimetro. Tra i fedeli c’erano tanti bambini insieme ai propri genitori.

Un uomo è stato arrestato in via Salahuddin, mentre la tensione saliva tra i vicoli che portano al terzo luogo santo dell’Islam. Per il Governatorato, l’obiettivo è chiaro: imporre una “nuova realtà” geopolitica, isolando definitivamente il cuore religioso della Palestina dal suo corpo sociale.

Infatti, mentre il mondo guarda ai confini internazionali del conflitto, la Cisgiordania occupata vive una mutazione silenziosa ma radicale. Oltre le mura di Gerusalemme, la strategia delle espulsioni e delle demolizioni ha subito un’accelerazione brutale. Il numero di sfollati interni nei territori occupati continua a crescere vertiginosamente.

Non si tratta solo di operazioni militari dirette, ma di una pressione amministrativa e coloniale che rende la vita quotidiana insostenibile. Nuovi ordini di espulsione colpiscono comunità rurali e beduine, spesso con il pretesto di zone militari chiuse o mancanza di permessi edilizi impossibili da ottenere. Questo processo sta ridisegnando la demografia della regione, spingendo la popolazione palestinese in enclave sempre più ristrette e frammentate, mentre l’espansione degli insediamenti riceve un nuovo impulso ideologico dalla retorica bellica globale.

Tutto ciò accade mentre la situazione di Gaza resta drammatica, nonostante i proclami di “pace” del presidente USA Donald Trump e di mezzo globo. Il valico di Rafah ha riaperto ieri i battenti, ma solo per un giorno, e le modalità restano quelle di un “contagocce” disperato.

Nonostante l’accumulo di feriti gravi che necessitano di cure urgenti all’estero, il passaggio di ambulanze e civili è filtrato da una burocrazia estenuante e da controlli di sicurezza che rallentano ogni operazione di soccorso. Gli aiuti umanitari, fermi in chilometriche code sul versante egiziano, entrano in quantità simboliche rispetto al fabbisogno di una popolazione stremata da settimane di isolamento totale e bombardamenti.

Le testimonianze raccolte sul campo descrivono scene strazianti: famiglie divise, pazienti oncologici che spirano in attesa di un visto, e un sistema sanitario locale ormai al collasso definitivo. La riapertura parziale del valico è più una concessione diplomatica di facciata più che una reale soluzione alla crisi umanitaria. 

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