29/06/2026
da Remocontro
Nella storia di una nazione le ricorrenze ufficiali sono elementi importanti per scandire il calendario civile, come l’anniversario della fondazione o di una vittoria militare. Con il passare del tempo tutte le celebrazioni però tendono sempre a cambiare: o si svuotano del loro significato, o sono stravolte del tutto, ma in generale tendono a omettere numerosi particolari sul reale andamento dei fatti.
Il popolo degli Stati Uniti …
Il 2 luglio 1776, a Filadelfia, il congresso continentale – assemblea eletta tra i rappresentanti delle tredici colonie americane – votò prima il distacco dalla Gran Bretagna e il successivo 4 la dichiarazione d’indipendenza, redatta da Thomas Jefferson, che sosteneva tra l’altro che “tutti gli uomini erano nati liberi ed uguali”. La giornata divenne tuttavia festa nazionale ufficialmente solo dal 1791, ossia otto anni dopo il trattato di Parigi che aveva posto fine alla guerra d’indipendenza. Genericamente oggi, parlando di indipendenza americana, si mescolano diversi elementi o se ne confondono le fasi, perché ad esempio gli scontri in campo aperto con i britannici, la guerra cioè, erano incominciati almeno un anno prima della dichiarazione. Quest’ultima poi è spesso confusa con la Costituzione, che la prima volta fu redatta in forma scritta e molto scarna, solo a partire dal 1787 entrando in vigore nel 1789, poco prima che in Francia scoppiasse un’altra rivoluzione. Resta ancora in discussione da parte degli storici un altro particolare tutt’altro che secondario: si trattò di una guerra d’indipendenza o di una vera e propria rivoluzione? A parte il quesito in se, sul quale si arrovellano ancora storici e politologi, l’altra grande questione sottaciuta è un’altra: fu una guerra civile o meno? Indubbiamente come vedremo, una parte della società americana sostenne il moto indipendentista, ma l’altra no, scontrandosi con asprezza con il campo avverso. Ne deriverebbe insomma che nell’arco di meno di un secolo, dal 1776 al 1865 – quando si concluse la lunga e sanguinosa guerra civile americana con la vittoria dell’Unione –, l’America abbia attraversato ‘due guerre civili’ caratterizzate da diffusa violenza a diversi livelli e come ne esistano ancora tracce.
Le spaccature familiari
Caratteristica delle guerre civili è la rottura anche dei rapporti familiari. Samuel Hale, abitante del New Hampshire, si era recato in visita presso lontani parenti residenti nel Connecticut; ospitato e trattato con gentilezza si era però reso conto che lo zio e il cugino parteggiavano per i britannici. Hale, al contrario, allo scoppio delle ostilità si era arruolato nell’esercito continentale, ossia quello indipendentista, dove aveva raggiunto il grado di capitano. Malauguratamente, incaricato di una missione a New York per raccogliere informazioni, era stato catturato degli inglesi, processato e condannato a morte per spionaggio. Determinante nel corso del processo fu la testimonianza del cugino, che ricordò che anche in passato Hale si fosse recato in territorio controllato dalle truppe inglesi, ovvero a casa sua. L’episodio finì per essere citato da ambo le parti con motivazioni opposte, da una parte il lealismo, dall’altra il desiderio di libertà e indipendenza, ma rimase a lungo nei libri scolastici americani. Ancora più drammatico in tema di rapporti familiari – sebbene si tratti di una testimonianza letteraria – un racconto dello scrittore Ambrose Bierce tratto da una raccolta pubblicata dopo la fine della guerra civile di metà Ottocento. Un sottufficiale, dopo aver raggiunto una sentinella che aveva sparato un colpo, ne chiede il motivo. Il soldato tergiversa, ma non può negare il colpo sparato. Quando il sergente esprime ammirazione per lo sconosciuto ribelle sudista che comunque di notte si era avvicinato da solo alle linee percorrendo un terreno impervio, il soldato ammette di averlo addirittura riconosciuto: “Era mio padre, sergente”. Non sembra affatto casuale che Cesare Pavese e Beppe Fenoglio, che lucidamente raccontarono la Resistenza anche nelle pieghe meno gradevoli, conoscessero la letteratura americana.
Dal bullismo all’oltraggio dei morti
Nel 1775, prima della dichiarazione, Jesse Dunbar, abitante della contea di Plymouth nel Massachusetts, esercitava un piccolo commercio di carni e prodotti agricoli. Dopo aver acquistato un bue intero appena macellato e scuoiato, si recò nella vicina cittadina per venderlo. Appena al mercato fu scoperto che il bue proveniva dall’allevamento di un facoltoso proprietario per di più lealista, nessuno volle più acquistare da Dunbar alcunché. Il poveretto fu cucito nella carcassa del bue e riportato con il carretto dall’allevatore che ovviamente si rifiutò di riprendere indietro l’animale, nonostante Dunbar dall’interno implorasse di farlo. Per essere liberato dovette pagare un dollaro ai suoi sequestratori che nel frattempo lo avevano insozzato con i resti dell’animale e rotolato più volte a terra. Il rifiuto della comunità di acquistare da un lealista, dietro il greve umorismo della situazione, si era trasformato in un atto di pesante bullismo nei confronti di chi non aveva ancora assunto una posizione nella lotta politica imminente. Da sottolineare il fatto che la contea di Plymouth non era popolata dai selvaggi e temuti uomini dei boschi. Assai peggiore fu la vicenda accaduta tra montagne degli Allegani nel quadro della guerra tra reparti ‘irregolari’ di entrambe le parti, in quanto si preferiva condurre la campagna in pianura con soldati addestrati e disciplinati. Un intero reparto al comando del colonnello inglese Ferguson, che in precedenza si era macchiato dell’assassinio di civili e prigionieri feriti, fu circondato nella zona della King’s Mountain: non si salvò nessuno, i corpi dei lealisti subirono lo ‘scalpo’ – pratica degli indiani irochesi che combattevano con gli inglesi – e come oltraggio finale si orinò sui corpi degli sconfitti.

