01/02/2026
da Il manifesto
In guardia A Torino sfila un fiume di gente contro governo, riarmo e attacchi ai centri sociali. Poi due ore di disordini con diversi feriti
Il «popolo» che Askatasuna aveva invitato a scendere in piazza a Torino contro il governo e in difesa del centro sociale sgomberato lo scorso 18 dicembre ha risposto alla chiamata. «Siamo 50mila», dicono dal microfono di uno dei carri quando il primo e il secondo spezzone raggiungono finalmente il terzo. Tante erano le piazze di partenza di una giornata che aveva l’obiettivo di bloccare la città. E così è stato: autobus deviati, strade chiuse e la zona intorno allo storico edificio rosso di corso Regina Margherita, occupato per quasi 30 anni, completamente blindata con grate, barriere, camionette e centinaia di agenti.
E PROPRIO SUL CORSO, intorno alle 18, sono iniziati gli scontri. Erano attesi e sono arrivati, tutto come da copione. Da corso san Maurizio il corteo ha svoltato a destra sul rondó della Rivella e poi ancora a destra in direzione del centro sociale. A quel punto alcune migliaia di manifestanti si sono fronteggiati con lo schieramento di forze di polizia. Da un lato fuochi d’artificio, petardi e bombe carta. Dall’altro centinaia di lacrimogeni. I candelotti sono partiti prima del contatto tra la testa del corteo e i poliziotti e carabinieri in antisommossa, assiepati tra l’idrante e le camionette che sbarravano la strada. Sul tratto di strada è calata immediatamente una nebbia acida che stringeva la gola.
Il tira e molla è andato avanti per un’ora e mezzo, puntellato da alcune cariche, anche dalle vie laterali. A un certo punto un gruppo di manifestanti ha messo insieme sacchi di spazzatura, cassette di plastica e altri materiali per poi dargli fuoco. Le fiamme e il fumo nero si sono alzati per diversi metri, pericolosamente vicine ai balconi e alle finestre di un palazzo. Tanto che alcuni partecipanti al corteo hanno provato a domare il fuoco con estintori e un tubo antincendio da un vicino supermercato. Poi è partita una carica dispersiva ed è intervenuto l’idrante della polizia.
I FERMI SAREBBERO una decina, ma il numero è destinato a salire. Mentre scriviamo nel centro di Torino risuonano ancora le sirene di volanti e ambulanze. Secondo Adn Kronos undici agenti sono rimasti feriti. Più difficili le stime tra i manifestanti, ma almeno trenta sono finiti in ospedale. «La nostra squadra ha trattato dieci casi tra contusi e intossicati, ma non abbiamo un numero complessivo. Oggi operavano diversi gruppi di personale sanitario», dice un medico del Soccorso operativo di emergenza. Accanto a lui un collega sta disinfettando il labbro di una ragazza colpita da un lacrimogeno.
Poco prima un ragazzo caduto mentre scappava da una carica è stato raggiunto da una pioggia di manganellate da parte di diversi agenti. In un video postato su X dal ministro della Difesa Crosetto si vede invece un poliziotto rimasto isolato e senza casco, preso a calci e pugni dai manifestanti. Uno lo colpisce con un martello.
LA GIORNATA si era aperta intorno alle 14 con tre concentramenti. Partecipati da un mondo variegato che oltre ai centri sociali tiene insieme i sindacati di base, l’associazionismo, le organizzazioni palestinesi e quelle curde, i movimenti universitari e studenteschi. A Porta Susa sono proprio le ragazze e i ragazzi delle scuole superiori a guidare lo spezzone. «Negli ultimi mesi stiamo ricevendo decine di denunce e cinque nostri compagni sono stati messi agli arresti domiciliari. Questo provoca preoccupazione ma non ci fermerà. Tutte le questioni che abbiamo posto, dallo stop al genocidio in Palestina al tema delle infrastrutture scolastiche, non hanno avuto risposta», dice Eleonora del Kollettivo Einstein, il liceo dove Gioventù Nazionale ha distribuito i volantini xenofobi «contro i maranza».
«IN ITALIA, e a Torino in particolare, c’è una dura ondata repressiva. L’obiettivo è fermare qualsiasi opposizione e costringere le persone al silenzio. Un’amica oggi mi ha chiesto se serviva il permesso per venire a manifestare. A questo siamo arrivati», dice Lorena, del collettivo Mamme in piazza per la libertà del dissenso, costituito dieci anni fa dai genitori di ragazzi colpiti da denunce, domiciliari e carcere.
Su corso Vittorio Emanuele, intorno alle 16, arriva il secondo spezzone aperto dallo striscione: «Dalla Palestina all’Italia, lotta partigiana». Poco più avanti c’è l’ultimo, che sfila dietro la scritta: «Askatasuna vuol dire libertà. Torino è partigiana. Contro governo, guerra e attacchi agli spazi sociali». «Su questo corteo soffia il vento di Minneapolis», dice dal microfono uno dei volti del centro sociale torinese quando il corteo si affaccia nella grande piazza Vittorio, chiusa da tutti i lati dalle camionette. «C’è chi vorrebbe anche in Italia l’Ice e la militarizzazione dei quartieri: sono gli stessi che hanno sostenuto il genocidio in Palestina, le bombe in Iran, lo sterminio del popolo curdo e le guerre in tutto il mondo», continua un altro intervento.
Rifiuto del riarmo, necessità di investimenti su istruzione e sanità, perdita di potere d’acquisto dei lavoratori, Palestina e Kurdistan sono le questioni che riempiono di significati sociali la mobilitazione. Ma lo sapranno in pochi, in serata l’attenzione è solo sugli scontri.

