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Il Parlamento europeo ha fatto propria la proposta dei movimenti per l’acqua

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Politica nazionale

Pubblicato il 17 nov 2017

 

di Maurizio Acerbo, segretario nazionale PRC-SE 

 

Nicola Fratoianni ha lanciato un “accorato appello” all’unità rivolto tra gli altri a Rifondazione Comunista. Ne apprezzo il tono ben diverso da quello delle interviste recenti.

 

Spero che non si agiti il tema dell’unità in maniera strumentale ma con seria preoccupazione. Trovo poco plausibile per esempio invitare a subire un accordo di vertice che evidentemente non funziona. È stato un tragico errore depotenziare il Brancaccio per chiudere più facilmente un accordo elettorale, anteponendo a tutto l’asse con MDP.

 

Per quanto ci riguarda lanciamo anche noi un accorato appello all’unità: vengano accolti i punti proposti da Tomaso Montanari – che noi abbiamo sempre condiviso – per liste rinnovate senza uomini di governo del passato e aperte a forze nuove.

 

Si esprima chiaramente una linea di alternativa al PD prima e dopo le elezioni: impossibile non dire dove si vuole andare, se l’obiettivo è quello di un polo autonomo della sinistra o la riedizione dell’alleanza con il PD. Un punto davvero dirimente, e che del Brancaccio è stato fondativo.

 

Si proponga un programma di radicale rottura, capace di parlare alle ferite aperte della nostra società. Assurdo lasciare a Salvini e Di Maio l’obiettivo della cancellazione della riforma Fornero delle pensioni.

 

Assurdo non tenere ferma una posizione di critica radicale dei trattati europei.

 

La Cgil definisce il Fiscal Compact nemico di crescita, sviluppo e coesione. Come si fa a fare la sinistra senza impegnarsi a non ratificarlo e insieme a cancellare il vergognoso pareggio di bilancio in Costituzione?

 

Si ricostruiscano infine percorsi democratici capaci di non frustrare nuovamente il protagonismo e la partecipazione delle tante e dei tanti che in questi mesi hanno organizzato assemblee, discusso di programmi, messo a disposizione tempo, intelligenza, passione politica.

 

La formazione che dovrebbe nascere il 2 dicembre, se non ci saranno ripensamenti, non avrà l’aspetto della “sinistra nuova e radicale” invocata dal Brancaccio. Ed è un problema che dovrebbero porsi anche le compagne e i compagni di Sinistra Italiana.

 

17/11/2017

da il Manifesto

 

Unire le forze di sinistra e presentare alle prossime elezioni una lista unica, autonoma e alternativa al PD. Questo è lo spirito del Brancaccio.

 

Unica, autonoma e alternativa: sono queste le parole chiave e sentiamo di condividerne la responsabilità insieme alle migliaia di donne e uomini che hanno partecipato alle assemblee sul programma organizzate in tutti i territori.

 

Il coinvolgimento dei territori e delle comunità locali nell'elaborazione del programma, nella scelta dei propri rappresentanti e della leadership non è un lusso, ma è tratto qualificante di un'esperienza politica.

 

Non significa ignorare la presenza dei partiti, corpi sociali intermedi sui quali poggia una parte importante della Costituzione che abbiamo difeso con forza; al contrario, riteniamo che i partiti debbano riconquistare il ruolo di rappresentanza degli ideali e degli interessi materiali delle classi sociali abbandonando l’autoreferenzialità e ponendosi come soggetti attivi del cambiamento, come sottolinea anche l'elaborazione di Luigi Ferrajoli che, a nostro giudizio, può essere considerata il punto di partenza di una rinnovata cultura politica della sinistra.

 

L'alternatività al PD non si estingue con la sconfitta di Renzi, il problema non è una persona, ma una linea politica che ha segnato una lunga stagione politica e che è il frutto di una mutazione genetica di quel partito e di tutte le socialdemocrazie europee.

 

La prima necessità del nostro Paese è la costruzione di una Sinistra che sappia porre al centro le urgenze quotidiane dei settori sociali più deboli, a partire dal lavoro e dal diritto universale alla salute, all'istruzione, alla casa.

Per fare questo è necessaria una politica economica espansiva, di rilancio dell’occupazione e per la difesa del suolo e del patrimonio artistico e culturale del Paese, cancellando il jobs act, ciò che resta della "buona scuola" e il pareggio di bilancio in Costituzione, bloccando la privatizzazione della sanità e lo Sblocca Italia, porta spalancata al sistema tangentizio. Soprattutto è necessario cancellare la legge Minniti/Orlando e i provvedimenti seguenti, che noi abbiamo denunciato da subito e che oggi l’ONU riconosce tra le cause principali delle torture e della condizione di schiavitù sperimentate da decine di migliaia di migranti.

 

Questi obiettivi necessitano innanzitutto di una ripresa dei movimenti sociali, e della consapevolezza che, soprattutto in una fase di difficoltà, la presenza di una sponda politica significativa e non di pura testimonianza è tutt'altro che di secondaria importanza.

 

Sottrarsi alla ricerca di percorsi unitari per ribadire la propria identità, creare steccati per escludere qualcuno, rivendicare supremazie nel processo unitario o dar vita a liste destinate al sicuro fallimento, sarebbe una imperdonabile colpa.

 

Volere l’unità vuol dire mettere assieme la nostra storia con altre storie diverse, ma tendenti agli stessi valori di eguaglianza, di giustizia sociale, di difesa dei beni comuni e della pace oggi in pericolo.

 

Vuol dire sviluppare un confronto con pari dignità tra formazioni politiche che stanno in parlamento, altre che stanno negli enti locali, associazioni e movimenti che operano nel sociale e che costruiscono cultura alternativa, fino alle tante e differenti forme di militanza nella sinistra sindacale.

 

A Milano, come in tante altre realtà locali, questo associazionismo è ben vivo.

 

Dalla straordinaria manifestazione del 20 maggio, quando centinaia di migliaia di persone hanno contestato le politiche anti-immigrati del governo, alle scuole popolari dell'Associazione "Non uno di meno", che ha realizzato il partecipatissimo Convegno su Don Milani, ai grandi convegni organizzati dall’associazione CostituzioneBeniComuni sulle cause e le responsabilità delle migrazioni e sullo spreco di denaro pubblico rappresentato da Expo, passando per il dibattito con Ferrajoli sulla crisi della democrazia e per i progetti concreti in difesa del diritto al cibo e all'acqua, fino al recente Forum internazionale sulla salute promosso con il Gue, in occasione del G7, che ha rappresentato un punto d'incontro tra l'attivismo sociale e scienziati provenienti da ogni angolo del pianeta.

 

Partendo da tali esperienze non possiamo pensare che tutte queste realtà, che rappresentano sperimentazioni sul campo di reali alternative, possano essere ridotte a passive fruitrici di decisioni prese altrove.

 

E' necessario insistere nello sforzo per una lista unica, autonoma e alternativa al PD; siamo consapevoli delle difficoltà, ma sappiamo anche che in assenza di una simile proposta crescerà ulteriormente la massa di elettori di sinistra che, sfiduciati, ingrosseranno le fila dell’astensionismo e aumenterà la solitudine di quei settori sociali in nome e insieme ai quali noi tutti continuiamo ad affermare di voler cambiare questo Paese.

 

Per cambiare siamo ancora in tempo

 

Vittorio Agnoletto, Piero Basso, Alessandro Braga, Alessandro Brambilla Pisoni, Franco Calamida, Cristina Cattafesta, Eliisabeth Cosandey, Leo Fiorentino, Massimo Gatti, Antonio Lareno, Maria Grazia Meriggi, Emilio Molinari, Paolo Pinardi, Albarosa Raimondi, Basilio Rizzo, Augusto Rocchi, Erica Rodari, Guglielmo Spettante

Massimo Franchi

da il Manifesto

16/11/2017

 

Alla Camera. Sul progetto di legge Mpd-Si per ripristinare il reintegro sul posto di lavoro il parere è negativo. Damiano: meglio aumentare il costo dei licenziamenti. Airaudo e Laforgia: noi andiamo avanti.

 

Non si parli di articolo 18 nell’aula della camera. Pur di evitare di discuterne il Pd fa di tutto per riportare il testo della proposta di legge Mdp-Sinistra Italiana in commissione. Stanati dalla sinistra, i parlamentari del Partito democratico – anche quelli della minoranza – hanno deciso di buttare la palla in tribuna. Ricevendo il giubilo dei centristi e della destra. Mentre il M5s continua a chiedere il ripristino della reintegra solo per le aziende sopra i 15 dipendenti.
Ieri finalmente sono state scoperte le carte. In commissione Lavoro era il giorno del voto sugli emendamenti sulla proposta di legge a prima firma del capogruppo Mdp Francesco Laforgia per ripristinare l’articolo 18, estendendolo – come proposto nella Carta universale della Cgil – alle aziende fino a 5 dipendenti. Sfruttando il diritto previsto dal regolamento ai gruppo di opposizione, andrà in aula lunedì 20. Ma lì – a meno di improbabili ribaltoni – rimarrà poche ore perché il Pd e tutta la maggioranza non vogliono confrontarsi. La linea definita è rigida: la relatrice sarà l’ex Sel e Cgil Titti Di Salvo che ha già dato parere negativo in commissione e chiederà il ritorno del testo allo stesso organismo presieduto dall’altro dem Cesare Damiano. L’obiettivo è chiaro: affossarlo fino alla fine della legislatura.
La sintesi politica la fa Giorgio Airaudo, il deputato di Sinistra Italiana che per primo aveva presentato il testo: «Da un lato il Pd finge di aprire a sinistra col diplomatico Piero Fassino, dall’altra sul piano fattuale decide di non discutere il ripristino dei diritti cancellati dal Jobs act».
«Hanno fatto di tutto perché il testo che ripristina le tutele dell’articolo 18 sui licenziamenti disciplinari e collettivi non arrivasse in aula. Adesso che in aula ci arriva per davvero, faranno di tutto per rimandarlo in commissione e affossarlo», attacca Laforgia.
In mattinata anche il coordinatore di Mpd Roberto Speranza aveva chiesto al Pd di prendere una posizione per dare un segnale di discontinuità. «Il problema non è fare un manifesto con sotto scritto abbiamo fatto la pace, il problema sono le politiche che si fanno. La nostra proposta di legge arriva alla Camera il 20. Il Pd non deve dire “non mettiamo veti a Mdp”, deve dirci semmai se rimettiamo l’articolo 18».
In realtà la minoranza Pd sostiene di aver comunque fornito una «contropartita». «Abbiamo deciso di non votare gli emendamenti dell’onorevole Mazziotti che chiedevano di abrogare tutta la proposta di legge – spiega il presidente Cesare Damiano – . Lui li ha ritirati e così il progetto di legge andrà in aula con il parere negativo della relatrice. Noi pensiamo che invece di soffermarsi su un provvedimento che non ha alcuna possibilità di essere approvato entro la fine della legislatura si debba provare ad affrontare il tema dei licenziamenti in modo più pragmatico nella legge di bilancio: proponiamo di alzare le indennità di licenziamento previste dal Jobs act, magari alzando il range attuale che va dalle 4 alle 24 mensilità ad minimo di 8 e un massimo di 36. In questo modo per le imprese licenziare sarebbe meno favorevole», conclude Damiano.
«Spostare la discussione dal diritto alla reintegra al costo dei licenziamenti non ha alcun senso – gli risponde Aiurado – . Noi faremo di tutto per poter discutere di articolo 18 in aula».
Quanto all’onorevole Mazziotti il suo commento – un testo da anni ’70, è una vittoria netta contro i conservatori, la sconfitta di un totem ideologico antistorico nelle politiche del lavoro – porta ad una risposta molto dura di Laforgia. «Nel vuoto sono sempre le posizioni ideologiche, per davvero, ad emergere. Come quelle di chi dice che la modernità sia smantellare il diritto a difendersi, anche a fronte di un licenziamento ingiusto. Mi spiace per loro, ma un paese infragilito come il nostro non crede più che i diritti siano un gioco a somma zero. E nessuno provi a insegnare a noi che cos’è la modernità», ha concluso Laforgia.

14.11.2017

 

L'Alto commissario delle Nazioni unite Zeid Raad Al Hussein contro le politiche migratorie dell'Unione europea e l'accordo del governo italiano con Tripoli per fermare gli sbarchi: "Non possiamo rimanere in silenzio di fronte a episodi di schiavitù moderna, uccisioni, stupri e altre forme di violenza sessuale pur di gestire il fenomeno migratorio e pur di evitare che persone disperate e traumatizzate raggiungano le coste dell’Europa". Silenzio dalla politica italiana, critiche solo da Mdp, Possibile e M5s.

 

Il patto stretto con Tripoli dal governo Gentiloni per conto dell’Unione Europea “è disumano e la sofferenza dei migranti detenuti nei campi in Libia è un oltraggio alla coscienza dell’umanità”. Ovvero si tollerano le torture “pur di gestire il fenomeno migratorio ed evitare gli sbarchi”. Sono le parole durissime dell’Alto commissario Onu per i diritti umani Zeid Raad Al Hussein che, durante la riunione del comitato delle Nazioni Unite a Ginevra, è intervenuto per parlare delle politiche migratorie dell’Unione europea e in particolare dell’accordo stretto dal governo italiano con quello di Fayez Al Sarraj.

“La politica Ue di assistere le autorità libiche nell’intercettare i migranti nel Mediterraneo”, ha dichiarato Al Hussein, “e riportarli nelle terrificanti prigioni in Libia è disumana. La sofferenza dei migranti detenuti in Libia è un oltraggio alla coscienzadell’umanità”. L’Alto commissario ha quindi citato le valutazioni degli osservatori dell’Onu inviati nel Paese nordafricano a verificare sul campo la situazione: “Sono rimasti scioccati da ciò che hanno visto: migliaia di uomini denutriti e traumatizzati, donne e bambini ammassati gli uni sugli altri, rinchiusi dentro capannoni senza la possibilità di accedere ai servizi basilari”.

 

Quindi Al Hussein ha accusato “l’Ue e i suoi stati membri di non aver fatto nulla per ridurre gli abusi perpetrati sui migranti”. “Non possiamo”, è la sua accusa, “rimanere in silenzio di fronte a episodi di schiavitù moderna, uccisioni, stupri e altre forme di violenza sessuale pur di gestire il fenomeno migratorio e pur di evitare che persone disperate e traumatizzate raggiungano le coste dell’Europa”.

Poche ore dopo da Bruxelles è arrivata una prima risposta generica. “L’Ue lavora in Libia in piena cooperazione con l’Onu, esattamente perché la nostra priorità è sempre stata e continuerà ad essere quella di salvare vite, proteggere le persone e combattere i trafficanti”. A dichiararlo è stata una portavoce Ue, aggiungendo anche che è l’Unione europea stessa a finanziare Oim, Unhcr e Unicef. “I campi di detenzione in Libia devono essere chiusi” perché “la situazione è inaccettabile” e la Ue “si confronta regolarmente” con le autorità locali perché usino “centri che rispettino gli standard umanitari”.

Molto più netta la posizione di Antonio Tajani: “Quanto abbiamo visto accadere in Libia per i rifugiati e per i profughi è assolutamente inaccettabile – ha detto il presidente del Parlamento europeo – molto probabilmente, domani sarà presa la decisione ufficiale, una delegazione dell’Europarlamento si recherà in Libia per verificare la situazione”. “L’azione forte contro l’immigrazione illegale non può essere confusa con la violazione dei diritti umani. Tutto ciò che si deve compiere deve essere fatto nel rispetto dei diritti delle persone”.

A fine settembre ci aveva provato il Consiglio d'Europa a chiedere chiarimenti all’Italia con una lettera, datata 28 settembre ed ancora senza risposta , inviata dal commissario per i Diritti umani Nils Muiznieks. Anche in quel caso si parlava di rischio torture e di maltrattamenti tollerati dalle autorità italiane, ma nessuno dal governo ha mai voluto commentare o rispondere alle accuse. Risale invece al  6 nivembre scorso uno degli ultimi naufragi documentato dall’ong Sea Watch dove hanno perso la vita circa 50 persone: nelle immagini registrate dalle telecamere della nave dell’associazione in acque internazionali in cui si vedono i miliziani della “guardia costiera libica” maltrattare e gettare in mare i migranti che cercano aiuto per salvarsi dall’annegamento.

Alle parole durissime dell’Onu, risponde il silenzio del governo. Dall’opposizione gli unici a parlare per il momento sono stati alcuni esponenti di Mdp e Possibile che chiedono sia “rivisto l’accordo”. A sorpresa è intervenuto anche il deputato M5s Roberto Fico, che però ha parlato innanzitutto del naufragio nel Mediterraneo documentato da Sea Watch: “Il governo deve chiarire quanto prima”, ha scritto su Facebook. “Un episodio gravissimo che è anche conseguenza del tipo di provvedimenti messi in atto dal governo italiano per ridurre i flussi migratori sulle nostre coste. La guardia costiera libica è finanziata ed equipaggiata proprio dal governo italiano, che deve assumersi le proprie responsabilità di fronte a questa nuova disgrazia e fare la massima chiarezza”. Per Fico “non è possibile che operazioni che dovrebbero essere di soccorso si trasformino in tragedie simili, soprattutto considerato che negli accordi sottoscritti con la Libia ci sarebbe anche la formazione della Guardia costiera. Né si può continuare a distogliere lo sguardo mentre in Libia si violano i diritti umani, come succede nei centri di detenzione”.

Chi invoca un intervento dell’esecutivo è l’associazione Antigone, nota in Italia per l’impegno sui diritti umani: “Va cambiata la legge sulla tortura, stop alla legittimazione italiana delle brutalità in Libia, va cambiato il decreto Minniti”, si legge in una nota. “Il Comitato Onu”, ricorda Susanna Marietti, coordinatrice nazionale di Antigone, presente a Ginevra per partecipare ai lavori delle Nazioni Unite, “muove una critica profonda alle politiche del governo sui temi dei migranti e della tortura, segnalando quanta poca attenzione sia stata posta sul terreno della difesa dei diritti umani. Quello che chiediamo è dunque che, conformemente ai rilievi delle Nazioni Unite, si straccino gli accordi con la Libia e con il Sudan”. Antigone ha chiesto poi che “si interrompano immediatamente gli accordi di collaborazione con Paesi dove sono provate e testimoniate torture e violazioni dei diritti umani, che sia reintrodotto l’appello per i richiedenti asilo, che si adottino politiche dirette a ridurre il numero di persone in custodia cautelare, che si prendano provvedimenti disciplinari nei confronti di personale coinvolto in episodi di violenza. E che si cambi la legge sulla tortura rendendola coerente con la definizione Onu”.

da il Fatto quotidiano 

14.11.2017

Maurizio Acerbo e Stefano Galieni, segretario nazionale e responsabile Immigrazione di Rifondazione Comunista – Sinistra Europea, dichiarano:

 

«La sofferenza delle persone detenute in Libia è un oltraggio alla coscienza dell’umanità». A rilasciare questa dichiarazione è stato l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati e l’accusa è rivolta ai governi europei, in primis quello italiano, che firmando accordi con Serraj sta di fatto consegnando quotidianamente centinaia di persone ai torturatori.
E proprio oggi un bambino solo di 5 anni è stato trovato nascosto sotto un vagone in transito al Brennero, col terrore di essere rimandato indietro: questo significa che di queste brutalità si è complici. Chiediamo quindi che venga accolto l’appello dell’ONU e si permetta a chi è in fuga in Libia di entrare in Europa attraverso canali legali. Non c’è altra risposta possibile di fronte al dolore di quello e di chissà quanti altri uomini, donne e bambini. Bisogna cancellare il vergognoso accordo siglato da Minniti con la Libia e fare subito corridoi umanitari». 

 

 

Antonio Sciotto
da Il Manifesto
12.11.2017


La manifestazione. In migliaia al corteo che attraversa il quartiere di Roma. In piazza la sindaca Raggi, Mdp e Sinistra italiana. Assente il Pd. Una troupe di Rai2 era stata aggredita, ma non mancano i fischi di alcuni grillini ai giornalisti. Un invito a votare al prossimo ballottaggio, a partecipare alla vita pubblica: «C’è il mare, potremmo essere la nuova Barcellona: e invece qui regnano paura e rassegnazione»

«Io non sono così». «Casa, lavoro e dignità: no alla violenza fascista e mafiosa». «Io voto perché amo Ostia». Ostia non si arrende e due giorni dopo l’aggressione alla troupe di Rai 2 da parte di Roberto Spada scende in piazza per dire no alla mafia e alla sopraffazione. Domenica 19 si vota il ballottaggio per l’elezione del municipio (Ostia è una maxi circoscrizione di Roma con 250 mila abitanti) ma vista l’altissima astensione al primo turno ogni persona scesa a manifestare è preziosa. A dieci minuti dall’avvio del corteo, in piazza della Stazione c’erano solo poche centinaia di cittadini, ma poi in una mezz’ora il corteo si è ingrossato parecchio, portando a sfilare migliaia di persone verso piazza Gasparri, a Nuova Ostia – il luogo in cui il giornalista di Nemo Daniele Piervincenzi e il videomaker Edoardo Anselmi sono stati aggrediti e picchiati.

IN PIAZZA ANCHE LA SINDACA di Roma, Virginia Raggi, che aveva chiamato alla mobilitazione dal blog di Grillo, sovrapponendo il proprio messaggio a quello degli organizzatori originari, la piattaforma civica di associazioni e liste politiche «Ostia solidale», tra cui il Laboratorio civico X di don Franco De Donno. Questa circostanza ha determinato l’assenza polemica del Pd dal corteo, fatta eccezione per il sindaco della vicina Fiumicino, Esterino Montino; il Partito democratico, tra l’altro, non ha voluto dare indicazioni di voto per il ballottaggio. A scontrarsi saranno la candidata Cinquestelle, Giuliana di Pillo, e Monica Picca del centrodestra, ma anche simbolicamente pesa quel 9% che ha votato i neofascisti di Casapound. La sinistra, con Mdp e Sinistra italiana, invece è scesa in piazza: i due partiti hanno dato indicazione di voto per la candidata Cinquestelle, necessario in ogni caso non far avanzare le destre.

Nota particolarmente stonata, i fischi e le invettive che a un certo punto una parte dei militanti grillini ha indirizzato verso le telecamere e i giornalisti, al solito indicati come «di regime». Creando un corto circuito con una manifestazione indetta proprio per difendere un giornalista nello svolgimento del suo lavoro.

PRESENTE UNA DELEGAZIONE ANPI, e molti studenti. Alessandro e Matteo, di 16 e 17 anni, frequentano l’istituto tecnico di Ostia: «Volevamo essere in piazza insieme agli altri cittadini – ci spiegano – Le nostre famiglie sono andate a votare, e anche noi lo faremo da maggiorenni, ma c’è tanta gente, anche ragazzi come noi, che non credono che il voto cambi le cose». Matteo, in particolare, crede nel messaggio dei Cinquestelle: «Innanzitutto perché sono nuovi – dice – Mi convincono perché dicono di voler cambiare, e qui a Ostia abbiamo molto bisogno di un cambiamento». Alessandro aggiunge che «non in tutti i quartieri si percepisce la violenza che abbiamo visto in questi giorni, ma noi sappiamo che nella periferia ce n’è tanta. E i ragazzi di quelle periferie, le periferie della stessa Ostia, molto probabilmente oggi non sono venuti a sfilare in corteo».

La sindaca di Roma fa lo slalom tra le telecamere, e spiega di non voler polemizzare per l’assenza del Pd in piazza. Il Pd ha già annunciato che sarà presente alla manifestazione di giovedì prossimo, il 16, con Fnsi e Libera. «Noi saremo anche al corteo di Fnsi e Libera – replica Raggi ai giornalisti – perché la mafia è qualcosa che si deve combattere quotidianamente».

PER ARTICOLO UNO-MDP c’è una delegazione, composta tra gli altri dai deputati Roberta Agostini e Alfredo D’Attorre. Un altro deputato di Mdp, Arturo Scotto, aveva replicato a Beppe Grillo, che aveva respinto qualsiasi alleanza con la sinistra a partire dalle proposte di legge sull’articolo 18, mettendo in relazione il voto della Sicilia con quello di Ostia: «Abbiamo visto in Sicilia – ha spiegato – che questa volta il richiamo del voto utile è scattato nei confronti dei Cinque Stelle e non del Pd. Pur di non far vincere Musumeci, una quota degli elettori del centrosinistra ha votato per Cancelleri. Noi non siamo stalker di nessuno: con i Cinque stelle non parlerei di alleanze, ma di convergenze su battaglie politiche. Per questo saremo a Ostia per solidarietà nei confronti del giornalista e dell’operatore aggrediti da uno Spada e al ballottaggio ci impegneremo per impedire che si affermino scenari inquietanti che diano respiro ai fascio-mafiosi».

Per Sinistra Italiana una delegazione con, tra gli altri, Loredana De Petris e Stefano Fassina. «La sinistra deve ritrovare il suo popolo e uscire dall’arroccamento nei centri storici delle città. Il nostro abbandono di queste zone è coinciso con l’arrivo di altri ma sono arrivate risposte sbagliate», dice Fassina. Il riferimento è alla destra e a Casapound, e infatti anche Fassina ha invitato a votare Cinquestelle al ballottaggio del 19: «Sinistra Italiana ha riaffermato in modo netto la discriminante antifascista e antimafiosa – ha spiegato – Se fossi residente a Ostia voterei Cinquestelle, non si può essere equidistanti come fa il Partito democratico: mi pare una tattica politicista irresponsabile».

IL CORTEO PROCEDE spedito verso piazza Gasparri, anche se poi verso la fine la parte «civica», quella dei movimenti e delle associazioni, si fermerà in piazza delle Sirene per tenere un’assemblea, mentre la prima cittadina Virginia Raggi proseguirà con un altro spezzone verso Nuova Ostia, non senza polemiche e tensioni tra le due parti presenti in piazza.

«Io non delego!!! Voto!». Adriana Fornaro porta un cartello con molti punti eslcamativi, a segnalare quanto sia importante andare a votare al ballottaggio del 19. Lei è presidente del comitato di quartiere «Amici della Madonnetta», vive nell’entroterra di Ostia. «Se la violenza a Ostia è diffusa? A parte il comprensibile rilievo mediatico dato all’aggressione al giornalista – risponde Adriana – in molte zone di Ostia il malaffare e l’intimidazione sono gesti quotidiani». «A me è capitato di dover combattere con il mio comitato delle speculazioni edilizie – riprende – La prima volta mi hanno offerto soldi, dicevano per aiuto al comitato. Poi addirittura un appartamento. Non ho ceduto e alla fine mi hanno fatto trovare dei messaggi intimidatori in giardino».

GIACOMO HA 20 ANNI e studia Storia, fa parte della piattaforma civica di associazioni «Ostia solidale»: «Abbiamo organizzato noi questa manifestazione, che è di tutti i cittadini di Ostia e non soltanto dei Cinquestelle», ci tiene a sottolineare. «Io sono andato a votare, certo, ma sicuramente qui a Ostia c’è ormai uno scollamento tra i cittadini e le istituzioni, i partiti politici. E allora poi passa un voto interpretato come “di rottura”, come quello dato a Casapound». «Ma purtroppo – riprende – i giornali e le tv adesso raccontano solo le loro iniziative nelle periferie, ma qui non c’è solo mafia o fascismo: esistono altre realtà, anche di autorganizzazione, alternative a quelle delle destre. Certo, forse a Ostia è più difficile che altrove, ma vorremmo che i media raccontassero anche quelle: i giornalisti dovrebbero contribuire a non far sentire noi cittadini isolati».

Maria Grazia e Giovanni sono fratello e sorella: vivono ad Acilia e studiano Roma, lei Economia e lui Fisioterapia. «Io ero scrutatrice – spiega Maria Grazia – Al mio seggio su 1251 aventi diritto sono venuti a votare solo in 360, e molte erano schede nulle. Un panorama sconfortante. Mi fa rabbia perché Ostia potrebbe essere il quartiere più bello di Roma, la nuova Barcellona: abbiamo il mare». Eppure esistono, aggiunge Giovanni, «due Ostie»: «Quella centrale, tranquilla e benestante, e poi, andando verso Nuova Ostia, ci sono le periferie, totalmente abbandonate: a parte i politici, è difficile perfino trovare un posto di blocco che possa mettere paura alle mafie che le controllano».

Massimo Franchi da il Manifesto 11.11.2017 In Aula il 20 alla Camera. Laforgia, primo firmatario: «Insieme vogliamo riportare il lavoro al centro dell’agenda politica». Proposta Mpd-SI. I grillini: demagogia Airaudo: non si distinguano, votino sì alla reintegra A tre anni di distanza dalla sua abrogazione, in parlamento si torna a parlare di «articolo 18». Cancellato da Renzi col suo Jobs act – che arrivò dove perfino Berlusconi decidette di fermarsi – «la reintegra sul posto di lavoro in caso di licenziamento senza giusta causa» potrebbe tornare legge grazie alla prima proposta portata avanti unitariamente a sinistra da chi punta a costruire la lista unitaria. La proposta di Mdp e Sinistra Italiana è in discussione in commissione Lavoro alla Camera – entro martedì dovranno essere presentati gli emendamenti – e il 20 novembre arriverà in aula con la concreta possibilità di dare un vero schiaffo di fine legislatura al renzismo. Sulle speranze di approvazione però ieri è arrivata una (parziale) doccia fredda dal M5s – sempre contrario all'abolizione – che in una arzigogolata posizione pubblicata sul blog di Beppe Grillo ha accusato di «demagogia» la proposta della sinistra, proponendo comunque di tornare al testo dello Statuto dei lavoratori. SFRUTTANDO LA POSSIBILITÀ data dai regolamenti parlamentari alle opposizioni di calendarizzare un provvedimento al trimestre, Mdp e Sinistra Italiana hanno unito le forze per «andare a stanare il Pd». Il primo firmatario del provvedimento è Francesco Laforgia, capogruppo di Mdp alla Camera. «Se il M5S vuole darci una mano a restituire dignità alle lavoratrici e ai lavoratori voti la nostra proposta altrimenti dimostra di essere solo una delle declinazioni della destra. Forse Grillo sente mancare la terra sotto i piedi perché oggi c’è chi come noi vuole rimettere seriamente il lavoro al centro dell’agenda politica». Cauto ottimismo sulla possibilità che anche dal Pd arrivino voti favorevoli. «Se non ci saranno trappole in commissione e in aula sono sicuro che molti parlamentari del Pd non potranno non essere d’accordo», spiega facendo riferimento al documento della minoranza orlandiana reso pubblico ieri. NON MENO IMPORTANTE dell’aspetto politico è quello di merito. L’abolizione dell’articolo 18 – già alquanto depotenziato dalla riforma Fornero del 2013 – ha prodotto un vero boom di licenziamenti ingiustificati: sono passati da 32mila a 50mila all’anno e l’aumento si è concentrato quasi esclusivamente nelle aziende sopra i 15 dipendenti, quelle in cui vigeva la reintegra voluta nello Statuto dei lavoratori del 1970. «Ci muoviamo nel solco tracciato dalla Carta dei diritti universali della Cgil – spiega Giorgio Airaudo, il primo a presentare la proposta di legge il 31 luglio – a cui abbiamo aggiunto due elementi che riteniamo importanti. Il primo è la retroattività della norma che eviterà che ci siano differenziazioni fra lavoratori; il secondo riguarda la reintroduzione del «gratuito patrocinio», lo strumento creato per riequilibrare lo squilibrio fra datore e dipendente nelle cause giudiziarie che consentiva ai lavoratori di potersi pagare le spese legali. Oggi chi, come il senatore Ichino, sbandiera i dati sul crollo dei contenziosi fa un’operazione intellettualmente scorretta perché sa benissimo che i lavoratori non fanno più causa perché costa troppo: a Torino se perdi una causa di lavoro devi pagare anche 5mila euro, 10mila con l’appello». PROPRIO SUL MERITOdella proposta è arrivata però una bocciatura da parte del M5s, seppur favorevoli al ritorno dell’articolo 18. In un posto pubblicato sul sito di Beppe Grillo si parla di «una sorta di grande copia-incolla della disposizione presentata dalla Cgil qualche mese fa. In pratica si propone di introdurre la sanzione della reintegrazione anche per le aziende con meno di 15 dipendenti. Sembra bellissimo e invece no – scrive il deputato M5s della commissione Lavoro Davide Tripiedi – . Per quelli che si dicono della sinistra, però il problema e’ il numero dei dipendenti in azienda. Ebbene la verità è che la questione non è questa ma la reintroduzione delle norme previgenti al 2012 e al 2015. Si deve ritornare al vecchio articolo 18 perché é questo che proponiamo da sempre e che proporremo con un nostro emendamento in sede di esame», conclude Tripiedi. «Invece di distinguersi – risponde Giorgio Airaudo – il M5s stia dalla nostra parte: la priorità è il ripristino della reintegra, sul come siamo disposti a discutere. Sull'accusa di demagogia però noto che più si avvicinano le elezioni e la possibilità che il M5s vada al governo e più li sento accusare gli altri di demagogia: non vorrei sia una tattica per non cambiare niente».

Guido Caldiron
da il manifesto
10.11.2017


Relazioni pericolose. L’alleanza tra Casa Pound e Salvini e la rottura. Ma «prima gli italiani» resta uno stendardo comune. All’indomani del voto «Il Tempo» ha aperto con un titolo che proclamava «la marcia su Ostia»

Il «caso Ostia» non rappresenta solo l’inquietante prospettiva che in un territorio segnato dall’abbandono da parte della politica, e dalla contemporanea presenza di una sorta di welfare malavitoso, l’estrema destra possa fare significativamente breccia. C’è un altro indizio importante che è arrivato dal voto del litorale romano e che non riguarda tanto la condizione di marginalità sociale che si vive nelle periferie e le conseguenze che tutto ciò può avere in termini di rappresentanza locale, quanto piuttosto l’esito politico più generale che può produrre.

I POCO MENO DI 6000 VOTI che Casa Pound ha raccolto domenica scorsa, molti dei quali arrivati dalle case popolari di Nuova Ostia e di Acilia, potrebbero infatti risultare decisivi nel ballottaggio che il 19 novembre vedrà contrapposte la candidata del M5S Giuliana Di Pillo e quella del centrodestra, in quota Fratelli d’Italia, Monica Picca, distanziate al primo turno di soli 2309 consensi. Del resto, al di là delle schermaglie che hanno accompagnato la vigilia delle elezioni nel X municipio della capitale, con i «fascisti del terzo millennio» impegnati a sfidare in particolare la lista che si rifà a Giorgia Meloni, proprio per una rischiosa, in termini di consensi, contiguità ideologica, su temi quali immigrazione, rom e «preferenza nazionale», «destra» e «estrema destra» hanno agitato slogan e argomenti del tutto sovrapponibili.

COSÌ NON STUPISCE che all'indomani dell’esito del voto, il quotidiano di destra della capitale, Il Tempo, abbia aperto con un titolo che riproducendo la grafica dei manifesti dei neofascisti, proclamava «la marcia su Ostia». E con una lunga lettera del leader di Cpi sul litorale, Luca Marsella – che ricordava anche le precedenti affermazioni elettorali degli estremisti, da Bolzano a Lucca passando per Todi – in provincia di Brescia, a Trenzano il sindaco 39enne Andrea Bianchi, eletto nel 2013 con il centrodestra ha appena aderito a Casa Pound.
Uno sviluppo che può essere considerato come un elemento preoccupante a se stante o come parte di una ulteriore deriva più complessiva in atto nel paese. Di cui l’estrema destra rischia di essere solo la componente più visibile. Ma potenzialmente decisiva.

CRESCIUTA NEGLI ANNI dell’egemonia culturale e politica del «centro-destra» guidato da Silvio Berlusconi, della cui prolungata affermazione si è giovata sia sul piano dei ripetuti tentativi di legittimazione storica che nello «sdoganamento» di un armamentario propagandistico aggressivo – dal revisionismo pop sul Ventennio mussoliniano fino all’imprenditorialità politica della xenofobia e del risentimento -, l’ultima stagione dell’estrema destra italiana si è in gran parte sviluppata all’ombra del «berlusconismo». Di cui ha finito per costituire, nella prospettiva di una «destra plurale» che è riuscita a trasformare le proprie apparenti contraddizioni nelle diverse facce di una medesima proposta di società, una sorta di avanguardia giovanile e sociale. Uno scenario già emerso nel recente passato, ma cui la crisi economica da un lato e la ritrovata unità della destra politica dall’altro, offrono una rinnovata attualità.
Nel caso specifico di Casa Pound, si è perso il conto della partecipazione di esponenti governativi della coalizione berlusconiana – seguiti a dire il vero fino ad oggi anche da diversi nomi della sinistra e del giornalismo indipendente – che hanno varcato il portone del palazzo di via Napoleone III, occupato dal 2003, per partecipare alle iniziative dei «fascisti del terzo millennio».

SUL PIANO PIÙ SQUISITAMENTE politico, nel 2005 gli ideatori dello «squadrismo mediatico» sostennero, al pari di tutto il centrodestra, la Lista Storace alle regionali del Lazio e in seguito entrarono a far parte del Movimento Sociale Fiamma Tricolore che nel 2006 appoggiava Berlusconi. Con il passare del tempo è però con la Lega, dopo la virata sovranista e filo Le Pen di Matteo Salvini, che Casa Pound stringerà una salda per quanto effimera alleanza. Nel 2014 i neofascisti sostengono la campagna elettorale europea, risultata vincente, del leghista Mario Borghezio. L’anno successivo, il numero 2 di Cpi, Simone Di Stefano, è sul palco di piazza del Popolo a Roma insieme a Salvini e Meloni al termine della manifestazione dei sovranisti contro Renzi e parla della nascita «di un nuovo fronte politico». «Condividiamo ogni singola parola del progetto di Salvini – presentato come l’unico vero leader della destra – e in particolare i tre capisaldi: no euro; stop immigrazione; prima gli italiani», dichiara Di Stefano.

OGGI, DOPO LO STRAPPO intervenuto in seguito con la Lega, lo stesso esponente di Cpi, in occasione della chiusura della campagna elettorale ad Acilia, ha attaccato Salvini chiedendosi «gli avete visto mai un tricolore in mano? No, perché la Lega è rimasta quella di un tempo…». Questo, malgrado i leghisti si siano in realtà spinti sempre più in là in direzione dell’estrema destra – tra l’altro eleggendo nel Municipio 8 di Milano Stefano Pavesi, del gruppo di Lealtà e Azione, nato come emanazione dei neonazisti Hammerskin.

Perciò, al di là delle querelle sulle bandiere, anche se non è ancora e forse non sarà mai la base per una coalizione elettorale, perlomeno in modo esplicito, è possibile che quel «prima gli italiani» sia già uno stendardo sufficientemente solido, e comune, per far confluire dalla stessa parte consensi raccolti in modo diverso. A cominciare da Ostia

Pubblicato il 8 nov 2017

Il documento condiviso da MDP, Possibile e SI non ci pare prefigurare quella sinistra nuova e radicale che si era auspicata nelle assemblee del Brancaccio.

Non lo è sul piano programmatico, non lo è sul piano del profilo politico e nemmeno su quello del rinnovamento.

Non c’è tra gli obiettivi nemmeno l’abolizione della legge Fornero!
Non c’è scritto che non ci saranno alleanze col Pd dopo le elezioni.

Non c’era bisogno di scomodare migliaia di persone in decine e decine di assemblee per fare una lista tra MDP, possibile e Si.

Per quanto riguarda Rifondazione Comunista non vi sono nel documento che circola condizioni per una nostra convergenza. Se volevamo contrattare qualche seggio in una lista con la vecchia leadership del centrosinistra telefonavamo a D’Alema e Bersani.

Non siamo parlamentari ossessionati dalla rielezione e abbiamo la consapevolezza che senza rottura con un fallimentare passato di pseudo riforme antipopolari e comportamenti cinici non si ricostruisce una sinistra popolare.

Ci interessa un processo che motivi all'impegno e al voto i tanti elettori di sinistra che si sono rivolti al M5S o verso l’astensionismo.

Consegnare il Brancaccio a Bersani e D’Alema non ne riconquisterà nemmeno uno ma di certo fara’ allontanare proprio quel poco di sinistra sociale che in questi anni ha contrastato il neoliberismo e difeso diritti e beni comuni.

Confidiamo che dall'assemblea nazionale del Brancaccio del 18 novembre emergano contenuti e regole all'altezza degli obiettivi che ci si era dati: chi ha governato negli ultimi 25 anni faccia un passo indietro, il programma sia di radicale rottura col neoliberismo a partire dalla cancellazione dello stillicidio di leggi che hanno distrutto i diritti di chi lavora e dalla disobbedienza ai trattati europei che contrastano con la nostra Costituzione.

Maurizio Acerbo, segretario nazionale PRC-Se

Mirco Viola
da il Manifesto
08.11.2017


Mezzogiorno. Il Rapporto 2017 evidenzia una buona performance del Pil, ma ad arrancare sono gli indicatori del benessere e dei servizi sociali. Saldi negativi nelle migrazioni e nella Pubblica amministrazione. La Sicilia tra le regioni che soffrono di più

Le previsioni per il 2017 e il 2018 confermano che il Mezzogiorno è in grado di agganciare la ripresa, facendo segnare tassi di crescita di poco inferiori a quelli del Centro-Nord, «tuttavia la ripresa congiunturale è insufficiente ad affrontare le emergenze sociali». Il Rapporto 2017 sull’economia del Mezzogiorno redatto dallo Svimez vede un Sud del nostro Paese che potrebbe avere tutte le carte per segnare una buona crescita, ma che resta ancora indietro sul fronte del welfare, dell’occupazione, dei salari.

SECONDO LE STIME, nel 2017 il Pil italiano cresce dell’1,5%, risultato del +1,6% del Centro-Nord e del +1,3% del Sud, che quindi segna una buona performance. Nel 2018 la crescita si attesta all’1,4% con una variazione territoriale dell’1,4% nel Centro-Nord e dell’1,2% al Sud. Ancora cifre che si avvicinano tra loro, ma quando si va al tasso di occupazione, si nota che nel Mezzogiorno è ancora il più basso d’Europa (-35% su media Ue), nonostante nei primi 8 mesi del 2017 siano stati incentivati oltre 90 mila rapporti di lavoro nell'ambito della misura «Occupazione Sud».

Nel 2016, calcola lo Svimez, 10 meridionali su 100 risultano in condizioni di povertà assoluta, contro poco più di 6 nel Centro Nord. L’incidenza della povertà assoluta nel 2016 nel Mezzogiorno aumenta nelle periferie delle aree metropolitane e nei comuni più grandi.

IL RISCHIO DI CADERE in povertà è triplo al Sud rispetto al resto del Paese, nelle due regioni più grandi, Sicilia e Campania, sfiora il 40%. «L’emigrazione sembra essere l’unico canale di miglioramento delle condizioni economiche delle famiglie meridionali», spiega l’istituto. Alla fine del 2016 il Mezzogiorno ha perso infatti altri 62 mila abitanti.

La Sicilia tra le regioni del Sud è quella che soffre di più. Nell’isola, il Prodotto interno lordo nel 2016 si è fermato allo 0,3% mentre il rischio povertà è il più alto d’Italia, con una percentuale del 39,9%.

IL SALDO MIGRATORIO totale del Sud continua a essere negativo e sfiora le 28 mila unità, mentre nel Centro Nord è in aumento di 93.500. In particolare nel 2016 la Sicilia ha perso 9.300 residenti, la Campania 9.100, la Puglia 6.900.

Al Sud, prosegue il Rapporto dello Svimez, crescono gli occupati ma a basso reddito. Nelle regioni meridionali nel 2016 gli occupati sono aumentati dell’1,7%, pari a 101 mila unità, ma mentre le regioni centro settentrionali hanno recuperato integralmente la perdita di posti di lavoro avvenuta durante la crisi (+48 mila nel 2016 rispetto al 2008), in quelle meridionali la perdita di occupazione rispetto all’inizio della recessione è ancora pari a 381 mila unità.

C’È DA REGISTRARE, infine, un forte ridimensionamento della pubblica amministrazione nel Mezzogiorno, in termini di risorse umane e finanziarie, tra il 2011 e il 2015: -21.500 dipendenti pubblici (nel Centro-Nord sono calati di -17.954 unità) e una spesa pro capite corrente consolidata della Pa pari al 71,2% di quella registrata nel Centro-Nord. Un divario in valore assoluto di circa 3.700 euro a persona.
«Un Mezzogiorno che mostra segnali positivi di ripresa, ma resta ben lontano dai livelli pre-crisi, con il perdurare di una emergenza sociale e occupazionale», commenta la segretaria confederale Cgil Gianna Fracassi. «La politica delle decontribuzioni ha prodotto risultati modesti rispetto alle risorse investite e un’esplosione del part-time involontario», l’analisi della Cgil, che per rilanciare il Mezzogiorno chiede «più investimenti pubblici e politiche di sviluppo».

Massimo Franchi
da il Manifesto
07.11.2017


Pensioni. Oggi il governo farà la sua proposta. Ma Cgil e Uil guardano alla via parlamentare. Sarebbero 20 mila mila fra lavori gravosi più marittimi, agricoli e siderurgici i pensionandi a cui non si applicherebbe lo scalino di 5 mesi

Da una parte un tavolo tecnico governo-sindacati a palazzo Chigi in cui si parlano due lingue diverse e poco conciliabili, dall’altra tanti emendamenti diversi che rimandano la partita dell’innalzamento dell’età pensionabile al prossimo governo. A far pendere la bilancia verso la soluzione parlamentare arriva la dichiarazione di Susanna Camusso durante l’audizione dei sindacati in Senato sulla manovra: «Potremmo passare il pomeriggio a studiare gli emendamenti sul rinvio, in questo momento è più interessante delle non risposte che sta dando il governo». Sulla stessa linea è anche il segretario generale Uil Carmelo Barbagallo: «Noi continuiamo a discutere con il governo, ma se serve più tempo, come tutti dicono, vedremo di prenderlo». Solo la Cisl rimane ottimista, seppur isolata: «Nonostante le cassandre che sento in queste ore e in questi giorni il confronto col governo può avere ottime prospettive». In realtà lo stesso Pettini uscendo dall’incontro a palazzo Chigi – a cui ha partecipato insieme a Roberto Ghiselli della Cgil e Domenico Proietti della Uil – aveva riconosciuto le difficoltà: «C’è la volontà di trovare una soluzione ma la strada è delicata».

COS’È SUCCESSO AL TAVOLO per rendere i sindacati così pessimisti? Molto semplicemente il governo ha confermato che si discuterà quasi «esclusivamente» delle categorie da esentare dall’innalzamento dell’età pensionabile, senza affrontare i tanti temi lasciati aperti dalla mancata conclusione della trattativa – lunga sei mesi – al ministero del Lavoro: dalle pensioni dei giovani al riconoscimento ai fini previdenziali del lavoro di cura delle donne. Solo qualche timida apertura sul tema della previdenza complementare: un possibile adeguamento della tassazione sui fondi e una riapertura del «silenzio-assenso» che – come nel 2007 – aumenterebbe il numero di lavoratori aderenti.

ANCHE RIMANENDO AL CAPITOLO innalzamento dell’età pensionabile Cgil, Cisl e Uil non possono che essere delusi. La loro richiesta iniziale – il blocco dei cinque mesi previsti dal primo gennaio 2019 per tutti i lavoratori senza distinzione – era correlata a quella di ridiscutere l’intero meccanismo, a partire dal criterio di calcolo dell’aspettativa di vita e la sua applicazione alle età di pensione. Ebbene, anche su questo punto il governo ha candidamente ammesso che non è in possesso né esistono studi su quanto sia la reale aspettativa di vita a seconda delle categorie lavorative facendo di colpo decadere la frase – pronunciata dal ministro Maurizio Martina – che ha reso necessaria la trattativa: «Non tutti i lavori sono uguali, e non tutti i lavoratori hanno la stessa aspettativa di vita per le mansioni che fanno». Per ricostruire le aspettative di vita servirebbe un lavoro da parte di Istat e Inps lungo mesi. E per questo i sindacati – specie la Uil – spingono per aprire una trattativa senza il limite di tempo imposto dal governo: chiusura lunedì 13.

IL «SENSO DI RESPONSABILITÀ» sentito da Cgil e Uil li ha fatti rimanere al tavolo formulando la richiesta che il governo presentasse una proposta. E la proposta arriverà oggi nel nuovo round già programmato. Difficile però che si discosti molto da quanto già annunciato: l’allargamento alle 11 categorie dei lavori cosiddetti gravosi – operai dell’industria estrattiva e dell’edilizia; gruisti; conciatori; macchinisti; camionisti; infermieri con turni notturni; addetti all'assistenza di persone non autosufficienza; insegnanti di nidi e materne; facchini; addetti alle pulizie; operatori ecologici – magari ampliata a marittimi, agricoli e siderurgici. Se limitandosi ai «gravosi» si stimano 14mila persone, con le altre tre categorie si rimarrebbe comunque sotto la soglia 20 mila. Un numero «troppo limitato» per i sindacati.

GIÀ COSÌ COMUNQUE ci sarebbero problemi di coperture finanziarie – sebbene per il 2019 – e di scostamenti dagli effetti della riforma Fornero, esattamente quello che non vuole la schiera di tecnici del ministero dell’Economia che ieri per la prima volta accompagnavano il «commissariato» Marco Leonardi, consulente renziano di palazzo Chigi che formalmente conduce il tavolo.
In quest’ottica il governo non è neanche intenzionato a varare una proroga dell’Ape social per bypassare il nodo dell’automatismo, producendo la possibile beffa per le categorie che ora ne godono: quest’anno potranno andare in pensione a 63 anni, dal 2019 a 66 anni e 7 mesi.

A CHIUDERE IL CERCHIO di una discussione quasi paradossale ieri è arrivato l’affondo di Confindustria: «È apprezzabile che il governo sia riuscito finora a respingere le richieste in materia di età pensionabile». Amen.

Norma Rangeri
da il Manifesto
05.11.2017


Grazie al consueto e caratteristico spettacolo della transumanza di candidati e voti (usanza degli ex capi corrente democristiani e ora con la regia del berlusconiano Gianfranco Miccichè), e per effetto del voto disgiunto (che consente di giocare su più tavoli), il risultato delle elezioni siciliane potrà essere decifrato in diversi modi. Ma una cosa invece sembra chiara e forse indicativa di una tendenza nazionale: lo scontro, la battaglia per la conquista del palazzo d’Orleans di Palermo sarà tra centrodestra e 5stelle. E probabilmente tra qualche mese sarà così anche per palazzo Chigi.

Altrettanto probabile è il contraccolpo che questo duello tra destra e 5stelle provocherà a sinistra, a iniziare proprio dal voto siciliano, con l’annunciata sconfitta dei dem. Che, del resto, non sarebbe certo una novità viste come sono andate le ultime elezioni regionali e comunali, quando il Pd di Renzi ha subìto il record di astensioni (il 37 per cento nella storica roccaforte dell’Emilia Romagna), conosciuto sconfitte imprevedibili, come la perdita di Genova, sopportato l’iniziativa leghista come negli ultimi referendum di Lombardia e Veneto. E, salvo sorprese, lo scontro tra destra e grillini si ripeterà in un’altra significativa elezione locale, contemporanea al voto siciliano, il voto per il municipio di Ostia, che vale una media città italiana con i suoi 250mila abitanti.

Dove, per l’appunto, la partita politica si gioca in una municipalità commissariata per mafia.

Sono tendenze ormai consolidate, frutto in primo luogo della crisi economica, che fa soffiare il vento nelle vele della destra, variamente declinata, e trova nei 5stelle il canale privilegiato della rabbia sociale.

La difficoltà di Renzi è evidente e la Sicilia non dovrebbe fare eccezione. Come del resto dimostra la “fuga” – o se vogliamo, la lontananza – del segretario del Pd dalla campagna elettorale, la latitanza dell’alleato Alfano, e la discesa nell’isola del piemontese Fassino che, in coppia con il candidato presidente Micari, si è lanciato, perfino lui, sulle “magnifiche e progressive” potenzialità economiche del Ponte sullo Stretto, la grande opera-fiction del Berlusconi del 2001, che fece man bassa di seggi nei collegi uninominali, vincendo 61 (per lui), a zero (per l’opposizione).

Così accanto alla sfida principale, tra il destro Musumeci e il grillino Cancelleri, sarà importante quella che oggi si gioca tra Micari (Pd), e Fava (sinistra, con la sua lista dei “Cento passi”), una competizione determinata certamente da fattori locali, ma ugualmente significativa nei suoi riflessi nazionali, sia sul fronte del destino del segretario dem sia sulla nascita di una forza non marginale di una sinistra nazionale e alternativa. Che, in Sicilia come del resto in tutto il Paese, dovrà dimostrare di essere in grado di intercettare soprattutto il consenso dell’astensionismo di sinistra, di quella società civile molto attiva nelle associazioni e nelle battaglie civili e sociali, ma assente nella rappresentanza politica.

Una eventuale vittoria del M5S in Sicilia, con una dignitosa affermazione della lista-Fava, potrebbe rappresentare un punto di svolta anche in una terra dove finora i gattopardi l’hanno avuta vinta.

Il futuro della Sicilia – oltre le boutade sul Ponte e tante facili promesse – è rimasto sullo sfondo. Quali sono le idee e i programmi che vanno al voto? A parte la questione degli “impresentabili”, da non sottovalutare nella terra dove pesa la Mafia, la campagna elettorale è stata povera di idee e confinata tra le tifoserie dei giustizialisti contro i garantisti. Ben poche le proposte ascoltate per togliere dall'arretratezza una popolazione di cinque milioni di elettori. Ma tutto questo oggi, domenica 5 novembre, conta poco. Mentre moltissimo conterà l’astensione, che si annuncia poderosa. Ecco perché chi crede nella possibilità di un cambiamento reale – a sinistra – dovrà fare il primo dei cento passi andando a votare. E di buonora.

da il Manifesto
edizione
04.11.2017


Legge 3 novembre 2017, ecco come si chiamerà ufficialmente il «Rosatellum». Il presidente della Repubblica ha firmato e promulgato ieri la nuova legge elettorale e il Quirinale ne ha dato notizia semplicemente aggiornando sul sito l’elenco degli atti firmati.
La risposta agli appelli e alle ripetute dichiarazioni di tanti esponenti del Movimento 5 Stelle è arrivata con i fatti; il presidente della Repubblica non ha fatto alcun gesto nella direzione delle richieste grilline. Ricevendo la copertura di Pier Luigi Bersani, che pure è stato un convinto avversario della legge. «Il Rosatellum non è palesemente incostituzionale – ha detto l’esponente di articolo 1-Mdp – quindi il presidente Mattarella ha firmato e ha fatto il suo mestiere». Tutto altro stile nelle dichiarazioni grilline. «Mattarella si è sbagliato anche questa volta come aveva fatto con l’Italicum», ha detto Alessandro Di Battista in tv. «È una legge incostituzionale e per questo ora la partita si sposta davanti alla Corte costituzionale dove abbiamo già presentato ricorso», aggiunge Luigi Di Maio.

Il ricorso che hanno presentato i capigruppo grillini di camera e senato, però, rappresenta un quasi inedito per la Corte costituzionale: si tratta di un tentativo di sollevare il conflitto di attribuzione tra un gruppo parlamentare e la camera di appartenenza (ed eventualmente il governo) per il fatto che la legge elettorale è stata approvata con la fiducia, non consentendo come prevede l’articolo 72 della Costituzione l’esame normale del testo e degli emendamenti. Non è detto che la Corte dichiarerà ammissibile questa strada (mentre dovrà pronunciarsi su una richiesta simile il 12 dicembre).
Anche in caso di non ammissibilità di questo ricorso, è ormai aperta la strada per portare le leggi elettorali ai giudici della Consulta attraverso il passaggio nei tribunali ordinari. Ed è certo che anche il Rosatellum dopo il Porcellum e l’Italicum (entrambi dichiarati in parte incostituzionali), seguirà quella via. «Gli avvocati anti Italicum prepareranno sul modello dell’iniziativa che ha già avuto successo un ricorso per la maggioranza dei distretti di corte d’appello – annuncia subito Felice Besostri, coordinatore del gruppo di legali – da presentare a cominciare dalla prima settimana successiva alla pubblicazione in gazzetta ufficiale». Naturalmente non c’è alcuna possibilità che tutto l’iter possa concludersi in tempo per le prossime elezioni, dunque anche il Rosatellum come il Porcellum nel caso fosse dichiarato incostituzionale avrebbe prima eletto almeno un parlamento.

Ragione per cui secondo Besostri Mattarella non avrebbe dovuto promulgare, «sarebbe stato opportuno rinviare la legge con un messaggio motivato alle camere, ciò avrebbe consentito al parlamento nell’interesse della costituzionalità della legge di prevedere almeno il voto disgiunto e lo scorporo degli eletti nell’uninominale dal proporzionale». Quanto meno, conclude, «il capo dello stato avrebbe potuto utilizzare tutti i 30 giorni di tempo che aveva per promulgare una legge sulla quale era necessario riflettere molto».
Ma naturalmente l’esigenza del Quirinale e del governo adesso è un’altra: fare al più presto i collegi. Che sono tutti da disegnare, sia nella parte uninominale che nella parte proporzionale, sia alla camera che al senato. Il ministero dell’interno – prima ancora della nomina della commissione di esperti prevista dalla legge – ci sta già lavorando.

02.11.2017
Roberta Fantozzi

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Il governo conferma l’ulteriore aumento dell’età pensionabile, ma apre ad un tavolo tecnico con i sindacati. In sostanza il massimo ottenibile sarà l’esclusione di alcune specifiche categorie dal nuovo aumento mentre per l’insieme delle lavoratrici e dei lavoratori l’età della pensione si allontana ancora.

Riteniamo la posizione del governo inaccettabile: il blocco dell’aumento dell’età pensionabile per tutti è il minimo della decenza.
Cosa aspettano i sindacati a lanciare un percorso di mobilitazione?

Ma oltre a questo, è tutta la controriforma Fornero che va abrogata, perché socialmente insostenibile. Basterebbero gli ultimi dati Istat sugli occupati a certificarlo: da gennaio 2015 ad oggi sono aumentati di 1 milione gli occupati ultracinquantenni, mentre sono diminuiti quelli nelle età centrali della vita lavorativa e si generalizzano i contratti precari.
E’ in corso in sostanza un processo micidiale, che vede gli adulti/anziani inchiodati al lavoro, mentre i giovani sono costretti a lavori iper precari oppure a lasciare il paese.

Ribadiamo inoltre che la Riforma Fornero non è stata fatta per l’insostenibilità del sistema pensionistico preesistente (come ammise persino Monti nel suo discorso di insediamento!), ma per la decisione di fare cassa sulle pensioni per rispondere alla speculazione finanziaria e ai diktat UE. Come ribadiamo che il rapporto tra contributi versati e pensioni erogate, al netto di assistenza e tasse, è in attivo dal 1996, e che quell'attivo è stato nel 2015 di 1,6 punti di Pil, pari a oltre 25 miliardi.

Quando una cosa è sbagliata, va cancellata. Per questo ci continueremo a battere ostinatamente.

Tommaso Di Francesco
da il Manifesto
02.11.2017

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Mentre il presidente del consiglio Paolo Gentiloni lasciava Riyadh e il petromonarca Salman per raggiungere Emirati arabi e Qatar, ieri un raid aereo della coalizione a guida saudita centrava un mercato a Saa’da, nel nord Yemen, uccidendo 29 persone tra cui molti bambini.

L’occasione per una presa di distanza dell’Italia dalla guerra che lì si consuma nell’indifferenza generale e che alimenta il conflitto tra sunniti e sciiti, e invece temiamo un fragoroso silenzio. E stavolta non è una speculazione.

Giacché, pochi giorni fa, prima della partenza di Gentiloni, Amnesty International Italia, nelle vesti del direttore generale Gianni Rufini, ha scritto al presidente del consiglio un dettagliata lettera-dossier perché cogliesse l’occasione del viaggio in Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti e Qatar «per sollevare il tema delle violazioni dei diritti umani nei tre paesi del Golfo e, più in generale, di promuovere il rispetto dei diritti umani e delle libertà fondamentali nel contesto delle relazioni diplomatiche bilaterali tra l’Italia e i tre paesi».

Ricordando come le autorità dell’Arabia Saudita continuino a limitare duramente i diritti alla libertà d’espressione, associazione e riunione, «arrestando e incarcerando, sulla base di accuse dalla formulazione vaga, difensori dei diritti umani, persone che esprimono opinioni critiche e attivisti per i diritti delle minoranze».

Fra questi, Raif Badawi, condannato a 10 anni di carcere e a 1000 frustate – 50 delle quali già ricevute in pubblico – per aver dato vita a un forum online di dibattito su temi politici e religiosi». Sottolineando come la tortura resti «prassi comune, soprattutto durante gli interrogatori», perché i tribunali continuano ad accettare “confessioni” ottenute tramite tortura per condannare gli imputati in procedimenti giudiziari iniqui, con il ricorso alla pena di morte anche per reati non violenti e nei confronti di minorenni.

L’Arabia Saudita è tra i primi cinque paesi al mondo per numero di esecuzioni.

Dall’inizio del 2017 sono state eseguite 100 condanne a morte. E non dimenticando come le forze della coalizione a guida saudita intervenute nello Yemen nel marzo 2015 hanno commesso gravi violazioni del diritto internazionale, compresi crimini di guerra. E denunciando – ecco il punto – che, nonostante questo, l’Italia abbia scelto di continuare a fornire alla coalizione guidata dall’Arabia Saudita sistemi militari e munizionamento che alimentano il conflitto nonostante diversi rapporti attendibili dimostrino le gravi e reiterate violazioni delle convenzioni internazionali su diritti umani e diritto umanitario.

Negli Emirati Arabi Uniti le autorità continuano a imporre arbitrariamente restrizioni al diritto alla libertà d’espressione e d’associazione, detenendo e perseguendo ai sensi di leggi penali sulla diffamazione e antiterrorismo persone critiche verso il governo, oppositori e cittadini stranieri. Sparizioni forzate, processi iniqui e tortura e altri maltrattamenti di detenuti sono prassi comune. Decine di persone condannate in seguito a processi iniqui negli anni precedenti sono rinchiuse in carcere, tra queste ci sono molti prigionieri di coscienza.

Tra questi Ahmed Mansoor, difensore dei diritti umani e noto blogger, già più volte intimidito, vessato e incarcerato per mano delle autorità, è attualmente in condizione di sparizione forzata dal 20 marzo 2017, a rischio di tortura e altri maltrattamenti. E che in Qatar continuano ad essere imposte indebite limitazioni alla libertà d’espressione, associazione e riunione pacifica, non è ammessa l’esistenza di partiti politici indipendenti, e soltanto i cittadini del Qatar hanno il permesso di organizzarsi in associazioni di lavoratori, a patto che queste soddisfino rigidi criteri stabiliti dalle autorità. Non sono ammessi e vengono sistematicamente dispersi i raduni pubblici non autorizzati e sono in vigore leggi che criminalizzano espressioni ritenute offensive verso l’emiro. Inoltre, ribadisce Amnesty «la discriminazione contro le donne è radicata nella legge e nella prassi. I lavoratori migranti subiscono gravi forme di sfruttamento e abusi.

Pensate voi che Gentiloni, accompagnato da Alessandro Profumo a.d. di Leonardo, Claudio De Scalzi dell’Eni e Giuseppe Bono di Finmeccanica, abbia sentito il dovere di rispondere ad Amnesty? No, non l’ha fatto.

In realtà la “risposta” l’ha data in modo ufficiale e diplomatico dopo il vertice con le petro-autorità saudite: «I rapporti con l’Arabia saudita sono importanti per i nostri interessi nazionali e per la stabilità del Mediterraneo e della Libia, ho apprezzato – ha dichiarato Gentiloni – la moderazione che ha avuto sulla vicenda libica. Guardiamo con interesse all’incontro organizzato tra le opposizioni siriane per un contesto nuovo e ci auguriamo che i tentativi in corso dall’amministrazione Usa e dal Kuwait per evitare tensioni nel Golfo funzionino».

In questo viaggio d’affari non poteva mancare anche qui il segno di una evidente subalternità, con un occhio alla Libia dove la monarchia di Riyadh appoggia il generale Haftar contro il “nostro” Serraj; alla cosiddetta stabilizzazione della Siria dove l’Arabia saudita, dopo aver contribuito a ridurre il Paese in macerie, ha appena smesso di sostenere il jihadismo dell’Isis e ora corre per accaparrarsi una ricca fetta della ricostruzione; e ringraziando i “tentativi” di Trump che in realtà ha portato in dono ai Saud ben 110 miliardi di dollari in armi.

Per un presidenziale viaggio d’affari, con l’occhio alla inevitabile “crescita” del made in Italy, questo pesante teatro di silenzi e finzioni può bastare.
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01.11.2017
Vittorio Agnoletto


Il 5 e 6 novembre si riunirà a Milano il G7 sulla salute. I temi all’ordine del giorno, definiti dalla ministra Lorenzin, saranno: le conseguenze sulla salute dei cambiamenti climatici, la salute della donna e degli adolescenti e la resistenza antimicrobica. Da un tale incontro non uscirà assolutamente nulla se non un semaforo verde per trarre ulteriore profitto dalla nostra salute e dalla devastazione del pianeta.
Considerato chi siederà attorno a quei tavoli non è possibile immaginare nulla di diverso. Sono gli stessi governi che in gran segreto dal 2013 stanno trattando l’accordo TiSA (Trade in Services Agreement) sugli scambi dei servizi, tra questi quelli finanziari, ma anche l’istruzione e la sanità.

Nel 2014 WikiLeaks, l’organizzazione di Julian Assage, ha per la prima volta rivelato l’esistenza di tali trattative. Il Tisa sarebbe il più grande accordo commerciale mai discusso: i servizi infatti rappresentano circa il 70% del Pil mondiale, che potrebbe portare, secondo una simulazione realizzata per l’Italian Trade Agency/ICE ad un possibile aumento degli scambi di servizi fra paesi aderenti all'accordo nell'ordine del 20%, quasi 400 miliardi di euro considerando i livelli del 2013.

Il 4 febbraio 2015 l’agenzia AWP Associated Whistleblowing Press (agenzia formata da giornalisti investigativi) ha reso pubblico un documento del Tisa dove si può leggere: “C’è un potenziale enorme ancora non sfruttato per la globalizzazione dei servizi sanitari”. La ragione, come viene spiegato, è che “sino ad ora questo settore di servizi ha giocato solo un ruolo ridotto negli scambi internazionali. Ciò è dovuto al fatto che i sistemi sanitari sono finanziati ed erogati dallo Stato o da enti assistenziali e non sono di nessun interesse da parte degli investitori stranieri a causa dell’assenza di finalità commerciali”. La soluzione è semplice: privatizzare tutto aprendo le porte ai grandi fondi finanziari, alle compagnie internazionali di assicurazioni e contemporaneamente cancellando il ruolo dello Stato come responsabile della salute della propria popolazione.

In Italia questo significa fare carta straccia della nostra Costituzione. “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, razza, di lingua, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali.” Così recita l’art. 3 che prosegue: “ E’ compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini impediscono il pieno sviluppo della persona umana…”. Questa è senza dubbio la parte più innovativa che testimonia la grandezza della nostra Costituzione e che spiega perché tanti hanno fatto di tutto per modificarla. Infatti non si limita ad affermare dei principi teorici di uguaglianza ma affida esplicitamente allo Stato il compito di rimuovere tutti quegli ostacoli che non rendono pienamente fruibili i diritti declamati.

Nel caso della salute l’art. 32 recita: “La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività, e garantisce cure gratuite agli indigenti…”. Nessuno può quindi essere privato delle terapie necessarie a causa della sua condizione economica.

Ma per i governi l’importanza della nostra salute è pari a 0; un diritto universale è trasformato nel più produttivo business del secolo per gli squali della finanza internazionale e per i loro terminali politici. Se le aziende di Big Pharma non si sono scomposte di fronte alla condanna a 14 miliardi di dollari di multe in cinque anni per corruzione e pubblicità fasulla è perché si paga volentieri quando il reato produce guadagni molte volte maggiori delle sanzioni!

Nel frattempo undici milioni di italiani hanno rinunciato a curare almeno una patologia e negli Usa i più poveri muoiono in media 14 anni prima dei più ricchi; la metà delle persone sieropositive nel mondo non possono accedere alle cure e in quello che era il ricco Occidente oltre un milione di persone non possono assumere le nuove efficaci terapie contro l’epatite C solo per fare degli esempi.

Di fronte alle falsa recita del G7 decine di associazioni hanno costituito il comitato “Salute senza padroni e senza confini” e, insieme al Gue, gruppo parlamentare «Sinistra Unitaria Europea/Sinistra Verde Nordica» e al gruppo consiliare «Milano in Comune», hanno organizzato a Milano due iniziative.

Sabato 4 novembre un “Forum internazionale per il diritto alla salute e l’accesso alle cure” nel quale si confronteranno ricercatori, scienziati, medici, biologi di altissima professionalità con attivisti di tutto il mondo per individuare obiettivi condivisi. I temi del Forum saranno: la disuguaglianza sociale come determinante di malattie, l’accesso alle cure, la privatizzazione dei servizi sanitari e le conseguenze sulla salute dei cambiamenti climatici.

Domenica 5 novembre si svolgerà un incontro tra i movimenti italiani attivi nella difesa della salute per organizzare insieme delle campagne nazionali.

Pubblicato
il 31.10.2017

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Il documento di Anna Falcone e Tomaso Montanari rilancia con forza il percorso di costruzione di un’alleanza popolare per la democrazia e l’uguaglianza che era partito con l’assemblea del Brancaccio. Abbiamo con convinzione aderito a quel percorso e accolto positivamente l’idea di una lista che unificasse la sinistra sociale e politica e le tante forme di civismo e partecipazione su un programma di attuazione della Costituzione e di netta alternativa al PD le cui politiche da anni sono “indistinguibili da quelle della destra”. Rinnoviamo dunque l’invito a tutte le compagne e i compagni del PRC-SE a partecipare attivamente e a promuovere le assemblee in tutti i territori. Il compito di Rifondazione Comunista non è quello di assistere passivamente al dibattito di altri ma di essere strumento al servizio dell’aggregazione e della partecipazione dal basso e protagonista del confronto. Per questo è fondamentale dare forza alla campagna di adesioni individuali, essere tra i promotori delle assemblee sui territori, lavorare per una larga partecipazione all'assemblea nazionale del 18 novembre a Roma.
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http://www.perlademocraziaeluguaglianza.it/aderisci/

Condividiamo in particolare che sia “chiusa la stagione del centro-sinistra: perché è giunto il tempo di rovesciare il tavolo delle diseguaglianze, non di venirci a patti”. Il centro sinistra in questi anni, a livello italiano come europeo, è stato il protagonista indiscusso dell’attuazione delle politiche liberiste: dai trattati di Maastricht fino al Fiscal Compact passando per guerre e privatizzazioni. Queste politiche non solo hanno favorito i ceti più ricchi e il grande capitale ma aumentato le diseguaglianze e peggiorato nettamente le condizioni di vita e di lavoro delle giovani generazioni e di larghi settori della popolazione. La precarietà dilagante e le decine di migliaia di giovani emigranti sono la sintesi di queste politiche che il centrosinistra e il centrodestra hanno prodotto e condiviso in questo paese. Il governo Monti, con il pareggio di bilancio in Costituzione e la Legge Fornero, spicca come vero e proprio monumento della contiguità di politiche economiche e sociali tra centrodestra e centrosinistra.

Le politiche del centrosinistra però non hanno solo impoverito e reso più ingiusto il nostro paese: hanno deluso speranze, desertificato i processi di partecipazione democratica, svuotato di significato agli occhi di milioni di persone persino la parola sinistra. Il ritornello secondo cui non c’è alternativa alle politiche europee, all’austerità, alle privatizzazioni, alla massimizzazione della concorrenza ed al peggioramento delle condizioni di vita, ha prodotto sconforto e impotenza, ha aperto la strada alla guerra tra i poveri, al razzismo e alla xenofobia. Le leggi elettorali incostituzionali, il tentativo di manomissione della Costituzione e poi lo scippo attuato dal governo Gentiloni e dalla sua maggioranza parlamentare ai danni del popolo italiano, a cui è stato impedito di pronunciarsi attraverso un referendum sui voucher (ma in realtà sulla precarietà), esplicitano una volontà palese di impedire al popolo di esercitare la propria sovranità.

Per questo “serve costruire la Sinistra che ancora non c’è” e “non ci basta più difendere la Costituzione e lo Stato democratico di diritto, vogliamo attuarli e costruire insieme un fronte politico e sociale alternativo al pensiero unico neoliberista e alle riforme dettate e imposte dal capitalismo finanziario a Parlamenti e governi deboli o conniventi”, come scrivono Anna Falcone e Tomaso Montanari.

Per questo la sinistra che vogliamo costruire deve essere fondata su contenuti chiari a partire dallo smantellamento delle misure liberiste che hanno devastato la condizione di esistenza di milioni e milioni di persone.

Il No al fiscal compact, l’eliminazione del pareggio di bilancio dalla Costituzione, la disobbedienza ai trattati europei che sono in palese contrasto con l’attuazione dei principi e degli obiettivi della nostra Costituzione sono elementi centrali e imprescindibili di un programma di alternativa che non sia solo di enunciazione di buone intenzioni. Dentro la camicia di forza che i governi italiani e l’UE hanno contribuito a determinare non è possibile una svolta.

Una lista di sinistra si costruisce intorno a un programma che sia effettivamente di sinistra e che può raccogliere come negli altri paesi europei un grande consenso popolare: la difesa dei diritti di chi lavora a partire dalla reintroduzione dell’articolo 18 e dall’abolizione del Jobs Act e della legge 30, la redistribuzione del reddito a partire dall’aumento della tassazione sulle grandi ricchezze, la redistribuzione del lavoro a partire dall’abolizione della legge Fornero e dal perseguimento di una drastica riduzione di orario (32 ore settimanali), il rilancio della scuola pubblica a partire dall’abrogazione della Buona Scuola e delle tante riforme che, con diverso segno hanno impoverito il sistema scolastico nazionale e dallo stop al finanziamento delle scuole private, lo stop ai tagli alla sanità e allo smantellamento della servizio sanitario nazionale, il contrasto all’impoverimento crescente a partire dall’istituzione di un reddito minimo garantito e dal rilancio del welfare, una politica per il diritto alla casa, la salvaguardia dell’ambiente e dei beni comuni a partire dall’abrogazione dello Sblocca Italia e dallo stop al consumo di suolo e alle grandi opere inutili come la Tav in Val di Susa o il gasdotto Tap, la ri-pubblicizzazione dell’acqua e dei servizi pubblici in attuazione del referendum del 2011, il rilancio dell’intervento pubblico a partire da un grande piano per il lavoro incentrato sulla messa in sicurezza del territorio, la riconversione ambientale e sociale delle produzioni e dell’economia, lo stop e la messa in discussione delle privatizzazioni di aziende strategiche o che forniscono servizi universali, un impegno senza se e senza me contro la guerra e gli interventi militari che nulla hanno di umanitario, ma perseguono un progetto imperialista e colonialista, per il dimezzamento delle spese militari e la riconversione dell’industria bellica, contro la permanenza di testate nucleari nel nostro territorio e per l’adesione dell’Italia al Trattato sulla proibizione delle armi nucleari.

Tra i prodotti tossici del neoliberismo va evidenziato quello di aver trasformato, anche nell’immaginario popolare, una guerra contro i poveri in una guerra fra poveri, cercando nel migrante, nel richiedente asilo il capro espiatorio. Per una sinistra di alternativa accogliere non si traduce in una semplice seppur necessaria etica antirazzista. Il modello di società a cui dobbiamo tendere è quello che garantisca la parità nell’accesso ai diritti fondamentali e lo smantellamento di ogni atto legislativo – dalla Turco – Napolitano alle leggi Minniti Orlando, passando per la Bossi- Fini che hanno prodotto apartheid e abbassamento generalizzato delle tutele per migranti e autoctoni. La sinistra che vogliamo realizzare considera “nostra patria il mondo intero” rigetta i dogmi della “Fortezza Europa” e aspira verso una società aperta e meticcia in cui i diritti costituzionali, in primis la cittadinanza sostanziale, non siano vincolati da reddito o provenienza ma considerino l’eguaglianza come fondamento e valore comunemente condiviso. Razzismo e scontro fra ultimi e penultimi vengono giustificati e propagandati con il dogma liberista secondo cui non ci sono le risorse, si deve tirare la cinghia e fare sacrifici. Si tratta di una pura e semplice menzogna: i soldi ci sono. Basta prenderli dalle tasche di chi controlla la maggior parte delle risorse del paese, ricchi italiani e multinazionali. Sarebbe sufficiente obbligare la BCE a finanziare con i soldi nostri piani per il welfare e per l’occupazione e non solo le banche private. I soldi ci sono e nostro nemico è chi è ricco non chi scappa dalle guerre. Va contrastato con forza questo impianto ideologico con cui detengono il potere tanto le destre dichiarate quanto quelle che, in nome della “sicurezza” ne copiano gli stessi slogan.

Da troppo tempo manca di visibilità, forza e credibilità un punto di vista che si contrapponga al populismo reazionario e al neoliberismo pseudo-progressista.

Una sinistra che si batte per l’attuazione della Costituzione non contrappone diritti civili e diritti sociali, si batte per l’uguaglianza e la libertà. Consideriamo fondamentale la nuova ondata di mobilitazione delle donne e il suo caratterizzarsi sempre più per un femminismo del 99% con un’agenda inclusiva – allo stesso tempo antirazzista, anti-imperialista, anti-eterosessista, anti-neoliberista – come definita nell’appello per la giornata internazionale di sciopero dell’8 marzo 2017 e più in generale dal movimento “non una di meno”. Libertà significa per noi anche la piena autodeterminazione delle persone nel proprio orientamento sessuale, il rifiuto di ogni forma di omofobia e transfobia, la piena affermazione del valore della laicità.

Tante esperienze europee, dalla Spagna alla Francia alla Grecia alla Gran Bretagna, dimostrano che le posizioni di una sinistra radicale e in netta rottura con classi dirigenti delegittimate possono conquistare consenso popolare, anzi che solo una sinistra nuova e radicale può contrastare il diffondersi nei ceti popolari della destra razzista e xenofoba che cresce proprio in conseguenza delle politiche neoliberiste sostenute in Europa dai governi di centrodestra e centrosinistra. La sinistra si ricostruisce mettendo in discussione non solo le scelte di Renzi ma quelle del complesso del Partito Socialista Europeo e le politiche dominanti nell’Unione Europea che hanno visto la condivisione di liberali, socialisti e popolari.

Non basta dunque invocare genericamente l’unità, bisogna avanzare una proposta credibile ed effettivamente alternativa al PD che faccia delle elezioni un passaggio verso la costruzione di una forza e di uno schieramento popolare che lavori per un’alternativa di società: una sinistra antiliberista, antirazzista, antisessista, democratica e ambientalista che si batta per l’attuazione della Costituzione. Non si tratta dunque di fare una lista per ricostruire il centrosinistra ricontrattando con il PD dopo le elezioni.

Parallelamente la sinistra che vogliamo costruire deve fondarsi su un percorso democratico e partecipato che segnali la più netta discontinuità con la stagione del centrosinistra di cui il PD renziano rappresenta solo la fase terminale. Se si ha l’obiettivo di riportare al voto chi ha scelto l’astensione o chi deluso si è rivolto al M5S, la sinistra non deve essere in alcun modo confusa con gli scampoli della fase precedente e deve essere chiaro che non intende allearsi col PD né prima né dopo le elezioni.

Serve un percorso basato sulla democrazia e la partecipazione, non un accordo pattizio tra vertici politici. Serve un chiaro rinnovamento nella composizione delle liste, con una forte presenza di chi è impegnato nella società e nei movimenti e la scelta chiara che non siano candidati coloro che negli anni e nei decenni scorsi hanno ricoperto responsabilità di governo nel vecchio centrosinistra.

Dobbiamo costruire una lista di sinistra che costruisca l’oggi e il domani, non una lista di reduci chiamati a giustificare gli errori – ingiustificabili – commessi negli ultimi vent’anni e che hanno prodotto la situazione attuale. La sinistra che dobbiamo unire è anzitutto quella che si espressa negli ultimi anni nei conflitti sociali, nelle lotte, nei movimenti per la democrazia, i beni comuni, la giustizia sociale, la solidarietà e la pace. Insomma c’è bisogno di una lista che rappresenti chi ha saputo dire NO.

Serve un codice etico e regole (a partire dalle retribuzioni) per elette/i che renda ben chiara l’alterità della sinistra nei comportamenti concreti e una piattaforma radicale per quanto riguarda la lotta alla corruzione.

Un programma radicale e un profilo di netta discontinuità col passato sono le condizioni che possono determinare l’unità auspicata dall’assemblea del Brancaccio.

Rifondazione Comunista nel percorso della costruzione di una proposta di sinistra per le prossime elezioni che abbia le caratteristiche che abbiamo delineato lavora per il coinvolgimento di tutte le aree e le soggettività della sinistra anticapitalista e antiliberista e dei movimenti e a tal fine porta avanti un’interlocuzione larga con spirito inclusivo e unitario.

Non possiamo rinunciare a una iniziativa autonoma del partito, rendendo subalterna la pratica della linea politica del Prc alla risoluzione delle altrui contraddizioni. La costruzione di una proposta elettorale in vista delle prossime elezioni politiche non può che partire, da subito e nei tempi utili che abbiamo di fronte, da una interlocuzione privilegiata con i soggetti politici e sociali – interni ed esterni al Brancaccio – che in questi anni hanno detto no alle politiche neoliberiste, razziste e sessiste che attraversano lo spazio europeo e italiano; con chi – in questi anni difficili in cui abbiamo pagato a prezzo altissimo scelte coerenti – ha resistito e camminato con noi per le strade della difesa della Costituzione e del no sociale; con chi sta promuovendo la manifestazione dell’11 novembre contro il Governo e questa Ue; con i comitati per il No; con chi ha difeso beni comuni, ambiente, territorio; con gli spazi sociali, i movimenti, il sindacalismo conflittuale, le lotte che praticano autorappresentazione e autogoverno, con le soggettività politiche e sociali che in questi anni sono state all’opposizione. L’obiettivo è di costruire una coerente e credibile proposta politica in grado di guardare oltre la scadenza elettorale per ricomporre un blocco sociale di alternativa.

La costruzione di una proposta di sinistra per le prossime elezioni politiche e regionali non può che svilupparsi dentro le mobilitazioni e l’opposizione sociale. In questa direzione vanno la nostra partecipazione alla manifestazione nazionale dell’11 novembre a Roma contro le politiche del governo e la campagna sulle pensioni per la cancellazione della legge Fornero.

La Direzione Nazionale impegna tutto il partito sulle prossime scadenze e campagne:
- Manifestazione nazionale a Roma dell’11 novembre
- campagna in tutta Italia di iniziative e volantinaggi sulle pensioni
- assemblea nazionale del Brancaccio del 18 novembre

Marco Sferini
30.10.2017

Il giardino è intitolato a “Madre Teresa di Calcutta”.
Una antitesi quasi beffarda, cinicamente non voluta. Un contrasto palpabile quando si legge che in quel parco pubblico di Torino un senzatetto di una sessantina d’anni è stato dato alle fiamme.
Poche ore prima di essere cosparso di benzina e diventare una torcia umana, aveva conversato con un amico e bevuto qualcosa. Poi s’era messo a riposare su una panchina.
Ma l’odio disumano di alcuni umani ha previsto di indirizzarsi ancora una volta verso chi cerca soltanto di vivere in disparte, fuori dai circuiti di una società che magari non ama e che certamente lo emargina, lo rifiuta e lo tiene distante.

Ma qualcuno accorcia questa distanza, si avvicina all’uomo, lo vuole allontanare da quei giardini: chissà, magari la sua è la rappresentazione di una anomalia da cancellare, una diversificazione tangibile che stona col resto del quartiere. Oppure, chissà ancora… magari è molto, ma molto “banalmente” il male prende le forme del fastidio di vedere sempre quella panchina occupata, mai libera.

Per liberarla basta prendere un accendino e del liquido infiammante: le fiamme purificano, vero? Quindi dare alle fiamme un uomo di sessant’anni è atto di purificazione del quartiere dove il degrado sociale è cresciuto in questi anni.
Lo affermano molte testimonianze e persino consiglieri circoscrizionali non fanno mistero nel dire che se lo aspettavano un gesto del genere, che rientrava nella consequenzialità di un cumulo di insofferenze ingestibili.

Non è la prima volta, purtroppo, che leggo e commento una notizia di questo genere eppure penso sempre che, oltre ad essere un gesto criminale, il provare a dare fuoco ad una persona sia un modo di elevare l’odio così in alto da impedire qualunque sforzo di comprensione di tipo sociologica: badando bene che per “comprensione” intendo non il giustificazionismo di una follia antisociale, razzista (l’uomo è di nazionalità rumena e quindi non è nemmeno escluso che oltre ad essere schifato come “barbone” lo sia anche per la sua provenienza…), ma la semplice ricerca di una contestualizzazione che ci faccia capire come nasce e cresce una cattiveria così spietata, inflessibile, non controllabile secondo i canoni del riconoscimento dell’altro da noi.

Le radici di questi comportamenti sedimentano quasi sempre nella concezione di superiorità (fonte prima del razzismo tout court) che vive dentro ad un animo inaridito dal confronto aspro con realtà che non accetta perché rifiuta di conoscere fino in fondo.
Esiste, del resto, la cattiveria molesta di per sé stessa: non possiamo negare che alcuni esseri umani siano compenetrati da un sadismo non sradicabile, non innato ma indubbiamente profondamente inserito nel loro carattere che è essenza del vivere quotidianamente a contatto con altri simili. Chi viene percepito come “pericoloso” per l’identità che ci si è costruiti come corazza personale, magari associandosi in gruppi di fanatici custodi di valori presuntamente tradizionalisti, diventa un elemento da estirpare, da distruggere.
La ripetitività di questi gesti omicidi ci parla di tutto ciò. Sarebbero fenomeni arginabili se esistesse una coscienza così vasta fondata sulla solidarietà sociale e sull’uguaglianza sociale (soprattutto su quest’ultima come pietra angolare del resto) capace di isolare razzisti, xenofobi, neofascisti, gente che vive nutrendosi di odio e di contrapposizione armata, violenta verso chi non è come loro.

Ma da tempo ormai questa coscienza dell’eguaglianza è venuta progressivamente morendo in Italia perché sono state attaccate tutte le fondamenta su cui poggiava: lavoro, salute, scuola, pensioni, diritti sociali e diritti civili, senso di una comunità capace di reagire con la forza della ragione e dell’umanità davanti ad episodi che fuoriescono dal patto civico dettato dalla Costituzione.

La lunga mano del mercato capitalistico, del privatismo ha raggiunto queste postazioni di difesa della democrazia sociale, della santità dell’eguaglianza come elemento ispiratore della vita di tutti i giorni nella Repubblica Italiana.
Sentendo del tentato omicidio del senzatetto sessantenne di Torino qualcuno scrollerà le spalle: “Succede…”, dirà.

Qualcuno d’altro si indignerà e poi correrà allo stadio a vedere la partita del giorno. Il che non sarebbe un peccato antisociale se solo domani, riprendendo la vita di tutti i giorni, tornasse a ricordarsene e, provandone vergogna, mettesse in moto un meccanismo: dare un po’ del proprio tempo per cambiare questa società priva di scrupoli, priva di empatia, priva di eguaglianza.

Michele Prospero
da il Manifesto
28.10.2017


Renzismo. L’attacco a un’istituzione di riserva come la Banca d’Italia è un misto di insipienza (Renzi in tv non seppe dire chi fosse Donato Menichella) e di populismo straccione

Dopo le dure parole di denuncia del presidente del senato, forse è maturo un giudizio storico-politico sul Pd. La prima considerazione è che si tratta di una organizzazione fortemente ideologica. Non nel senso che il Pd sia dotato di una generale concezione del mondo che interpreta la realtà con codici selettivi e mobilita i soggetti per imprese collettive.

Ma nel senso pregnante che il Nazareno coltiva l’ideologia del comando di una persona che non concepisce altro legame che il servizio prestato alle sue ambizioni di potere.

Senza alcun preconcetto moralistico, questo disegno spinge a piegare le strutture del partito e le dinamiche istituzionali alle esigenze di un potere concentrato nella persona. Il compimento dell’ideologia della rottamazione.

Essa disvela la prevedibile conversione del Pd da partito che ospita plurali sensibilità, connesse tra loro per il richiamo ai valori del riformismo costituzionale, in un soggetto esangue a disposizione del capo.

Dopo la scalata renziana al vertice del partito e del governo, non ci sono dubbi che la salute delle istituzioni repubblicane è manifestamente deteriorata.

L’attacco alla tradizionale impermeabilità di una istituzione politica di riserva come la Banca d’Italia è un misto di insipienza (del resto, quando Renzi comparve nelle primarie a sfidare Bersani in Tv non seppe rispondere a una domanda su chi fosse Menichella!), di populismo straccione (incamerare qualche voto confidando sul risentimento dei risparmiatori), di irresponsabilità (disprezzo di ogni senso dello Stato). Quando, per piccoli obiettivi di consenso, non si risparmiano nella contesa delicati equilibri formali, che vengono travolti senza remore, il degrado della funzione politica è a livelli di guardia.

Si comprende un certo imbarazzo dei poteri forti (la grande stampa consiglia il neurologo) e di ancora fresche cariche istituzionali (Napolitano denuncia pressioni indebite sui vertici dell’esecutivo) dinanzi a certe condotte corsare di un loro antico protetto.

La volontà di potenza di Renzi riduce il partito a un puro strumento di disciplina che reclama l’obbedienza dei parlamentari dinanzi a qualsiasi metamorfosi programmatica.

Il presidente del consiglio torna ad essere un figurante che è informato per ultimo delle scelte più rilevanti decise a Rignano e si limita a eseguire con diligenza impiegatizia gli ordini tassativi ricevuti. Non si tratta della riedizione di una cosa antica, cioè della supremazia del partito sul governo. E’ in gioco solo la capacità di intimidazione del leader che non ha più voti ma esercita il comando assoluto dinanzi a organismi collegiali evaporati.

Non solo uno statista evanescente come Gentiloni cede lo scettro dinanzi alla dura voce del padrone. Anche parlamentari di lungo corso come Finocchiaro, Minniti, Pinotti vagano nei palazzi come fantasmi inanimati in attesa di soddisfare la temuta voce del comandante. Gli stessi ministri tecnici (Padoan, De Vincenti) contribuiscono al definitivo discredito dell’accademia con il loro prolungato e supino inchino alle pretese più irrazionali del giglio magico.

Il Pd ha colpito la credibilità e il prestigio della presidenza della camera, incapace di proteggere l’autonomia e la dignità dell’istituzione dinanzi a richieste arroganti di voti di fiducia sulla legge elettorale, peraltro in assenza di atteggiamenti ostruzionistici delle opposizioni.

Irreversibili sono i segni di sgretolamento che si avvertono nel parlamento indotto a fabbricare leggi incostituzionali a gettito continuo.

L’abuso del voto di fiducia richiesto su materie elettorali, costituzionali travolge definitivamente il ruolo del parlamento da anni in declino. Il dibattito in aula non ha alcun senso e le camere sono soltanto l’arena per esibire continue manifestazioni di obbedienza ai desideri del capo ferroviere. Il Pd trascina il Quirinale in un generale processo di de-costituzionalizzazione per la forzatura delle regole, per l’insensibilità democratica che induce a manipolare le tecniche elettorali alla vigilia del voto.

Concordando con la destra una legge elettorale che consegna a Salvini l’intera deputazione dei collegi uninominali del nord, il Pd ordina il possibile suicidio della repubblica in un tempo che non rende affatto dormienti le voci di secessione. L’ideologia della rottamazione trionfa, ma il conto è amaro.

Ha distrutto il partito, ha minato le funzionalità delle camere, ha spento l’autonomia di Palazzo Chigi, ha indebolito il potere neutro del Colle, ha posto sotto assedio la Banca d’Italia, ha regalato alla Lega le armi letali della indipendenza padana, ha trasformato il popolo sovrano in puro organo di accettazione di una falsa rappresentanza che cala dall'alto. Le parole di Grasso devono illuminare chi lavora per raccogliere le forze della resistenza costituzionale sfidando la leadership attuale del Pd come regista della crisi della democrazia.

Norma Rangeri
da il Manifesto
27.10.2017


Resta presidente del senato per quel poco tempo che ci separa dallo scioglimento delle camere, ma si dimette dal Pd perché evidentemente mettere la faccia su questa ingloriosa pagina parlamentare è stato un prezzo troppo alto da pagare. E forse un partito così ridotto gli fa anche un po’ schifo.

Pietro Grasso, ha risposto con forza a chi, come i 5Stelle e Sinistra italiana, gli chiedeva di dimettersi piuttosto che ammettere i voti di fiducia. Ha replicato, si è difeso («può essere più duro resistere che abbandonare con una fuga vigliacca»), ma non ha potuto evitare che gli schizzi di una maionese impazzita gli arrivassero addosso. E’ una scelta dignitosa che va apprezzata, un gesto coerente per chi, come lui, recentemente si era definito «un ragazzo di sinistra».

Vedremo quali saranno le sue determinazioni. Ma qualunque sarà il futuro politico dell’ex magistrato (che ha rifiutato la candidatura per la Sicilia), queste dimissioni segnano una distanza dal pantano del Nazareno e indicano una libertà personale.

Molti deputati e senatori hanno votato questa pessima legge elettorale perché i pochi mesi che mancano alle elezioni suggeriscono più miti consigli a chi vuole essere rieletto. Pochi tra i rappresentanti del popolo hanno avuto la dignità di esprimere il loro no in aula, criticando il metodo prima ancora che la sostanza. Non hanno votato la fiducia in dissenso dal Pd, mentre chi ne era già fuori è uscito dalla maggioranza.

Singole personalità, come Giorgio Napolitano, pur votando la fiducia, hanno pronunciato discorsi di aperta polemica contro le indebite pressioni sul governo, per l’inaccettabile condizione di essere al tempo stesso chiamati a votare una delle leggi più politiche della legislatura senza avere tuttavia neppure il diritto di discuterla e di emendarla.

Altri ancora, ed è questo il caso del presidente del senato, Pietro Grasso, hanno affrontato il passaggio parlamentare mettendoci la faccia, subendo il duro giudizio dei senatori contrari alla legge, e si è visto ridotto al ruolo più del vigile urbano che dell’arbitro, destinatario di insulti e contumelie, fatto oggetto di un metaforico lancio di ortaggi sulla seconda carica della Repubblica, spinto sul palcoscenico di una rappresentazione politica con i toni della sceneggiata.

Le istituzioni escono dal tunnel della legge elettorale come protagoniste piuttosto ammaccate di un brutto spettacolo, testimonianza dello stato comatoso in cui versa il nostro sistema democratico. Che ormai si esprime con forzature successive e sempre più laceranti nelle conseguenze che produce tra eletti e elettori. La sberla del referendum costituzionale non sembra aver insegnato nulla. Lo spettacolo della fitta sequenza di voti di fiducia, inversamente proporzionale sia alla caratura della legge che hanno prodotto, sia alla credibilità del governo che l’ha imposta, lasciano sul terreno, politico e istituzionale, altre macerie.

Un giovane leader in disgrazia e un vecchio leader riciclato hanno scritto una pessima sceneggiatura mandando in scena uno schema elettorale utile a cementare le proprie alleanze, riottose ma tenute insieme con la camicia di forza imposta dal Pd al governo in nome e per conto delle future spartizioni. E pazienza se c’è una forza che rischia di essere il primo partito italiano che, proprio per questo, viene tagliato fuori perché non fa alleanze.

Una volta raggiunto l’accordo trovare il modo di silenziare il parlamento non è stato un problema.

Renzi conquista Verdini e perde Grasso. Una conclusione che esprime perfettamente la deriva di un uomo solo allo sbando.

Andrea Fabozzi
da il Manifesto
27.10.2017


In senato l'ultimo sì alla legge elettorale. Il leader di Ala: «In maggioranza ci siamo stati e ci saremo fino alla fine»

E venne il giorno dell’orgoglio verdiniano, il giorno in cui la legge elettorale che porta il nome del capogruppo Pd alla camera Rosato, ma di cui Denis Verdini si dichiara orgogliosamente zio (o nonno), viene definitivamente approvata. Con 214 voti favorevoli al senato, un record come fa subito notare l’esperto di sistemi elettorali e deputato verdiniano Massimo Parisi: «Più dell’Italicum, 184 voti, e più del Porcellum, 160».

E si potrebbe aggiungere molti più del Mattarellum originale, che al senato nel 1993 prese 145 e 134 voti (erano in realtà due leggi elettorali distinte).

ORGOGLIO LEGITTIMO quello del fiorentino Parisi, che dieci giorni dopo la vittoria del No al referendum costituzionale, ormai quasi un anno fa, aveva presentato la matrice del Rosatellum, un sistema misto con più collegi uninominali ma con i tre elementi portanti della nuova legge: la soglia di sbarramento al 3%, la possibilità di coalizioni e soprattutto il voto unico per maggioritario e proporzionale. «Era un’idea che poi si è sviluppata», spiega allusivo Verdini. Ma al «vecchio repubblicano», che si alza mezz’ora dopo l’inizio del dibattito conclusivo in un senato ancora semivuoto, interessa evocare ben altra continuità. «Berlusconi è stato il grande innovatore della politica italiana. Noi lo abbiamo seguito con convinzione nella sua lotta riformista, credendo e sperando poi nella forza innovativa di Renzi per portare a conclusione l’indispensabile trasformazione del paese». Una storia che naturalmente non è finita, tant’è che Verdini mentre si atteggia a padre della patria – «sono stato tirato per la giacchetta», manco fosse il capo dello stato – e mentre svela il segreto di Pulcinella – «tutta questa legislatura è stata un grande compromesso, noi di Ala in maggioranza ci siamo stati e ci saremo fino alla fine della legislatura» – si ripropone come alleato del Pd per le prossime elezioni. Con il piglio del laico, appunto «vecchio repubblicano»: «Abbiamo votato le unioni civili, voterei anche il testamento biologico e lo ius soli domani». Discorso rivolto a Renzi, non certo a Gentiloni di cui lamenta la «costante indifferenza».

L’INUTILE POLEMICA sulla norma «salva Verdini», quella che avrebbe dovuto consentirgli di candidarsi all’estero, è stata solo una distrazione. Quando era evidente da subito che per l’ex braccio destro di Berlusconi raccogliere le preferenze in sud America sarebbe quasi impossibile. La sostanza è che l’«impresentabile» si è presentato a chiedere il conto. E si ripresenterà, in Italia. A tanto si deve questo suo rarissimo intervento in aula – l’ultimo tre anni fa per difendersi da una richiesta di autorizzazione a procedere, il penultimo sei anni fa per l’identico motivo – che sconta la disabitudine al luogo: «C’è l’ex presidente della Repubblica in sala», dice, invece che in aula (e il resoconto pietoso corregge).

L’ULTIMA VOTAZIONE sulla legge Rosato scorre via tranquilla. E’ necessaria una votazione finale sul complesso della legge perché il governo ha messo la fiducia su ogni singolo articolo (tranne uno) e non su un maxi emendamento che la riassume, per evitare di dover tornare alla camera. Voto palese, per cui alla fine non manca neanche un sì nel gruppone Pd, malgrado le facce scure. Tranne i sette dissidenti (Chiti, Manconi, Micheloni, Mucchetti, Ruta, Tocci, Turano) che già mercoledì non hanno votato la fiducia. «Chi ha scritto questa legge non ha mai fatto campagna elettorale in un collegio, non ha idea di come votano i nostri elettori che peraltro sono in gran parte anziani», dice fuori dall’aula, e prima di votare sì, una senatrice democratica che dovrà provare a riconquistarsi il seggio al nord nell’uninominale. E rigira tra le mani il facsimile della scheda, dove il nome del candidato al maggioritario sparisce tra i simboli e le liste bloccate. Luigi Zanda, il capogruppo dem, tira via l’intervento finale con tale distrazione che attribuisce al renziano Roberto Giachetti la battaglia per il Porcellum (casomai il Mattarellum), racconta che il sistema tedesco è stato fatto cadere dalla bocciatura di un emendamento (casomai dalla approvazione) e poi garantisce sulla costituzionalità del Rosatellum come già garantì su quella dell’Italicum.

E COSÌ, POCO PRIMA che il tabellone fissi i numeri della seconda riforma elettorale di questa legislatura – 214 sì, 2 astenuti e 61 contrari – appaiono più veritierie le parole di un altro veterano delle aule parlamentari, intervenuto subito dopo Verdini. «Nei mille giorni di governo – dice il senatore leghista Calderoli – Renzi ha distrutto il paese e ha fatto dividere il partito. Ora fa approvare una legge elettorale che probabilmente determinerà l’estinzione del Pd, che alle prossime politiche rischia di arrivare terzo su tre».

Andrea Fabozzi
da il Manifesto
26.10.2017


Legge elettorale. Senza maggioranza, ma con cinque fiducie. Gentiloni si salva al senato grazie ai dissidenti Pd che non affondano il colpo e ai senatori di Verdini (e alla fine arriva anche il soccorso di Calderoli). Napolitano attacca la riforma e la decisione di Renzi di strappare - "sul presidente del Consiglio pressioni fortissime" - ma invita a salvare l'esecutivo. In aula tanta tattica, proteste, gestacci e una rissa sfiorata

I numeri dicono che il governo Gentiloni non ha la fiducia del senato. Alle sei di ieri sera nell’ultima votazione sulla legge elettorale è sceso fino a 145 voti, ai quali vanno tolti i 13 dei verdiniani che non sono formalmente in maggioranza. Ma che nei nei momenti drammatici, come questo sul Rosatellum, scattano in soccorso. La sostanza è però un’altra: la riforma elettorale, la seconda in questa legislatura, è cosa fatta (oggi il via libera definitivo). «Siamo sicuri che possa reggere a lungo?» è la domanda che ha rivolto all’aula Giorgio Napolitano. La sua risposta evidentemente è no.

In una pausa dei lavori d’aula, il senatore Calderoli spiega di condividere la preoccupazione: «Anche di questa legge si occuperà la Corte costituzionale». Autore della prima riforma elettorale bocciata dalla Consulta – il celebre Porcellum – non ha smesso di detestare politicamente l’ex capo dello stato, ma è l’unico leghista seduto al suo posto quando Napolitano interviene. L’aula ha un raro momento di silenzio, il presidente emerito – 92 anni – parla da seduto: per lui una lampada speciale, un bicchiere d’acqua, fazzoletti e una lente d’ingrandimento. Il testo del discorso è scritto in caratteri molto grandi, le parole di critica sono molto forti ma controllate negli effetti. «Gentiloni è stato soggetto a forti pressioni, mi rammarico della decisione di porre la fiducia ma lo sostengo». Per il presidente che accompagnò Renzi durante tutte le forzature su Italicum e riforma costituzionale nessuna autocritica: il problema della «drastica compressione dei diritti e del ruolo dell’istituzione e dei singoli parlamentari» è una questione «delle ultime settimane». L’ex capo dello stato si preoccupa di non mettere in imbarazzo l’attuale, che presto dovrà promulgare la legge. Lo cita, eppure demolisce la persistenza nel Rosatellum della figura del capo della forza politica che «adombra un’elezione diretta del capo del governo». E giustamente corregge tante chiacchiere: «Non è mai stata affrontata di fronte alla Consulta l’obiezione di incostituzionalità sulla fiducia» per le leggi elettorali. Come dire: succederà.

Nel frattempo le fiducie scivolano via una dopo l’altra, grazie all’articolato sistema di protezione messo in piedi da Pd, Lega e Forza Italia. Per ogni votazione abbassano il numero legale una quarantina di senatori in congedo (malati) o in missione: la metà sono forzisti e leghisti che hanno l’alibi dei lavori della neonata commissione sulle banche, l’unica autorizzata a convocarsi anche durante le fiducie. In questo modo aiutano la maggioranza a tenere basso il numero legale che resta fissato a 143 senatori. Aiuta anche la decisione di sette senatori dissidenti Pd (Chiti, Manconi, Micheloni, Mucchetti, Ruta, Tocci e Turano), diventati nove nell’ultima votazione (con l’aggiunta di Longo e Giacobbe), di dissentire senza sabotare: sfilano sotto la presidenza segnalando la loro presenza in aula (e quindi contribuendo al numero legale) ma l’intenzione di non votare. Serve anche il definitivo approdo alla maggioranza di tre senatori ex Si e M5S (Stefano, Uras e Orellana). Ma più di tutti contribuisce la scelta dei verdiniani di votare sempre la fiducia: su 14 senatori di Ala 13 votano sì e uno è in congedo. Senza il gruppo Verdini e la «fazione Chiti» il numero legale sarebbe mancato ad ogni votazione. Salvo che nell’ultima – la quinta fiducia – quando è arrivato anche il soccorso di otto senatori leghisti e sei forzisti (tra i quali l’eterno Scilipoti) comandati in aula a votare no da Calderoli, messo in allarme dalla decisione di M5S, Sinistra italiana e Mdp di uscire dall’aula.

L’appoggio del gruppo di Verdini, politicamente assai rilevante, non si può dire che sia stato numericamente determinante per il numero legale. Le due votazioni più delicate per il governo sono state la terza e l’ultima. Alla terza votazione hanno partecipato 217 senatori, così divisi: 148 sì, 61 no, 8 presenti e non votanti di cui sette con Chiti e uno il presidente Grasso. Se i 13 verdiniani non avessero partecipato, e i 61 contrari, avendolo notato dopo la prima chiama, avessero deciso di non rispondere per tentare lo sgambetto, il numero legale si sarebbe fermato a 143 (135 più 8), cioè esattamente al minimo necessario. Dunque votazione comunque valida. Ma è un calcolo teorico, perché tra i 61 contrari ci sono alcuni senatori (uno di Fratelli d’Italia, una di Gal e uno del Pd) che non avrebbero partecipato alla tattica dell’uscita dall’aula. Al quinto voto di fiducia, invece, hanno partecipato 172 senatori, così divisi: 145 a favore, dieci presenti e non votanti (9 con Chiti e uno il presidente Grasso) e 17 contrari. Con i senatori di Ala fuori dall’aula avremmo avuto 132 voti a favore, ma comunque 159 partecipanti al voto (e dunque il numero legale) perché il gruppo Chiti non sarebbe uscito e tra i 17 contrari stavolta, oltre ai tre già citati, ci sono stati 8 leghisti e 6 di Forza Italia arrivati proprio per garantire il numero legale. In precedenza, sulle altre fiducie, grillini e sinistre hanno aspettato che il numero legale fosse raggiunto prima di scendere nell’emiciclo a votare no (con qualche senatore disattento inseguito e fisicamente bloccati dai colleghi che tenevano la conta).

A questa tattica i grillini hanno aggiunto un bel po’ del consueto colore, compresa una semi aggressione al segretario d’aula del Pd Russo in favore di telecamera (collegata in diretta con la piazza di Grillo). Diversi senatori a 5 Stelle, infatti, hanno votato coprendosi gli occhi con le mani, o addirittura bendati, o stracciando una copia della legge elettorale, o gridando contro Verdini; il senatore Giarrusso ha direttamente fatto il gesto dell’ombrello verso i banchi di Ala – al senatore D’Anna non è parso vero poter replicare con gli interessi. A quel punto Russo ha gridato «siate seri» ai grillini e i senatori Cioffi, Lucidi e Santangelo gli si sono avvicinati minacciosi (in mezzo i commessi). In precedenza gli ultimi due si erano limitati a gesti più composti, come ripetere cinque volte lo stesso discorso (visto che ai senatori non è stato concesso di fare le dichiarazioni di voto per ognuno dei cinque voti di fiducia) o slacciare il nodo della cravatta.
E più volte, nel corso della lunga giornata, i 5 Stelle hanno chiesto a Grasso di fare come Paratore, che nel 1953 si dimise da presidente del senato per la fiducia sulla legge truffa. Grasso ci ha tenuto sempre a replicare. «Ho studiato, Paratore si dimise dopo la fiducia e non per impedirla», ha detto una prima volta. E poi, più esplicito, «a volte è più duro restare per il senso delle istituzioni, e continuare nonostante il malessere». Parole chiare che resteranno a verbale, e solo lì.

Enzo Collotti
da il Manifesto
25.10.2017


La vicenda che in questi giorni chiama in causa Anna Frank ha più risvolti.

Da una parte mira a banalizzare e a infrangere un simbolo, quello che al di là di ogni lettura critica, è diventato l’emblema della Shoah; dall’altra, impone una riflessione approfondita sulle radici di una incultura che consente di sfidare impunemente la sacralità di una memoria che sintetizza un mondo di valori che pensavamo fosse ormai diventato patrimonio dell’intera società.

E invece non è così.

A ottant’anni dalle leggi razziali del 1938 dobbiamo constatare non solo che così non è, ma che nella guerra della memoria l’oblio tende a collocarsi dalla parte vincente.

Brandire nello scontro tra tifoserie l’immagine di Anna Frank non è soltanto un oltraggio che immiserisce in molti significati che sono racchiusi in ciò di cui essa è simbolo, è la rivelazione della distanza che separa fasce più o meno larghe della popolazione dal senso del pudore che attutisce l’abisso dell’ignoranza e stravolge il senso del sacrificio di cui Anna è stata vittima.

Sul piano generale, l’episodio richiama l’inciviltà che governa quella parte del mondo dello sport che al di là della competizione si nutre di prepotenza e di razzismo. Non è da oggi che è stato segnalato il razzismo nelle tifoserie per ragioni non sempre comprensibili, ma sicuramente per la visibilità che si offre a platee immense.

In questo senso la responsabilità delle società sportive è enorme, ma enorme è anche la responsabilità del mondo politico che ha sempre teso a minimizzare il sottofondo politico di certe manifestazioni.

Non è un caso che sia nel mondo della destra, estrema o meno, che si diffondano comportamenti e atteggiamenti che sfociano nel razzismo, in un momento in cui le pulsioni razziste sono alimentate da paure, reali o stimolate ad arte, che traggono forza dai ben noti processi migratori che forniscono il pretesto per ogni sorta di eccesso provocatorio o difensivo che dir si voglia.

Di fronte al caso di Anna Frank esprimere indignazione non basta.

L’analisi deve andare oltre perché la tolleranza di fronte a tanti episodi di violenza e sopraffazione ha abituato all’assuefazione, ad allargare la soglia della sopportazione di fronte ad un fenomeno che si continua a sottovalutare e a minimizzare.

Bisogna rendersi consapevoli che siamo di fronte ad una forma di fascismo strisciante, di fascismo quotidiano, nulla di clamoroso, nulla che faccia scalpore, ma qui con Anna Frank ha passato il segno.

Questo paese ha riabilitato il riabilitabile: vogliamo riabilitare anche l’antisemitismo?

23 ottobre 2017
Marco Sferini


E'di ieri mattina l’intervista fatta da “la Repubblica” a Roberto Speranza di Articolo 1 – Movimento democratico progressista.
Un colloquio che viene ripreso dalle maggiori televisioni nazionali nei telegiornali perché rappresenta un vero “scoop”, una notizia bomba: chi dalla sua nascita e per i mesi successivi aveva come nuovo soggetto politico giurato e ipergiurato che voleva creare una alternativa politica (quindi anche programmatica) al Partito democratico dal quale si era appena scisso, oggi afferma di essere pronto ad aprire non un semplice canale di comunicazione bensì un tavolo di trattativa con Renzi.
“Dialoghiamo” è il verbo che riassume il tutto.
La vicenda di MDP è veramente unica nel suo genere, sebbene la sinistra italiana abbia nel corso dei decenni passati visto molte anomalie crescere e formarsi in seno a contraddizioni che potevano anche avere una ragione d’essere iniziale.
L’unicità e la particolarità del percorso tracciato fino ad ora da MDP si risolve nel proclamarsi anzitutto motore di un nuovo “centrosinistra” da rifondare dopo l’abbandono della medesima idea del centro unito alla sinistra da parte del PD renziano. Consci sia Bersani sia D’Alema che questo obiettivo non sarebbe stato raggiungibile a breve termine nemmeno dopo la manifestazione in piazza Santi Apostoli a Roma con Giuliano Pisapia dove tentarono di lanciare un nuovo soggetto politico dall’infausto nome di “Insieme”, le anime del movimento che si ispira all'”articolo 1″ della Costituzione repubblicana si sono separati in casa: nonostante i gruppi parlamentari unificati, nonostante quotidiane smentite e ripromesse di unione e di cammino comune per una lista alternativa al PD (in quanto all’antiliberismo siamo molto, molto lontani…), sono venute avanti due differenti interpretazioni dell’attuale scenario politico italiano.
La prima è quella della coerenza bersaniana nel reclamare la ricostruzione dell’onnipresente assente “centrosinistra”, definiamolo 2.0 come si usa fare oggi…
La seconda è quella di un’altra coerenza, quella dalemiana che invece punta – seppur timidamente e senza voler comunque spaccare verticalmente MDP – ad indicare la via nell’associazione con Possibile, Sinistra Italiana, Rifondazione Comunista (il vero e giusto ostacolo unitario per alcuni ma non per tutti) per dare vita a quel Quarto polo che sia alternativo a tutte le altre forze politiche in campo.
L’intervista che “la Repubblica” oggi fa a Roberto Speranza sembra aver ricompattato in qualche modo queste due visioni apparentemente opposte: l’apparenza è d’obbligo da citare, perché da quando è nata, MDP ha vagato da sonnambula, a tentoni, senza utilizzare i sensi politici nella loro completezza.
Ha dato la sua disponibilità a chi dalla grande assemblea del Teatro Brancaccio vuole avviare un progetto politico di sinistra di alternativa e, contemporaneamente, però non ha mai escluso l’ipotesi che oggi Roberto Speranza rimette in campo: una unità politica col PD per “battere le destre”, visto che il Rosatellum è stato sapientemente concepito dalla maggioranza di governo per costruire coalizioni che il giorno dopo possono anche dirsi liberamente addio in Parlamento.
Ciò che conta è arrivarci. E per arrivarci l’essere in coalizione è certamente una situazione più favorevole della corsa solitaria anche se più aderente a princìpi di coerenza politica con i bisogni che si pretendono di rappresentare.
Così stando le cose sembra del tutto evidente che ciò che andiamo scrivendo da mesi è confermato oggi: attendere ancora chi è indeciso, rimandare per aspettare chi tenta di capire come salvarsi e non come costruire una vera sinistra di alternativa è fare del male proprio a questo importante impegno che vede pochissimi mesi davanti a sé per riuscire ad essere riconoscibile politicamente dall’intero corpo sociale della popolazione.
Tutto ciò tenendo ben presente che, se andasse in porto una alleanza tra PD e MDP, la presentazione tanto della coalizione quanto delle singole forze politiche come le uniche capaci di sbarrare la strada alle destre sarebbe uno degli argomenti più gettonati nella propaganda elettorale presentandosi come “il voto utile”. Un alibi ben congegnato per attrarre tanto i voti della buona borghesia imprenditoriale al centro e quelli degli sfruttati a sinistra.
Ciò che Roberto Speranza dunque invoca come elemento costruttore di una alleanza con il PD, ossia quella missione salvifica legata all’enunciato del “battere le destre”, è l’unico appiglio possibile per giustificare una retromarcia che sconfessa le ragioni della scissione stessa operata nei confronti del PD.
Avevano ragione allora Cuperlo e Orlando: rimanere dentro la grande casa renziana per provare a modificarne la rotta oppure per provare a contare ancora qualcosa in termini di rappresentanza anche di giustissime ragioni di alternanza tra maggioranza e minoranza del partito.
Dalle carrozze del Frecciabianca “Destinazione Italia” Renzi manda a dire ancor prima dell’intervista speraziana che si può aprire ad una ricomposizione a sinistra del centrosinistra. Quindi tutte le premesse del caso esistono per poter vedere seduti attorno allo stesso tavolo PD, MDP, Campo progressista e Alternativa popolare di Alfano.
Tutti insieme per battere, da destra, altre destre. Per sembrare di sinistra alcuni, di centrosinistra altri, difensori della democrazia: nonostante il 4 dicembre scorso.

Roberto Ciccarelli
21.10.2017


Rapporto Eurydice 2017 Commissione Ue. L’Ocse conferma: nel 2016, tra i 25 e 64enni, il 18% aveva una laurea. La media europea è del 33%. Tra i 25-34enni il 26% aveva una laurea. La media europea: 40%

Le tasse universitarie in Italia sono le terze più alte d’Europa. Solo nove studenti su 100 ricevono una borsa di studio. L’andamento delle prime è al rialzo: oggi in media è pari a 1400 euro circa a studenti, presto aumenterà quando la Gran Bretagna lascerà l’Unione Europea, togliendosi dal primo posto: oggi per iscriversi in un’università inglese bisogna pagare 10.028 euro. L’Italia arriverà al secondo posto, preceduta dall’Olanda (2006 euro medi). Direzione opposta è quella seguita dalle borse di studio: le ricevono meno del 10% degli iscritti, mentre in Spagna i borsisti sono aumentati del 55%, in Francia del 36%, in Germania del 32%. Oggi, in Spagna, il 30% degli studenti riceve una borsa; il 39% in Francia. Staccatissima la Finlandia dove il 72% degli studenti sono borsisti. Questi dati contenuti nel rapporto Eurydice 2017 pubblicato dalla Commissione Ue sui sistemi nazionali di tassazione e diritto allo studio.

Questi dati vanno spacchettati rispetto ai corsi di studio. Nelle lauree triennali, ad esempio, la tassa media è passata da 1262 euro a 1316 in un solo anno: il 4,3% in più. Lo stesso andamento si ritrova in altri paesi, inseriti dal rapporto nello stesso gruppo in fuga guidato dall’Italia: Irlanda, Spagna, Paesi Bassi, Portogallo, Svizzera e Liechtenstein. Ormai staccato il gruppo dei paesi dove le tasse sono poco più che simboliche (meno 100 euro l’anno) sono la Repubblica Ceca, la Polonia, la Slovenia e la Slovacchia. In altri 15 stati – tra cui il Belgio, la Francia, l’Austria – le tasse variano o tra 100 e mille euro l’anno.

«Siamo tra i Paesi con la più bassa percentuale di borsisti – ricorda Elisa Marchetti, coordinatrice dell’Unione degli Universitari – Tutto questo mentre in Germania le tasse universitarie sono state abolite e un quarto degli studenti riceve una borsa, e in Francia la tassa media è di circa 200 euro e i borsisti sono il 40%. Anche la Spagna, un paese dell’Europa Meridionale fa meglio di noi: il 30% degli studenti riceve un sostegno economico».

Questa situazione va considerata anche rispetto al fallimento delle riforme di «centro-sinistra» Berlinguer-Zecchino dell’università, il cui obiettivo era quello di aumentare il numero dei laureati modificando i corsi di laurea nel famigerato «3+2». Fonti Ocse hanno di recente confermato che nel 2016, tra i 25 e 64enni, il 18% aveva una laurea. La media europea è del 33%. Tra i 25-34enni il 26% aveva una laurea. La media europea: 40%. Solo il Messico fa peggio con il 22% di laureati.

Mentre in tutti i paesi Ocse si aumentavano gli investimenti in istruzione e ricerca negli anni della crisi, l’Italia ha tagliato 9 miliardi di euro ai bilanci di scuola e università. A questi bisogna aggiungere i miliardi estorti agli insegnanti e ai docenti con il blocco degli stipendi a scuola: 12 mila euro a testa in sette anni. Per gli universitari, è stato calcolato che il blocco degli scatti di anzianità farà guadagnare allo stato austerico 100 mila euro a docente incardinato.

Sul capitolo tasse universitarie va tuttavia ricordato che la precedente legge di bilancio stanziò 55 milioni per il 2017 e 110 a regime dal 2018 per coprire le minore entrate delle università. Alcuni atenei hanno approvato regolamenti con una no tax area al 23mila euro e la fascia calmierata fino a 50mila euro (Bologna);14mila e 40mila (Sapienza di Roma). L’università di Genova assicura l’iscrizione gratis per chi ha perso il lavoro. Le immatricolazioni degli studenti lavoratori sono aumentate

21.10.2017
Andrea Boraschi
da il Manifesto

Un valore economico di 4,6 trilioni di dollari all’anno andato in fumo. Equivale al 6,2% della produzione mondiale; più della ricchezza complessiva generata annualmente in Giappone, l’equivalente di Regno Unito e Italia messe insieme.

Un trilione è una cifra impegnativa: si scrive con 18 zeri e si fatica a pensarla. Ma ne abbiamo esperienza quotidiana: è la quantità di ricchezza e benessere distrutta ogni anno dall’inquinamento atmosferico.

Le cifre dell’economica sono sbalorditive ma fredde, quelle della medicina dicono meglio: la somma degli inquinanti in atmosfera, acqua e suolo, a livello globale, causa annualmente 9 milioni di morti.

Quindici volte le vittime di tutte le guerre in corso sul Pianeta e di tutti gli atti di violenza. La mortalità generata dall’inquinamento atmosferico è stimata in circa 6,5 milioni.

Questi dati emergono dal rapporto preparato dalla Lancet Commission on Pollution & Health, pubblicato da poche ore. Vengono resi noti in giornate in cui sulla Pianura Padana, come immortalato da una foto dell’astronauta Nespoli, si stende una cappa di smog visibile dallo spazio.

“Torino come Pechino” è stato il titolo giornalistico, facile ma veridico, coniato per rendere l’immagine di quanto avviene. Nel capoluogo sabaudo la concentrazione delle polveri è salita a oltre il doppio del valore individuato dalla normativa come soglia di allarme.

Dal Comune raccomandano di tenere le finestre chiuse, limitare gli spostamenti, non riscaldare i luoghi indoor oltre i 19 gradi. E partono anche misure di limitazione al traffico privato che sembreranno draconiane – in un Paese in cui per molti l’automobile è vettore solo e unico della mobilità – e che invece sono insufficienti ed emergenziali.

E come tali destinate solo a tamponare un fenomeno che ha invece una portata cronica.

Le fonti dell’inquinamento atmosferico, in un ambiente urbano, sono molteplici. Dipendono principalmente dalla mobilità, dall’edilizia, dall’industria. Variano da contesto a contesto ma, in generale, il loro contributo specifico al problema complessivo, inquinante per inquinante, è noto.

La situazione, da vent’anni a questa parte, nelle nostre città è in parte migliorata. Ma i miglioramenti sono appunto settoriali e non sufficienti.

Le città italiane – e quelle del nord padano in particolare – sono meno esposte ai fumi dell’industria; e l’efficienza energetica sta riducendo (anche se troppo lentamente) le emissioni che vengono dall’edilizia. Il settore che meno di altri contribuisce al risanamento dell’aria che respiriamo nelle nostre città è certamente quello della mobilità.

Greenpeace si sta occupando, in questo periodo e su scala europea, di un inquinante specifico: il biossido di azoto, un gas cancerogeno emesso in larga quantità dai veicoli diesel.

In una città come Roma oltre tre quarti del NO2 in atmosfera viene dai veicoli a gasolio. In difformità dall’immaginario collettivo, benché sia un inquinante precursore anche delle polveri sottili, non è un inquinante “padano”: la capitale e Palermo, ad esempio, registrano concentrazioni medie annue non dissimili da Milano e Torino, e sempre ben al di sopra della soglia indicata dall’Oms per la protezione della salute umana (40 microgrammi/metro cubo).

Secondo un recente rapporto dell’Agenzia europea per l’ambiente l’Italia è il paese europeo dove l’NO2 ha gli impatti sanitari maggiori: oltre 17mila casi l’anno di mortalità prematura.

I bambini sono i soggetti più esposti agli effetti patogeni del biossido di azoto. Per questo, nelle ultime settimane, Greenpeace ha monitorato l’aria in prossimità di dieci scuole romane, asili ed elementari.

Dieci monitoraggi su dieci mostrano livelli di inquinamento costantemente allarmanti, con picchi – in concentrazioni medie su dieci minuti – fino a 111,4 μg/m3: un valore abnorme, se si considera che già nel 2005 l’Oms segnalava come nei bambini gli effetti patogeni sul sistema respiratorio siano provati anche per concentrazioni inferiori ai 40 μg/m3.

“Biossido di azoto” è una dizione sconosciuta ai più. “Dieselgate” lo è certamente meno. I veleni che respiriamo sono anche e soprattutto il risultato composito di una gigantesca frode industriale, dell’attività di lobbying dell’industria automobilistica, di controllori “distratti”, di decisori pavidi. La sfida immediata resta quella di salvarci i polmoni. E una tra le poche soluzioni a disposizione, la più urgente, è una rivoluzione della mobilità.

* responsabile della campagna Energia e Clima di Greenpeace

20.10.2017
Filippo Vergassola
Esecutivo Nazionale Giovani Comunisti/e, Responsabile Scuola e Università


La firma di qualche settimana fa da parte del Ministro dell’Istruzione, sul decreto che dà l’avvio alla sperimentazione dei licei in 4 anni, con le prime 100 scuole che hanno aderito e che potrebbe fare da apripista ad un modello esteso a tutti gli istituti secondari superiori, è stata una non-notizia.

La definisco così in quanto la misura si presenta in perfetta continuità con le politiche squisitamente di destra portate avanti dagli ultimi esecutivi: il processo di riduzione degli spazi di condivisione di un percorso, dei tempi della formazione, del significato dell’ apprendimento e delle prospettive della conoscenza nel nostro Paese, continua inesorabile, applicando i medesimi modelli neoliberisti (vedi laurea breve) che hanno portato l’Italia a sprofondare nella barbarie culturale e valoriale (oltre che economica) che colpisce lo scenario sociale che quotidianamente viviamo.
Si tratta di un intento di diminuzione “complessivo” del sistema-scuola del nostro Paese: le decisioni politiche che da un decennio riguardano il settore non sono cioè atte a stravolgerne “solo” un asse portante, ma piuttosto sono orientate ad imporre alla società un ripensamento della funzione che l’istruzione deve assumere.
In questo senso è sintomatica la scelta dell’ accentramento di poteri al dirigente scolastico con conseguente riduzione delle prerogative degli organi di rappresentanza: elementi, questi, che irrompono con prepotenza nello scenario odierno, dove si rende necessaria una riflessione sul rapporto tra democrazia nelle scuole e governance delle stesse.

In questo contesto, il dato dell’aumento degli abbandoni scolastici fa da apripista a quello del crollo delle immatricolazioni negli atenei, come conseguenza logica di quel definanziamento lineare che sta a dimostrare la precisa volontà di un generale depotenziamento del comparto.
Arrivati al culmine di questo processo, il governo quindi si propone di ridurre di un anno la scuola secondaria, congestionando l’offerta didattica in 4 anni con un aumento delle ore annuali, introducendo per la supervisione non meglio precisati comitati scientifici e modificando i piani di offerta formativa.
Il tutto curiosamente accade senza sfiorare il nodo evidentemente cruciale e squisitamente politico: quello del rifinanziamento organico e strutturale al mondo dell’istruzione, dal punto di vista qualitativo della didattica e da quello logistico-infrastrutturale, senza andare a ripensare il ruolo dei saperi ma anzi rilanciando su una visione “flessibile” della formazione, sempre più considerata “mezzo a fine”, cioè elemento strumentale alla costruzione di una generazione da formare sulle regole dell’efficienza e della produttività, una generazione che si concentri sulla competizione più che sulla competenza. In sintesi la “rivoluzione 2.0” della scuola del terzo millennio, secondo i sapienti governanti, dal punto di vista della valutazione si deve tradurre in un progressivo aumento di spazio ed influenza ai test Invalsi, plastica dimostrazione della volontà di omologare e standardizzare i saperi e la conoscenza, appiattendone funzione e significato.

Dal canto nostro, la ferma contrarietà a questo progetto è in realtà la radicale convinzione che la scuola si debba riappropriare della sua dimensione costituzionale intesa come garanzia di emancipazione, di autodeterminazione, di sviluppo di pensiero critico.
Oggi continuare a rivendicare una scuola necessariamente inclusiva, inevitabilmente pubblica, e fortemente laica significa lottare al contempo per una scuola attenta: attenta a non lasciare indietro nessuno, attenta e concentrata sul proprio ruolo – centrale – in una società sempre più priva di riferimenti e di modelli culturali.
Una scuola che non diventi semplice meccanismo asservito ad una logica esclusivamente valutativa ed “aziendalizzata”, ma che sia un composto di percorsi che abbiano la capacità e l’ambizione di valorizzare i territori e i contesti socioeconomici in cui si pone, le esperienze di chi la vive, le differenze che la attraversano.
Oggi la necessità impellente è quella di un sistema di istruzione che abbia gli strumenti per affrontare le contraddizioni di una società così diseguale, così recessiva, così iniqua; un sistema che oggi non può permettersi di essere il laboratorio di misure che mirano ad un contingentamento dei tempi, sacrificati in nome di efficienza e profitto.
E’ ora di cambiare rotta, con urgenza.

Marina Della Croce
da il Manifesto
18.10.2017


Roma. L’appello di Camilleri, don Ciotti e Moni Ovadia: «No agli accordi con le milizie libiche»

Sarà una giornata per dire no al razzismo, ma anche agli accordi che Italia e Europa stanno siglando con alcuni Paesi africani per imprigionare i migranti sull’altra sponda del Mediterraneo. E contro le leggi Minniti-Orlando su immigrazione e sicurezza che non solo non fanno alcuna distinzione tra chi delinque e chi invece arriva nel nostro Paese in cerca di lavoro, ma aboliscono anche il secondo grado di giudizio per il riconoscimento del diritto di asilo.

Sarà una giornata come a Roma non si vedono da anni. L’appuntamento è per sabato prossimo e sono attese migliaia di persone da tutta Italia. Solo l’Arci – tra le sigle che hanno promosso l’iniziativa insieme a Libera, A Buon diritto, Amnesty International Medu e altre – ha organizzato 22 pullman, altri sette sono attesi dalla Campania e poi da Lecce, Bari, Milano, Genova, Bologna. «Abbiamo bisogno di giovani, ragazze e ragazzi italiani e nuovi cittadini per costruire il futuro di questo Paese» si legge in una lettera-appello firmata da monsignor Raffaele Nogaro, don Luigi Ciotti, Andrea Camilleri, Enrico Ianniello, Moni Ovadia. Toni Servillo, Giuseppe Massafra, Luciana Castellina e Carlo Petrini. Per chi deciderà di aderire alle 14,30 da piazza della Repubblica partirà un corteo che attraverserà via Cavour e via Merulana per concludersi in piazza Vittorio.«Un mondo laico e religioso vasto – spiega una nota dell’Arci – che da sempre è schierato in difesa del diritto di migrare e che agisce in prima persona, anche disobbedendo a decisioni italiane ed europee che sono in aperto contrasto tanto con la nostra Costituzione che con i fondamentali principi internazionali».

Da anni assistiamo a un escalation di comportamenti sempre più aggressivi nei confronti di migranti, rom e qualunque forma di diversità. Dalle ruspe leghiste per spianare i campi rom si è arrivati in poco tempo a siglare accordi con milizie libiche alle quali è stato affidato il compito di impedire ai barconi carichi di disperati di prendere il mare. Il modo in cui questo avviene è, come raccontano innumerovoli testimonianze, tenendo prigionieri uomini, donne e bambini in centri all’interno dei quali le violenze fisiche e psicologiche sono all’ordine del giorno. Da una settimana l’Unhcr, l’Alto commissariato Onu per i rifugiati, sta lavorando a Sabrata, in passato uno dei principali punti di partenza dei barconi diretti in Italia, per assistere circa 14 mila migranti che le milizie libiche tenevano prigionieri all’interno di hangar, magazzini, case e fattorie, riuscendo in questo modo a far diminuire notevolmente il numero di sbarchi nel nostro Paese. La maggior parte dei migranti tratti in salvo sono traumatizzati e agli operatori dell’Unhcr hanno raccontato di aver subito violenze sessuali, di essere stati costretti a lavori forzati o a prostituirsi. «La strada degli accordi con i regimi dei paesi dall’altra sponda del Mediterraneo – scrivono tra gli altri monsignor Nogaro e Andrea Camilleri – non solo implica aiuti economici e governi opachi dalla democrazia malconcia, ma il prezzo dell’alleanza con le milizie libiche vuol dire costruire un inferno dove i migranti sono torturati, stuprati o mandati a morire di sete nel deserto, come ha denunciato l’Onu».

Una strada che l’Europa, Italia in testa, sembra decisa a percorrere sempre più e la recenti successi elettorali ottenuti in Germania e Austria da forze xenofobe e populiste non faranno altro che rafforzare ulteriormente questa scelta. Utilizzando anche l’ipocrita distinzione tra rifugiati e migranti economici, «etichette – proseguono i firmatari della lettera-appello – con le quali si classificano gli sventurati che attraversano l’Africa e il Medio Oriente sperando nell’accoglienza dell’Italia e dell’Europa. I rifugiati, come i cosiddetti migranti economici, tentano tutti di sfuggire alla morte».

Al corteo parteciperanno anche numerose realtà e centri sociali dietro uno striscione che ricorderà come «Nessuna persona è illegale». Tra gli altri ci saranno i romani di Baobab, Action, Esc, Communia, ma è è prevista anche la partecipazione di realtà milanesi, bolognesi e da Genova. «Vogliamo essere in piazza – è scritto nell'appello dei centri sociali – perché riteniamo urgente rispondere al clima di odio razziale e di guerra ai poveri che sta imperversando nelle nostre città e che viene alimentato ad arte dal razzismo istituzionale e dallo sciacallaggio d formazioni esplicitamente neofasciste. Vogliamo essere in piazza insieme agli uomini e alle donne migranti che continuano a mostraci grande coraggio e determinazione nel disegnare le proprie rotte e costruire il proprio futuro».

Andrea Colombo
da il Manifesto
18.10.2017


Montecitorio. Approvata una mozione contro il governatore. Con Gentiloni tensione alle stelle. Il Quirinale: «Rispettare l’interesse del Paese». Il blitz di Renzi inaugura una campagna elettorale senza esclusione di colpi sul capitolo banche

Il Pd mette ai voti una mozione che di fatto sfiducia Ignazio Visco. La Camera approva. Bankitalia contrattacca: «Abbiamo agito in continuo contatto con il governo. Il governatore è pronto a essere audito dalla commissione parlamentare d’inchiesta». La tensione tra Nazareno e palazzo Chigi raggiunge di colpo livelli mai neppure sfiorati in precedenza, ma lo scontro più duro è quello con il Quirinale, che era già sceso in campo a favore di Visco. In serata un comunicato informale ma chiaramente dettato dal capo dello Stato chiude i giochi e ordina la conferma del governatore. Il Colle ricorda che le scelte sulla Banca centrale «devono essere ispirate a esclusivi criteri di salvaguardia dell’autonomia e dell’indipendenza dell’Istituto nell’interesse della situazione economica del nostro Paese». Aggiunge significativamente che a questo principio devono attenersi tutti, «ciascuno nel rispetto del proprio ruolo». Giusto per ricordare che la decisione sulla guida della banca centrale non compete al Pd ma al governo.

LE PAROLE DETTATE da Mattarella chiudono il braccio di ferro, non sanano le ferite. La bomba era del tutto inattesa. Erano ignari della tempesta in arrivo il governo e il Quirinale, convinti che la riconferma di Visco alla guida della Banca d’Italia fosse ormai pacifica. Quando si trova di fronte la prima versione della mozione sul punto di essere presentata dalla dem Silvia Fregolent, molto più dura di quella poi effettivamente votata dalla Camera e approvata con 213 Sì contro 97 No e 99 astensioni, Paolo Gentiloni sgrana gli occhi: un benservito col quale viene addossata direttamente a Bankitalia la responsabilità di non aver vigilato sulle banche, in particolare su quelle quattro il cui crack Matteo Renzi considera all’origine delle sue disgrazie.

IL GOVERNO DEVE INSISTERE per strappare al segretario del Pd un testo meno manganellatore. Ce la fa, ma a fatica. Poi, in aula, il sottosegretario Beretta chiede e ottiene un ulteriore addolcimento, ma in cambio dell’approvazione del testo finale da parte del governo. Dalla formula iniziale secondo cui le crisi «avrebbero potuto essere mitigate nei loro effetti da una più incisiva e tempestiva attività di prevenzione» si passa a un più sommesso «l’efficacia dell’azione della Banca d’Italia è stata, in questi ultimi anni, messa in dubbio da ripetute e rilevanti situazioni di crisi». Ma la conclusione resta la stessa, con la richiesta di sostituire il governatore uscente con «una figura più idonea a garantire nuova fiducia». Matteo Richetti rincara: «Non facciamo nomi. Questo spetta al governo. Ma il Pd traccia la necessità di aprire una fase nuova».

MESSA COSÌ LA MOZIONE lascia al governo la possibilità di procedere come se nulla fosse e affidare di nuovo le sorti della Banca a Visco, opzione che dopo il monito del Quirinale è di fatto obbligata e che il governo era comunque orientato ad adottare anche prima dell’intervento del presidente. Ma è una scelta che comporta prezzi alti, tanto più con la campagna elettorale alle porte. Sulla mozione Forza Italia e Mdp si astengono; Sinistra italiana – che puntava a rinviare la scelta a dopo le elezioni – Fdi e M5S votano contro. Mentre il movimento di Grillo, che con la sua mozione respinta chiedeva l’immediata messa alla porta del governatore, fa capire subito che di qui al voto martellerà sul tasto dolente: «Pur di confermare Visco il governo imbavaglia persino il Pd».
Solo che il Pd non ha nessuna intenzione di farsi imbavagliare e in campagna elettorale bersaglierà a propria volta il non vigilante Visco, lasciato al suo posto contro il parere del Nazareno. Meglio prendere a schiaffoni l’amico Gentiloni e persino il capo dello Stato che essere presi a sberle dagli elettori nella prova decisiva. Renzi, in realtà, non si aspettava di ottenere davvero la testa di Visco. Mirava a chiarire che a difenderlo non sono lui e il Pd. «Volevano lasciarci con il cerino in mano. M5S sperava di poterci attaccare come difensori di Visco. A questo punto la scelta riguarda solo il governo», commenta il capogruppo Rosato. Non dice «affari loro», ma è come se lo facesse.

IL BLITZ DI IERI CHIARISCE quale tipo di campagna elettorale abbia in mente il leader del Pd, ma apre anche lacerazioni difficilmente sanabili. Mai dal giorno dell’ascesa al Colle di Mattarella si erano sentiti toni così irritati e critici nei confronti del segretario del Pd, mai si era colto un tale disappunto nei confronti di un leader che non capisce quanto delicata sia una faccenda del genere, quale preparazione meticolosa richieda e si comporta come se avesse tra le mani una mozione qualunque.

ALTRETTANTO FURIBONDI gli umori del governo, del tutto consapevole che la mossa di Renzi miri a scaricare su Gentiloni la responsabilità di aver salvato Visco. Non a caso erano in molti ieri a commentare l’affondo del leader del Pd con termini molto simili a quelli che Bersani adopera esplicitamente: «E’ fuori come un balcone».

17.10.2017

“Vanno avanti con la legge di bilancio le politiche di questi anni. Se la gran parte delle risorse va a copertura della clausola di salvaguardia, per il resto la parte del leone la fanno come al solito i soldi alle imprese, tra prolungamento degli incentivi per industria 4.0 e decontribuzione per i giovani. Come è già successo per il Jobs Act, questo non produrrà altro che assunzioni finalizzate a incassare le risorse disponibili, a cui seguirà una nuova ondata di contratti iper- precari. Né gli incentivi di industria 4.0 possono essere contrabbandati per una reale politica industriale.

Per il resto nulla sulla sanità in un paese in cui 12 milioni di persone non si curano più, tra ticket e liste di attesa. Nulla sulla previdenza, cioè via libera ai nuovi inaccettabili aumenti dell’età pensionabile, mentre non c’è traccia della pensione di garanzia per i giovani. E non sono che spiccioli le risorse in più sulla povertà.
Padoan inoltre annuncia nuove privatizzazioni, come previsto dal DEF, con un’ulteriore riduzione del perimetro pubblico.

E’ l’opposto di quello che sarebbe necessario: un ruolo pubblico diretto nel creare buona occupazione, investimenti sul welfare che contrastino davvero povertà e disuguaglianze, reperendo le risorse attraverso un’imposta sulle grandi ricchezze, il ripristino della progressività fiscale colpendo i redditi più alti, un vero contrasto all’evasione stimata in oltre 110 miliardi.

Il governo continua peraltro a rivendicare alle proprie politiche la “ripresina”, manipolando consapevolmente l’opinione pubblica ed occultando il fatto che l’Italia ha dati nettamente peggiori rispetto alla zona euro e a tutta la UE, e continua ad essere molto sotto i livelli pre-crisi, per Pil, investimenti, occupazione.
E’ necessario più che mai costruire mobilitazioni e battersi per un’alternativa”.

Roberta Fantozzi, responsabile Politiche economiche di Rifondazione Comunista – Sinistra Europea,

Antonio Sciotto
da il Manifesto
17.10.2017

Legge di Bilancio. Il valore della finanziaria varata dal Consiglio dei ministri è di 20 miliardi, ma tre quarti vanno via per l’Iva. Anche quest’anno soltanto bonus, erogati soprattutto alle imprese. Nessuna risposta a sinistra e sindacati su sanità e previdenza


Una legge di Bilancio, quella varata dal Consiglio dei ministri (Cdm) di ieri, che di «sociale» ha davvero poco. Cassate le richieste avanzate da sinistra e sindacati, ovvero l’eliminazione del «super ticket» sanitario e lo stop all’aumento dell’età pensionabile previsto dalla legge Fornero. L’entità è di 20 miliardi di euro, è finanziata per una buona metà dalla flessibilità sul deficit e per il resto dai tagli alle spese (3,5 miliardi) e nuove entrate (5,1 miliardi). Ma più di due terzi, 15,7 miliardi, se ne vanno per evitare l’aumento dell’Iva.

IL RESTO, POCO PIÙ di 4 miliardi di euro, viene spartito tra gli sgravi per le assunzioni dei giovani, alcuni incentivi alle imprese come il superammortamento, i fondi per il Rei (reddito di inclusione), i contratti del pubblico impiego. La novità sul fronte del pubblico riguarda l’assunzione di 1500 ricercatori e un «impegno» sugli scatti di anzianità per i docenti universitari, categoria che per la prima volta aveva protestato qualche settimana fa. Promessi anche miglioramenti di stipendio per i presidi.

SGRAVI ASSUNZIONI. Viene prevista una decontribuzione fino al 50% per tre anni: solo per l’anno prossimo la soglia delle assunzioni incentivate sarà valida fino al compimento dei 35 anni di età. Negli anni successivi la soglia si abbasserà. Questo capitolo vale 338 milioni per il 2018 e il governo ha detto di puntare a 300 mila nuove assunzioni stabili. Lo sgravio contributivo è portato al 100% per i giovani assunti al Sud. Sempre nel Sud lo sgravio resta al 100% anche per tutti i disoccupati da almeno sei mesi, indipendentemente dall’età.

REDDITO DI INCLUSIONE. È, o meglio, sarebbe, il fiore all’occhiello della lotta alla povertà della manovra. Si confermano i 600 milioni già annunciati, che però sono assolutamente insufficienti a rispondere anche solo agli italiani in povertà assoluta. L’Alleanza contro la povertà ha calcolato che l’assegno – di per sé esiguo, dai 190 ai 480 euro – potrà raggiungere solo 1,8 milioni di nostri concittadini, pari al 38% degli italiani in povertà assoluta. Perché risultasse davvero incisivo, servirebbero circa 5,1 miliardi da stanziare in tre anni.

CONTRATTI E PROF. Per il rinnovo dei contratti del pubblico impiego – che erano fermi da ben sette anni, cioè dal 2010 – la dote stanziata è di 2,6 miliardi: servono a garantire 85 euro di aumento ai 3,2 milioni di statali, compresi i docenti di scuola. È previsto anche un aumento degli stipendi dei presidi, che verranno gradualmente equiparati ai dirigenti pubblici. Il ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan, uscendo dal Consiglio dei ministri, ha poi annunciato l’assunzione di 1.500 ricercatori nelle Università. E ha garantito lo sblocco degli scatti di anzianità dei docenti universitari. Punti, questi ultimi, che dovranno ovviamente essere verificati. Per lo sblocco dei contratti del pubblico impiego, invece, si dovrà passare per l’Aran. Pare che nel Cdm i ministri della Giustizia Orlando e degli Interni Minniti abbiano chiesto di ampliare le 7900 assunzioni già annunciate dalla ministra Madia.

ALLE IMPRESE. Si confermano gli incentivi agli investimenti, con l'iperammortamento che rimane al 250%, mentre il superammortamento scende dal 140% al 130%. Nel provvedimento, come annunciato, sarà previsto anche il credito di imposta per la formazione digitale, che dovrebbe essere stabilito al 50% delle spese destinate dall'impresa a questo scopo. Istituito il «Fondo per il capitale immateriale, la competitività e la produttività». Vale 10 miliardi in 10 anni (2028-2028) il cosiddetto pacchetto «Impresa 4.0» per chi investirà in innovazione, ricerca e formazione negli ambiti e nelle tecnologie che caratterizzano la quarta rivoluzione industriale.

BONUS «GREEN». Introdotto per la prima volta il «bonus verde»: detrazioni del 36% per la cura di giardini e terrazzi, anche condominiali. Una misura che nelle intenzioni del governo dovrebbe contrastare l’inquinamento, favorire il decoro dei quartieri e offrire nuove opportunità per i florovivaisti.

BONUS CULTURA. La manovra, ha spiegato il ministro Dario Franceschini, ha confermato 18app, la card da 500 euro per i consumi culturali dei diciottenni. Inoltre, si è istituito un nuovo fondo di 3 milioni di euro per la promozione del libro e della lettura; vengono destinati 4 milioni di euro per l’acquisizione di opere d’arte; si aggiungono 8 milioni di euro per il sistema museale e per autorizzare ulteriori assunzioni.

15.10.2017

Nel nostro Paese sono crollati gli investimenti pubblici. Dal 2005 al 2017, fa sapere l'Ufficio studi della CGIA, la contrazione e' stata del 20 per cento; ma rispetto al 2009, punta massima di crescita registrata prima della crisi, la riduzione e' stata pesantissima: -35 per cento.

Nessun altro indicatore economico ha registrato una caduta percentuale cosi' rovinosa. In termini nominali in questi ultimi 8 anni abbiamo "bruciato" 18,6 miliardi di euro di investimenti. Se rispetto al 2016 abbiamo leggermente invertito la tendenza, nella Nota di aggiornamento del Def presentata nelle settimane scorse si evince che nel 2017 l'ammontare complessivo della spesa per investimenti del settore pubblico si dovrebbe attestare a quota 35,5 miliardi di euro.

"Gli investimenti pubblici - sottolinea il coordinatore dell'Ufficio studi della Cgia Paolo Zabeo - sono una componente del Pil poco rilevante in termini assoluti, ma fondamentale per la creazione di ricchezza. Se non miglioriamo la qualita' e la quantita' delle nostre infrastrutture materiali, immateriali e dei servizi pubblici, questo Paese e' destinato al declino. Senza investimenti non si creano posti di lavoro stabili e duraturi in grado di migliorare la produttivita' del sistema e, conseguentemente, di far crescere il livello delle retribuzioni medie. Ricordo, altresi', che il crollo avvenuto in questi ultimianni e' stato dovuto alla crisi, ma anche ai vincoli sull'indebitamento netto che ci sono stati imposti da Bruxelles che, comunque, possiamo superare, se, come prevedono i trattati europei, ricorriamo alla golden rule. Ovvero alla possibilita' che gli investimenti pubblici in conto capitale siano scorporati
dal computo del deficit ai fini del rispetto del patto di stabilita' fra gli stati membri". A livello territoriale, invece, gli ultimi dati disponibili sono aggiornati al 2015 e includono anche quelli realizzati dal Settore pubblico allargato (Spa), ovvero dalle imprese pubbliche nazionali (Posteitaliane, Gruppo Ferrovie dello Stato, Terna, Aci, Gestore servizi elettrici, etc.) e da quelle locali (Municipalizzate, Consorzi di Enti locali, etc.).

Se tra il 2005 e il 2015 gli investimenti del Settore pubblico allargato in conto capitale sono diminuiti a livello nazionale del 23 per cento (pari a -13,3 miliardi di euro), la ripartizione territoriale che ha registrato la contrazione piu' importante e' stata il Nordest che ha subito un "taglio" pari a 5,3 miliardi di euro (-37,4 per cento). Friuli Venezia Giulia (-51,1 per cento), Piemonte (-44,9 per cento) ed Emilia Romagna (-41,9 per cento) sono state le regioni piu' "colpite" da questa "sforbiciata". Se anche il Nordovest (-32,2 per cento) e il Centro (-27,6 per cento) segnano riduzioni molto consistenti, l'unica macro area che ha registrato un risultato positivo e' stata il Mezzogiorno (+ 419 milioni di euro pari al +2,7 per cento). Tra le regioni del Sud spicca il risultato positivo ottenuto dalla Puglia (+20,3 per cento), dalla Basilicata (+24,3 per cento), dalla Calabria (+38,1 per cento) e dall'Abruzzo (+57 per cento) che ha potuto beneficiare degli interventi pubblici riconducibili alla ricostruzione post terremoto.
Sempre sul tema degli investimenti, anche se di natura privata, il segretario della CGIA, Renato Mason afferma: "Pur essendo uno strumento intelligente, il piano impresa 4.0 rimane tarato sulle esigenze delle medie e delle grandi aziende. Non e' un caso, infatti, che fino a ora la stragrande maggioranza degli incentivi sia stata utilizzata da queste ultime. E' necessario, inoltre, che nella rivoluzione digitale che dovremo affrontare nei prossimi anni non siano coinvolte solo le aziende, ma anche la Pubblica amministrazione, la scuola e le maestranze. Questa sfida si vince se, tutti assieme, saremo in grado di fare squadra, giocando questa partita con la consapevolezza che chi rimarra' indietro avra' poche possibilita' di stare al passo con le principali potenze
economiche del mondo".

Ritornando ai numeri di questa elaborazione, se alla spesa per investimenti aggiungiamo anche la spesa per trasferimenti in
conto capitale, osserviamo che in questi ultimi 10 anni i primi, come segnavamo piu' sopra, sono diminuiti del 23 per cento, i secondi, invece, sono aumentati del 15,7 per cento. Complessivamente, comunque, il totale della spesa in conto capitale (investimenti + trasferimenti) e' in calo del 12,7 per cento, attestandosi nel 2015 su un valore nominale pari a 69,1 miliardi di euro.

Grazie alla disponibilita' di queste 2 fonti, e' stato possibile mettere in linea gli interventi pubblici in conto capitale che sono stati effettuati tra il 2005 e il 2015 sia dalla Pa sia dalla Spa per ciascun livello di governo. Il risultato che emerge e' molto significativo. Se la Pa nel suo complesso ha tagliato decisamente gli investimenti del 30,6 per cento (pari a -15,2 miliardi di euro), le aziende del Settore pubblico allargato, invece, hanno aumentato l'impegno del 17,5 per cento (+5,1 miliardi di euro) (vedi Tab. 3). In buona sostanza lo Stato e gli enti locali hanno ridotto il loro impegno di spesa e a investire ci hanno pensato le grandi aziende pubbliche.

Sempre tra il 2005 e il 2015, i settori maggiormente interessati da questa stretta sugli investimenti sono stati in termini nominali la mobilita' (-5,2 miliardi pari a -24,9 per cento), la cultura e la ricerca (-4,1 miliardi pari a -47,6 per cento), l'amministrazione generale (-2,3 miliardi di euro pari a -41,8 per cento), le attività produttive e le opere pubbliche (-2,2 miliardi pari a -13,3 per cento). In controtendenza, invece, solo le reti infrastrutturali che hanno visto aumentare gli investimenti in conto capitale (grazie soprattutto alla realizzazione della rete ferroviaria alta velocità'/alta capacita') sia della Pa sia della Spa di 9 miliardi di euro (+76,5 per cento).

14.10.2017
Paolo Fior
Da il Fatto quotidiano


Anche questa volta arriva puntuale un decreto del governo che cambia le carte in tavola e permette di tornare in gioco anche a chi non ha versato la prima o la seconda rata della rottamazione. Un ripescaggio - o meglio, un vero e proprio condono nel condono - teso a salvare qualcuno buttando a mare ciò che resta della credibilità dello Stato e che fa infuriare tutti coloro che hanno pagato puntualmente e con sacrificio

L’Italia non è un Paese per “fessi”. Lo dimostra una volta in più il governo Gentiloni che in fretta e furia, con un bel decreto, ha deciso di riaprire le danze per la rottamazione delle cartelle esattoriali. Sulle prime si potrebbe pensare a un provvedimento positivo, volto a estendere i vantaggi della rottamazione (cancellazione di sanzioni e interessi di mora) anche all’anno in corso, mantenendo le stesse regole e gli stessi criteri stabiliti per il primo provvedimento. Un punto fermo era l’impegno che, una volta effettuata la definizione agevolata, il debitore dovesse puntualmente onorare le cinque rate massime previste e che l’eventuale omissione o ritardato pagamento anche solo di una rata avrebbe determinato l’immediata perdita dei benefici garantiti dalla rottamazione. Un patto, insomma, per onorare il quale molti contribuenti hanno fatto salti mortali o si sono addirittura indebitati.

Cittadini onesti ma “fessi”, perché è ormai risaputo che pagare entro le scadenze in Italia non “paga”. Infatti anche questa volta arriva puntuale un decreto del governo che cambia le carte in tavola e permette di tornare in gioco anche a chi non ha versato la prima o la seconda rata della rottamazione. Un ripescaggio – o meglio, un vero e proprio condono – teso a salvare qualcuno buttando a mare ciò che resta della credibilità dello Stato e che fa infuriare tutti coloro che hanno pagato puntualmente e con sacrificio le due rate. “Si poteva non pagare”: è questo il messaggio che il governo manda ai cittadini. Un messaggio che, di condono in condono, è uguale a se stesso da decenni, ma poco importa: le elezioni premono e bisogna fare in fretta, salvando soprattutto i grandi bacini di voti.

Roma e le case popolari dell’Ater sono uno di questi. L’Ater è controllata dalla Regione Lazio (guida Pd) e ha un debito con il Comune di Roma (amministrato dai 5 Stelle) di circa 500 milioni di euro per imposte non pagate. Ater ha aderito alla prima rottamazione, ma non è poi riuscita a pagare se non parzialmente (32 milioni su 64) la seconda rata scaduta il 2 ottobre. Stando alle regole, l’agenzia regionale avrebbe perso ogni beneficio e si sarebbe trovata debitrice dell’intero importo comprensivo di sanzioni e interessi di mora. Un guaio “politico” forse ancor prima che finanziario, cui il decreto del governo pone immediato rimedio: l’inadempiente Ater può riprendere la rottamazione da dove l’aveva interrotta come se nulla fosse accaduto, il Comune ci rimette qualcosa ma con la rottamazione – cioè con un debito ridotto – è più probabile che Ater riesca a pagare qualcosa piuttosto che con un debito “pieno”, posto che la Regione non pare disposta a farsi carico del problema. Quello di Roma è solo un caso che viene in mente perché è storia di questi giorni, ma quante Ater esistono in Italia? E quanti furbacchioni pubblici e privati riceveranno un ingiusto beneficio dal decreto del governo Gentiloni?

Roberto Ciccarelli
da il Manifesto
13.10.2017


Precari di terza generazione. Gli studenti in piazza contro il pilastro della «Buona Scuola»: «No allo sfruttamento». 1,5 milioni di studenti italiani delle scuole superiori saranno obbligati a spendere 200 (i liceali) e 400 ore (tecnici-professionali) nell’«alternanza scuola-lavoro»

Sfileranno stamattina in settanta città indossando la tuta blu dei metalmeccanici. Per gli studenti delle scuole superiori obbligati dalla «Buona Scuola» renziana a fare «tirocini non professionalizzanti» che non hanno valore di «apprendistato» il riferimento al segmento più influente della classe operaia è comprensibile. È stato usato ieri in un blitz mattutino dell’Unione degli Studenti alla sede romana di Confindustria. Ma una differenza rispetto a questo immaginario esiste. Per adolescenti che hanno a malapena compiuto 18 anni l’obbligo «formativo» che li sottrae dal tempo della didattica non corrisponde a un salario, ma alla sua promessa. Considerata il reale, e modesto, contenuto «formativo» di una simile esperienza, in concreto la renziana «Buona Scuola» li vuole addestrare a un’esistenza da passare tra un «lavoretto», un lavoro informale, gratuito, in nero, uno sporadico impegno a chiamata su una linea di montaggio, a servire patatine in un fast food o a dare consigli per gli acquisti in un iper-mercato.

È UN ESITO PREVEDIBILE, considerata la struttura del mercato del lavoro dove l’85% dei nuovi contratti sono a breve e brevissimo termine, e la forza lavoro è intesa come manodopera intercambiabile e generica a basso costo. Gli studenti non sono esattamente «operai», ma forza lavoro precaria di nuova generazione, la terza. Per loro il precariato è l’orizzonte insuperabile e la violenza sociale inizia da piccoli.

LO SCIOPERO di oggi, il primo della stagione autunnale, dovrebbe avere una peculiarità. Dalle parti dell’Uds si parla di uno «sciopero alla rovescia di 24 ore» che inizierà al pomeriggio, dopo le manifestazioni. Citando Danilo Dolci, sembra che questo voglia dire che i ragazzi che attualmente sono impegnati in un’azienda o nel pubblico andranno a «lavorare», ma troveranno un modo per bloccare le loro attività in segno di protesta contro gli abusi, le violenze sessuali, i gravi infortuni e il lavoro gratuito usato per sostituire il lavoro nei ristoranti che sono stati registrati negli ultimi mesi.

ALLA PROTESTA parteciperanno le sigle studentesche (dalla Rete degli Studenti e altre) e diverse federazioni della Cgil, a cominciare dalla Flc e dalla Fiom, oltre ai sindacati di base (Usb che è in polemica con la Cgil di Monza che ha avviato progetti di alternanza). È uno dei segni dell’indignazione crescente nella società italiana. Da quest’anno è previsto il coinvolgimento in questo sistema di 1,5 milioni di adolescenti, obbligati a partecipare perché l’«alternanza» rientrerà nel voto della maturità. Un sistema diabolico che introduce nella scuola una malintesa idea della «professionalizzazione» e una radicale trasformazione dell’insegnamento.

LA MINISTRA dell’Istruzione Valeria Fedeli sostiene che «gli studenti dicono cose sacrosante», ma che lei difende «il merito di questo strumento perché finalmente non è prerogativa di solo una parte del Paese, visto che in Italia si fa da anni quasi prevalentemente dagli istituti tecnici-professionali». Da quello che si capisce in questo ragionamento, per la ministra l’obbligo dei liceali a spendere 200 ore (400 per i professionali) della loro vita ristabilisce una forma di «uguaglianza» tra gli studenti all'interno di un pensiero unico: l’istruzione esiste per insegnare a lavorare [education-to-work], variante neoliberale del welfare-to-work.

GLI SCONTENTI, ha aggiunto Fedeli, possono premere un «punto rosso» sul sito dell’alternanza. Basta premerlo «per segnalare le criticità». E, magicamente, il mondo cambierà in meglio.

Maurizio Pagliassotti
a il Manifesto
12.10.2017


Torino. Via libera del consiglio comunale alla delibera che toglie ai privati le gestione del servizio idrico. Contrari Pd, Forza Italia e Lega

Con solo sei anni di ritardo sull’esito referendario, il Consiglio comunale di Torino delibera che il gestore del servizio idrico, Smat Spa, non può essere una società per azioni con finalità lucrative. Il voto favorevole è stato espresso da M5s, Torino in Comune (Sinistra Italiana) e Direzione Italia. Contrari Partito Democratico, Forza Italia e Lega Nord.

Se questo percorso giungerà a buon esito, Smat verrà trasformata in un’azienda di diritto pubblico: l’acqua di Torino e provincia non produrrà più profitto e non sarà più contendibile sul mercato.
Al momento Smat è un soggetto di diritto privato, il cui azionariato è composto solo da istituzioni pubbliche. «Un meccanismo che funziona, dato che le quote azionarie sono in mano ad enti pubblici, e genera utili che poi vengono investiti» sostiene chi si è opposto alla delibera. «Che però non esclude scalate da parti di privati» risponde chi in questi anni si è battuto perché l’esito referendario fosse applicato alla lettera.
Si tratta quindi di un passo dovuto: Torino è, dopo Napoli, la seconda città in Italia che avvia un percorso per togliere dal mercato l’acqua.

Una scelta maturata in un clima di crescente ostilità da parte di chi sei anni fa era al governo e oggi, dall’opposizione, ha deciso di fare guerra a 27 milioni di cittadini che hanno votato nella convinzione di affermare che l’acqua non è una merce.

Mariangela Rosolen, storica rappresentante della sinistra torinese e italiana, da tempo anima del Comitato Acqua Pubblica Torino, commenta: «E’ solo il primo passo, ma è importante. Questo voto si muove ancora su un piano culturale, dove era fondamentale mantenere la barra diritta nonostante le difficoltà crescenti. Con stupore, e rammarico, devo dire che non è la cosiddetta sinistra di governo a ottenere questo risultato».

Le difficoltà a cui si riferisce Mariangela Rosolen, hanno scandito il burrascoso primo anno a cinque stelle torinese. Nel luglio del 2016, come primo atto, giunse inaspettato il «no» dell’intero gruppo pentastellato alla mozione di Eleonora Artesio, Sinistra italiana, che proponeva quanto ieri è stato approvato. Nei mesi successivi, schiacciata dal debito della città, la sindaca Appendino faceva un passo ancora più duro, pescando soldi tra gli utili di Smat per far quadrare il bilancio. Ovvero quanto il referendum del 2011 voleva vietare: l’estrazione di valore da parte di chiunque. A maggior ragione se questo valore, come nel caso di Torino, deve poi coprire buchi di bilancio scaturenti da tagli agli enti locali e interessi sul debito.

Fu un gesto eclatante quello del M5s, perché contrario a quanto scritto nel programma elettorale. Poi un lento percorso di riavvicinamento, che ha portato la consigliera Daniela Albano a presentare la proposta di delibera. Astrofisica, sindacalista di base, commenta: «Finalmente la Città di Torino si appresta a riempire di contenuti l’articolo 80 del proprio statuto che afferma che la Città si impegna per garantire che la gestione del servizio idrico integrato sia operata senza scopo di lucro».

La tenacia sfinente del Comitato per l’acqua pubblica, nonché un sempre più palese malumore dei vari comitati in città che non tollerano le capriole sul programma, hanno portato ad un ripensamento. Manovra utile, anche, per fare pace con la base, nel momento in cui il sempre gagliardo «Sistema Torino» rialza la testa e indica alla sindaca la porta d’uscita dalle confortevoli stanze del potere.

Lo Statuto di Smat prevede che il 75% dell’azionariato si dichiari favorevole alla trasformazione. Il Comune, anche grazie ad un holding direttamente controllata, detiene il 64% delle azioni. La restante parte è in mano ad altri 290 comuni della cintura riconducibili al Partito Democratico, e quindi scarsamente interessati a portare a buon fine l’operazione. Diverse cittadine, e anche molti piccoli paesi, hanno già espresso la volontà di trasformare Smat.

Ora il consiglio d’amministrazione della Smat riceverà mandato dal Comune di Torino di avviare uno studio di fattibilità, per comprendere in quali termini l’operazione sarà possibile.

da Il Manifesto
12.10.2017


Il Consiglio d’Europa richiama il governo italiano per l’aiuto offerto a Tripoli per fermare le partenze dei migranti. «Alla luce dei recenti rapporti sulla situazione dei diritti umani dei migranti in Libia, consegnandoli alle autorità libiche o ad altri gruppi li si espone ad un rischio reale di tortura o trattamenti inumani o degradanti», ha scritto il 28 settembre scorso il commissario per i Diritti umani Nils Muiznieks in una lettera al ministro degli Interni Marco Minniti chiedendogli di chiarire «il tipo di operazioni di sostegno che pensa di fornire alle autorità libiche nelle loro acque territoriali e quali salvaguardie l’Italia abbia messo in atto per garantire che le persone intercettate o soccorse da navi italiane in acque libiche non si trovino in situazioni contrarie all’articolo 3 della convenzione europea dei diritti dell’uomo».

Fino a oggi l’Italia si è preoccupata di addestrare la guardia costiera libica, alla quale ha delegato il compito di fermare i riportare indietro i barconi dei migranti intercettati nelle sue acque territoriali. A giugno, quando l’attività della Marina libica è cominciata, il governo italiano assicurò che i migranti sarebbero stati trasportati in centri di accoglienza gestiti da organismi internazionali. In realtà i campi non sono mai stati aperti e, come ricorda Muizniesks, i migranti finiscono in centri di detenzione dove subiscono violenze e torture.

Nella sua risposta al commissario per i Diritti umani, Minniti respinge l’accusa che navi italiane possano eseguire dei respingimenti. «Mai navi italiane o che collaborano con la Guardia costiera italiana hanno riportato in Libia migranti tratti in salvo», scrive il titolare del Viminale. «L’attività delle autorità italiane è finalizzata alla formazione, equipaggiamento e supporto logistico della Guardia costiera libica in stretta collaborazione con gli organismi dell’Unione europea, non ad attività di respingimento».

Una risposta tecnicamente esatta, che sorvola però sulle preoccupazioni espresse dal Consiglio d’Europa permettendo così al ministro di sottolineare come «l’Italia non sottovaluta affatto il tema del rispetto dei diritti umani in Libia ed, anzi, lo considera cruciale».

Mario Pierro
da il Manifesto
10.10.2017


Morti bianche. Le vittime lavoravano nell'indotto di Mirafiori, in provincia di Ascoli Piceno, due a Naro (Agrigento). Ci sono anche due feriti gravi nel bergamasco e in provincia di Verona. Tutto questo poche ore dopo l'invito del Presidente della Repubblica Mattarella alle imprese a non imporre ai lavoratori condizioni molto al di sotto della sicurezza

Da Sud a Nord il lavoro continua a fare una strage a poche ore dal richiamo del presidente della Repubblica Sergio Mattarella alle aziende che impongono ai lavoratori condizioni molto al di sotto della sicurezza. «É inconcepibile che tra le vittime di infortunio sul lavoro ci siano ragazzi giovanissimi» ha detto in un messaggio all’associazione delle vittime degli infortuni del lavoro (Anmil). I tre uomini morti ieri – due operai di 61 e 56 anni a Naro nell’Agrigentino, un manovratore di 45 anni conto-terzista della Fiat di Mirafiori a Torino, un operaio della ditta Acciarri caduto in un silos contenente mais a Comunanza (Ascoli Piceno) – non erano «giovani», ma si aggiungono alla tragica e «inconcepibile» statistica che vede – sino ad agosto – 421.969 infortuni. Le tre scomparse si aggiungono ai 682 infortuni mortali già denunciati (-4,7%) rispetto al 2016.

DIGA FURORE A NARO, nell'Agrigentino. I due operai, di 61 e 56 anni, sono morti dopo essere precipitati da un’altezza di 32 metri, finendo dentro il sovrappieno della vasca vuota a forma di imbuto, usata per lo stoccaggio delle acque. A provocare la morte di Francesco Gallo e di Gaetano Cammilleri sarebbe stato il cedimento di un montacarichi. Sulla vicenda la Procura di Agrigento ha aperto un fascicolo per omicidio colposo contro ignoti. I sindaci di Naro e Favara, dove risiedeva Cammilleri, hanno proclamato il lutto cittadino per il giorno dei funerali. Il presidente della Regione, Rosario Crocetta nominerà una commissione regionale d’inchiesta per accertare le responsabilità. Per le segreterie provinciali di Cgil e Uil bisogna«fermare le stragi. Prevenzione e sicurezza vengono prima di tutto».

INDOTTO FCA MIRAFIORI. Le cause della morte del manovratore Francesco Corica di Settimo Torinese che lavorava per la Villanova, una ditta dell’indotto Fca che gestisce i flussi dei treni nel raccordo ferroviario del Drosso, sono ancora da stabilire. Secondo le prime informazioni, la vittima aveva appena finito di caricare delle bisarche quando sarebbe stato urtato da un treno in manovra. «Con la parziale ripresa dell’attività in molti stabilimenti metalmeccanici – commenta Federico Bellono, segretario della Fiom Cgil Torino – Troppo spesso vittime di gravissimi episodi come quello di ieri sono lavoratori delle ditte esterne, degli appalti e dei subappalti: dal collaudatore morto sulla pista di Balocco due anni fa al manutentore folgorato a Mirafiori a gennaio. Tutto questo è inaccettabile. Vanno accertate al più presto le responsabilità e aumentati i controlli sulla sicurezza».

AL BOLLETTINO DI GUERRA vanno aggiunti due feriti: a Romano di Lombardia, nel Bergamasco, un edile è caduto da un’impalcatura e si trova in gravi condizioni in ospedale; fratture alle gambe per un lavoratore marocchino di 50 anni per il cedimento di una struttura meccanica mentre scaricava merce da un camion a San Bonifacio (Verona).

Alberto Leiss
da il Manifesto
10.10.2017


La cosiddetta Seconda Repubblica si aprì all’insegna del Mattarellum – dal cognome del suo principale artefice, oggi capo dello stato – la legge elettorale maggioritaria che avrebbe dovuto aprire una fase di sorti se non magnifiche almeno più progressive delle precedenti, segnate dal sistema proporzionale da molti in quel momento aborrito.

Le sorti progressive, in un ventennio abbondante, si sono viste poco, per la verità, e questa storia sembra essere stata archiviata con la poco decorosa fine del Porcellum, che prende il nome non dal suo autore, ma dalla sua natura e vocazione, riassunta nella versione da ogni punto di vista volgare di Porcata, consigliata proprio da chi la inventò, il senatore leghista Calderoli.

Quella legge infatti, a pochi mesi dal voto del 2006, era stata fatta da una maggioranza di centrodestra per mettere i bastoni tra le ruote del centrosinistra di Prodi, che infatti in circa due anni deragliò.

Renzi e i suoi si inventarono l’Italicum – senza smentire il vezzo maccheronico, ma con più ambizione nazional-riformista – che fu travolto dai No al referendum costituzionale e dalla successiva sentenza negativa della Consulta.

Adesso, di nuovo in extremis in vista delle prossime elezioni politiche, spunta il Rosatellum: il cognome maccheronizzato del capogruppo alla camera del Pd sembrerebbe conferire un colore più gentile alla faccenda, ma buona parte dell’attuale Parlamento – dai grillini al movimento di Bersani e D’Alema – grida che è una specie di golpe ai loro danni.

Il linguaggio è sempre rivelatore di qualcosa che ha a che fare con il reale, e qui fa pensare a una deriva farsesca della politica italiana. Potrebbe persino non essere un male: i poemi maccheronici del nostro Teofilo Folengo ispirarono un gigante come Rebelais. Però dubito molto che il latinorum istituzionale attuale possa stimolare seguaci all’estero.

Dalla Spagna risuona il giusto grido: «Parliamoci!». Ma per capirsi davvero bisogna scegliere con cura le parole. Mi hanno colpito questi due virgolettati:

«Serve una grande forza popolare, inclusiva, con ambizioni di governo e radicale nel messaggio di cambiamento. Aperta al civismo, all’ambiemtalismo, e al cattolicesimo democratico».
Non bisogna «mutare l’orizzonte di un impegno politico basato sul civismo,l’ambientalismo, il volontariato, l’interazione col cattolicesimo democratico».
Non è la stessa persona a parlare, ma i due capi di movimenti che, stando ai nomi, si rifanno alla stessa idea: «Movimento dei progressisti» (Roberto Speranza) e «Campo progressista» (Giuliano Pisapia). Peccato che si siano appena mandati ognuno al suo paese.

Naturalmente non voglio scherzare più di tanto su motivi di divisione che sono legati anche ad analisi politiche non infondate e giudizi sulle vicende succitate della nostra storia recente che evidentemente sono assai divaricati, nonostante il fatto che le prospettive politiche e sociali di fondo siano declinate con parole tanto sorprendentemente simili.

Forse, comunque vada in materia di liste, alleanze e denominazioni maccheroniche, sarebbe il caso di concentrarsi sul senso radicale di alcune espressioni, facili da pronunciare, ma difficili da intendere. Che significa, per fare un solo ma essenziale esempio, proporsi un accordo forte tra culture della sinistra laica e del cattolicesimo democratico? Non è anche – e forse soprattutto – su questo terreno che il Pd ha fallito?

È giustissimo che questo giornale ripubblichi i discorsi di Francesco ai movimenti popolari. Tuttavia sospetto che… non sufficit.

Matteo Bortolon
da il Manifesto
07.10.2017


Nuova finanza pubblica. Privatizzazioni e tagli alla sanità, la ricetta è sempre quella

La stabilità è in cammino. Nel senso della legge di stabilità: come accade ogni anno dal 1978, deve venire approvato un provvedimento legislativo che dà un orientamento complessivo alla finanza pubblica, che è stata chiamata legge finanziaria fra il 1978-2010, poi legge di stabilità. Essa, che riassume le decisioni della maggioranza di governo in merito ai bilanci pubblici, è sempre più diventata una vera e propria arena di combattimenti parlamentari per strappare ulteriori finanziamenti a suon di emendamenti; la annosa mediazione fra istanze di maggioranza, opposizione, pressioni delle lobby e dei cittadini è un processo che dura mesi interi.

Ultimamente è stata polemica per la notizia, diffusa da una stampa un po’ sospetta di simpatie comuniste (Sole 24-Ore) che la spesa sanitaria cadrà sotto la soglia indicata dalla Organizzazione mondiale della sanità del 6,5% sul Pil. Il quotidiano di Confindustria non si inventa nulla, basta leggere i documenti ufficiali.

Il processo di approvazione della legge di stabilità viene preceduto da alcuni documenti governativi che fanno delle previsioni sull’andamento dell’economia e stabiliscono una base di obiettivi finanziari su cui impostare la discussione: il Documento di Economia e finanza (Def) è approvato a primavera; la bozza di della legge di stabilità è pronta nella prima metà di ottobre, poco prima compare la Nota di aggiustamento al Def.

A primavera il governo aveva previsto una crescita del Pil dell’1,1%, nella Nota del 23 settembre scorso spuntano previsioni più ottimistiche: +1,5% di crescita. Ma a fronte di ciò la spesa sanitaria non cresce in proporzione, anzi per gli anni successivi si prevede un calo, dal 6,7% sul Pil attuale ad un 6,3%.

Per capirne le motivazioni occorre comprendere chi è che veramente determina il bilancio pubblico italiano.

La riforma della governance economia della Ue è stata attuata fra il 2010-13 nel conteso della crisi del debito sovrano e con un insieme eterogeneo di misure (regolamenti, direttive, trattati extra-Ue) che ha installato una nuova procedura: il semestre europeo. Esso prevede che nei primi sei mesi di ogni anno si stabiliscano le linee generali della evoluzione economica dell’Unione e articolate istruzioni per ciascuno Stato: fra novembre e dicembre esce fuori una analisi economica della Commissione che il Consiglio europeo riprende nei due mesi successivi; a marzo escono i country-report della Commissione per ciascuno Stato membro, cui ognuno deve rispondere ad aprile con due documenti programmatici (sostanzialmente il Def di primavera), che le istituzioni comunitarie leggono e (eventualmente) correggono; la bozza della legge di bilancio va mandata alla Ue entro il 15 ottobre, e se non va bene parte un simpatico scambio di lettere fra i ministri statali e la Commissione. Ciò significa che i parlamenti hanno poco spazio di manovra fra i sempre più asfissianti parametri europei – riguardanti complicati calcoli percentuali in merito al deficit dello Stato o al debito pubblico, che poco coinvolgono il cittadino comune.

Il country-report dedicato all’Italia cita poco la sanità ma quando lo fa il senso non è equivoco: «adottare e attuare rapidamente la legge sulla concorrenza rimasta in sospeso; intervenire ulteriormente per aumentare la concorrenza nelle professioni regolamentate, nei trasporti, nella sanità» (Raccomandazione 5, p. 23); si deplora una crescita eccessiva della spesa rispetto a quella del Pil dato «l’insufficiente contenimento di specifiche voci di spesa, quali le pensioni e l’assistenza sanitaria» (p. 33). E si invoca la solita manna per il mainstream, indoviniamo quale? «Assicurare l’attuazione puntuale del programma di privatizzazioni e usare le conseguenti entrate straordinarie per accelerare la riduzione del debito pubblico» (Raccomandazione 1). Visto lo zelo del governo il bilancio lo potrebbe quasi scrivere direttamente la Commissione.

06.10.2017

ACERBO (PRC-SINISTRA EUROPEA): «SMACCO PER GOVERNO ITALIANO»

«Salutiamo con grande gioia il conferimento del Premio Nobel all’ICAN, – dichiara Maurizio Acerbo, segretario nazionale di Rifondazione Comunista – Sinistra Europea – , rete che ha promosso e coordinato la mobilitazione disarmista internazionale, consentendo l’adozione da parte della Conferenza ONU, lo scorso 7 luglio, del Trattato di proibizione delle armi nucleari-TPAN.

Le potenze nucleari e tra loro i paesi aderenti alla NATO non hanno voluto finora aderire al trattato.
Il plauso all’ICAN da parte di esponenti di governo italiani e europei è una vera e propria ipocrisia se non si traduce in fatti concreti.

Nonostante il ripudio della guerra sancito dalla nostra Costituzione, infatti, il governo italiano non è tra i 122 che si sono espressi a favore dell’adozione del trattato in sede ONU e nemmeno successivamente ha deciso di ratificarlo per fedeltà alla linea della NATO e degli USA.

Appena due settimane fa centrodestra e centrosinistra hanno votato contro le mozioni parlamentari che chiedevano di rimuovere dalle basi di Ghedi e di Aviano le bombe nucleari B-61, che saranno utilizzate sui nuovi e costosissimi cacciabombardieri F-35.

La speranza dei popoli del pianeta è che questo Nobel serva a riportare al centro dell’agenda politica internazionale la questione del disarmo nucleare.
Questo premio incoraggia l’impegno in tutto il mondo per il bando delle armi atomiche e suona come una evidente presa di distanza dalla politica bellicista del presidente Trump.

Il governo italiano esca dalla colpevole ignavia e si schieri con nettezza per il disarmo nucleare. Come invocava il presidente Sandro Pertini: “svuotiamo gli arsenali, riempiamo i granai”».

Massimo Franchi
Da Il Manifesto
06.10.2017


Approvato il Regolamento. Pd e Forza Italia blindano i poteri di inchiesta. E potranno secretare gli atti a piacimento

L’uomo secondo cui la commissione d’inchiesta sulle banche sarebbe stata un «impasto di demagogia e pressappochismo» ora deciderà a suo insindacabile giudizio sulle domande da porre ai testimoni. E c’è da scommettere che respingerà le più delicate. Ad esempio quelle sulle pressioni di Maria Elena Boschi su Banca Intesa per salvare la Banca Etruria di cui era vicepresidente suo padre.
Il presidente Pier Ferdinando Casini è stato investito di questo enorme potere dall’ufficio di presidenza, formato dai suoi due vice – Renato Brunetta (Forza Italia) e Mauro Maria Marino (Pd) – e dai segretari Paolo Tosato (Lega) e Karl Zeller (Autonomie). Sono loro ad aver messo a punto il regolamento approvato ieri nella prima riunione della commissione bicamerale. La maggioranza qui è formata da Pd, centristi e Forza Italia, con Brunetta che solo in rari casi si è distinto dalle posizioni del Pd.
La proposta del Movimento 5 Stelle di eliminare questa procedura di ammissibilità è stata infatti respinta e il regolamento di commissione è rimasto così come era già stato scritto. Nonostante le critiche di uno come Enrico Zanetti, lungamente viceministro all’Economia: «È la cartina di tornasole del perché come presidente sia stato nominato presidente», attacca.
Con questo sistema di ammissibilità delle domande, il presidente Casini potrà autorizzare un testimone a non rispondere a questioni poste da un commissario «impedendo di fatto la ricerca della verità», fa notare il deputato di Sinistra Italiana-Possibile, Giovanni Paglia, aggiungendo che sulle banche il Pd «ritrova un vecchio alleato: Forza Italia che vota sistematicamente con la maggioranza. Sulle cose serie, per loro, il Patto del Nazareno non esce mai di scena».
Critiche «pretestuose» secondo Gian Carlo Sangalli (Pd) che invece ricorda come «il vaglio sulle domande ci sia in tutte le commissioni d’inchiesta al mondo».
«Il problema va visto nell’insieme – gli risponde Maurizio Migliavacca di Mdp – . E, a parte il potere del presidente sulla legittimità delle domande, quello che viene fuori dal regolamento approvato è un atteggiamento di chiusura da parte del Pd. Danno l’idea di aver paura di quello che potrà uscire», conclude Migliavacca. Che cita ad ulteriore esempio la bocciatura di tutti gli emendamenti che riguardavano l’imposizione del segreto su atti e documenti. «È logico che in alcuni casi la secretazione è giusta e opportuna – spiega Migliavacca – ma il Pd ha votato contro la possibilità di motivarla e di allargare la decisione dal solo Ufficio di presidenza ai rappresentati dei vari gruppi».
La commissione che doveva «procedere spedita», insomma, non è ancora partita. Nei prossimi giorni, probabilmente già entro martedì, i rappresentanti dei gruppi forniranno alla presidenza una proposta di metodo di lavoro (quali casi trattare) che comprenderà anche una possibile lista di «auditi». Sulla base di queste proposte, il presidente Pier Ferdinando Casini costruirà uno schema di sintesi su cui poi far partire i lavori della commissione.
Il M5s è già partito alla carica. E punta a chiamare a testimoniare sia il presidente della Bce Mario Draghi che il governatore della Banca d’Italia Ignazio Visco. Per non parlare dei casi più spinosi su banche popolari, con la richiesta di ascoltare Federico Ghizzoni, l’ad di Unicredit citato da Ferruccio De Bortoli come persona su cui Maria Elena Boschi fece pressioni per salvare Banca Etruria.
Ma ad oggi è molto probabile che tutte le audizioni più scottanti verranno bocciate. Come implicitamente ammette anche Brunetta: «Non si sa ancora da dove si partirà e chi sarà audito per primo».
Insomma, i primi passi della commissione banche confermano quanto già si sapeva: non porterà da nessuna parte.
Pessimista è anche il procuratore di Milano Francesco Greco, il magistrato che in Italia ha più indagato sui reati bancari: «Penso che una Commissione dovrebbe evitare di fare del gossip, ma deve pensare al problema delle norme finanziarie e intervenire sul sistema bancario. Alcune leggi sono assurde e altre mancano, ad esempio, nel rapporto tra banche e centrale rischi con i grandi gruppi che non vengono mai segnalati», spiega Greco.

05.10.2017
da Il fatto Quotidiano


Le donne "svolgono la maggior parte del lavoro domestico non retribuito, hanno accesso limitato ad asili nido a prezzi accessibili e a posti di lavoro flessibili", si legge nel rapporto dell'Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico. Secondo cui gli uomini vanno incoraggiati a chiedere permessi di paternità retribuiti. Più di 13 milioni di adulti hanno "competenze di basso livello"

L’Italia, nonostante i piccoli progressi degli ultimi mesi, resta al quartultimo posto tra i 35 Paesi sviluppati per percentuale di donne occupate. Il motivo? Secondo l’Ocse, che ha presentato nella sede del ministero dell’Economia un rapporto sulle competenze dei lavoratori italiani, sono percepite come “assistenti familiari“. Nel senso che svolgono la maggior parte del lavoro domestico non retribuito. Aggiungi “l’accesso limitato ad asili nido a prezzi accessibili” e a “posti di lavoro flessibili che potrebbero aiutarle a gestire lavoro e famiglia” e un sistema che “continua a favorire le madri – invece che i padri – a prendere il congedo familiare”, ed ecco spiegato perché il tasso di occupazione non arriva nemmeno al 50%. A luglio ha toccato il 48,8%: un record storico per l’Italia, ma la media Ue è più alta di circa 17 punti. Per cambiare le cose occorre, scrive l’organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico, “incoraggiare i padri a richiedere più permessi retribuiti per i figli”, ad esempio con “l’estensione della durata dei congedi di paternità”.

“Dato preoccupante, molte donne non sono neanche alla ricerca di un posto di lavoro”, proseguono gli analisti Ocse nel rapporto ‘Skills Strategy Diagnostic Report – Italy 2017’. “Ciò fa sì che l’Italia faccia registrare il terzo tasso di inattività più alto tra paesi membri dell’Ocse”. Oltre al lavoro non retribuito che svolgono in casa e alla carenza di servizi pubblici, parte del problema dipende dal fatto che “scelgono spesso specializzazioni universitarie che non sono molto richieste dal mercato del lavoro e che rendono loro difficile trovare un’occupazione dopo la laurea”. Inoltre, “il sistema fiscale fornisce deboli incentivi finanziari per l’occupazione a chi, come spesso accade alle donne, costituisce la seconda fonte di reddito familiare”.

Pochi laureati, con scarse competenze e utilizzati male -Dal report emergono anche molte altre debolezze del sistema italiano. Più di 13 milioni di adulti hanno “competenze di basso livello“. Solo il 20% degli italiani tra i 25 e i 34 anni è laureato rispetto alla media Ocse del 30%. Inoltre “gli italiani laureati hanno, in media, un più basso tasso di competenze” in lettura e matematica (26esimo posto su 29 paesi). Non solo, quelli che ci sono non vengono utilizzati al meglio, risultando “bistrattati“. L’Italia è “l’unico Paese del G7” in cui la quota di lavoratori laureati in posti con mansioni di routine è più alta di quella che fa capo ad attività non di routine. Anche per questo la produttività, “che per un ventennio ha avuto in Italia un andamento stagnante, permane a livelli non soddisfacenti”. “L’Italia è bloccata in un equilibrio di basse competenze”, ha commentato il segretario generale Ocse Angel Gurria alla presentazione del rapporto.

Ai giovani manca l’orientamento… – I giovani, da parte loro, “devono affrontare una transizione difficile dalla scuola/università al mondo del lavoro. I giovani italiani hanno raramente accesso a servizi di orientamento che li aiutino a scegliere nella vasta gamma di possibili percorsi di formazione e carriera. Una parte significativa di giovani impiega troppo tempo a terminare gli studi”. Passando agli adulti, “in Italia, più di 13 milioni hanno competenze di basso livello“: è dunque necessario sviluppare competenze rilevanti, attivarne l’offerta e utilizzare le competenze in modo efficace. Tra le altre sfide, fornire ai giovani di tutto il Paese le competenze necessarie per continuare a studiare e per la vita, aumentare l’accesso all’istruzione terziaria e migliorare la qualità e la pertinenza delle competenze. Bisogna poi utilizzare meglio le competenze sul posto di lavoro, promuovere l’innovazione e la valutazione e previsione dei bisogni di competenze per ridurre lo skills mismatch, cioè il disallineamento tra domanda e offerta di competenze.

…così domanda e offerta non si incontrano – “Il fenomeno dello skills mismatch, che si verifica quando le competenze di un lavoratore non sono allineate con quelle richieste per compiere uno specifico lavoro, è molto diffuso in Italia”, afferma l’Ocse, snocciolando i risultati della sua indagine. Circa il 6% dei lavoratori possiede competenze basse rispetto alle mansioni svolte, mentre il 21% è sotto qualificato. Sorprendentemente, malgrado i bassi livelli di competenze che caratterizzano il paese, si osservano numerosi casi in cui i lavoratori hanno competenze superiori rispetto a quelle richieste dalla loro mansione, cosa che riflette la bassa domanda di competenze in Italia. I lavoratori con competenze in eccesso (11,7%) e sovra-qualificati (18%) rappresentano una parte sostanziale della forza lavoro italiana. Inoltre, circa il 35% dei lavoratori è occupato in un settore non correlato ai propri studi. “Riequilibrare la domanda e l’offerta delle competenze richiede che le istituzioni nel settore dell’istruzione e della formazione siano più reattive ai cambiamenti, che ci siano politiche per il mercato del lavoro più efficaci, ed un uso migliore di strumenti di valutazione e analisi dei fabbisogni di competenze attuali ed emergenti. Infine, sono anche necessari più sforzi da parte del settore privato e la disponibilità a collaborare con queste istituzioni pubbliche”.

Massimo Franchi
da il Manifesto
05.10.2017

Via Libera al Senato. Sì al Def grazie ai verdiniani, Padoan apre sul superticket. Dalla maggioranza arriva anche un odg sulla sanità, ma ad Mdp non basta: vogliamo i fatti. Zero sulle pensioni: sindacati in piazza il 14, ma niente manifestazione nazionale

La manovra avanza spedita. Ma lo fa grazie ai voti dei verdiniani, almeno al Senato. A palazzo Madama 181 voti sulla deroga ai saldi contabili (dove era necessaria la maggioranza assoluta di 161 e con i Sì anche di Mdp) e 164 sulla nota di aggiornamento al Def, solo tre in più della maggioranza. Poche ora dopo si passa alla Camera e qui i Sì toccano rispettivamente quota 358 e 318. «La risoluzione al Def, che Mdp non ha votato, ha avuto una maggioranza amplissima, oltre 160. Nella sostanza il governo è solido», twitta soddisfatto Matteo Renzi. Mentre Paolo Gentiloni sottolinea la «prova di responsabilità notevole».
DAL PUNTO DI VISTA POLITICO, lo strappo di Mdp invece pesa eccome. In mattinata Padoan è costretto a tornare sui suoi passi – martedì aveva proferito la parola «sanità» una volta sola sostenendo che «la spesa sanitaria rispetto al Pil cala solo perché aumenta il Pil» – aprendo al taglio dei superticket (i 10 euro su ogni ricetta per prestazioni di diagnostica e specialistica introdotti dalla Finanziaria 2011 che pagano 12 milioni di italiani) richiesto dalla capogruppo Maria Cecilia Guerra: «Il sistema sanitario è sicuramente un ambito in cui andranno valutate misure di miglioramento ed efficientamento», abbozza al Senato il ministro dell’Economia. A quel punto arriva perfino un ordine del giorno del capogruppo Pd Luigi Zanda: «Rivedere gradualmente il meccanismo del cosiddetto super ticket al fine di contenere i costi per gli assistiti che si rivolgono al sistema pubblico» e «un complesso di interventi in materia sanitaria» compreso un incremento delle risorse in conto capitale per gli investimenti in sanità.
UN ORDINE DEL GIORNO che non basta a Mdp: «Serve un cambio di rotta – spiega Cecilia Guerra – e le parole non bastano».
ORA IL CONFRONTO SI SPOSTA sulla legge di Bilancio. Stando al timing ufficiale, la manovra deve approdare in Parlamento entro il 20 ottobre ed è lì che Mdp aspetta di vedere tradotti in misure gli impegni del governo verso maggiore equità e maggiore redistribuzione delle risorse.
AD OGGI SI CONOSCONO infatti solo i saldi di bilancio. Sarà una manovra di circa 20 miliardi. Il governo indica l’entità dei tagli della spesa pubblica a 3,5 miliardi di euro solo il prossimo anno; altre coperture verranno da «entrate aggiuntive nell'ambito della lotta all'evasione» stimate a 5,1 miliardi di euro. Le «risorse per la competitività e l’innovazione», che includono anche le decontribuzioni per i giovani, nel 2018 ammontano a 338 milioni che lieviteranno in modo impressionante nel 2019 – quando Padoan non ci sarà più – a quota 2,1 miliardi e ancor di più nel 2020: quasi 4 miliardi. Gli stanziamenti per lo sviluppo sono pari 300 milioni nel 2018, che passeranno a 1,3 miliardi nel 2019 e a 1,9 miliardi nel 2020. I fondi per la lotta alla povertà, reddito di inclusione sociale incluso dunque, sono 600 milioni nel 2018, 900 milioni nel 2019, 1,2 miliardi nel 2020.
CI SONO POI LE RISORSE accantonate per rinnovare il contratto dei dipendenti pubblici bloccato da 9 anni, ma sul conteggio rimangono voci contrastanti.
UNICA CERTEZZA: nessuna risorsa per le pensioni. E ieri questa certezza ha prodotto la reazione dei sindacati. Cgil, Cisl e Uil hanno deciso di scendere in piazza sabato 14 ottobre. Non si tratterà di una manifestazione nazionale in grande stile ma di presidi in tutte le province, davanti alle sedi delle Prefetture, per chiedere il congelamento dell’innalzamento automatico dell’età pensionabile e più risorse per l’occupazione giovanile e per gli ammortizzatori sociali.
Il tutto in vista dell’incontro chiesto – e non ancora ottenuto – con Gentiloni e di quello – promesso – da Poletti quando saranno fissate le misure della manovra.
PER TROVARE LE RISORSE/ necessarie per intervenire sulle pensioni, basterebbe recuperare anche una parte infinitesima dei 107,7 miliardi di euro di evasione fiscale denunciati martedì in audizione al Senato dal presidente dell’Istat Giorgio Alleva.

Antonio Sciotto
da il Manifesto
04.10.2017


Governo. Banca d'Italia e Corte dei Conti contro modifiche alla legge Fornero. Il ministro dell'Economia Padoan: «Già un milione di posti in più». Ma stanzia risorse scarse per reddito di inclusione e decontribuzione assunzioni. Molto critica la Cgil: «È singolare che si considerino solo i conti e mai la condizione reale delle persone»

Il sentiero continua a essere «stretto»: la manovra messa in campo da Pier Carlo Padoan sarà di 19,6 miliardi, c’è (poco) spazio per il lavoro e i più poveri, ma non ci sono le pensioni. Il ministro dell’Economia ieri ha riferito in audizione davanti alle Commissioni Bilancio congiunte di Camera e Senato, ha confermato i numeri positivi della Nota di aggiornamento al Def, ha parlato di «un milione di occupati in più rispetto al 2013» (numero che ritorna insistente, da Berlusconi in poi), ma sul nodo della previdenza è molto probabile che peserà l’invito congiunto di Bankitalia e Corte dei conti: «Non mettere mano alla legge Fornero», hanno ammonito i due istituti.

PUNTO SU CUI I sindacati si sono detti tutti contrari: attendendo una nuova convocazione dal ministro del lavoro Poletti, sperano ancora che si possa evitare l’automatismo reso obbligatorio dalla riforma Fornero, che porterà nel 2019 l’accesso alla pensione a quota 67 anni e dal 2051 a quota 70. Ieri la questione è stata affrontata dal direttivo Cgil, oggi toccherà agli esecutivi di Cisl e Uil: «È singolare che quando si parla di pensioni si considerino solo i conti e mai la condizione reale di vita e di lavoro delle persone», ha commentato il segretario confederale della Cgil Roberto Ghiselli rispetto alle prese di posizione di Corte dei Conti e Banca d’Italia.

La manovra stanzia risorse su varie voci, risicate il prossimo anno ma che si moltiplicano come i soldini di Pinocchio a partire dal 2019. Se i tagli alla spesa pubblica ammonteranno a 3,5 miliardi di euro solo nel 2018, si attendono altre «entrate aggiuntive» dalla lotta all’evasione fiscale, per 5,1 miliardi. I fondi per la competitività e l’innovazione, che includono anche le decontribuzioni per le assunzioni dei giovani, nel 2018 ammontano a 338 milioni, che però diventano 2,1 miliardi nel 2019 e addirittura quasi 4 miliardi nel 2020. Gli stanziamenti per lo sviluppo sono pari a 300 milioni nel 2018, ma passeranno a 1,3 miliardi nel 2019 e a 1,9 miliardi nel 2020. Le risorse per la lotta alla povertà, incluso il Rei (reddito di inclusione), sono 600 milioni nel 2018, ma diventano 900 milioni nel 2019 e poi 1,2 miliardi nel 2020. Per il contratto del pubblico impiego si prevedono 2,6 miliardi, e si conferma la totale sterilizzazione delle clausole di salvaguardia: l’Iva non aumenterà.

I RISULTATI SUL FRONTE dell’economia «incoraggiano a proseguire nel percorso intrapreso», ha spiegato Padoan di fronte alle due commissioni congiunte di Camera e Senato, la ripresa italiana «guadagna robustezza», e «un milione di occupati in più (rispetto al minimo del 2013, ndr) è un risultato incoraggiante che tuttavia non ci soddisfa: bisogna fare di più».

In audizione sul Def ieri anche l’Istat, che ha puntato il dito sul sommerso: secondo il presidente Giorgio Alleva, il gap di mancate entrate tributarie e contributive nel 2012-14 è stato pari a 107,7 miliardi di euro. L’istituto di statistica ha sostanzialmente confermato le stime del governo sulla crescita, seppure con qualche cautela: ritoccando le cifre, ha rafforzato quelle sul primo trimestre, ma ha indebolito quelle del secondo. Per il momento, la variazione acquisita per l’intero 2017 resta all’1,2%, non molto lontano dall’1,5% indicato dal governo ma sicuramente non ancora “nel sacco”.

VIA LIBERA ALLA manovra anche dell’Ufficio parlamentare di bilancio «pure in presenza di un rischio di revisione al ribasso per il 2018». Il presidente Giuseppe Pisauro è stato però critico sulla strategia di contenimento del debito: «Il sentiero programmatico del debito in rapporto al Pil, nonostante la riduzione a partire da quest’anno, non sarebbe sufficiente ad assicurare il rispetto degli obiettivi entro il 2020».

Pressing sul rigore che si è fatto sentire, come anticipato, anche da Bankitalia e Corte dei Conti. Per l’istituto guidato da Ignazio Visco serve equilibrio «tra l’esigenza di non soffocare la ripresa e l’obbligo di ridurre il debito». »Le ultime proiezioni sulla spesa pensionistica mettono in evidenza l’importanza di garantire la piena attuazione delle riforme approvate in passato, senza tornare indietro«, ammonisce il vice direttore di Palazzo Koch, Luigi Federico Signorini.

UN ENDORSEMENT pro legge Fornero, e dunque contro ogni sua modifica, fatta propria anche dai magistrati contabili: »Ogni arretramento rispetto ai parametri sottostanti al disegno di riforma completato con la legge Fornero esporrebbe la finanza pubblica a rischi di sostenibilità», ha spiegato il presidente della Corte dei Conti Arturo Martucci di Scarfizzi.

Rachele Gonnelli
Da il Manifesto
01.10.2017


Mobilitazione nazionale. Susanna Camusso spiega: Le parole sono armi contro le donne, spesso le narrazioni di stupri e femminicidi sono tossiche, vogliono ricacciarci indietro, ma non passerà

«Le parole possono essere armi, parole stravolte nel loro senso e che finiscono per essere usate contro le donne, come abbiamo visto in tutto il mese di settembre. E proprio non si può lasciarlo passare». Susanna Camusso, leader della Cgil, spiega così, sotto il palco di piazza Venezia, il senso della giornata di mobilitazione del principale sindacato per protestare contro la violenza sulle donne, la depenalizzazione del reato di stalking, e più in generale contro una narrativa tossica per cui stupri e femminicidi diventano spesso un processo alle vittime: cosa indossavano, erano troppo allegre, avevano bevuto, troppo nottambule, avevano un altro partner e così via.

IL LINGUAGGIO è così al centro di una manifestazione sindacale , Susanna Camusso lo ribadisce anche dal microfono di quella che è sono una delle decine di piazze nella quale la giornata per la libertà delle donne della Cgil si è articolata. «Segnaliamo un problema culturale, profondo», continua. È una critica esplicita «ai mass media, ma anche ai magistrati, ai politici, ai troppi silenzi maschili di chi maneggia le parole e proprio per questo ha una grossa responsabilità». Sono le parole ripetute dal palco dalla segretaria generale. Perché – come è scritto nell’appello nazionale lanciato dalla stessa Camusso e sottoscritto da decine di personalità femminili, incluse Luciana Castellina e Norma Rangeri, Bianca Berlinguer, Livia Turco, ieri apprezzato pubblicamente anche dalla presidente della Camera Laura Boldrini – «la violenza maschile sulle donne non è un problema delle donne, che non vogliono far vincere la paura e rinchiudersi dentro casa». E ancora: «Il linguaggio utilizzato dai media e il giudizio su chi subisce violenza, su come si veste o si diverte, rappresenta l’ennesima aggressione alle donne. Così come il ricondurre questi drammi a questioni etniche, religiose, o a numeri statistici, toglie senso alla tragedia e al silenzio di chi l’ha vissuta».

E LE CONDIZIONI DI LAVORO come entrano nel discorso sul linguaggio? Le donne non sarebbero più in grado di essere autonome e solidali di fronte a violenze e angherie se fossero più e meglio impiegate nei luoghi di lavoro? Com’è noto, l’Italia – dati Eurostat 2017 – resta penultima, quasi a pari merito con la Grecia, quanto a forza lavoro femminile impiegata. La percentuale di donne in età lavorativa (cioè dai 15 ai 64 anni) occupate in lavori extradomestici retribuiti sul totale delle donne di quelle età da noi resta al il 48,8 per cento, quando la media europea è del 61,1 per cento, e in alcuni paesi come la Svezia o la Germania supera largamente il 70 per cento.

«Certamente se le donne si trovassero di più nei luoghi di lavoro si sentirebbero meno sole, sarebbero più capaci di rompere il cerchio di solitudine delle violenze domestiche – risponde Susanna Camusso – anche se nei luoghi di lavoro spesso si trovano a vivere le stesse dinamiche della condizione generale, con in più talvolta le molestie. Ma affrontare il tema dell’occupabilità femminile significa – continua la leader della Cgil – parlare di asili, trasporti, pregiudizi sulla maternità, politiche sbagliate che erogano bonus invece di servizi, significa dire che non è più vero che le donne studiano di meno degli uomini, anzi, e che spesso trovano posti solo dequalificati. E c’è l’amarezza per noi – ammette da sindacalista – di dover sempre ricominciare da capo il discorso, perché mentre le donne, le ragazze, sono cambiate e sono cittadine del mondo come e più dei maschi, il racconto che viene fatto le ricaccia sempre indietro». E si torna al linguaggio.

E ALLA LIBERTÀ di scegliere, di uscire da logiche di ricatto e di subordinazione, in cui non viene riconosciuta la dignità di soggetto e si resta relegate in una condizione di oggetto, che sia preda o, nel migliore dei casi, vittima da tutelare. «Qualcuno ha definito il nostro appello un’invettiva – dice ancora Camusso dal palco romano – ed è vero. Gli appelli finora non sono serviti. Deve cambiare il modo di discutere di questi temi. Dietro i femminicidi non ci sono raptus, c’è solo l’idea che l’altra è un oggetto che possiedi e di cui puoi fare ciò che vuoi. Stiamo regredendo, ce lo dobbiamo dire: questi temi sono sempre più considerati solo delle donne». E lei schiera invece l’intera confederazione.

Roberto Ciccarelli
da il Manifesto
01.10.2017


Il caso. Susanna Camusso (Cgil): «Stiamo tornando all'analfabetismo della Costituzione. Parla di cose che non conosce con un linguaggio autoritario e insopportabile. Non sa come è fatto un sindacato, non sa che non è un'organizzazione statuale di cui decidi le modalità organizzative, è una libera associazione». Il candidato ha profetizzato l'arrivo di una «Smart Nation» con il Movimento 5 Stelle a Palazzo Chigi. «Internet - ha detto il candidato premier - è la più grande fabbrica di posti di lavoro al mondo». Di «posti di lavoro» ce ne sono in realtà pochi, molti di più sono i precari della «gig-economy», l’economia dei «lavoretti»

Per rendere credibile la candidatura a premier per il Movimento 5 Stelle Luigi Di Maio si divide tra Renzi e Macron. Come fece l’ex premier al tempo del varo del Jobs Act ieri al «festival del lavoro» di Torino ha attaccato i sindacati: «Si auto-riformino o ci pensiamo noi». Come il presidente francese anche il pentastellato vuole trasformare il paese in una «Smart Nation» (Macron dice: «Start Up Nation»). Due proposte che seguono il manuale del populista: anti-casta e generazionale (i sindacati sono «vecchi» e hanno «pensioni d’oro»); neo-liberista (elogio degli «startupperoi» a cui Macron ha riconosciuto «un’agilità quasi animale»); una spruzzata di sinistra quando chiede la «cancellazione del Jobs Act» e un’occhio alla Lega perché anche lui vuole «cambiare la riforma Fornero sulle pensioni». Non è mancato un riferimento a Confindustria con il «taglio del costo del lavoro», totem evocato negli ultimi due anni per alleggerire le imprese «e gli studi professionali». In pratica la decontribuzione di Renzi-Gentiloni con altri mezzi.

I TONI PERENTORI, e gli argomenti, contro i sindacati non sono molto diversi da quelli di Renzi quando attaccava la Cgil con la gag sul gettone e l’Iphone. «Se cambia il lavoro deve cambiare il sindacato – ha detto il candidato «smart» – Bisogna dare la possibilità a organizzazioni più giovani di sedere a tavoli e agli stessi giovani di entrare nel sindacato. Un sindacalista che prende una pensione d’oro e finanziamenti da tutte le parti ha poca credibilità a rappresentare un giovane di 31 anni. Se sarà necessario intervenire per agevolare questa riforma dei sindacati, lo faremo». «Stiamo tornando all’analfabetismo della Costituzione – ha risposto Susanna Camusso (Cgil) – Parla di cose che non conosce con un linguaggio autoritario e insopportabile. Non sa come è fatto un sindacato, non sa che non è un’organizzazione statuale di cui decidi le modalità organizzative, è una libera associazione». Ironico il commento di Carmelo Barbagallo (Uil): «Avanti un altro». Il ministro del lavoro Poletti – che ha riscoperto la «concertazione» – ha invitato al «rispetto dell’autonomia dei sindacati». Furlan della Cisl ha chiesto a Di Maio di «lasciare perdere inutili polemiche».
Di Maio, forse, allude a una riforma della rappresentanza. La stessa evocata da Renzi. Oggi è ancora in ballo. Vari esponenti del governo Gentiloni l’hanno annunciata a giugno, all'indomani di uno sciopero nei trasporti dei sindacati di base. In quel caso si voleva limitare il loro diritto di sciopero, non contenti di una legislazione «anti-cobas» che lo ha già limitato. Per ragioni diverse la riforma è stata evocata dai sindacati confederali e di base. Su questo punto il candidato M5S non ha aggiunto altro. Gli è bastato lanciare un sasso nello stesso punto di Renzi e, molto prima, di Berlusconi.

«LA SMART NATION sta arrivando – ha invece profetizzato – un nuovo modello di paese in cui i lavori si trasformano e non dobbiamo avere paura che si perdano posti di lavoro». È il vangelo mainstream sull'automazione digitale, un mix di tecno-entusiasmo per la Silicon Valley e di tecno-apocalisse per la scomparsa dei posti di lavoro. Il legame tra l’ascesa delle prime e la scomparsa dei secondi non è affatto certo. Gli economisti riflettono anche sul ruolo che ha l’automazione nel taglio dei salari, argomento più solido sul quale Di Maio ha glissato. Anche la previsione sul «50% dei posti di lavoro legati al settore creativo, turismo e cultura entro il 2025» è un’ipotesi. Una ricerca dei consulenti del lavoro presentata tre giorni fa a Torino sostiene che i mestieri cresciuti di più in Italia tra il 2012 e il 2016 sono legati alla logistica e alla vendita al dettaglio. Questo accadrà sempre di più perché la rivoluzione digitale è una rivoluzione logistica che passa dalle «App». Di Maio crede che Internet sia una «grande fabbrica di posti di lavoro» che impedirà ai giovani di «andare all’estero». È una convinzione ingenua. Le piattaforme mettono al lavoro senza tutele i precari nelle fabbriche del click in Asia come nel resto del mondo. Indipendentemente dalla residenza.

IL PROGRAMMA DEL MOVIMENTO CINQUE STELLE prevede investimenti sulla diffusione di Internet. Se fosse come in Francia da noi ci sarebbero 186 mila occupati in più ha detto Di Maio. La mancanza in Europa di capitali di rischio», fondamentali per lo sviluppo degli «unicorni» come Uber, non lo preoccupa. Lo Stato tornerà a investire sull'innovazione attraverso «la creazione di una banca pubblica» utile per creare «nuove start up». Una sintesi tra capitale finanziario e Stato programmatore presente anche nella proposta Macron centrata sulla «naturalità» dello spirito imprenditoriale dei «nativi digitali». Di Maio crede nella stessa teologia neo-liberista.

I CINQUE STELLE INVESTIRANNO due miliardi nei centri per l’impiego con i quali «lo Stato dovrebbe agevolare l’incontro tra domanda e offerta di lavoro». Per far funzionare le «politiche attive» servirebbe una riforma costituzionale dato che il collocamento è conteso tra Stato e regioni. Renzi l’aveva legata al suo referendum del 4 dicembre ed è stato respinto, lasciando l’agenzia nazionale per le politiche attive (Anpal)in mezzo al guado. Di Maio non ha citato questo dettaglio. Confermati i «17 miliardi» per il «reddito di cittadinanza», in realtà un «reddito minimo» condizionato all'adesione a un progetto di inserimento lavorativo e alla galera per chi sgarra. Per chi lavorerà in nero percependo i 780 euro previsti Di Maio ha annunciato pene «fino a sei anni di galera» perché «non siamo in Svezia». Come se in Svezia questo fosse possibile.

Marco Revelli
da il Manifesto
30.09.2017


C’è una buona dose d’ironia, o di faccia tosta, nella scelta dei cosiddetti potenti della terra di tenere a Torino il loro «G7 del lavoro».

Un appuntamento, potremmo dire, nel centro del cratere. Nella città che fu, un tempo, un punto alto, e densissimo, nella vicenda novecentesca del lavoro: capitale industriale e capitale operaia.

Dove produzione di massa e conflitto di massa s’intrecciarono e alimentarono a vicenda, e che oggi porta tutti i segni della spoliazione, dello svuotamento di potere e di vita, nelle sue statistiche negative, di company town dismessa, nei vuoti industriali che disseminano le sue periferie, nella rarefazione delle aree ristrutturate povere di storia e di socialità.

Non vedranno tutto questo i «Grandi» (o i loro vice in visita aziendale): siederanno nelle splendide sale della dimora sabauda di Venaria Reale, il luogo del loisir dei Grandi di ieri, della caccia e del corteggiamento ruffiano, simbolo di ogni Ancien Régime eternamente ritornante.

Parleranno di Scienza, certo. Anche d’Industria (meglio: di affari). Visiteranno qualche punto d’eccellenza nella frazione di città-vetrina che gli sarà offerta, ma se avessero il coraggio di sconfinare dagli itinerari ufficiali, e gettare l’occhio sul paesaggio urbano «vero», anche solo sull’ex quartiere-dormitorio delle Vallette, a pochi passi dalla Reggia di Venaria, o sul fantasma di quella che fu la Grandi Motori, nel cuore della Barriera di Milano, oggi terra di nessuno, potrebbero specchiarsi direttamente nel vuoto che essi stessi, con le loro politiche dissennate, i loro dogmi fallimentari, i loro luoghi comuni frusti hanno prodotto nel corpo un tempo coeso del lavoro.

Torino è il simbolo materiale di una sconfitta del lavoro che viene da lontano. Una sconfitta storica, visibile nei suoi numeri.

Qui, ancora alla fine degli anni ’70, lavoravano 250.000 operai manifatturieri, in prevalenza metalmeccanici, con salari non opulenti ma decorosi, con solidi contratti di lavoro collettivo, nella stragrande maggioranza a tempo indeterminato, oppressi, certo, da un potere padronale avaro e duro ma tutelati da una rete di diritti conquistati con lunghe lotte.

Nella sola Fiat erano occupati in 130.000 (tutti dipendenti diretti). Oggi non superano i 10.000, spesso in cassa integrazione. Per gli altri un lavoro sempre meno «regolato», quasi mai contrattualizzato né tutelato da diritti erosi in forza del motto «arrendersi o perire».

Torino è il simbolo materiale di una sconfitta del lavoro che viene da lontano.
Negli ultimi anni le nuove assunzioni a tempo determinato rispetto a quelle a tempo indeterminato sono state nell’ordine delle otto su dieci. Ed è, grosso modo la stessa media registrabile a livello nazionale: nel secondo trimestre del 2017, ci dice l’Istat, «tre quarti delle nuove assunzioni» sono state a termine, dunque in senso proprio precarie.

E l’Europa non è molto differente, neppure la tetragona Germania, dove i minijob sfiorano ormai dimensioni dell’ordine dei milioni (forse cinque, forse sette, a seconda dei criteri di calcolo), e riguardano donne e uomini, giovani in prevalenza ma non solo, che devono vivere con un salario massimo di 450 euro per 15 ore settimanali a un costo orario oscillante tra i 5 e i 7 euro.

Chissà se i ministri del lavoro europeo hanno letto le statistiche del lavoro che Eurostat fornisce: apprenderebbero allora che le persone “in-work” ma “at risk of poverty”, nel loro continente di competenza – donne e uomini che sono a rischio di povertà nonostante abbiano un lavoro full time – si avvicina pericolosamente al 10% della popolazione. Sintomo di un abbassamento brutale del potere contrattuale del lavoro nei confronti di una controparte padronale in pieno delirio di onnipotenza.

E chissà se quegli stessi ministri hanno dato una sbirciata alle statistiche sulla ripartizione del reddito tra salari e profitti (un indicatore che dovrebbe essere propedeutico a qualsiasi discussione sul destino del lavoro): apprenderebbero che in un quarto di secolo o giù di lì, nei paesi Ocse, quella ripartizione si è spostata a favore dei profitti e a danno dei salari di qualcosa come una decina di punti percentuali di Pil (l’equivalente di centinaia di miliardi di dollari all’anno), a significare che la bilancia sociale è precipitata da una sola parte. E ha eroso le basi di qualunque ragionevole patto.

Di questo dovrebbe ragionare un «vertice sul lavoro»: di come riportare in equilibrio quella bilancia. Di come risarcire il lavoro di quanto gli è stato sottratto negli anni del delirio neo-liberista.

Senza questa premessa etico-politica nessuna «innovazione» potrà rivelarsi socialmente positiva, anzi, rischierà di peggiorare il «bilancio sociale». Né ci sarà legittimità, quali che siano le conclusioni che usciranno dalla Reggia.

28.09.2017
Enrico Flamini

I lavoratori e i sindacati di base del trasporto pubblico si stanno mobilitando da tempo per diritti, salario e contratto, contro quelle liberalizzazioni e quelle privatizzazioni che sono la causa vera del peggioramento del servizio per i cittadini. Se la situazione dei trasporti per i cittadini, a partire da quelli di Roma, è quella che è non è certo colpa degli scioperi, ma dei tagli decisi dai governi di destra e del PD. Per questo non condividiamo le ordinanze di Prefettura e Questura rispetto allo sciopero del 29 settembre indetto dai sindacati di base su Roma, ordinanze che limitano lo sciopero e vietano la manifestazione a Piazza Indipendenza. Indecente ridurre lo sciopero a 4 ore motivando con la forte adesione. La situazione è però determinata da chiare responsabilità politiche. Da una parte si rende manifesta l’incapacità del governo pentastellato su Roma; dall’altra è evidente la traduzione in atti amministrativi dell’attacco al diritto di sciopero perpetrato dal governo. In questo senso non solo esprimiamo il nostro sostegno ai lavoratori del trasporto pubblico e ai sindacati di base, ma pensiamo che vada rilanciato il ruolo del trasporto e più in generale dei servizi pubblici rifiutando la logica della privatizzazione. Lavoriamo per unire lavoratori e utenti intorno al comune interesse a un servizio efficiente per la cittadinanza come accaduto in Francia durante i grandi scioperi contro privatizzazioni. È stata la folle scelta di gestire servizi pubblici attraverso SPA a amplificare distorsioni e disservizi.

Segreteria nazionale Prc-SE, responsabile lavoro

27.09.2017
Alleanza popolare per la Democrazia e l’Uguaglianza
Rete delle Città in Comune


Dalla Costituzione, dalle città, dalle piazze: un’alternativa al modello neoliberista. Dal prossimo week end l’iniziativa “Cento piazze per il programma”.

Non c’è più tempo. Precarizzazione della vita e del lavoro, emergenze sociali, crescita esponenziale delle diseguaglianze, razzismo e odio per il “diverso” – prodotti delle politiche neoliberiste degli ultimi 20 anni – sono in aumento.

Occorre una netta inversione di tendenza con l’obiettivo di costruire un’alternativa sociale, culturale, economica e politica. Oggi è necessario e possibile dare vita ad un’esperienza radicata nel Paese che sviluppi una proposta di cambiamento radicale rispetto alle politiche proposte dal Pd, dal Movimento 5 Stelle e dal centrodestra. Un nuovo polo politico che si fondi sul ripristino e l’estensione dei diritti di tutte e tutti, rovesciando il modello di economia diseguale imperante.

Le sue radici sono nell’attuazione della Costituzione, come ci indica e chiede chiaramente il risultato del Referendum del 4 dicembre. E per attuare la Costituzione è necessario lavorare con un nuovo metodo basato sulla partecipazione dal basso, innanzitutto a partire dalla definizione del programma. Una partecipazione vera e non preordinata, che rifiuti leadership calate dall’alto, e valorizzi, al contrario le idee di tutte e tutti: chi ha tessere e chi non ce le ha, chi è amministratore pubblico e chi no, chi ha fatto e fa esperienze civiche o di cittadinanza, chi milita nei movimenti e nelle associazioni, e chi in questi anni ha rinunciato anche a votare.

Con questo manteniamo aperto il dialogo con chi lavora per gli stessi obiettivi, ma per costruire una nuova idea di Paese, mettendoci definitivamente alle spalle equilibrismi e tatticismi, che neutralizzano partecipazione e portano solo alla costruzione di accrocchi senza anima.

Per questo l’iniziativa “100 piazze per il programma”, che si svolgerà nelle prossime settimane, è una tappa decisiva del percorso lanciato dal Brancaccio, e si interconnette strettamente con l’iniziativa itinerante della carovana delle “Piazze dell’alternativa”, portata avanti in questi mesi dalla Rete delle città in comune: dalla lotta al patto di stabilità alla difesa e rilancio del welfare, dalle politiche per una accoglienza degna alla disobbedienza ai decreti Minniti-Orlando, dalla riappropriazione del ruolo degli enti locali alla difesa del patrimonio pubblico e naturale dal cemento e dalla speculazione,dalla riduzione della spesa militare ad una politica di pace nel mediterraneo e nel mondo. Primi temi di un lavoro più ampio che continuerà a svilupparsi già nei prossimi giorni.

Partire dalle città, dalle proposte e dalle vertenze che comitati, associazioni, movimenti portano ogni giorno avanti con passione e determinazione, valorizzare le buone pratiche che, insieme alle esperienze diffuse sul territorio, decine e decine di amministratori e amministratrici provano a sperimentare negli enti locali: questo è il primo passaggio per la costruzione di uno spazio pubblico diffuso nel quale trovano spazio la partecipazione e il protagonismo dal basso, e anche il primo mattone di un programma credibile e coerente per una reale alternativa.

Per questo invitiamo tutte e tutti in ogni città a moltiplicare gli appuntamenti delle “Cento piazze”, proseguendo con altri appuntamenti nelle settimane successive, in vista della assemblea nazionale di novembre: un incontro che farà una prima sintesi delle proposte e lancerà la seconda fase del percorso. Un percorso sempre più necessario ed urgente.

Bia Sarasini
da il Manifesto
27.09.2017


Le donne sono per strada, questa settimana. Ottima notizia, perché come diceva uno striscione a Firenze, dopo la violenza denunciata da due ragazze americane da parte di due carabinieri, «Le strade sono libere quando le donne le attraversano».

Due appuntamenti. Il primo, il 28 settembre, è la giornata mondiale per un aborto sicuro, una data preparata da tempo per combattere contro i mille ostacoli a una pratica dell’aborto che garantisca la libertà di scelta e l’autodeterminazione delle donne.

In Italia l’appello è stato rilanciato da NonUnaDiMeno, la sigla che raccoglie associazioni, gruppi, movimenti e che dal 2016 ha portato anche in Italia una nuova ondata del movimento femminista, coinvolgendo e mescolando le generazioni, e anche i generi. Non pochi gli uomini e i ragazzi che partecipano.

L’altro appuntamento è per sabato 30 settembre, l’appello contro la violenza viene dalla Cgil, è stato lanciato qualche giorno fa dalla segretaria Susanna Camusso e firmato da donne diverse e con storie diverse, istituzionali e di movimento, si prevedono appuntamenti nelle diverse città.

È necessaria, la voce delle donne. Quella che nessuno raccoglie e amplifica, proprio mentre dalla metà estate abbiamo assistito sia a un crescendo di violenze, tra stupri e femminicidi, sia a un dilagare nei media di commenti benpensanti, tutti concordi nel vedere nella libertà delle donne, il problema.

Per questo NonUnaDiMeno intitola la manifestazione “ve la siete cercata”. Provocatorio, mirato a chi sembra ritenere che con un po’ di prudenza, tante aggressioni sarebbero risparmiate.

Il 28 settembre è l’occasione per fare il punto, anche in Italia, sulla possibilità di abortire. Un diritto che è garantito dalla legge 194, ma negato nei fatti. La media nazionale del 70% di medici obiettori lo rende di fatto molto difficile.

«Una delle forme di violenza che viene agita ogni giorno contro le donne» dice NonUnaDiMeno. Le manifestazioni saranno in decine di città italiane, da Roma a Genova, da Venezia a Pompei, da Torino a Milano, Bari Taranto Lecce. C’è una mappa disponibile sul sito.

Flashmob, raduni, cortei. A Roma l’appuntamento è a Piazza Esquilino alle 18, a Milano al Pirellone. Annunciano partecipazione insieme a proprie iniziative molte organizzazioni, dall’Arci alle diverse Cgil.

In Italia, vista la cronaca di questi giorni, il discorso sulla violenza si allarga.

Uno stupro è uno stupro, dice il documento di NonUnaDiMeno: «Rifiutiamo la retorica su cui si fonda: il “destino biologico” di fragilità e inferiorità a cui saremmo naturalmente assegnate. È questo che vogliono farci credere nelle corsie degli ospedali, quando schiere di obiettori ci impediscono di scegliere quando, come e se diventare madri. È questo che ci ripetono nelle aule dei tribunali, quando nei processi per stupro diventiamo noi le imputate, o quando non possiamo decidere se procedere o meno contro il nostro stalker. È questo che scontiamo senza indipendenza economica, con i salari più bassi dei nostri colleghi, con le molestie sul lavoro, con la cura della famiglia sempre più sulle nostre spalle».

E mentre si scende in strada, le violenze non si fermano. Ancora una ragazza spagnola per l’Erasmus a Rimini, ha denunciato lo stupro da parte di un italiano mentre era in stato di ubriachezza.

Eppure sono tanti gli uomini, a cominciare dal presidente del Senato Pietro Grasso, che si sentono coinvolti. E chiedono scusa.

Anche moltissimi ragazzi, che dicono apertamente – per esempio sui social – quanto siano inconcepibili rapporti con ragazze semi-inconscienti. Una bella differenza dai tempi in cui il manuale del seduttore prevedeva il far bere la preda.

Anche l’appello promosso dalla Cgil punta il dito sui rimproveri che vengono mossi alle donne. Non c’è dubbio che sia necessaria tutta la forza femminile possibile. In strada, in tante, con voci plurali. Del resto, non c’è un luogo sicuro. La maggior delle violenze è domestiche. E solo un uomo su 4 che fa violenza è straniero.

Aborto legale e sicuro. Libere di scegliere, senza sottostare a imperativi sociali.

Andrea Colombo
da il Manifesto
26.09.2017


Riforma elettorale. Aumentano i dubbi di Berlusconi su una legge elettorale favorevole più alla Lega che a Fi. Il voto segreto potrebbe rivelare la reale distanza tra Arcore e Pontida

La tempesta tedesca arriva in Italia in tempo reale: tutto fa campagna elettorale e figurarsi poi il voto del Paese guida d’Europa. Ma la propaganda maschera qualche slittamento di posizione reale: clamoroso quello dell’M5S. Riveste qualche tensione non solo di facciata: specialmente a destra dove la divisione potrebbe ostacolare la stessa legge elettorale. Soprattutto, dietro le grida contro il populismo, si annidano più concrete preoccupazioni per il futuro dei conti tricolori.

Chi è il bastione italiano d’Europa, la «diga contro il populismo»? «Noi», risponde a sorpresa Luigi Di Maio: «Siamo l’unico argine agli estremismi in Europa. Fermo restando che il voto mostra che i partiti tradizionali sono in crisi». I tempi del referendum anti-Ue sono preistoria. Il nuovo Movimento 5 Stelle ci tiene ad accreditarsi come forza responsabile e il comunicato dei parlamentari è tanto calibrato da far invidia a molti navigati ex Dc: «Solo in Italia c’è una forza che è riuscita ad arginare la crescita di estremismi portando avanti – attraverso il dialogo e la giusta dose di protesta – idee e contenuti volti a migliorare il progetto europeista».

Piccato, il Pd fa rispondere a Simona Bonafè che non è affatto così e che c’è un solo argine ai populisti, quello guidato dal Nazareno. Ma una certa inquietudine di fronte allo sfrontato tentativo di fare dell’M5S un partito anti sistema e allo stesso tempo a difesa del sistema qualche inquietudine la desta.

Chi di essere assimilato agli xenofobi dell’AfD non ha nessuna paura invece è Matteo Salvini. La sola differenza è che i principianti tedeschi sono novellini: hanno appena cominciato a essere «una sana e robusta opposizione» mentre la Lega «andrà a governare».

In effetti, per quanto strano appaia, il vento di destra che soffia dalla Germania crea problemi, in Italia, proprio alla destra. Perché, se il Carroccio si frega le mani, per Berlusconi, che con Angela Merkel è attualmente in ottimi rapporti e che ha vissuto le nuove aperture del Ppe come un riscatto anche personale, le cose stanno all’opposto.

Infatti Antonio Tajani si affretta a mettere le mani avanti e ad assicurare che i reprobi tedeschi con gli alleati di Forza Italia «non c’entrano niente: siamo famiglie politiche diverse». Deve essersi dimenticato di spiegarlo a Salvini, a Giorgia Meloni e anche al capo dei senatori leghisti Gianmarco Centinaio che infatti liquida sbrigativo il dissenso con Fi sul fronte internazionale: «Vicino alla Merkel, in Fi, ci sono solo Berlusconi e Tajani». Passi per il secondo, ma non è che il parere del primo sia proprio ininfluente.

La realtà è che l’iniezione galvanizzante del voto tedesco rischia di rendere più ardua la marcia del centrodestra verso l’accorpamento elettorale. Berlusconi non ha mai superato le perplessità nei confronti di una legge elettorale, il Rosatellum 2, che premia più Pontida che non Arcore, e ancora più dubbioso sarà dopo la doccia fredda germanica. I risultati potrebbero scoprirsi al momento del voto segreto.

Nel Pd le ricadute sono d’altra natura. L’incubo, propaganda facile a parte, non ha le fattezze barbare dell’AfD ma quelle ripulite dei liberali. Sono loro quelli che potrebbero imporre politiche penalizzanti per l’Italia sul fronte dei conti e della flessibilità. Il capo dei deputati dem Ettore Rosato lo spiattella: «Le nostre preoccupazioni, semmai, derivano dai liberali che non hanno posizioni europeiste come i socialdemocratici».

Il premier Paolo Gentiloni è meno diretto, ma il concetto non cambia: «Spero che la Merkel continui nell'impegno europeista. La miglior risposta all'estremismo antieuropeo è rispondere alle esigenze dei cittadini europei».

Susanna Camusso
da il Manifesto
23.09.2017


Riprendiamoci la libertà! Con questo slogan la segretaria generale della Cgil Susanna Camusso invita tutte le donne a scendere nelle piazze italiane sabato 30 settembre contro la violenza maschile sulle donne.

Per la Cgil «il linguaggio utilizzato dai media e il giudizio su chi subisce violenza, su come si veste o si diverte, rappresenta l’ennesima aggressione alle donne. Così come il ricondurre questi drammi a questioni etniche, religiose, o a numeri statistici, toglie senso alla tragedia e al silenzio di chi l’ha vissuta».

Da qui l’appello «agli uomini, alla politica, ai media, alla magistratura, alle forze dell’ordine e al mondo della scuola per un cambio di rotta nei comportamenti, nel linguaggio, nella cultura e nell’assunzione di responsabilità».

Volete togliere senso ai numeri che parlano di un dramma. Non sapete quanto pesa denunciare e quale scelta sia. Ogni denuncia porta con sè la nuova violenza di cronache morbose, pornografiche, che trasformano le vittime in colpevoli. Non sapete dare un senso al silenzio che le donne scelgono, o a cui sono costrette e lo occultate nelle statistiche che segnano una lieve diminuzione delle denunce, seppellendo nei numeri il peso permanente dellaviolenza, degli stupri, dei femminicidi.

Avete tolto senso alle parole quando trasformate la violenza contro le donne in un conflitto etnico, razziale, religioso. Avete tolto senso alle parole quando difendete il vostro essere uomini, senza pensare all'ulteriore violenza che infliggete: donne nuovamente vittime, oggetto dei vostri conflitti di supremazia (…).

Siamo uscite dal silenzio, abbiamo detto «se non ora quando» ed ancora «non una di meno», abbiamo denunciato i diritti negati con la piattaforma Cedaw. Abbiamo colorato piazze, città, la rete, le nostre vite perché vogliamo vivere ed essere libere.

Reagiamo con la forza della nostra libertà all’insopportabile oppressione del giudizio su come ci vestiamo o ci divertiamo. Ci vogliamo riprendere il giorno e la notte, perché non c’è un «mostro» o «un malato» in agguato, ma solo chi vuole il possesso del nostro corpo, della nostra mente, della nostra libertà. Non ci sono mostri o malati, ma solo il rifiuto di interrogarsi, il chiamarsi fuori che alla fine motiva e perpetua la violenza.

Le parole sono armi, sono pesanti lasciano tracce profonde ed indelebili, determinano l’humus in cui si coltiva la «legittimità» della violenza, la giustificazione dell’inversione da vittima a colpevole.

Ci siamo e continueremo ad esserci per riaffermare che la violenza contro le donne è una sconfitta per tutti e ci saremo ancora perché vogliamo atti e risposte:

La convenzione di Istanbul è citata, ma non applicata, farlo! –
La depenalizzazione dello stalking, va cancellata – ora!
La cultura del rispetto si costruisce a partire dalla scuola, dal senso delle parole, si chiama educazione!

Agli operatori della comunicazione tutti, chiediamo che ci si interroghi e si decida sul senso dell’informazione, sul peso delle parole ed esigiamo la condanna di chi si bea della cronaca morbosa.

Ancora una volta risorse e mezzi per i centri antiviolenza, case sicure, e norme certe per l’inserimento al lavoro.

Vogliamo che venga diffuso e potenziato il servizio di pubblica utilità telefonico contro la violenza sessuale e di genere, adesso!
Alla magistratura e alle forze dell’ordine, che venga prima la parola della donna in pericolo, della donna abusata, che non si sottovaluti, che non si rinvii, che si dia certezza e rapidità nelle risposte e nella protezione.


ALL’APPELLO HANNO GIÀ ADERITO:

Elisabetta Addis, Roberta Agostini, Antonella Bellutti, Sandra Bonzi, Luciana Castellina, Gabriella Carnieri Moscatelli, Francesca Chiavacci, Franca Cipriani, Daria Colombo, Geppi Cucciari, Lella Costa, Alessandra Kustermann, Maria Rosa Cutrufelli, Diana De Marchi, Loredana De Petris, Alessandra Faiella, Angela Finocchiaro, Francesca Fornario, Maria Grazia Giannichedda, Marisa Guarneri, Cecilia Guerra, Anna Guri, Francesca Koch, Simona Lanzoni, Loredana Lipperini, Maura Misiti, Rossella Muroni, Bianca Nappi, Giusi Nicolini, Cristina Obber, Ottavia Piccolo, Bianca Pomeranzi, Norma Rangeri, Rebel Network, Rosa Rinaldi, Chiara Saraceno, Linda Laura Sabbadini, Assunta Sarlo, Stefania Spanò – Anarkikka, Monica Stambrini, Paola Tavella, Vittoria Tola, Livia Turco, Chiara Valentini, Elisabetta Vergani.

20.09.2017
Roberta Fantozzi
(Responsabile Politiche economiche e del lavoro/programma Prc S.E.)





Il blocco dell’adeguamento alla cosiddetta aspettativa di vita che allungherebbe l’età pensionabile di altri 5 mesi portandola a 67 anni dal 2019 e in prospettiva a oltre 70 anni, e che i sindacati chiedono al governo è indispensabile ed è il minimo della decenza che il governo accolga la richiesta.

La controriforma Fornero ha prodotto non solo molta sofferenza ai lavoratori in attività, allungando a dismisura il tempo di lavoro, non solo si è accanita in particolar modo sulle donne su cui grava ancora il lavoro di cura, ma ha determinato una vera e propria distorsione nel mondo del lavoro e nella società.

Negli ultimi 2 anni e mezzo infatti mentre diminuivano gli occupati nelle fasce centrali dell’attività lavorativa, sono aumentati di quasi 1 milione gli occupati ultracinquantenni!!!

Un danno incalcolabile per i giovani, costretti al massimo a occupazioni precarie, per gli adulti/anziani e per la società tutta.

Per quel che ci riguarda continuiamo a batterci per la cancellazione della controriforma Fornero. Ed è una balla che i soldi non ci siano: non solo perché il rapporto tra contributi versati e pensioni erogate, al netto dell’assistenza e delle tasse è in attivo, ma anche perché con quello che si è regalato alle imprese tra tagli dell’ Irap e dell’ Ires, si sarebbe potuta abbondantemente cancellare una controriforma folle e assolutamente ingiusta.
Questo è per noi un punto qualificante anche del programma della sinistra che siamo impegnati a costruire.

19.09.2017
Andrea Fumagalli


Nelle ultime settimane siamo stati subissati da buone notizie sull’andamento del’economia italiana. Il Pil cresce sopra le aspettative. L’Istat ci dice che il numero degli occupati è tornato a superare la quota di 23 milioni di persone, cioè al livello precrisi (2008) e che la disoccupazione scende (- 154.000 nell’ultimo anno). Nel luglio 2017 la produzione industriale è aumentata del 4,4% su base annua (ma solo del + 0,1% su base mensile). Il primo ministro Gentiloni twitta che un risultato del genere era impensabile soltanto due anni fa (dimenticandosi di ricordare che nel giugno 2017 la produzione industriale era aumentata su base annua del 5,3%: il che significa che, nell’ultimo mese, abbiamo avuto una riduzione della crescita). E aggiunge, sempre su Twitter: “Disoccupazione ai minimi dal 2012. Buoni risultati da jobs act e ripresa”. Calici di spumante (lo champagne sarebbe eccessivo) brindano al risultato. La stampa di regime si unisce a celebrare l’uscita dalla crisi. Tutto vero?

Apparentemente sì. Il Pil ha visto una crescita annua tendenziale dell’1,5% nel II trimestre 2017, contro le previsioni del governo di crescita dell’1,2%. Tale risultato potrebbe consentire al governo italiano di avere maggiori gradi di flessibilità nella formulazione della legge di stabilità per il prossimo anno. Tale risultato è soprattutto dovuto ad un aumento dell’export verso i paesi arabi e in particolar modo verso l’Egitto (+ 13%), grazie al coinvolgimento della politica italiana negli affari del petrolio (vedi l’investimento Eni di 7 miliardi in tre anni giacimento di gas di Zohr a dispetto del caso Regeni. Ma non solo. Gli investimenti industriali hanno cessato di diminuire (+ 0,1%) e le aspettative per un loro aumento in futuro sono cresciute, dopo il crollo seguito alla crisi economica (- 30%).

Tali risultati, tuttavia, non consentono di affermare che la crisi sia stata superata, tutt’altro. In Italia, nonostante la ripresa dell’ultimo biennio, il livello del Pil in volume è ancora inferiore di oltre il 7 per cento rispetto al picco di inizio 2008; in Spagna il recupero è quasi completo mentre Francia e Germania, che nel 2011 avevano già recuperato i livelli di attività pre-crisi, segnano progressi pari rispettivamente a oltre il 4 e quasi l’8 per cento.

Tra il 2007 e il 2013, il peso dell’industria manifatturiera nella creazione di valore aggiunto in Italia è diminuito dal 17,7 al 15,% del totale, a fronte di una contrazione in volume di quasi il 16%.

Negli anni successivi si è avuto un recupero, tuttora in corso, ma a livello aggregato il volume del valore aggiunto manifatturiero resta ancora inferiore di circa il 13% rispetto al 2007, attestandosi al 16%.

Gli investimenti hanno seguito una dinamica simile e ora sono attestati intorno al 19% del Pil, con un livello che è pari al 75% di quello pre-crisi e nettamente inferiore alla media europea. Di converso, i tassi di profitto (come quota sul valore aggiunto) delle imprese non finanziarie in Italia risultano superiori alle media europea e dopo il calo registrato nel triennio 2009-2012 ora si trovano in ripresa (dal 41% al 42%).
Il Jobs Act non ha avuto effetti occupazionali reali e stabili, ma ha creato aspettative positive per l’economia italiana, soprattutto sul versante dell’export. La domanda interna è infatti troppo depressa per mancanza di reddito per essere appetibile per un miglioramento delle aspettative interne. E di fatto gli investimenti languono (+ 0,1%). Non è un caso che se l’export cresce, le vendite al dettaglio vedono una contrazione dell’0,2% su base mensile (luglio 2017) e dello 0,4 su base annua. Sembra un paradosso. La domanda interna è stagnante ma l’export no. La spiegazione è il basso costo del lavoro che consente una maggiore competitività a bassi prezzi ma di qualità peggiore verso l’estero.

Negli anni ‘50 e ’60, il boom economico italiano è stato trainato dall’esportazione, al punto che, per il caso italiano, autorevoli economisti stranieri e italiani (Vera Lutz e Augusto Graziani) avevano coniato il termine “Export Led Growth” (Crescita trainata dall’export). All’epoca tutta i comparti manifatturieri ne erano coinvolti. Ma oggi non è così. I settori a più alto valore aggiunto e sulla frontiera tecnologica ne sono esclusi. Il motivo è semplice. In Italia, biotecnologie, nanotecnologie, industrie del corpo umano, telecomunicazioni, digitale, neuroscienze, trasporto avanzato, informatica 4.0 sono settori che non esistono e se esistono svolgono solo un ruolo subordinato, da subfornitura etero-diretta, a vantaggio di imprese e profitti.

Non stupisce quindi che, sebbene l’ultima rilevazione dell’Istat abbia messo in evidenza che gli occupati a luglio di quest’anno, pari a poco più di 23 milioni di unità, sono tornati allo stesso livello del 2008, il monte ore lavorate, invece, è diminuito di oltre 1,1 miliardi (-5 per cento). Nei primi 6 mesi del 2008, infatti, i lavoratori italiani erano stati in fabbrica o in ufficio per un totale di 22,8 miliardi di ore, nei primi 2 trimestri di quest’anno, invece, lo stock è sceso a 21,7.

In buona sostanza, segnalano dall’Ufficio studi della Cgia di Mestre, se a parità di occupati sono diminuite le ore lavorate, rispetto al 2008 i lavoratori a tempo pieno sono scesi e, viceversa, sono aumentati quelli a tempo parziale (contratti a termine, part-time involontario, lavoro intermittente, somministrazione, etc.).

Si conferma così che il Jobs Act ha avuto l’effetto sperato. Aumentare la precarietà e la ricattabilità del lavoro, dando l’illusione che il lavoro sia aumentato. Tale fumo negli occhi viene illusoriamente confermato dagli ultimi dati ufficiali sul tasso di disoccupazione. Secondo la recente indagine sul mercato del lavoro dell’Istat, nel secondo trimestre del 2017 l’occupazione presenta una nuova crescita congiunturale di 78 mila unità (+0,3%) dovuta all’ulteriore aumento dei dipendenti (+149 mila, +0,9%), in oltre otto casi su dieci a termine (+123 mila, +4,8%). Continuano invece a calare gli indipendenti (-71 mila, -1,3%). Il tasso di disoccupazione “ufficiale” si attesta così all’11,2%, come esito dell’effetto sostituzione tra lavoro precario e lavoro stabile. Come già sottolineato in altri contributi su queste stesse pagine, nel calcolo dell’effettivo numero dei disoccupati devono essere calcolati anche gli scoraggiati, ovvero quelle persone che hanno bisogno di lavorare ma che non cercano lavoro in quanto poco fiduciose nel successo dell’impresa. Tale categoria contabilmente incide in negativo sulle forze lavoro effettive (che è il denominatore del tasso di disoccupazione) con l’effetto di diminuire tale rapporto. Se si considerano le forze lavoro potenziali, i dati descrivono un quadro assai differente.

Nel luglio 2017, sono stati resi noti i dati dall’indagine 2017 sull’occupazione e sugli sviluppi sociali in Europa (Esde) pubblicata dalla Commissione Europea. L’Italia è il paese europeo dove il numero di lavoratori autonomi è fra i più alti d’Europa (più del 22,6%), i giovani fra 15 e 24 anni che non hanno e non cercano lavoro (i cosiddetti Neet) toccano il record Ue del 19,9% (la media europea è 11,5%), la differenza fra uomini e donne che lavorano è al 20,1%, e il numero di persone che vivono in condizioni di povertà estrema (11,9%) è aumentato fra 2015 e 2016, unico caso in Ue con Estonia e Romania.
Se analizziamo in modo congiunto questi dati (come si evince dal grafico in apertura) abbiamo una reale fotografia del mondo del lavoro italiano nel 2017. Se si considerano gli scoraggiati e i sottoccupati, il tasso di disoccupazione italiano risulta il più alto d’Europa, superiore a quello della Grecia e della Spagna.
Alla faccia dl Jobs Act e dell’uscita dalla crisi.

Giuliana Sgrena
da il Manifesto
17.09.2017


Leggo con sgomento le dichiarazioni allucinanti del sindaco Totò Martello sulla situazione a Lampedusa. «I bar sono pieni di tunisini che si ubriacano e molestano le donne. Ricevo decine di messaggi di turisti impauriti, gli albergatori, i commercianti e i ristoratori subiscono quotidianamente, non ce la fanno più».

Sono appena tornata dall’isola, dove trascorro ogni anno le mie vacanze. Rispetto al passato l’unica novità è l’aumento dei turisti, molti dei quali sono affezionati all’isola e ci tornano ogni anno. Per qualcuno i turisti sono persino troppi e non sempre rispettosi dell’ambiente.

Ma Martello parla d’altro. Non escludo che possa esserci stato qualche caso di furto (come ovunque), ma dove sono i tunisini che si ubriacano nei bar e molestano le donne? I turisti che si lamentano, gli albergatori, che non hanno mai fatto tanti soldi come quest’anno, i negozianti…. Invece io ho visto più africani neri che tunisini, giovani che lavorano nei bar, come camerieri e non ubriachi.

Forse io sono stata su un’altra isola o Totò Martello è stato convertito da Salvini, ma francamente trovo una descrizione indegna quella che fa della sua isola e se vuole attenzione da parte delle istituzioni, non mi sembra questa la strada giusta. Se l’obiettivo è ottenere soldi, senza l’hot spot che vuole chiudere, ne arriveranno anche meno. E i turisti di fronte a queste descrizioni allarmanti saranno tenuti lontani da Lampedusa, nuocendo all’economia dell’isola. Un disastro.

I lampedusani rimpiangeranno la sindaca Giusi Nicolini che con la sua umanità aveva posto l’isola al centro dell’attenzione mondiale.

Chi va a Lampedusa non si è mai scandalizzato per la presenza di migranti, nemmeno nei periodi in cui sbarcavano direttamente sulla spiaggia dell’isola dei conigli e il centro di prima accoglienza era stracolmo fino all’inverosimile.

Così come la solidarietà manifestata dagli abitanti difficilmente si riscontra in altre parti d’Italia. Mi ricordo il racconto di due pescatori che il 3 ottobre del 2013, quando centinaia di migranti morirono in mare (366 i corpi ritrovati), erano riusciti a salvare una ragazza eritrea. Tra tanti corpi ormai privi di vita avevano visto alzarsi una mano, era la sua, e loro l’avevano salvata e volevano tenerla a Lampedusa, ma la burocrazia l’aveva impedito.

Uno di loro è poi riuscito ad avere in affido un ragazzo senegalese. Questa è umanità.

Questa è la ricchezza di Lampedusa che il sindaco invece vuole buttare a mare.

Andrea Fabozzi
da il Manifesto
16.09.2017


L'autonomia nel lavoro di polizia giudiziaria e gli effetti della riforma del 2000. Il "capitano Ultimo" reagisce alle accuse attaccando la politica ed ergendosi a paladino del popolo: "Stiano sereni, l’unico colpo di stato non è quello di pochi carabinieri che lavorano per un tozzo di pane ma quello contro i cittadini"

Accuse di golpe, Watergate, eversione. Era da molti anni che non si vedeva una tempesta del genere sull'arma dei carabinieri, precisamente da quando diciassette anni fa fu riformato il corpo. La riforma significò la promozione dei carabinieri a quarta forza armata, la fine della dipendenza dall'esercito e l’espansione delle funzioni di polizia militare e di polizia giudiziaria. In sintesi una grande autonomia, che all'epoca spaventò la sinistra parlamentare e i vertici della polizia di stato. Di rischi per la democrazia, condizionamenti, ricatti e direttamente di golpe si parlò anche allora, quando a volere la riforma e a condurla in porto in parlamento furono il presidente del Consiglio Massimo D'Alema e due suoi fedelissimi al ministero dell’Interno e ai servizi segreti (e poi alla difesa), Massimo Brutti e Marco Minniti. L’arma che oggi il Pd renziano mette al centro delle accuse è figlia di quella riforma, gode dell’autonomia riconosciuta allora.
Sergio De Caprio, il famoso capitano Ultimo, nel frattempo colonnello, che nel ’93 arrestò Riina, è un ufficiale che si muove in grande autonomia. Nelle interviste compare a volto coperto, di lui sono noti l’impegno filantropico e la passione per la falconeria, ha una sua squadra di uomini fidati che lo ha seguito dal Ros al Noe ai servizi segreti dell’Aise. E poi di nuovo ai carabinieri quando, nel luglio scorso, l’Aise ha spiegato che «è venuto meno il rapporto di fiducia». Conseguenza anche questa del caso Consip: avrebbe continuato a ricevere informazioni sull’inchiesta all’insaputa dei superiori.

A esaltare le gesta di De Caprio nella lotta al crimine è stata dedicata una popolare serie televisiva, Ultimo, in cinque stagioni, mentre una meno popolare, L’uomo sbagliato, tratta di un celebre errore giudiziario di cui è stato partecipe. Nell’estate di due anni fa il comandante generale dell’arma, Tullio Del Sette, firmò una circolare per escludere i vice comandanti dei reparti – De Caprio lo era del Noe – dalle funzioni di polizia giudiziaria. Mossa considerata contra personam, decisa dopo che un’intercettazione relativa all’inchiesta sulla cooperativa Concordia, una telefonata tra il comandante della Finanza e Renzi, era finita in prima pagina sul Fatto quotidiano. E proprio Del Sette è tra gli indagati dalla procura di Napoli per Consip, insieme al comandante della regione Toscana Saltalamacchia.

Nel 2000 a rispondere a chi – sinistra e polizia – vedeva i rischi della riforma dell’arma, era il Cocer dei carabinieri, allora guidato dal colonnello Pappalardo (una «relazione sullo stato del morale dei cittadini» descriveva un paese allo sfascio e una condizione «aberrante» della popolazione «inerme»). Oggi è direttamente Ultimo ad auto difendersi, con parole non troppo diverse consegnate all’agenzia Ansa: «Leggo che illustri esponenti politici paventano colpi di stato e azioni eversive da parte del capitano Ultimo e di pochi disperati carabinieri che lavorano per un tozzo di pane. Stiano sereni tutti, perché mai abbiamo voluto contrastare Matteo Renzi o altri politici, mai abbiamo voluto alcun potere, mai abbiamo falsificato alcunché. L’unico golpe che vediamo è quello perpetrato contro i cittadini della repubblica, quelli che non hanno una casa, quelli che non hanno un lavoro e quel golpe non lo hanno fatto e non lo fanno i carabinieri». E alla pm Musti che, secondo quando riferito al Csm e trasmesso alla procura di Roma, sospettava che gli ufficiali del Noe Scarfato e De Caprio agissero come «esagitati» contro Renzi, Ultimo risponde che «non ho mai avuto esaltazioni o esagitazioni neanche quando abbiamo arrestato Riina, non abbiamo mai esultato, non abbiamo esploso colpi in aria, mai festeggiato», allusione velenosa a quello che invece fece la polizia di stato quando, sette anni dopo, catturò Giovanni Brusca.
Lette le dichiarazioni del capitano Ultimo, è intervenuta la ministra della difesa Pinotti secondo la quale quelle parole «sono da attribuire a De Caprio personalmente e non certo all'arma dei carabinieri che ha sempre dimostrato, e continua a dimostrare, grande fedeltà al proprio ruolo. Credo che dovranno anche essere valutate dal comando generale per capirne l’opportunità». Un invito che il comando generale ha fatto sapere sarà raccolto prontamente (il generale Del Sette prima di assumere la guida dei carabinieri era stato capo di gabinetto della stessa Pinotti). A questo punto sono assai probabili nuove iniziative, dopo la recente espulsione dall'Aise, per restringere l’autonomia di cui godono il capitano Ultimo e la sua squadra. Nuovi tentativi.

Marco Revelli
da Il Manifesto
15.09.2017


La squallida vicenda parlamentare della legge sullo Jus soli ha molti piccoli padri (piccoli in tutti i sensi, anzi piccini) e una sola grande madre, la Paura. Una paura pervasiva, sorda, velenosa che ha serpeggiato per tutta l’estate sotto la pelle del paese, si è gonfiata a dismisura, è cresciuta su se stessa sull’onda dei telegiornali e sulle prime pagine dei quotidiani, dei proclami dell’opposizione e degli atti di governo, operando come un contagio contro cui non sembra esserci vaccino che tenga. Ebbene lo confesso. Anch’io ne sono stato contaminato. Anch’io ho paura.

Non di quello di cui sembrerebbe che tutti dovrebbero averne per esser conformi alla vogue mediatica. Non del migrante, del negro, dello straniero, del pericolo che viene da fuori. Ho paura del morbo che viene di dentro. Ho paura di quanti – e sono tanti – alimentano quella paura, degli spregiudicati imprenditori delle fabbriche della paura, che mobilitano persino il batterio della malaria al servizio del proprio odio etnico e politico. E di quanti la cavalcano, quella paura, per qualche pugno di voti, da conquistare o da non perdere. Ho paura dei Salvini e dei Minniti, dei Sallusti e degli Esposito. Di chi apre le cataratte della peggiore demagogia xenofoba e di chi si presenta come olimpico custode di una legalità formale umanamente insostenibile. Ho paura di un partito che si definisce “democratico” nel suo stesso nome e sacrifica un principio umano fondamentale sull’altare di una lesionata maggioranza. Ho paura di una diplomazia che seleziona i propri alleati tra i peggiori aguzzini libici, pur di scaricare su di loro il lavoro sporco. Ho paura della violenta ipocrisia che ne emana.

HO PAURA anche del mio prossimo. Di ciò che siamo diventati: dell’anziana pensionata che a Ventimiglia, affacciata alla finestra della propria casa al pianterreno, aspetta tutti i giorni il passaggio della volontaria di Intersos che assiste l’umanità dolente accampata sul greto del torrente, per insultarla. Degli anonimi vicini che tagliano di notte le gomme dell’auto a chi presta ospitalità ai migranti. Dell’uomo in malarnese, forse un disoccupato o un cassintegrato, che mi guarda storto se sulla porta del supermercato scambio un sorriso col senegalese in attesa, e gli affido il carrello perché ne ricuperi l’euro…

Mi spaventa, soprattutto, l’impressionante permeabilità del nostro immaginario (collettivo e individuale”) all’operazione mentale che ha portato a trasformare la migrazione da problema in ossessione (in nuovo “pensiero unico”), forzandone parossisticamente le dimensioni percepite (l’”invasione”!) e facendola esplodere nell’agenda politica. Perché di una vera e propria “operazione mentale” – o sul mentale – si tratta, a cui stanno lavorando tutti e tre i principali attori politici, quelli d’opposizione con l’intenzione di quotare alla propria borsa la paura come arma di delegittimazione di massa del governo, e quello di governo, per quotare alla propria borsa la promessa la securizzazione del fenomeno e il monopolio del controllo della paura.

UN’OPERAZIONE – possiamo aggiungere -, non nuova, paragonabile ad altre, che negli ultimi decenni hanno trasformato le linee di fondo del nostro sistema politico: quella che nella prima metà degli anni Novanta ha segnato la fine della Prima Repubblica e del suo sistema dei partiti (di massa), e quello che alla fine del primo decennio del secolo ha posto fine al tendenziale bipolarismo della Seconda Repubblica. Entrambi strutturate sullo stesso meccanismo che portava a far deflagrare un aspetto reale ma particolare fino a totalizzarlo e fargli occupare l’intero campo della discussione e dell’azione pubblica: nel primo caso si trattò della corruzione, nel secondo dello spread e della crisi del debito. Ora tocca ai migranti. E c’è davvero il rischio, reale, realissimo, che su questo tema ad alta potenzialità emotiva, se non si riuscirà a disinnescarla quella carica, si strutturi tutta la prossima campagna elettorale, piegando ad esso il profilo delle
forze politiche e dell’azione istituzionale, in una rincorsa a chi con maggior clamore sfida e travalica il confine tra umano e inumano, nella ricerca di consenso.

MA DISINNESCARE quella carica esplosiva non è cosa facile. Non basta contrapporre al trionfo dell’inumano il racconto umanitario per dissolverla. Né il richiamo edificante a una solidarietà triturata e massacrata nella deriva individualistica che per decenni ci ha riconfigurati. La “malattia” è di sicuro “mentale”, ma ha una solida base materiale. La paura che si fa ostilità verso l’altro ha le sue radici nel processo di deprivazione, di perdita, di marginalizzazione e di precarizzazione dell’esistenza che ha sfarinato la nostra società. Nell’esercito di declassati, falcidiati nel reddito, umiliati nello status, smarriti nella dissoluzione dell’identità professionale o sociale, nella sensazione di essere stati abbandonati, sacrificati, dimenticati. È nella rabbia dell’”uomo dimenticato” e della frustrazione dell’indebitato e del fallito, che si annida la “malattia mentale” della paura dell’altro, dell’invasione, dello straniero… «Chi è sradicato sradica» scriveva Simone Weil a proposito della catastrofe mentale consumatasi entre deux guerres. Potremmo riadattarne il senso dicendo che «Chi è deprivato depriva»… E suona a beffa feroce che i responsabili di quella deprivazione, chi dal governo (centro-destra o centro-sinistra) ha contribuito con le proprie scelte sciagurate, d’austerità e di privilegio, a produrre quella deprivazione di massa, oggi tenti di usare quella stessa massa di deprivati – quei “penultimi” infuriati – per trarne consenso a danno degli ultimi tra gli ultimi.

È a quei “penultimi” che dovrebbe guardare una sinistra che si volesse adeguata alla sfida, per difenderne con le unghie e con i denti reddito, status e garanzie, se non si vuole che sull'altare dei loro diritti sociali offesi sacrifichino fin anche i diritti umani degli altri e di tutti.

Andrea Fabozzi
da il Manifesto
14.09.2017


La camera tiene la riforma nel calendario di settembre, ma non c'è né un testo né un accordo. Il segretario Pd punta a conservare i due sistemi ritagliati dalla Corte costituzionale (che non potrà intervenire di nuovo prima del voto). Nel frattempo nel partito si salda l'intesa tra Franceschini e Orlando per introdurre il premio di coalizione. In attesa di un rovescio del leader in Sicilia, che nel caso arriverà troppo tardi

Non c’è alcun accordo sulla legge elettorale e la decisione della camera, ieri, di confermare l’esame del testo in aula entro la fine del mese è fumo negli occhi. Anche perché non c’è alcun testo. La mossa serve soprattutto per dare un segno di vita e resistere alla tentazione di spostare tutto al senato, dove non ci sono voti segreti come quello che a giugno ha fatto naufragare l’intesa sul sistema tedesco rivisitato.

La formula con cui la conferenza dei capigruppo ha voluto tenere la legge nel calendario di settembre – «ove concluso l’esame in commissione» – è appena un auspicio. Perché possa realizzarsi in due settimane bisognerebbe: 1) trovare i voti per un testo base, quello firmato Pd-M5S-Fi e impallinato a giugno nel frattempo non va più bene né al Pd né ai grillini; 2) risolvere il pasticcio del Trentino Alto Adige, per il quale l’aula ha stabilito che dovranno valere le stesse regole proporzionali applicate al resto del paese.

Per questo i sudtirolesi di Svp minacciano di togliere la fiducia al governo, eppure tornare indietro da un voto dell’assemblea non si può. Si potrebbe rinviare al senato per le correzioni, ma Svp non si fida. E allora – idea del berlusconiano Brunetta – ecco il cavillo: il Trentino potrebbe essere equiparato alle altre regioni solo dalle elezioni successive alle prossime, cioè nel 2023 (e nel frattempo ci si può ripensare).

Adesso gli uffici della camera, su mandato della presidente Boldrini, «approfondiranno la questione» per vedere se è possibile prevedere questo rinvio, evidentemente assai sgraziato ma si è già visto di tutto. Compresa un’intera legge elettorale – cioè il vigente Italicum – rinviata nella sua applicazione di oltre un anno dall'approvazione. In ballo non c’è tanto la saldezza della maggioranza (i tre o quattro senatori Svp sono importanti ma non decisivi) quanto la tenuta dell’accordo decennale tra sudtirolesi e Pd che ha fin qui garantito all'alleanza di fare il pieno di parlamentari in Trentino. Il sodalizio, se regge, con il maggioritario può portare a casa anche l’anno prossimo sei senatori su sette e dieci deputati su undici.

Ammesso che si risolvano i nodi tecnici, restano tutti quelli politici. Ed è assai improbabile che a scioglierli possa essere la Corte costituzionale, come si è sentito ieri, in forza di ricorsi nuovi (Besostri al tribunale di Bolzano, Campobasso o Caltanissetta) o vecchi (Besostri attende una decisione a Lecce il 21 settembre, Palumbo il 29 a Messina), perché i tempi della giustizia costituzionale sono assai più lunghi.

Nei due precedenti di leggi elettorali bocciate ci sono voluti otto mesi per il Porcellum e undici per l’Italicum dalla rimessione della questione da parte di un tribunale alla decisione della Consulta, tempi che adesso non ci sono (e non c’è ancora, del resto, un’ordinanza).
Oltretutto è inverosimile che la Corte costituzionale possa decidere di accelerare bruscamente l’iter per intervenire a comizi elettorali già convocati. Più facile che le due diverse leggi elettorali verso le quali si sta inevitabilmente scivolando possano essere dichiarate incostituzionali quando ormai avranno già prodotto disastri. Ma intanto e a questo che Renzi con ogni evidenza sta puntando. Alimentando, però, il malessere del Pd.
Ieri i ministri Orlando e Franceschini si sono lungamente intrattenuti a colloquio a Montecitorio, il genere di siparietto che si fa per farsi vedere dai cronisti. E lanciare così l’appuntamento di sabato a Roma con il quale Orlando avanzerà una proposta di legge elettorale che contiene il premio alle coalizioni. Una smentita del modello isolazionista (o annessionista) renziano che Franceschini fa sapere di condividere. Peccato che i deputati delle due aree restino una minoranza nei gruppi Pd, a meno che un clamoroso rovescio siciliano finisca con il rimescolare le carte. Improbabile, e per la legge elettorale sarebbe comunque troppo tardi.

L’inerzia gioca per Renzi e per la conservazione del Consultellum sia alla camera che al senato. L’unica novità sarebbe una discesa in campo del governo Gentiloni. «Politicamente una nuova legge è necessaria per dare la prospettiva di un governo stabile», ha detto la ministra Finocchiaro (area Orlando).
La capogruppo di Si De Petris la prossima settimana proporrà una risoluzione al senato per interrogare l’esecutivo. La prevede il regolamento, ma è già chiaro che il Pd farà mancare il sostegno.

Roberto Ciccarelli
da il Manifesto
12.09.2017


Addio uguaglianza. Istituti riaperti in sei regioni, entro venerdì in tutte le altre. Meno 100 mila iscritti in tre anni, 774mila tra dieci. Ma restano le «classi pollaio». 234 mila alunni disabili. È record. Un terzo dei docenti di sostegno è precario. Flc-Piemonte: 12 mila euro in media, tanto lo Stato ha espropriato in sette anni di blocco dei contratti agli insegnanti, i meno pagati d’Europa. Crescono le diseguaglianze: abbandona il 58,1% dei figli di chi ha la terza media. Con genitori laureati il tasso si riduce al 13,2%. Da quest'anno «McJobs» obbligatori per tutti con l’«alternanza Scuola-Lavoro»

Entro venerdì 15 settembre 8,6 milioni di studenti torneranno ai loro banchi nella scuole statali e paritarie. Ieri hanno riaperto gli istituti di sei regioni: Piemonte, Trentino, Basilicata, Friuli, Abruzzo e provincia di Trento, quella di Bolzano ha iniziato il 6 settembre. Oggi sarà il turno di Lombardia e Molise, nei prossimi giorni tutte le altre.

IL MINISTERO dell’Istruzione (Miur) ha registrato anche quest’anno un calo degli iscritti alle scuole pubbliche: lo scorso anno erano 7 milioni 816 mila, quest’anno 7 milioni e 757 mila.
La causa è probabilmente il processo di «denatalizzazione» che ha colpito il paese alle porte del decimo anno della crisi economica, morale e di immaginario. Gli effetti più evidenti si sono registrati a Sud dove il calo è evidente: 13 mila studenti in meno in Campania, meno 12 mila in Sicilia, meno 10 mila in Puglia e meno 5 mila in Calabria.
È stato calcolato che nei prossimi dieci anni la scuola italiana perderà 774 mila iscritti. Una tendenza già nota dall'ultimo triennio nel corso del quale sono stati persi 100 mila iscritti.
Logica avrebbe voluto che nel corso di questi anni la politica scolastica avesse proceduto a una rimodulazione della presenza degli alunni per classe. E invece sono aumentate le «classi pollaio». È diventato un caso nazionale quella del liceo Tenca di Milano con 37 alunni, creata dalla fusione di due sezioni. Proposito rientrato, per fortuna.
Ha fatto scalpore una primaria di 30 alunni a Malo, nel vicentino e la classe extra-large a Genzano in Basilicata nonostante le condizioni di sicurezza non lo permettano. Di recente il Tar di Napoli ha respinto una suddivisione di 43 alunni, di cui cinque disabili, in due classi. In ogni classe dovrebbero andare in media 17 alunni.

L’INCAPACITÀ DI SUPERARE un problema annoso come le «classi pollaio» non risponde nemmeno a un’altra esigenza impellente della scuola italiana: l’aumento degli alunni con disabilità o disturbi dell’apprendimento.
Soggetti che hanno bisogno di cura e attenzione superiori a quelli dei compagni di classe. Per il Miur, quest’anno gli alunni con il sostegno sono saliti a oltre 234 mila.
Rispetto all'anno scorso c’è stato un incremento del 4-5%. Rispetto al 2000, c’è stato un aumento di 100 mila persone.
Allora gli alunni con disabilità erano 126 mila. Di conseguenza sono aumentati dall’8 all’11,2% i posti di insegnanti di sostegno.
Oggi sono oltre 100 i docenti in organico di diritto e almeno 40 mila quelli inseriti nell’«organico di fatto» con i posti da assegnare in deroga.
Fuori dalle formule burocratiche, questo significa che un posto di sostegno su tre continua ad essere affidato ai supplenti. Gli alunni perdono ogni anno un punto di riferimento didattico, e affettivo, e restano in attesa di un altro docente. È così che la precarietà incide anche sulla loro vita.

LA SCUOLA È UN LUOGO di lavoro per oltre 762 mila docenti. Nonostante l’immissione in ruolo di 102 mila prof, effettuate dal governo Renzi, l’età media resta alta: 51,2 anni. Il 60% si trova nella scuola secondaria di primo grado, alle superiori si sfiora il 70%.
Un’età media doppia rispetto ai altri paesi Ocse dove solo il 34% supera i 50 anni alle medie, il 38% alle superiori. A queste persone lo Stato ha espropriato in media 12 mila euro bloccando gli aumenti contrattuali, fermi da sette anni.
In un’analisi della Flc-Piemonte la perdita retributiva tra il 2010 e il 2017 è pari ai 16 mila euro per gli insegnanti di scuola materna, 18 mila per quelli delle scuole medie, 19 mila per quelli delle superiori.
Il calcolo include anche collaboratori scolastici, il personale Ata e i dirigenti. Davanti a queste cifre il governo si è impegnato a erogare 85 euro medi nel prossimo triennio. «Il governo non può cavarsela con un mini-aumento netto inferiore ai 50 euro – sostiene il sindacato Anief – Servono altri 5 miliardi per recuperare anche l’indennità di vacanza contrattuale».La Flc-Cgil chiede che i 200 milioni di bonus premiale siano destinati alla contrattazione di istituto; i 500 euro del bonus insegnanti dovrebbero rientrare nel contratto.

CLASSISTA È IL CONTESTO in cui agisce la scuola. Qui crescono diseguaglianze economiche, sociali e territoriali.
I dati Indire, AlmaDiploma e Ocse confermano: il 58,1% dei figli di coloro che hanno massimo la terza media abbandonano la scuola. Tasso che si riduce al 13,2% tra i ragazzi che hanno i genitori laureati.
Un terzo degli abbandoni avviene nelle famiglie dove i genitori sono precari, il dato diminuisce con i genitori dipendenti e professionisti.
L’ambiente familiare influenza pesantemente il percorso e le aspirazioni degli studenti.
La scuola restringe la forbice fino ai 15 anni, dopo lo svantaggio del capitale sociale esplode. Questo muro sociale si ripresenta nell'accesso all'università e alla laurea: i figli dei laureati vanno avanti, mentre cresce il divario tra ricchi e poveri. .
E nel frattempo è spuntata un’altra disuguaglianza: il 34,4% degli studenti nati all'estero non consegue diplomi, tra gli studenti nativi la percentuale scende al 14,8%.
E restano forti le disparità tra tassi di abbandono maschili e femminili, con una percentuale del 20,2% per i maschi e del 13,7% per le femmine. Peggio fanno solo Cipro, Estonia, Spagna, Lettonia, Portogallo e Islanda.
Certo, gli abbandoni sono diminuiti dal 19,2% nel 2009 al 15% nel 2014, ma resta lontana la media Ue: 10%.

L’ALTERNANZA SCUOLA-LAVORO sarà generalizzata: l’obbligo a fare stage/tirocini gratuiti nelle imprese per 200 o 400 ore. Questo è l’aspetto più significativo del renzismo applicato a scuola: trasformare 8 milioni di studenti in precari sottopagati ossessionati dai «McJobs», impieghi-spazzatura.
Il governo recluterà mille «tutor», uno per ogni 5 scuole, migliaia di studenti. Un dato che dice molto sulla serietà di questo progetto di ingegneria sociale neoliberista.

***In breve
Vaccini, a marzo la scadenza definitiva
Per asili nido e scuola dell’ infanzia ieri è scoccata la prima scadenza. Le famiglie con figli fino a 6 anni devono aver presentato la documentazione che attesti la vaccinazione dei bimbi o un’autocertificazione della prenotazione alla Asl purché fatta via telefono, email o raccomandata. Entro il 10 marzo 2018 alla scuola dovrà pervenire tutta la documentazione comprovante l’effettuazione dei vaccini obbligatori. In caso contrario il bambino non potrà accedere ai servizi scolastici. Per chi ha i figli iscritti alle scuole del primo e del secondo ciclo (elementare, medie e superiori) la documentazione va presentata entro il 31 ottobre o il 10 marzo per chi ha fatto l’autocertificazione. In caso contrario l’alunno sarà ammesso alla scuola ma scatteranno le sanzioni pecuniarie.La ministra Fedeli invita i genitori «ad essere responsabili», «a me spiace per i bambini che non hanno responsabilità ma il tema non è che la scuola li “butta fuori”, è una scelta dei genitori».

Liceo breve, 4 anni bastano?
Il polverone estivo sui «licei brevi» di quattro anni diventa realtà. Al momento si tratta di un allargamento a 100 scuole di una «sperimentazione». Le classi autorizzate passeranno da 12 a 100, in 100 scuole diverse, a decorrere dal 2018-19: l’esito della sperimentazione riguarderà lo 0,4% delle classi prime, e sarà valutato non prima del 2023. Prospettive remote, dunque, per studenti ridotti a «cavie» di un progetto di lunga durata. L’obiettivo è quello di ridurre da 13 a 12 gli anni dell’istruzione pre-universitaria. Una riduzione che va considerata anche rispetto all’obbligatorietà dell’«alternanza scuola-lavoro». Uno strumento per accorciare i tempi di entrata sul mercato del lavoro e strutturare il precariato prima di compiere i 18 anni.

Identikit di chi va alle paritarie
Lombardo, ricco e con genitori laureati. A dirlo è l’Istat (dati dell’anno scolastico 2014/2015). In tutta Italia sono il 5,2% degli studenti. Uno su 20. È la Lombardia ad avere il maggior numero di studenti in scuole non statali, con l’11,4%, con Monza che raggiunge l’11,2. Segue Roma con il 9,9%. In fondo alla classifica Crotone, Nuoro, Rieti, con uno studente su 200. Sono gli istituti superiori quelli tra i quali sono più diffusi gli istituti paritari.
Record a Como, dove si arriva all'84,9%, seguono Varese con il 75,7% e Pescara con il 64%. le famiglie più ricche, con un reddito medio tra i 25mila euro e i 100mila. Gli studenti delle statali hanno famiglie con reddito tra i 15mila e i 200 mila euro.

Docenti «esiliati» in fuga dal Nord
Avere un punteggio elevato ha penalizzato soprattutto i docenti del Sud «costretti» dal governo Renzi ad andare a Nord per insegnare materie diverse dalle proprie. Il paradosso è che non bastano. Le cattedre restano vuote, ad esempio in Lombardia. E chi lascia la famiglia affronta un nuovo precariato: con 1300 euro di stipendio è impossibile affittare un appartamento o mandare i figli a scuola. I docenti meridionali continuano a chiedere il trasferimento nelle regioni di residenza, mentre il comitato «8 mila esiliati fase B Gae» pensa a un ricorso alla Consulta e in Europa contro l’illegittimità del piano straordinario di assunzioni e la successiva procedura di mobilità dei docenti. La Cisl a Como ha proposto incentivi economici per trattenere a Nord i docenti ai quali il Miur ha accordato il trasferimento per avvicinarsi a casa senza aspettare tre anni.

11.09.2017

COMUNICATO STAMPA DEL SEGRETARIO DI RIFONDAZIONE COMUNISTA DI GROSSETO MAURIZIO BUZZANI

Rifondazione Comunista: "Intervenire sulle cause del neo-fascismo"

Le 'passeggiate per la sicurezza' di Forza Nuova sono vere e proprie ronde neo-fasciste, incompatibili con la nostra Costituzione e con il nostro ordinamento democratico.

Non solo il controllo del territorio non può essere svolto da soggetti privati non autorizzati, ma le evidenti finalità razziste di queste ronde, indirizzate in primo luogo contro gli 'invasori' stranieri, le rendono punibili penalmente ai sensi della Legge Mancino.

Questa ennesima provocazione pone all’ordine del giorno un’esigenza non più rinviabile, anche a seguito dell’annuncio da parte di Forza Nuova di una 'Marcia su Roma' per il prossimo 28 ottobre: la magistratura deve applicare le norme costituzionali e ordinarie che vietano la ricostituzione, in qualsiasi forma, del disciolto partito fascista.

Per quanto essenziali, il ripristino della legalità costituzionale e il contrasto di ogni forma di violenza razzista, non bastano per respingere il ritorno di ideologie e pratiche fasciste, a cui assistiamo in Italia così come in tutta Europa e negli Stati Uniti.

Né basta invocare in astratto l’unità delle forze democratiche, se prima non si comprendono e si affrontano le cause economiche e culturali alla base del neo-fascismo contemporaneo, che nelle ronde di Forza Nuova trova una delle sue tante espressioni.

La prima causa della deriva neo-fascista consiste nell’aumento delle diseguaglianze e nel peggioramento delle condizioni materiali di vita dei ceti medio-bassi, prodotti dalle politiche convergenti di centro-destra e centro-sinistra, che hanno ridotto e precarizzato il lavoro, compresso salari e pensioni, tagliato sanità e servizi pubblici, disinvestito in case popolari e progetti di riqualificazione dei quartieri disagiati, ridotto gli spazi di reale partecipazione democratica.

La seconda causa della deriva neo-fascista consiste nello spostamento sistematico dell’attenzione generale da questi problemi strutturali della società capitalistica, che colpiscono tutti, alle questioni legate all’immigrazione, attraverso la rappresentazione dei migranti in generale come minaccia da respingere, o come risorsa da sfruttare, ma mai come persone e concittadini.

Anche la precedente Giunta a Grosseto ,in verità, ha investito poco nel dare risposte ai problemi sociali della città, preferendo alimentare le paure diffuse e trattando marginalità e immigrazione come problemi di decoro e di ordine pubblico, ha una responsabilità precisa nella costruzione del clima da cui nasce l’iniziativa di Forza Nuova.

Chi semina insicurezza raccoglie ronde neo-fasciste.

Solo l’applicazione integrale della Costituzione, a partire dalle sue disposizioni in materia di giustizia sociale e democrazia economica, può fare da argine alla deriva in corso.

Anche in ragione di ciò,Rifondazione Comunista promuoverà,in tema di contrasto al dilagante razzismo e al neofascismo,incontri , dibattiti , volantinaggi e contro informazione sulle politiche securitarie e repressivi del Ministri PD Orlando - Minniti

Il Segretario PRC
Maurizio Buzzani

Roberto Ciccarelli
da il Manifesto
10.09.2017

Ex Caserma Masini. Oltre 10mila in piazza dopo gli sgomberi del Làbas e di Crash, l’8 agosto. Il sindaco Merola corre ai ripari e promette un’altra sede

Almeno diecimila persone in corteo a Bologna per «riaprire Làbas» ieri hanno cambiato il segno dell’estate dei manganelli e degli sgomberi. Tra i portici e i viali ha sfilato una densa rappresentanza plurale, e non riconciliata, della sinistra politica, dei movimenti e dei sindacati che hanno risposto all’appello degli attivisti dell’ex Caserma Masini sgomberata l’8 agosto scorso insieme al laboratorio Crash. Altrove diviso, spesso invisibile, stretto dalla repressione, questo schieramento è stato il risultato di una campagna efficace e l’effetto della percezione di un pericolo estremo: il deserto politico chiamato «legalità» e «decoro».

Gli sgomberi di Crash e Làbas sono stati considerati la goccia che ha fatto traboccare il vaso tanto a Bologna, quanto nel resto del paese. L’apice di una stagione di eventi drammatici, come quello dei rifugiati eritrei da piazza Indipendenza a Roma, mentre la politica è in ostaggio dai poteri di polizia e della magistratura. In questo vuoto democratico, dove prevalgono le istanze di una legalità astratta e un razzismo diffuso, ieri è stata data una risposta di segno opposto. «Ogni città prende forma dal deserto a cui si oppone» sostengono gli attivisti di Làbas.

Non è mancata l’ironia sui paradossi della situazione. «Il popolo di Bologna sa tenersi cari i suoi poeti e anche i suoi ribelli – ha detto all’inizio del corteo Lodo Guenzi, il cantante de «Lo Stato Sociale», citando beffardamente una prolusione del sindaco Merola su Freak Antoni degli Skiantos – Una persona che piange al suo funerale faccia in modo che i ribelli di oggi diano nuova vita alla loro città».

La manifestazione è stata preceduta da un risultato importante. In una lettera il sindaco di Bologna Virginio Merola ha assicurato che entro due mesi sarà data a Làbas una soluzione «ponte». L’opzione più accreditata è quella di vicolo Bolognetti, già sede del quartiere San Vitale dove per cinque anni ha operato l’occupazione. Le attività di Làbas dovrebbero trasferirsi in seguito nell’ex caserma Staveco, dove sono previsti anche i nuovi uffici giudiziari. «Pensate che bello, gli uffici della legalità accanto alla vita della società. Comune è quello che fate voi, questo è il comune» ha ironizzato Alessandro Bergonzoni a una piazza XX settembre gremita.

A metà agosto su questa assegnazione è scoppiato un conflitto tra il sindaco e i magistrati bolognesi, contrari a questa soluzione. Per gli attivisti di Làbas, invece, si tratta di «una straordinaria conquista per la città» perché «ci permette di dare continuità e non disperdere le attività» che hanno riscosso il consenso degli abitanti di San Vitale. Il senso di questa «conquista» è considerato anche rispetto alle altre realtà sgomberate (Crash, che terrà un concerto-protesta in piazza Verdi giovedì 14) o sotto sgombero (XM24).

Il ritorno alla politica potrebbe arrestare la catena di sgomberi e rimettere in discussione il «Piano Operativo Comunale» (Poc) con il quale la giunta Merola (Pd) intende ridisegnare il futuro urbanistico di Bologna. Làbas chiede un cambio del Poc e un uso socialmente utile degli spazi e delle case vuote. Il criterio è quello della rigenerazione urbana realizzata attraverso processi di partecipazione e auto-governo, necessari per affrontare l’emergenza abitativa e la richiesta diffusa di culture e relazioni. Su queste pratiche a Bologna si può avviare un «processo di convergenza» tra «migliaia di persone» sostiene Detjon Begaj, consigliere di Coalizione civica nel quartiere di Santo Stefano.

Questo processo dovrebbe essere «sostenuto da attività organizzate dal basso che mirano a costruire qualcosa con le persone e non per gli utenti» sostiene un documento che ha raccolto l’adesione dell’XM24, Consultoria, Usb Asia e altre realtà. Una dialettica «non riducibile alla forma associativa o al patto collaborativo» precisano. Si tratta di una critica alla sussidiarietà del welfare che trasforma l’auto-organizzazione in un erogatore di un servizio che lo Stato non intende più fornire, e non in un «laboratorio di sperimentazione politica dal basso». In questa tensione, tipica di una democrazia conflittuale, si è collocato il corteo a cui hanno partecipato anche Maurizio Acerbo (Rifondazione), Giorgio Cremaschi (Eurostop) e i sindacati di base (Adl Cobas, Usb).

«L’amministrazione deve cogliere la ricchezza del corpo più profondo – sostiene Nicola Fratoianni (Sinistra Italiana) – questi progetti non possono essere derubricati a semplice ordine pubblico». «La politica deve adattare gli strumenti amministrativi per rappresentare questa aspirazione e queste pratiche. Senza queste esperienze le città diventano più povere» commenta Federico Martelloni, già candidato sindaco e consigliere comunale per Coalizione Civica. «Il corteo ha avuto il grande merito di porre questione vere sul futuro di Bologna che vive la rivoluzione 4.0 nelle fabbriche e la trasformazione urbana – sostiene Michele Bulgarelli, segretario Fiom di Bologna – Si è creata una larga coalizione da Libera all'Anpi, all'associazionismo, realtà autogestite, partiti e sindacati a sostegno di un nuovo progetto».

Bia Sarasini
da il Manifesto
09.09.2017


Da una parte l’istituzione per eccellenza, l’arma dei carabinieri, dall’altra due ragazze americane, tra i fumi dell’alcool e della cannabis. Molto chiaro il retropensiero neanche tanto nascosto delle cronache di ieri: si può credere a due così? L’accusa di stupro non sarà stata tutta un’invenzione? E così la macchina dello scandalo mediatico non si è messa in moto subito, qui non c’erano «le nostre donne da difendere». Una nota del Dipartimento di Stato Usa cambia registro: «Prendiamo queste accuse molto seriamente, i nostri uffici all'estero sono sempre pronti ad assistere cittadini Usa vittime di crimini», l’atteggiamento è cambiato.

Le due giovani donne, hanno 21 anni, sono sotto shock. La loro versione dei fatti, in interrogatori separati e ripetuti, sono coerenti.

La gazzella dei carabinieri che le ha accompagnate a casa, in via Tornabuoni nel pieno centro di Firenze, è stata ferma 20 minuti sotto il palazzo, come confermato da telecamere di controllo. I due ora sono indagati per violenza sessuale, la stessa ministra della difesa Roberta Pinotti dice che c’è qualche fondamento. Si aspettano i risultati delle analisi del Dna. Loro, le ragazze, ora sono in una casa protetta, secondo la procedura del «codice rosa» che si è attivato subito, al momento della loro denuncia, la mattina del 7 settembre.

La gravità del fatto si commenta da sola. Due militari in servizio, sarebbe un abuso di autorità gravissimo. Se non ci si può fidare di chi dovrebbe proteggerti non c’è scampo. Per questo va detto e ripetuto il punto di vista che le donne, i femminismi, hanno conquistato per tutte e tutti. E che andrebbe condiviso con fermezza: uno stupro è uno stupro è uno stupro. A prescindere da relazioni affettive, familiari, etnie, colori, divise. È la violenza di uomini contro donne. Se l’accusa verrà confermata, come è possibile che due carabinieri in servizio, rispettivamente di 45 e 28 anni, abusino di due ragazze e pensino di potersela cavare? Forse perché le credevano così sbronze da non essere abbastanza lucide per ricordare e denunciare? O speravano che la divisa li avrebbe garantiti?

Sono giorni accesi. Basta pensare a tutto il clamore montato, anche con invenzioni, intorno allo stupro di gruppo di Rimini, Intorno al corpo di donne violentate si combatte una guerra che in realtà non le riguarda e non le ascolta. Nelle relazioni tra uomini e donne persiste un’asimmetria che ci si ostina a non vedere. Sono gli uomini a violentare le donne. Di questo bisognerebbe parlare, gli uomini per primi.

08.09.2017
da Il Fatto Quotidiano


Il ministro Andrea Orlando ha pronto uno schema di decreto legislativo che esclude la possibilità per i pubblici ministeri di utilizzare il contenuto integrale delle intercettazioni: potrà esserci solo un "richiamo al contenuto". Stretta anche sull'uso dei trojan, fondamentali nell'inchiesta su Alfredo Romeo e Tiziano Renzi. Se la bozza dovesse passare così com'è stata pensata negli uffici di via Arenula, non sarebbero più utilizzabili per indagare sulla corruzione. Il ministero: "Nessun testo definitivo"

Sette pagine per dare un giro di vite sulla pubblicazione delle intercettazioni, stoppando la possibilità per i magistrati di inserire virgolettati di telefonate e ambientali. “Soltanto il richiamo al loro contenuto”, è scritto nella bozza di decreto che il ministro Andrea Orlando ha inviato ai procuratori italiani. Se la legge fosse esistita in passato, non sarebbero state trascrivibili integralmente da parte dei pubblici ministeri le “risate” di Francesco Piscicelli sul terremoto de L’Aquila né “la teoria del mondo di mezzo” di Massimo Carminati e men che meno “i furbetti del quartierino” di Stefano Ricucci o “l’attentatuni” di Gioacchino La Barbera. “Non esiste alcun testo né definitivo né ufficiale”, si è affrettato a specificare il ministero della Giustizia. Ma i punti sui quali vuole intervenire via Arenula sono chiari. E tra questi ce n’è uno che, combinato con il favor rei, rischia di affossare l’inchiesta Consip, in particolare il filone sul traffico di influenze che coinvolge Tiziano Renzi.

L’uso dei trojan: così muore l’inchiesta Consip – Perché il decreto del Guardasigilli limita l’uso dei trojan, i captatori informatici che permettono di ‘entrare’ nei cellulari. Lo strumento è stato utilizzato dai pm di Napoli per ascoltare in movimento l’imprenditore Alfredo Romeo e risulta fondamentale – per quanto raccolto finora dalla procura partenopea – nell’ipotesi accusatoria a carico del papà del segretario Pd. Stando allo schema del decreto legislativo, anticipato da La Repubblica, il virus spia – già messo in dubbio dalla Cassazione – potrà essere utilizzato solo per i reati più gravi, come mafia e terrorismo. Sarebbe invece esclusa la corruzione. E, stando al principio del favor rei, una nuova legge penale, più favorevole all’imputato, ha efficacia retroattiva. Di fatto, quindi, potrebbe incidere su un eventuale processo. Il pm dovrà inoltre motivare le “ragione di urgenza che rendono impossibile attendere il provvedimento del giudice” e le prove raccolte dai trojan non si potranno utilizzare “per la prova di reati, anche connessi, diversi da quelli per cui è stato emesso il decreto di autorizzazione, salvo che risultino indispensabili per l’accertamento di delitti per i quali è obbligatorio l’arresto in flagranza”.

Riassunti su riassunti: il Riesame come fa? – C’è poi tutto il capitolo legato ai riassunti “imposti” ai pubblici ministeri e giudicanti fino alla fase dibattimentale. Coinvolti sono quindi anche il gip e il tribunale del Riesame. Un problema di non poco conto. “E’ fatto divieto di riproduzione integrale nella richiesta (del pm, ndr) delle comunicazioni e conversazioni intercettate, ed è consentito soltanto il richiamo al loro contenuto”, scrive nella bozza il ministero. Come farà, quindi, il giudice per le indagini preliminari che non può appiattirsi – in virtù della riforma sulle misure cautelari dell’aprile 2015 – sulle posizioni del pubblico ministero? E lo stesso vale, a catena, per il tribunale del Riesame che non può replicare quanto espresso dal gip.

Il momento della discovery – Per questo lo schema di decreto prevede un’udienza stralcio – come anticipa sempre La Repubblica – che sarebbe collocata dopo le eventuali misure cautelari o comunque quando vengono chiuse le indagini. In questo momento i difensori avrebbero modo di “esaminare gli atti e ascoltare le registrazioni”, dicendo quali colloqui ritiene rilevanti e quindi da inserire nel fascicolo processuale.

Il percorso del decreto e i dubbi sull'eccesso di delega – Il ministero – che nella bozza parla anche di intercettazioni non penalmente rilevanti e colloqui tra indagato e avvocato – ha precisato in mattinata che “sta lavorando alla stesura del testo per dare doverosamente seguito nei termini e nei tempi prescritti alla legge delega” del 23 giugno 2017 sulle modifiche al codice penale, sottolineando che il contenuto “terrà conto anche del confronto prezioso e del contributo significativo di esponenti della giurisdizione, dell’avvocatura, della stampa e del mondo accademico che il ministro incontrerà, come già previsto, nei prossimi giorni”. Resta, però, il dubbio su cosa accadrà quando il decreto arriverà al vaglio consultivo delle commissioni Giustizia di Camera e Senato, prima di approdare in Consiglio dei ministri. E’ davanti ai componenti delle commissioni che potrebbero essere sollevati dubbi sull'eccesso di delega.

Tommaso Di Francesco
da il Manifesto
08.09.2017


La lettera d’accusa al piano migranti dell’Italia e dell’Ue inviata da Joanne Liu e da Loris De Filippi, rispettivamente, presidente internazionale e responsabile italiano di Medici Senza Frontiere (Msf), sia a Bruxelles che al presidente del Consiglio Paolo Gentiloni – che negli stessi minuti vantava da Lubiana: «I risultati sull’immigrazione si vedono nel senso della riduzione degli sbarchi e dei flussi» – non appartiene a quelle rivelazioni che possono passare inascoltate.

Perché gridano, urlano una verità ormai incontrovertibile.

Il titolo infatti di questo nuovo rapporto della Ong – la stessa che il «Codice Minniti» ha messo all’indice mentre salvava vite umane nel Mediterraneo – potremmo sintetizzarlo con le stesse parole di Msf: «I governi europei complici nell’alimentare il business della sofferenza in Libia».

Accusa Joanne Liu, reduce da un viaggio-inchiesta in Libia di una settimana fa: «Il dramma che migranti e rifugiati stanno vivendo in Libia dovrebbe scioccare la coscienza collettiva dei cittadini e dei leader dell`Europa» che invece, «accecati dall’obiettivo di tenere le persone fuori dall`Europa, con le politiche e i finanziamenti europei stanno contribuendo a fermare i barconi in partenza dalla Libia, ma in questo modo non fanno che alimentare un sistema criminale di abusi».

Perché «la riduzione delle partenze dalle coste libiche – denuncia Msf – è stata celebrata come un successo nel prevenire le morti in mare e combattere le reti di trafficanti, ma sappiamo bene quello che succede in Libia. Ecco perché questa celebrazione è nella migliore delle ipotesi pura ipocrisia o, nella peggiore, cinica complicità con il business criminale».

Ecco gli abusi testimoniati: «Nei centri di detenzione di Tripoli le persone sono trattate come merci da sfruttare. Ammassate in stanze buie e sudicie, prive di ventilazione, costrette a vivere una sopra l’altra. Gli uomini ci hanno raccontato come a gruppi siano costretti a correre nudi nel cortile finché collassano esausti. Le donne vengono violentate e poi obbligate a chiamare le proprie famiglie e chiedere soldi per essere liberate. Tutte le persone che abbiamo incontrato – accusa la lettera- dossier di Msf – avevano le lacrime agli occhi e continuavano ripetutamente a chiedere di uscire da lì».

È la conferma del primo reportage televisivo di Amedeo Ricucci per la Rai di un anno fa, di quello della Reuters di questa estate, dei duri giudizi di Angelo Del Boca e Alex Zanotelli, del viaggio a Sabhrata dell’Associated Press (e di questi giorni della Frankfurter Allgemeine) che ha svelato come le milizie di quella città (e delle altre, costiere e non), istruite, finanziate e armate dai nostri servizi, cambino casacca. Diventando da trafficanti le milizie di controllo della disperazione dei migranti, gestendo volta a volta, viaggi micidiali a mare, traffici di esseri umani, torture, stupri e centri di detenzione.

Ma che il j’accuse di Medici Senza Frontiere non può stavolta essere nascosto e tacitato nel silenzio del potere e dei media contigui, viene anche dalla stessa Commissione europea, già in imbarazzo per quei reportage.

«I centri d’accoglienza in Libia sono prigioni – dice la Commissaria Ue al commercio Cecilia Malmstroem già in Libia nel 2016 – e le condizioni in effetti sono atroci»; e anche Catherine Ray, portavoce di Federica Mogherini (Mister Pesc) ammette: «Siamo consapevoli, le condizioni di detenzione sono scandalose e inumane», ma l’Ue vuole «cambiare quelle condizioni» è per questo che «Unhcr-Onu e Oim vengono finanziate con 180milioni di euro». Si danno la zappa sui piedi e non se ne accorgono.

La risposta a questo patto criminale è stata finora in Italia una vergognosa esaltazione dell’emergente ministro degli interni Marco Minniti che sarebbe stato capace di convincere la cosiddetta Libia.

Ma quale? Se quello Stato non esiste più e che sono almeno quattro le parti in cui è divisa dopo la guerra della Nato, con interposti conflitti tra centinaia di clan e fazioni armate.

Una capacità di convinzione appoggiata col «patto di Parigi» anche da Germania, Francia e Spagna. Che, per tenere lontano il misfatto occidentale, autorizzano in Libia, in Ciad e in Niger l’istituzione di un sistema concentrazionario di lager purché i disperati non arrivino in Europa. Con l’aggiunta della «coperta di Linus» di un presunto controllo dei diritti umani da parte dell’Unhcr e dell’Oim.

Per una fase temporale che semplicemente dimentica di rispondere a questa domanda: che fine fa adesso quel milione di migranti e profughi intrappolati in Libia, in cammino nei deserti e senza più vie di fuga? L’importante è che la loro tragedia sia nascosta nella sabbia.

Minniti, manco a dirlo, ammirato a manca e più ancora a destra come astro nascente, ha trovato in quella occasione una schiera di inaspettati elogiatori: Gabanelli, Travaglio, Gramellini, ecc… E guai a criticarlo. Il presidente del Pd Matteo Orfini ha tuonato: «Chi lo critica è una sinistra salottiera»; e gli «antimperialisti» Pierferdi Casini e Nicola Latorre hanno addirittura subodorato l’ingerenza Usa per il petrolio libico.

Siamo davvero curiosi di sapere che cosa dirà ora questo stuolo militante di ammiratori sulla pelle altrui.

Roberto Ciccarelli
da il Manifesto
07.09.2017


Il caso. Pd, sinistra contro il corteo del 28 ottobre annunciato dall'estrema destra. La sindaca di Roma Virginia Raggi: «La Marcia su Roma non può e non deve ripetersi». Un'interrogazione parlamentare del Pd chiede lo scioglimento di Forza Nuova. Nicola Zingaretti, presidente della Regione Lazio: «Insulto e farsa ridicola». Nicola Fratoianni (Sinistra Italiana): «Oltraggio alla Costituzione». Maurizio Acerbo (Rifondazione Comunista): «Intollerabile»dichiara:
«L’annuncio della “marcia su Roma” da parte di Forza nuova merita una risposta politica netta da parte del governo: il Ministero degli Interni deve vietare questa manifestazione dal chiaro carattere neofascista. La tolleranza verso organizzazioni come Forza Nuova e Casa Pound è intollerabile. L’apologia di fascismo è un reato costituzionale. I rigurgiti nazifascisti vanno combattuti, senza se e senza ma. Le organizzazioni neofasciste vanno sciolte».


Vietare la «marcia dei patrioti» il prossimo 28 ottobre a Roma – 95esimo anniversario dalla marcia sulla Capitale dei fascisti di Mussolini nel 1922 – e sciogliere Forza Nuova. È la reazione dal Pd alle sinistre (Mdp, Sinistra Italiana, Possibile e Rifondazione), all’iniziativa annunciata dal gruppo di estrema destra a cui nella serata di ieri si è unita anche la sindaca di Roma, Virginia Raggi:«La Marcia su Roma non può e non deve ripetersi» ha scritto su Twitter.

Da parte del partito democratico è stata una presa di posizione costituzionale decisa, dopo che il suo segretario Renzi ha evocato più volte lo slogan famigerato, e di destra, dell’«aiutiamoli a casa loro», riferendosi ai migranti e ai rifugiati. «Una provocazione offensiva e pericolosa che va fermata – ha detto Donatella Ferranti (Pd), presidente della commissione Giustizia della Camera – Inutile girarci attorno, si tratta di una manifestazione di chiara impronta neofascista. Il fascismo nelle sue manifestazioni attuali non ha nulla di nostalgico o folkloristico, è puro incitamento all’intolleranza, al razzismo e all’odio».

In un’interrogazione, presentata tra gli altri da Laura Puppato (Pd), si chiede al ministro dell’Interno Marco Minniti se la manifestazione «si configuri come un’evidente, ulteriore provocazione alla nostra Costituzione, alla storia e ai valori della Repubblica, rievocando un evento che ha segnato l’ascesa al potere del Partito nazionale fascista».

In un’altra interrogazione, presentata da Emanuele Fiano e da altri 45 deputati Pd, si è chiesto a Minniti le iniziative che intende adottare «per impedire che l’iniziativa dell’estrema destra». Segue la richiesta di sciogliere il movimento politico in base alla legge Mancino.

Anche Maurizio Acerbo, segretario di Rifondazione Comunista, chiede al governo «una risposta politica netta: la tolleranza verso organizzazioni come questa è intollerabile. I rigurgiti nazifascisti vanno combattuti, senza se e senza ma. Le organizzazioni neofasciste vanno sciolte».

«La Marcia su Roma fu una tragedia. Rifarla oggi sarebbe, oltre che un insulto, una farsa ridicola» ha twittato il presidente della Regione Lazio Nicola Zingaretti (Pd). Per Nicola Fratoianni, leader di Sinistra Italiana, «la marcia sarebbe un oltraggio alla Costituzione». Stefano Fassina (Sinistra per Roma) presenterà oggi un ordine del giorno in consiglio comunale a Roma per chiedere alla sindaca Raggi di impedire lo svolgimento della «marcia». «È un dovere – ha detto – per contrastare chi oggi ripropone un’ideologia di violenza verso l’altro, a cominciare dai migranti. Il patriottismo o è costituzionale o è fascismo».

Ieri sera non era ancora stata presentato in Questura a Roma il preavviso di manifestazione che, di solito, si presenta da un mese fino a tre giorni prima delle iniziative. In una nota il questore della Capitale Guido Marino ha detto che, quando lo sarà, saranno «valutate le condizioni dell’ordine pubblico e la concomitanza di altre iniziative». In compenso ha vietato un’altra manifestazione, pubblicizzata sul profilo Facebook del movimento politico «Roma ai Romani», prevista per le ore 20 di venerdì 8 settembre con itinerario, non precisato, lungo le vie del Tiburtino III. Il quartiere dove un rifugiato eritreo di 4o anni è stato aggredito e una donna è stata accusata di lesioni aggravate dall’utilizzo di arma, senza contestazione dell’aggravante dell’odio razziale. La decisione è stata presa considerando le condizioni di «ordine pubblico».

L’allarme provocato dall’iniziativa romana ha trovato un’eco anche a Pisa dove Forza Nuova sostiene di presidiare la stazione per una «passeggiata per la sicurezza» in chiave anti-immigrati. In un comunicato ha inoltre annunciato la presenza di «ultras, pugili, semplici cittadini». Il sindaco della città toscana, Marco Filippeschi (Pd), ha definito il comunicato del gruppo di estrema destra «aberrante». Si tratta della prima manifestazione di questo genere a Pisa. « Promuovere ronde e squadracce di picchiatori, è illegale, come praticare azioni di razzismo – sostiene Filippeschi – Pisa reagirà isolando i provocatori».

Per Roberto Fiore di Forza Nuova la «marcia» è stata indetta contro George Soros «colpevole» di finanziare le Ong e non contro Minniti. Per Fiore quella del 28 ottobre non sarebbe una manifestazione « filo-fascista o nostalgica», ma «patriottica».

Roberto Ciccarelli
da il Manifesto
06.09.2017


Università. Test di accesso a medicina, protestano gli studenti: «Più fondi a Welfare e Sanità». Sit-in degli specializzandi a Montecitorio: «Vogliamo il bando e borse di studio»

Diventare medici in Italia è una corsa ad ostacoli. Per iscriversi alla facoltà di medicina, l’aspirante studente deve superare le forche caudine del numero chiuso, di anno in anno inasprito. Una volta laureato, l’aspirante medico deve superare il concorso per la scuola di specializzazione, mentre si continuano a tagliare posti. Infine, una volta conseguito il titolo con tutti i crismi, deve sperare che i tagli abbiano risparmiato gli ospedali e che il blocco del turn-over sia stato sospeso nella propria regione, commissariamento permettendo.

QUESTA CATENA di cause ed effetti si ripresenta ogni anno quando si celebra il rito di massa dei test di ingresso a Medicina. Ieri sono stati 66.907 a partecipare alle prove di logica, biologia e chimica, fisica e matematica in tutto il paese. In palio c’erano 9.100 posti, più 908 posti per odontoiatria. Gli studenti della Rete della Conoscenza e di Link hanno protestato da Sud a Nord contro il numero chiuso e la progressiva diminuzione dei posti al corso di laurea (quest’anno da 9.224 a 9100). In sit-in e flash mob negli atenei hanno chiesto anche di ripensare il concorso della specializzazione attraverso l’aumento delle borse di studio e una programmazione di lungo periodo del Sistema Sanitario nazionale che nei prossimi dieci anni perderà migliaia di medici. Ci sono previsioni che parlano addirittura di 20 mila professionisti.

«LA PROGRESSIVA RIDUZIONE del nnumero di posti è inaccettabile – sostiene Andrea Torti, coordinatore Link – Va a ledere ancora il diritto allo studio, già colpito da un test iniquo». Un racconto drammatico della situazione viene dal Sud. «Gli ospedali meridionali quest’anno hanno chiuso bandi senza candidati – sostiene Asia Iurlo (Link medicina Bari) – già ora non ci sono abbastanza medici per garantire i livelli essenziali di assistenza». Dopo la sentenza del Tar che ha bocciato il numero chiuso nella facoltà di Studi Umanistici dell’Università di Milano, Elisa Marchetti (Udu) chiede l’abrogazione della legge 264/99 tanto a livello locale quanto a livello nazionale. In un paese dove il tasso di passaggio all’università è troppo basso e il numero dei laureati è insufficiente, anche gli studenti del Fronte della gioventù comunista hanno chiesto a Bologna il ritiro del numero chiuso definito «una misura classista».

NELLO SPEAKERS CORNER di piazza Montecitorio a Roma un gruppo di medici neo-laureati ha manifestato in camice bianco ribadendo alle ministre Fedeli (all’Istruzione) e Lorenzin (alla Salute) la richiesta di sbloccare le procedure del bando di concorso per le scuole di specializzazione e di ripensare il sistema di accreditamento. Quello voluto dal Miur ha infatti ridotto i posti da 1500 a 1350 posti. I giovani medici sostengono di essere in attesa del bando da oltre «un anno e mezzo». «Ciò ha creato un empasse con il ministero della Salute il cui prezzo lo stiamo pagando noi e altre migliaia di giovani medici. È una situazione anomala, mai verificatasi in precedenza, assolutamente vergognosa» ha affermato Emanuele, portavoce del Segretariato italiano giovani medici (Sigm). Il Miur ha precisato che le regole del concorso – ma non la sua data – saranno pubblicate oggi in Gazzetta Ufficiale: «Un atto necessario per poter procedere con il bando. Qualsiasi altra comunicazione su date di uscita del bando o di svolgimento del concorso, non è da ritenersi ufficiale». Il ministero assicura che il concorso «si svolgerà nel 2017, la presa di servizio avverrà entro l’anno».

«SONO GRAVI I RITARDI e le inadempienze del governo sui medici specializzandi – ha detto Annalisa Pannarale (Sinistra Italiana-Possibile). «Le borse previste sono insufficienti rispetto al numero degli aspiranti medici e rispetto al fabbisogno del nostro sistema sanitario nazionale» ha aggiunto Claudia Pratelli, responsabile scuola di SI. Un’altra interrogazione è stata presentata da Rocco Palese (Forza Italia).

Umberto Franchi
da Il Manifesto
31.8.2017

In Italia le persone in povertà assoluta che non hanno abbastanza cibo, che non possono curare molte malattie non mutuate, che non possono pagare affitti, che non possono pagare le spese scolastiche, sono circa 1.800.000 famiglie, per un totale di 4.700.000 persone.

Il governo ha varato una misura che integra con un assegno mensile il reddito dei poveri, stanziando un miliardo ed ottocento milioni; tutti penseranno «finalmente, era l’ora», ma se andiamo a vedere bene di cosa si tratta ci accorgiamo che di positivo c’è ben poco:

1) tra le famiglie con povertà assoluta verrà effettuata una selezione partendo dal presupposto che per avere il diritto all’assegno variabile da 190 a 490 euro mensili l’ISE annuo non deve superare le 6000 euro. Ad esempio una famiglia di tre persone dovrebbe vivere con meno di 200 al mese a persona;

2) questa «cernita», comporta che l’assegno verrà erogato solo a una esigua minoranza di persone, circa 1.700.000, mentre ne resteranno esclusi altri 3.000.000;

3) ma esiste un altro «inghippo»: del miliardo e ottocento milioni stanziati dal governo, sola la metà è fatta di denaro «fresco», l’altra metà verrà «pagata» dagli stessi poveri tramite il taglio dello stato sociale ed altri sussidi oggi esistenti.

Insomma lo chiamano reddito di inclusione, corrisponde al costo di 3 bombardieri F35 degli 80 comprati dall'Italia per fare un favore agli Usa (e non funzionano nemmeno), mentre in Italia ai poveri va una elemosina di esclusione!

Pubblicato il
04.09.2017


Scrivo a una settimana di distanza dallo stupro avvenuto a Rimini nei confronti di una ragazza polacca e di una transessuale peruviana. Ho faticato a scrivere prima, troppo incazzata per farlo. Incazzata perché questa settimana anziché sedersi e riflettere tutti, in primis voi uomini, di quanto patriarcato c’è ancora e di quanta violenza siete capaci, si è semplicemente preso a pretesto lo stupro commesso per fare l’ennesima campagna razzista.

Ci sono in media undici stupri al giorno nel nostro Paese. Undici al giorno. Senza contare gli episodi di violenza domestica e i casi di femminicidio.

Non ho mai visto tanta veemenza nel condannare uno stupro, neanche quando l’anno scorso Anna Maria Scarfò fu stuprata ripetutamente da un branco di italici uomini. Anzi in quel caso il paese si strinse attorno ai carnefici dando della puttana alla ragazza. Non vi ho sentito chiedere giustizia con fiaccolate e lancio di insulti per tutti gli altri stupri commessi quotidianamente. Non ho mai visto condannare con tanta cattiveria il fautore di un femminicidio, che spesso esce dopo pochi anni di carcere per buona condotta. Non vi ho mai visto lottare a fianco delle donne per l’autodeterminazione dei loro corpi. Né tanto meno vi ho sentito chiedere a gran voce la pena di morte (a cui sono comunque contraria) contro stupratori italiani per mettere fine alla violenza.

Parlate di sicurezza per le “vostre” donne chiedendo più militari e forze dell’ordine. Ebbene queste non servirebbero se foste in grado di tenere a bada i vostri istinti sessuali più beceri e il vostro bisogno di dominio e prepotenza, se foste capaci di fermarvi davanti ad un NO o se foste in grado di evitare battute “e poi si lamentano perché le violentano” davanti ad una donna in minigonna. Eh già l’ho sentita pronunciare proprio da voi uomini una frase così, e non è l’unica che ho sentito. E quante volte chi indossa una divisa ha a suo modo “violentato” una donna con i suoi modi sessisti.

Vi accingete ora a difensori delle donne, da chi poi? Da altri uomini, per altro. Non vogliamo il vostro aiuto. Ma se proprio volete aiutarci, vi prego evitate di parlare di noi come oggetto sessuale, di fare continuamente battute sessiste e di relegarci al focolare domestico perché in fondo quello è il nostro ruolo: accudirvi e coccolarvi.

Vi ritenete superiori ad altre nazionalità perché qui la donna non si vela? E poi ci chiedete di non mettere quella minigonna che ci rende osservate da tutti! Non mi interessa il colore della pelle o il credo religioso, in una violenza c’è solo un uomo che abusa di una donna (e ricordatevi che anche le transessuali lo sono).

Franca Rame, giusto per citarne una, venne violentata da un branco di fascisti, quelli che oggi attaccano i migranti come bestie violentatrici. Per non parlare poi di quelle pagine Facebook in cui postate donne fotografate di nascosto e commentate in branco su come la prendereste o come ve la sbattereste. Con violenza. E anche questo è uno stupro, indiretto, ma pur sempre uno stupro. E che dire dei tantissimi maschietti italiani che cercano nelle prostitute straniere, tutte vittime di tratta e portate a battere i nostri marciapiedi grazie alla criminalità organizzata (anche italiana), il sesso violento e primitivo che non riescono a strappare alle mogli o solo per il semplice divertimento di una sera. Non è violenza anche questa? Salvo poi fare i perbenisti e chiedere di multare le prostitute, spesso pagate 20 euro all’ora. Abusare di una prostituta o di una transessuale è meno grave che abusare della propria vicina di casa o di una donna incontrata per la strada? Della vostra classifica del peggiore o migliore stupro non ce ne frega niente. Uno stupro è uno stupro commesso verso qualunque genere e in qualsiasi forma. Uno stupro si ha ogni qualvolta non vi sia consensualità tra le parti, quindi anche quando costringete la vostra moglie/compagna/fidanzata a darvela controvoglia è in di per sé uno stupro.

È uno stupro anche quello fatto ad una persona ubriaca o sotto effetto di stupefacenti (magari fatti prendere a sua insaputa)…ma questi poi nel pensiero comune si dimenticano, perché non veri e propri stupri…chissà magari lei lo voleva oppure l’ha istigato salvo poi denunciarlo, colpevolizzando così la vittima stessa che ritrae nella vergogna e nel dolore.

C’è violenza di genere anche quando sminuite una collega o una dipendente o le fate continue battute a sfondo sessuale o l’assumete perché ha un bel culo o quando la scartate perché incinta.

Per non parlare dei media e del loro modo di trasmettere una notizia. Non ve ne frega niente della violenza di genere, vi interessa lo scoop, la chiacchiera da bar, il rimestare nel torbido, anche se questo ferisce in prima persona chi è vittima dello stupro e tutti coloro che da innocenti coinvolgete nel vostro gioco schifoso.

Non abbiamo bisogno del vostro aiuto, no non così. Avremmo bisogno di una vostra radicale trasformazione del pensiero e di un cambio culturale generale per fermare questa violenza brutale.
E fa male sapere che spesso il branco di violentatori sono sempre di più minorenni o giovani.
Questo dovrebbe farvi riflettere su quali messaggi trasmette la nostra società alle giovani generazioni.
In fondo noi siamo il Paese in cui un Presidente del Consiglio aveva avviato un giro di prostituzione e mercanteggio di poltrone in cambio di favori sessuali e dove la maggior parte dei maschietti guardava con invidia il sig. Berlusconi, con battute simpatiche rivolte nei suoi confronti.

Vorrei che non ci fossero più stupri o femminicidi. Non mi interessa sapere chi stupra di più in percentuale. Vorrei che quella percentuale fosse ZERO per tutti! Ma vorrei anche pene congrue per chi stupra o violenta e non che se a farlo è un migrante si chiede la pena di morte, ma se a farlo è un connazionale in cinque anni è fuori con la pena ridotta.
Quanto letto e sentito in questi giorni mi ha fatto rivoltare lo stomaco oltre che preoccupare come donna. Si perché non mi sento per niente tutelata da chi minaccia qualcuno dicendo “ti violentassero a te brutta troia”.

Angelo d'Orsi
da Il Manifesto
03.09.2017

Ci aveva già provato la Lega Nord, anni fa. Forse la reazione, culturale e politica, dell’Italia democratica fu troppo debole, allora.
Ci riprova ora uno dei tanti gruppuscoli neofascisti, quello probabilmente di maggior capacità di mobilitazione, nel silenzio pavido degli uni e nella oggettiva complicità degli altri – quella cospicua parte del popolo italiano che ha già introiettato la paura dell’immigrato.

Alludo al manifesto che Forza Nuova ha lanciato per accendere italiani e italiane di sacro fuoco etnico-nazionale, ricorrendo a un prodotto propagandistico del peggior periodo della nostra storia, quello della Repubblica Sociale Italiana: un manifesto murale, diffuso anche sulla stampa di regime, che mostrava un «negro» che ghermisce una donna bianca, e il testo recitava: «Difendila dai nuovi invasori» e poi, in piccolo: «Potrebbe essere tua madre, tua moglie, tua sorella, tua figlia». Gli invasori erano, nel ’44 i soldati degli eserciti alleati, in quello che fu l’anno dello sbarco ad Anzio e in Sicilia, e la crisi del fascismo, succube del nazismo hitleriano, appariva ormai irreversibile. Il manifesto era firmato da un disegnatore sperimentato, Gino Boccasile, l’inventore della Signorina Grandi Firme, efficacissimo illustratore delle copertine della Domenica del Corriere, poi firmatario del Manifesto della razza, infine, appunto, convinto aderente alla Rsi.

Forza Nuova, riproponendo l’icona del negro stupratore di bianche fanciulle, nella Rete (ma si annuncia anche, pare, la stampa murale in grande formato), aggiunge un commento per così dire esemplare, dal punto di vista dell’uso politico della storia, una storia naturalmente manipolata, ignorata, o rovesciata. Si legge infatti: «Le violenze dell’epoca del manifesto a cui ci siamo ispirati furono contestualizzate all’interno della sconfitta che chiamarono ‘liberazione’, quelle di questi anni e di questi giorni le occultano spudoratamente, tacendo il fatto che sono attuate da nuovi invasori a cui paghiamo vitto, alloggio, bollette, schede telefoniche, cellulari e sigarette. I nuovi barbari sono peggiori di quelli del ’43-45, oggi come allora fiancheggiati dai traditori della Patria».

Difficile sintetizzare meglio la morale politica del fascismo, e mostrarne l’eterno ritorno, per così dire, sotto le mutevoli vicende di nazioni e popoli. Difficile esplicitare in così poche parole una mentalità, ahinoi sempre più diffusa, che fondandosi su false informazioni, o su vere e proprie menzogne, gioca sulla ingannevole contrapposizione «noi/loro», accettandola supinamente. Il «successo» del post (oltre 10 mila like in poche ore) è una riprova in tal senso, ma ancor più lo è la gran massa dei commenti, un osceno florilegio del peggior razzismo cosciente o più spesso inconsapevole, un buco nero in cui annega ogni residuo di intelligenza. «L’emergenza» denunciata ogni giorno da un intero ceto politico, o quasi, non è quella dei migranti, ma quella degli stolti e degli ignoranti. La strada è lunga e in salita.

Domenico Romano
da il Manifesto
31.08.2017

Dietro la diminuzione degli sbarchi ci sarebbe un accordo tra l’Italia e le milizie libiche che gestiscono il traffico di uomini. A denunciarlo è l’inchiesta dell’agenzia Ap secondo la quale in cambio dello stop alle partenze dei barconi Roma garantirebbe soldi, armi e e mezzi agli ex trafficanti diventati «forze anti-trafficanti». La Farnesina smentisce. Imbarazzo a Bruxelles,

Dietro la forte diminuzione di sbarchi nel nostro Paese potrebbe esserci un accordo siglato dal governo italiano direttamente con due milizie libiche coinvolte nel traffico di esseri umani. A rivelarlo è una lunga e dettagliata inchiesta dell’agenzia americana Associated press che cita numerose testimonianze, tra le quali anche quella di un portavoce di una delle due milizie.

«Non c’è nessun accordo tra il governo italiano e i trafficanti», ha smentito ieri una nota della Farnesina, mentre da Bruxelles una portavoce dell’esecutivo europeo ha rifiutato di commentare le notizie in arrivo dalla Libia: «Suggerisco di chiedere alle autorità italiane», ha detto rispondendo alle domande dei giornalisti. «Quando si tratta di fondi europei – ha poi sottolineato la portavoce -, sono soggetti a controlli molto stretti, con destinazione molto chiara. Noi continuiamo a seguire le regole, come facciamo sempre».

La scorsa settimana era stata un’altra agenzia di stampa, la Reuters, a riferire di una milizia denominata «Brigata 48» che a Sabrata impedisce ai barconi carichi di migranti di prendere il mare. Sabrata è ormai da tempo uno dei principali punti di imbarco per i disperati che dalla Libia tentano di raggiungere l’Italia. Secondo la Reuters la milizia, formata da «agenti, militari e civili», in cambio del suo lavoro riceverebbe finanziamenti direttamente dal governo di Tripoli guidato dal premier Fayez al Serraj (nella foto con Minniti e Gentiloni).

Notizie che adesso troverebbero conferma nell’inchiesta condotta in Libia dall’Ap. Due, secondo l’agenzia americana, le milizie coinvolte: oltre alla già citata «Brigata 48» anche un’altra denominata «Al Ammu», il cui nome ufficiale sarebbe «Brigata del martire Anas al-Dabashi». Quest’ultima dal 2015 si occuperebbe della sorveglianza dell’impianto petrolifero di Melitah che l’Eni gestisce insieme alla National oil corporation (Noc) libica. Entrambe le milizie avrebbero base a Sabrata e sarebbero guidate da due fratelli appartenenti al clan dei Dabbashi che controlla la città.

L’Ap ricorda come nello scorso mese di luglio gli arrivi lungo le coste italiane siano notevolmente diminuiti rispetto all’anno passato, tendenza confermata ad agosto con appena 2.936 sbarchi rispetto ai 21.294 del 2016. «Una diminuzione dell’86%», spiega l’agenzia, che attribuisce la flessione in parte alle condizioni del mare e all’attività della Guardia costiera libica ma, soprattutto, «all’accordo con le due più potenti milizie della Libia occidentale».

A sostegno delle sue affermazioni l’agenzia cita almeno cinque funzionari della sicurezza e attivisti di Sabrata che confermano il coinvolgimento delle milizie nel traffico di uomini. Un funzionario arriva a descrivere i fratelli Dabashi come «i re del traffico» di esseri umani a Sabrata. «Nel suo ultimo rapporto di giugno – scrive inoltre l’Ap – le Nazioni unite hanno indicato la milizia al Ammu come il principale agevolatore del traffico di esseri umani».
Secondo quanto affermato da Bashir Ibrahim, definito dall’Ap come il portavoce di al-Ammu, due mesi fa le milizie avrebbero raggiunto un accordo «verbale» con il governo italiano per fermare le partenze dei migranti e da allora avrebbero impedito la partenza delle imbarcazioni imponendo anche alle altre organizzazioni criminali di interrompere il traffico. «Come contropartita ricevono attrezzature, barche e stipendi», ha spiegato Ibrahim, secondo il quale in questo momento sarebbe i atto «una tregua» destinata a durare finché durano i sostegni alle milizie. «L’integrazione ufficiale delle due milizie tra le forze di sicurezza di Serraj – scrive l’Ap – permetterebbe all’Italia di lavorare direttamente con loro visto che non sarebbero considerate come trafficanti ma parte del governo riconosciuto».

Secondo alcuni attivisti di Sabrata intervistati dall’Ap l’Italia avrebbe gestito l’accordo saltando il governo Serraj e inviando agenti dei servizi in Libia a trattare direttamente con i capi delle milizie. «I trafficanti di ieri sono la forza anti-traffico di oggi», ha detto un poliziotto che ha preferito mantenere l’anonimato. «Quando la luna di miele tra i trafficanti e gli italiani finirà ci troveremo in una situazione pericolosa» ha aggiunto il funzionario spiegando come le forze regolari non siano sufficientemente armate per affrontare le milizie. «Un portavoce del governo italiano- conclude l’Ap – ha detto che l’Italia non commenta notizie che riguardano i servizi segreti»

Pubblicato il 25.08.2017
di Eleonora Forenza


Di fronte alle immagini di quello che è accaduto oggi a Piazza Indipendenza non trovo altre parole che quelle che fecero da titolo a un libretto di Pietro Ingrao: indignarsi non basta.

No, non basta.

La guerra a donne e uomini migranti, contro le povere e i poveri, si è consumata al centro, al centro di Roma, Capitale di Italia.
Non hanno più neanche bisogno di invisibilizzare – di esternalizzare, collocando le frontiere di Europa fuori dall'Europa – la repressione, il razzismo, il neoliberismo che si è fatto Stato.

Non hanno bisogno di farlo perché quella che è accaduta oggi non è una parentesi: le foto di piazza Indipendenza sono l’autobiografia della nazione, come disse Gobetti del fascismo.

Il razzismo esplicito della lega; il razzismo governamentale del Pd, che con l’accordo con la Libia, il protocollo per le ONG, le leggi Minniti-Orlando, interpreta perfettamente una fase del capitale segnata dalla ossessione securitaria e del controllo; e, infine, i Cinque stelle, il populismo di destra ossia il partito del senso comune, che si accontenta della legalità e non si preoccupa della giustizia, che considera più decorose le parole del prefetto di Roma (di cui andrebbero chieste immediatamente le dimissioni) che l’occupazione di uno stabile da parte di richiedenti asilo.

Non basta dire che Pd, M5s e Lega appaiono sempre di più la stessa merda. Il problema è che sono sempre più interpreti e costruttori del senso comune. E qui è la nostra sconfitta. (Non solo nostra, perché a Piazza Indipendenza e nel Mediterraneo affoga anche il cristianesimo degli italiani brava gente, con buona pace delle radici cristiane dell’Europa, i nostri valori ecc… ecc..)

Non mi convincerò mai che nessuna ragione populista possa darsi in continuità con questo senso comune, che il consenso a un’altra concezione del mondo possa costruirsi senza conflitto: conflitto sociale, conflitto contro questo senso comune, per costruire un nuovo senso comune.

Credo sia oggi più necessario che mai uno spirito di scissione: non basta la polemica (doverosa) contro la Lega, contro il razzismo a 5 stelle o seppellire (lo dico a chi è tentato da riesumazioni, io ne sono già da tempo convinta) qualsiasi idea di centrosinistra con il Partito della Nazione (manca una F…, ma per il resto…). Simbolicamente, e materialmente, dobbiamo tornare sulle barricate: stanno facendo una guerra, e la chiamano decoro e sicurezza. Non siamo in tempo di pace. Prima ce ne rendiamo e prima vedremo noi (e non Minniti) la luce in fondo al tunnel.

Rossella Muroni
da il Manifesto
24.08.2017


Chi in queste settimane sta cavalcando il tema dell’abusivismo di necessità, per un consenso elettorale, speriamo si fermi. In un paese civile e democratico l’illegalità si combatte e non può essere in nessun modo autorizzata o giustificata dalla politica.

Il terremoto a Ischia ci ricorda che l’Italia è un Paese fragile, a rischio sismico ed idrogeologico. Investire nella riqualificazione degli edifici per renderli sicuri non è più rinviabile. L’abusivismo edilizio, la cementificazione selvaggia, è un elemento che crea fragilità, toglie sicurezza, bellezza, dignità ai nostri territori.

Ischia è un simbolo di questa piaga che affligge il Paese e non è certo un caso isolato. Qui il cemento si è aggiunto al cemento in modo disordinato, senza regole, indebolendo versanti che poi con le forti piogge cedono e trascinano a valle quello che trovano. Come successe nel 2009 con la morte di una povera ragazza.

L’isola conta 600 case abusive colpite da ordine definitivo di abbattimento e 27 mila le pratiche di condono presentate in occasione delle tre leggi nazionali sulle sanatorie edilizie. A Ischia ci sono più abusi che famiglie, questa è la verità. Lo dicono i dati ufficiali, le carte della magistratura, le interminabili pratiche burocratiche per chiedere un condono che di fatto garantiscono impunità.

Il tutto in nome e per conto di una «economia del turismo» fatta di piani e ampliamenti venuti su in pochi giorni, pronti da affittare nella stagione turistica, magari in nero.

Questa è, semplicemente e drammaticamente, la storia dell’attrazione fatale per il cemento che contraddistingue gran parte delle coste del nostro Meridione.

L’Italia è un paese deturpato da cemento speculativo e illegale, i cui numeri sono eloquenti: nel 2016 gli abusi sono stati circa 17 mila. In dieci anni in Campania sono state realizzate circa 60mila case abusive. E non parliamo di abusi di necessità, un fenomeno terminato alla metà degli anni novanta, ma di soggetti organizzati che hanno tirato su negli anni interi quartieri, in aree dove controllano tutto.

Così negli anni abbiamo consumato il 66% delle coste calabresi, oltre il 50% di quelle campane e siciliane. E se il cemento illegale avanza velocemente le demolizioni di immobili abusivi procedono con lentezza: in Italia, dal 2001 al 2011, solo il 10,6% degli immobili è effettivamente andato giù. Una percentuale che precipita al 4% nella provincia di Napoli e rasenta lo zero a Reggio Calabria e Palermo. Ecco la situazione.

Il terremoto di Ischia deve suonare come un tragico campanello di allarme che ci aiuti a mettere in campo un piano straordinario di messa in sicurezza del patrimonio abitativo legale anche grazie a strumenti innovativi come il sismabonus: una prima ed importante misura per aiutare gli italiani a riqualificare le proprie case. Così come non è più rinviabile l’obbligatorietà del cosiddetto fascicolo di fabbricato, una sorta di carta di identità del costruito che riuscirebbe finalmente a garantire un monitoraggio puntuale della situazione delle abitazioni del nostro Paese.

A Ischia occorre mettere in campo una grande alleanza tra istituzioni, cittadini, operatori economici che riconoscano la gravità della situazione e rilancino in positivo un piano di messa in sicurezza, legalità e partecipazione.

L’unica certezza, oltre le polemiche se un terremoto di magnitudo 4 possa giustificare o meno i crolli, rimane l’urgenza della messa in sicurezza dei territori, la vera grande opera pubblica necessaria al Paese, incompatibile con qualsiasi forma di sanatoria edilizia.

* Presidente nazionale Legambiente

Adriana Pollice
da il Manifesto
23.08.2017


L'isola degli abusi. Nel 2010 ci fu una sommossa a Casamicciola per impedire l’evacuazione di una casa da abbattere

Gli sfollati a Ischia sono circa 2mila a Casamicciola e 600 a Lacco Ameno per un terremoto di bassa intensità.
Sotto accusa la qualità degli edifici. Il parlamento, con l’avallo del Pd, dovrebbe approvare il ddl Falanga che, secondo gli ambientalisti, è un condono mascherato.
Matteo Renzi ieri però non ne ha parlato, ha preferito rilanciare il Piano Casa, uno dei suoi cavalli di battaglia. In attesa di approvazione anche il Piano Antisismico Nazionale, una proposta di legge ferma in parlamento dal 2013, ma Graziano Del Rio è ottimista: «Sono arrivate le linee guida per la classificazione sismica della casa. Questo è l’anno in cui il bonus per la casa sicura decolla davvero».

L’architetto che sta redigendo il piano urbanistico di Forio, Antonio Oliviero, è categorico: «Casamicciola è storicamente la più vulnerabile ai terremoti. Parlare di abusivismo vuol dire strumentalizzare».
Il capo della Protezione civile, Angelo Borrelli, ha chiarito: «Molte costruzioni sono realizzate con materiali scadenti fuori dalla normativa vigente, per questo alcuni palazzi sono crollati o rimasti danneggiati».

A Ischia sono oltre 600 le case colpite da decreto di abbattimento, nei sei comuni dell’isola pendono 27mila domande di condono in 30 anni.
Si tratta di edifici sprovvisti dell’agibilità e delle altre certificazioni di legge. Legambiente posiziona l’isola nella Top four degli abusi edilizi.
Nel 2010 ci fu una sommossa con scontri di piazza proprio a Casamicciola per impedire che venisse evacuata una piccola casa abusiva. L’abitazione fu poi demolita ma i sindaci, il parroco e 3mila persone sfilarono per chiedere lo stop alle ruspe. In dieci anni in Campania sono state realizzate circa 60mila case abusive, ma solo il 4% di quelle che dovrebbero andare giù nella provincia di Napoli viene poi abbattuto. Case che spuntano in una sola notte ma anche alberghi, ristoranti, piscine.

Per la messa in sicurezza del patrimonio immobiliare italiano le stime sui costi vanno da 6 a 850 miliardi.
La protezione civile ha calcolato in quasi 150 miliardi i danni da eventi sismici in 40 anni. Secondo il Codacons «è come se gli italiani pagassero una tassa annuale da 2,6 miliardi». In Campania arriveranno 101milioni per adeguare gli edifici scolastici alle norme antisisma. A Napoli solo il 26,3% delle scuole ha il certificato di agibilità e il 29% ha il certificato di collaudo statico.

«Se paragoniamo gli effetti del terremoto del 1883 (magnitudo 5,8) a quelli prodotti lunedì – spiega Franco Ortolani, ordinario di geologia – scopriamo che le case allora ressero meglio.
Eppure le tecniche sono andate molto avanti. A crollare due giorni fa sono state le case del centro storico che non hanno avuto lavori di adeguamento. Le case abusive, costruite senza regole, e quelle storiche (che non sono antisismiche) poggiano su un terreno soffice che, in caso di terremoto, oscilla molto. Gli effetti si amplificano anche di tre volte».
Ortolani sottolinea poi: «L’Ingv dice che l’epicentro è 3 chilometri a sud, perciò si è attivata una nuova faglia rispetto a quella del 1883, che era proprio sotto Casamicciola. Speriamo che non si risvegli. Curioso poi che la gente riporti solo un movimento sussultorio e non ondulatorio, come succede quando si è a una certa distanza e non sull'epicentro». Infine, Ortolani individua un altro rischio: «L’isola è stata colpita da incendi, con i nubifragi potrebbero innescarsi colate di fango sulle case. Nel 1987 ho stilato il Piano di Protezione civile per il comune di Casamicciola, quando ci fu la frana del 2009 negli uffici non se ne trovò traccia. Spesso questi documenti restano carte senza effetto nelle emergenze».

Fino al 2009, quando una frana provocò la morte di una ragazzina, trascinando via strutture costruite sui valloni dove dovrebbe scorrere la pioggia, era molto frequente vedere camion scendere dai traghetti con materiale per l’edilizia, in un’isola dove c’è un divieto assoluto di edificabilità: «Il fenomeno è diminuito – spiega il presidente di Legambiente Campania, Michele Buonomo – ma non interrotto. Si fa finta di non vedere. Gli spazi ormai si stanno saturando e le costruzioni sono a ridosso delle altre. Ischia è nella nostra classifica degli ecomostri non per un edificio in particolare ma perché ostaggio di un fenomeno diffuso.
La velocità con cui vengono costruiti i manufatti ne mette a rischio la solidità statica. Sono spesso seconde case mascherate. Ci vuole un piano straordinario di abbattimenti, la rigenerazione dei tessuti urbani, la riqualificazione antisismica del patrimonio».

R.Musacchio, R.Petrella
da Il manifesto
19.08.2017

Oggi è più che mai essenziale e indispensabile affermare e rispettare gli imperativi morali e politici dell’umanità. Ogni donna e ogni uomo compongono l’umanità, e convivono con le specie non umane. La memoria dei non più viventi e le speranze di coloro che attendono di vivere fanno parte della umanità. L’umanità e ogni singola donna e ogni singolo uomo hanno il diritto alla vita come bene comune e il dovere di curarla per sé, per tutti e per ciascuno, umani e non umani. L’umanità ricerca l’eguaglianza, il valore delle differenze, la giustizia, la fratellanza e la sorellanza, la felicità. Nessun potere può violare i principi “costituzionali” della umanità…da scrivere.

Si tratta di principi utopici e realizzabili, bisognerebbe provare a scrivere una Costituzione dell’umanità, proprio perché sembra tragicamente impossibile.

Tutto ciò che di costituzionale esiste viene stracciato, giorno dopo giorno. Tutto ciò che di umano sta nelle nostre vite viene negato, contraddetto quotidianamente. Ciò che si sostituisce alle Costituzioni, e alla umanità, è la potenza della mercificazione, che parte dal mercato per andare oltre il mondo delle merci, per rendere merce l’intero mondo, umanità e vita compresi. La potenza del pensiero unico, che rende impensabile, o illegale, l’idea stessa di qualcosa che sia altro da sé. Libertà, uguaglianza, fraternità sostituite con la trimurti controrivoluzionaria di dipendenza (al mercato), competitività (per il mercato), odio (per chi pensi possa minacciare il tuo posto nel mercato).

Eppure c’è stato un momento in cui l’idea di una democrazia dell’umanità si è affacciata. Dopo la seconda guerra mondiale, l’orrore totale del nazismo disposto all’olocausto per sostituire l’umano con l’ariano e i funghi atomici di Hiroshima e Nagasaki, l’Onu provò a indicare un cammino.

Se leggiamo nelle sue carte troviamo ad esempio che c’è un diritto di asilo universale per donne e uomini che fuggono dalle guerre. E c’è un diritto universale a muoversi senza confini per cercare lavoro e una vita migliore. Sono diritti dell’umanità che si chiedeva alle istituzioni del mondo di recepire e di far vivere. D’altronde era viva la coscienza delle centinaia di milioni di persone che avevano migrato nel ‘900 delle guerre e dell’edificazione del capitalismo moderno. A vedere la realtà di oggi non si può che provare angoscia e rabbia, per come questi due diritti scritti siano oggi calpestati. Anzi, vilipesi perché di vilipendio si tratta in quanto si straccia ciò che scriveva una coscienza democratica che provava a farsi democrazia globale.

I profughi con le guerre militari e commerciali, i migranti schiavizzati nel mercato globale della merce lavoro: il capro espiatorio per i nuovi lager.

E sempre dell’Onu è figlia la Carta di Kyoto per la salvezza del pianeta. Il Protocollo di Kyoto nato dalle conferenze sulla Terra e cioè dal provarsi dell’umanità a prendere atto delle proprie responsabilità di specie, chiamando il potere a risponderne.

Tuttavia le Resistenze ci sono. I grandi movimenti alterglobalisti, pacifisti e dei beni comuni. Il “restiamo umani” con cui Vittorio Arrigoni ci ha illuminato sull’esistenza di un irriducibile cui appellarsi. Il “rivolgersi al Mondo degli scarti” come leva di liberazione di Papa Francesco.
Ma la politica appare invece morta, suicidata. Eppure essa ci manca, dovrebbe aiutarci ad affrontare i problemi giganteschi dell’epoca nostra, quelli di una umanità che rischia di essere breve parentesi della vita del pianeta.

Ma la politica, che si è suicidata, può rinascere solo se si dà un imperativo categorico, un apriori non negoziabile, il solo capace di riportarla in vita. E questo imperativo vale per tutti e per ciascuno e cioè è politico in quanto singolarmente e collettivamente irrinunciabile. È la rottura con la mercificazione della vita e la militarizzazione del mondo. E’ la riconciliazione dell’umano con il vivente. Ci dice Papa Francesco che la chiesa stessa non può più “accompagnare” la politica come ha sempre, e spesso colpevolmente, fatto. Perché l’umano per riemergere da scarto deve resuscitare la politica ripartendo dal proprio essere irriducibile a tornare a farsi costituente. Costituente di un nuovo potere della comunità umana, del popolo, una democrazia dell’umanità planetaria. Che si dona la propria carta da scrivere insieme e che inizia con «L’umanità ripudia le guerre e dichiara illegale la povertà (e non i poveri)….»

Andrea Fabozzi
da il Manifesto
18.08.2017


Pubblica amministrazione. Il Tar dell'Abruzzo rinvia alla Corte costituzionale il decreto che impone la militarizzazione forzata del corpo nei carabinieri. Ed esprime dubbi anche sulla legge delega, già censurata dalla Consulta: è troppo generica

La militarizzazione forzata del personale del corpo forestale è a rischio incostituzionalità. Dal Tar dell’Abruzzo, sezione di Pescara, arriva un nuovo colpo alla legge Madia con un’ordinanza pubblicata mercoledì. I giudici amministrativi, venendo incontro alle richieste di un vice sovrintendente dei forestali hanno rinviato alla Corte costituzionale sia la legge delega del 2015 di riforma della pubblica amministrazione (già colpita in più punti dalla Consulta nel novembre scorso) sia il decreto legislativo del 2016 che ha imposto l’accorpamento dei forestali nell’arma dei Carabinieri.

La Consulta dovrà esprimersi su diversi aspetti della riforma, assai criticata dal corpo tanto che dei circa settemila forestali oltre duemila hanno promosso ricorsi analoghi a quello accolto ieri. Al centro c’è il problema della «militarizzazione coatta», cioè della falsa scelta lasciata ai forestali: transitare nei carabinieri oppure essere ricollocati nella pubblica amministrazione ma rischiando trasferimenti e demansionamenti, quando non la procedura di mobilità. In ogni caso i forestali che hanno scelto di restare nell’amministrazione civile hanno dovuto lasciare il comparto sicurezza, che garantisce meglio carriere e stipendi (vedi gli 80 euro per tutti).

Secondo il Tar, il governo nell’attuare la delega affidatagli dal parlamento avrebbe dovuto dare la preferenza all’accorpamento dei forestali nella polizia di stato, un corpo non militare, in questo modo seguendo la «tradizione normativa» che va nel senso della smilitarizzazione dei corpi di polizia (smilitarizzazione che peraltro i forestali avevano completato da pochi anni, nel 2004). Di più, le critiche dei giudici amministrativi colpiscono la stessa legge delega (la legge Madia) giudicata troppo vaga – caratteristica comune a molte leggi delega dell’era Renzi. La legge Madia infatti prevede solo l’eventualità dell’accorpamento dei forestali, senza indicare il corpo di destinazione ma anzi a parere dei giudici lasciando intendere il favore per un corpo non militarizzato. Le conseguenze per il personale ovviamente vanno ben oltre il cambio di divisa, per esempio non possono più essere iscritti ai sindacati. E proprio dalla Cgil Funzione pubblica è arrivato un primo commento positivo: la decisione del Tar è in linea con le nostre critiche a una legge sbagliata, aspettiamo la Consulta.

Spiega l’avvocato Egidio Lizza, che segue circa 1.220 dei 2.000 ricorsi, che adesso tutti i tribunali amministrativi dovranno sospendere il giudizio in attesa della decisione della Consulta, ma non è escluso che altri Tar vorranno seguire quello abruzzese nell’iterpellare i giudici delle leggi. E c’è di più: «Il Tar – aggiunge Lizza – dubita della razionalità della riforma che cancella un corpo ad alta specializzazione per indimostrate esigenze di bilancio. La critica è ancor più severa quando focalizza l’attenzione sul fatto che alla forestale è sempre stato riconosciuta la capacità di tutelare il bene ambiente». È l’altro aspetto della questione, assai evidente in un’estate bersagliata dai piromani.

Se i risparmi sono indimostrati (non un’unità di personale è stata, ovviamente, tagliata), l’efficacia dell’azione di prevenzione e controllo degli incendi risulta invece evidentemente compromessa. «Quasi 112.000 ettari sono andati a fuoco in Italia, causando danni che superano 2,2 miliardi di euro, a fronte di poco più di 100 milioni di euro in tre anni “risparmiati” dalla riforma Madia», denuncia il coordinatore dei Verdi Angelo Bonelli. E la capogruppo di Sinistra italiana al senato Loredana De Petris aggiunge che «ci siamo trovati senza i mezzi, le competenze e l’esperienza che sarebbero stati inestimabili per fronteggiare e domare rapidamente le fiamme. Avevamo tutte le ragioni nell’opporci a quella sciagurata riforma e sarebbe ora che il governo ammettesse l’errore gravissimo e cercasse una via per limitare almeno il danno». Discorso simile quello delle altre opposizioni, 5 Stelle e Forza Italia. Del resto nell’ordinanza il Tar Abruzzo riporta ampi stralci del dibattito parlamentare, per evidenziare come le criticità fossero note. E riporta sulla legge Madia anche il parere del comitato per la legislazione della camera, che già nel 2015 aveva avvertito che lasciare carta bianca al governo sul destino dei forestali era una scelta «agli antipodi della legislazione vincolata».

Ernesto Milanesi
da il Manifesto
17.08.2017


Il caso. Quindicenne esclusa da una gara canora perché i genitori sono nati in Ghana: "Tu non sei italiana". Il sindaco di centrodestra appena eletto: "Solidarietà alla giovane, ma la città non c'entra"

Dora B, 15 anni di Negrar in Valpolicella, è figlia di genitori del Ghana ormai da 30 anni in Italia con i tre fratelli. Prova a iscriversi al concorso Canta Verona Music Festival. Ma la risposta del managment di Simone Posenato è agghiacciante: «Sei straniera. Italiani si nasce e non si diventa. Io la penso così ed è riservato ad esclusivamente ad italiani di fatto». Inutile ogni argomentazione della liceale nel confronto via Facebook. L’indigeno organizzatore ha una giurisdizione per conto suo: «Italiani si nasce, da genitori italiani». E fa risuonare la nota del tricolore di Mameli: «Ci sono anche cinesi nati in Italia, ma non sono italiani».
Tuttavia la voce di Dora squilla nel web. Lei possiede la cittadinanza italiana, eppure Posenato la considera «straniera». Come tanti coetanei vorrebbe misurare il suo «X factor», ma il piccolo boss di provincia le sbatte la porta in faccia con arroganza. È così che Verona torna alla “sbarra” per razzismo.

Il sindaco di centrodestra appena eletto, Federico Sboarina, scandisce: «All’adolescente esprimo la mia solidarietà. Si tratta, peraltro, di una vicenda che nulla a che fare con Verona. Non sappiamo chi sia l’organizzatore, né di che festival si tratti, né dove si dovrebbe svolgere. Il concorso canoro non gode né del patrocinio del Comune tanto meno di nostri contributi. È organizzato da una società che non ha nulla a che vedere con la nostra città».

Di ben altro avviso Francesca Businarolo, avvocato di Pescantina e deputato M5S: «Mai abbassare la guardia davanti a situazioni di disuguaglianza, mai abbassare la testa davanti alle ingiustizie. Regola che dovrebbe valere sempre, anche per eventi assolutamente minori e che forse non sarebbero mai stati organizzati, come Canta Verona. La manifestazione, da quel che risulta, si è interrotta nel 1994 e c’è stato un tentativo di riportarla in auge nel 2010, ma la finale non si è mai svolta. Chissà se i promotori ci sarebbero riusciti quest’anno: in tal caso auspico scuse pubbliche, sarebbe il minimo sindacale. La ragazza va ringraziata per non aver accettato in silenzio una chiara manifestazione di razzismo».
Altrettanto drastica Alessia Rotta, giornalista che alla Camera siede fra i banchi Pd: « È un episodio gravissimo di razzismo. Sono parole terribili quelle usate per motivare il rifiuto degli organizzatori. A Dora e alla sua famiglia non posso che esprimere tutta la mia vicinanza e chiedo ai veronesi di far sentire la propria voce. A cominciare dagli iscritti al concorso ai quali chiedo di ritirare, in segno di protesta, la partecipazione». E il capogruppo a Montecitorio di Si-Possibile, Giulio Marcon, annuncia un’interrogazione al governo «per sapere che cosa è stato fatto a Verona per impedire che altri stupidi casi come questo si ripetano, e quali provvedimenti siano stati assunti verso i responsabili di un atto di razzismo» che «non può passare come notiziola ferragostana» ma «è segno del degrado culturale del paese»

La scia dell’intolleranza razzista, fra il lago di Garda e l’Arena, risale agli anni ’80 grazie al mix di lighismo in camicia verde, neofascismo del dopo-Ludwig, intransigenza cattolica pre-conciliare e ultras dell’Hellas all’ultimo stadio.

L’anima nera affiora il 9 luglio 1988 a Cazzano di Tramigna: muore Achille Catalani, 51 anni, maresciallo “terrone” dell’Aeronautica aggredito da due giovani di Montecchia di Crosara. Il 28 aprile 1996 nella curva dello stadio Bentegodi penzola un manichino con cappio e cartello «Negro go away» contro il possibile acquisto dell’olandese Ferrier. Nel settembre 2001 Flavio Tosi (allora capogruppo regionale della Lega) distribuisce volantini con lo slogan «Firma anche tu per cacciare i Sinti»: sette anni dopo scatta la condanna della Corte d’appello di Venezia a due mesi di reclusione e tre anni di divieto a partecipare alle competizioni elettorali (pene sospese).

Infine,il 31 luglio 2013 alla stazione di Porta Nuova l’impiegata della biglietteria di origini africane con cittadinanza italiana è insultata così: «Voglio una bianca, non una nera». Mario Brusco, 59 anni, viene denunciato per ingiurie aggravate dalla discriminazione razziale. Patteggia un mese di arresto, convertito in 7.500 euro di multa.

15.08.2017
da Controlacrisi.it

Mesi e mesi di depistaggi e di boicottaggi alle indagini da parte dell’Egitto non sono bastati al Governo italiano a frenare l’urgenza di riaprire le relazioni diplomatiche con Il Cairo inviando l’ambasciatore. Due i motivi reali del passo del ministro degli Esteri Alfano: gli interessi economici italiani in Egitto e il ruolo che questo paese ha nello scacchiere libico. Al Sisi è il principale sostenitore del generale Haftar e delle sue milizie. Per l’Italia, evidentemente, non era più sostenibile tenere bloccati i rapporti con gli egiziani.

Nessuno crede realmente che ci sia una svolta nelle indagini, ovviamente. E lo stesso comunicato del ministero degli Esteri non dà chiarimenti su questo elemento importante. Anzi, i reiterati riferimenti alla “memoria” di Giulio Regeni e alle iniziative che verranno prodotte in questa direzione, scritte “nero su bianco” nella lettera di mandato consegnata al nuovo ambasciatore, lasciano immaginare tutt’altro.

Soltanto un mese fa ha fatto il suo ritorno in Italia la commissione Difesa del Senato, e senza il “bottino” che tutti, soprattutto i famigliari, si aspettavano. E questo mentre dopo un anno e mezzo dall’assassinio di Regeni, la la collaborazione della procura e delle autorità del Cairo, come scrive anche Mario Calabresi, direttore di Repubblica, “è stata discontinua, lentissima e a tratti irridente”.

La famiglia Regeni, intanto, esprime la sua «indignazione per le modalità, la tempestica ed il contenuto della decisione del governo italiano di rimandare l’ambasciatore al Cairo». «Ad oggi - sottolineano i familiari del ricercatore ucciso - dopo 18 mesi di lunghi silenzi e anche sanguinari depistaggi, non vi è stata nessuna vera svolta nel processo sul sequestro, le torture e l’uccisione di Giulio. Si ignora il contenuto degli atti, tutti in lingua araba, inviati oggi, dal procuratore Sadek alla nostra procura, invio avvenuto con singolare sincronia mentre il governo ordiva l’invio dell’ambasciatore Cantini. La Procura egiziana si è sempre rifiutata di consegnare il fascicolo sulla barbara uccisione di Giulio ai legali della famiglia, cosi violando la promessa pronunciata il 6 dicembre 2017 al cospetto dei genitori di Giulio e del loro legale Alessandra Ballerini. La decisione di rimandare ora, nell’obnubilamento di ferragosto l’ambasciatore in Egitto ha il sapore di una resa confezionata ad arte». «Sappiamo - conclude la famiglia - che il 'popolo giallo´ di Giulio, le migliaia di persone che hanno a cuore la sua tragedia e la dignità di questo Paese, sapranno stare dalla nostra parte, dalla parte di tutti i Giuli e le Giulie del mondo e non si faranno confondere. Solo quando avremo la verità sul perché e chi ha ucciso Giulio, quando ci verranno consegnati i suoi torturatori e tutti i loro complici, solo allora l’ambasciatore potrà tornare al Cairo senza calpestare la nostra dignità.

Il senatore Luigi Manconi, presidente della commissione Diritti umani del Senasto parla di "errore politico", mentre Nicola Fratoianni, segretario nazionale di Sinistra Italiana, sottolinea la “pessima notizia”. “Evidentemente c'e' chi considera piu' urgente chiudere la vicenda diplomatica con il dittatore Al Sisi che pretendere e ottenere verita' per Regeni", aggiunge Fratoianni.

“Come nella peggiore tradizioni italiana, a cavallo di ferragosto, si prende una decisione cosi' fondamentale su un caso che da oltre un anno e mezzo vede impegnata la famiglia del ricercatore, i suoi legali e grande parte della societa' civile
italiana in questa richiesta di giustizia", scrive in una nota Patrizio Gonnella, presidente Antigone e Cild.
"Stando al ministro degli Esteri Alfano- aggiunge- il ritorno dell'ambasciatore sara' uno strumento in piu' per le autorita' italiane nel ricercare questa verita'. Se cosi' fosse il governo allora dovrebbe fare un mea culpa per averlo ritirato nell'aprile 2016”.
Secondo Gonnelli, dopo gli ultimi documenti arrivati agli inquirenti italiani, “ad oggi, siamo lontani da una piena cooperazione giudiziaria in un caso che possiamo definire di tortura di Stato”.

Pubblicato il 13.08.2017

Maurizio Acerbo, segretario nazionale PRC-SE

E’ positivo che il ministro Del Rio dichiari l’intenzione del governo di impugnare i condoni che sistematicamente le regioni governate da PD e MDP approvano, anche in questo campo indistinguibili da quelle di centrodestra.
Può darsi che si sia svegliato dal letargo dopo aver fatto parte di esecutivi come quelli di Renzi e Gentiloni che hanno promosso e fatto approvare molteplici provvedimenti legislativi assolutamente devastanti sul piano ambientale e della salvaguardia paesaggistica e del patrimonio storico e architettonico.
Impossibile elencarli tutti: basti citare la catastrofe rappresentata dal decreto “Sblocca Italia”, la neutralizzazione della Valutazione di Impatto Ambientale che ora si potrà fare anche in sanatoria (cioè dopo che il danno si sarà compiuto), la nuova legge sui Parchi Nazionali, l’estensione delle deroghe del famigerato “decreto sviluppo” di Berlusconi persino ai piani attuativi, ecc. ecc.
Speriamo almeno che non si tratti di una presa in giro, di battute che servono solo a ridipingersi di verde dopo aver messo governo e parlamento al servizio delle lobbies del cemento.
Anche la preoccupazione espressa rispetto alla cementificazione delle spiagge è positiva però contrasta col fatto che proprio le giunte del PD sono in prima fila nell’approvare strumenti che incentivano o sanano il proliferare di costruzioni.

Raffaele K. Salinari
da il Manifesto
13.08.2017


Migranti. Le scelte “muscolari”, se e quando, si dovesse riaprire il negoziato sulla redistribuzione dei profughi nelle varie zone europee, indeboliranno le ragioni del nostro Paese


Per capire le tensioni che attraversano non solo il governo, ma settori sempre più ampi della solidarietà nazionale a partire dalla Chiesa – vedi le recenti dichiarazioni apparentemente pro governative del cardinal Bassetti – per arrivare al volontariato, sul tema dell’accoglienza, forse basterebbe riportare la cruda realtà di un ragionamento puramente numerico per chiarire la situazione dei migranti verso l’Italia e l’Europa. Se sono diminuiti gli sbarchi, infatti, come annuncia il governo anche grazie al giro di vite sulle organizzazioni umanitarie, non sono certo diminuiti i flussi. È evidente che chi non riesce ad arrivare viene trattenuto da qualche parte lungo il percorso o, peggio, rimandato da dove è venuto, nello specifico in Libia dove nessuna delle organizzazioni delle Nazioni unite, né l’Unhcr né l’Oim, hanno accettato di gestirli a causa delle condizioni disumane dei campi nel deserto. Ora, le motivazioni di fondo, che sembrano non interessare chi è preposto alla gestione dei flussi migratori, da parte di chi propone un modello diverso, sono ben sintetizzate in un libretto di recente pubblicazione, (vedi il manifesto dell’8 agosto scorso) che riporta l’intervento di Louis Massignon, arabista e filosofo, negli anni Cinquanta di fronte alle nascenti Nazioni Unite sul problema annoso dei rifugiati palestinesi: «Ritorno alla mia visita nel paese di Abramo, all’attualità del suo patto di ospitalità con Dio, a quel luogo sacro di Mambre dove la Bibbia ce lo mostra mentre riceve la visita dei tre Angeli e, come diceva Martin Buber, dove il Kiddush di Abramo [in ebraico la benedizione sul vino], aveva consacrato il pasto che lui gli offriva rendendo il nutrimento materiale lecito agli Angeli. Questa benedizione ha fatto rientrare tutta la creazione in quella società sovrumana che è fondata sul pasto dell’ospitalità…. Come davanti a ogni manifestazione autentica del sacro, dobbiamo adottare un’attitudine di rivolta contro qualcosa di intollerabile, contro un peccato proibito che dobbiamo far cessare ad ogni costo prima in noi stessi e poi negli altri».

Questo rimando evangelico rende ragione sia delle posizione che ha assunto la Chiesa in Italia, decisamente a favore dell’accoglienza, seppur regolata, secondo le dichiarazioni del capo della Cei Bassetti, ma anche del diniego di molte organizzazioni non governative a sottoscrivere un regolamento che, di fatto, le priva del loro status internazionale di istituzioni umanitarie. Il punto di convergenza, al di là dell’ispirazione religiosa o civile, è la coerenza, cioè l’etica dei principi combinata con quella delle responsabilità. Al netto delle posizioni contingenti, allora, se la Chiesa non facesse corpo col corpo dei migranti non sarebbe più Chiesa, tradirebbe la sua missione escatologica di salvezza erga omnes. D’altra parte se le Ong che si ritengono umanitarie, dunque indipendenti e neutrali, facessero salire in permanenza a bordo delle loro navi uomini armati – non si badi bene i controlli di routine da parte delle autorità preposte come normalmente si fa – rinuncerebbero al loro status con gravissimo danno per le loro operazioni nel mondo.

Il plauso delle istituzioni europee al comportamento italiano sulla gestione dei flussi è perlomeno peloso. Se a fronte di una chiusura pressoché totale delle frontiere transalpine e del dibattito sulla revisione di Dublino ci mettiamo anche il plauso sulle scelte “muscolari” dell’Italia, sembra evidente che, se e quando, si dovesse riaprire il negoziato sulla redistribuzione dei profughi nelle varie zone europee, la condizione dell’Italia sarà più debole, perché ci verrà fatto notare che se siamo così bravi a fare un lavoro “alla Turca” non c’è necessità di rivedere alcunché, anzi. E allora la resistenza culturale ed etica di molti settori della società civile ed ecclesiale italiana alle nuove regole di ingaggio per le Ong sono, oltre tutto, un baluardo significativo verso possibili ulteriori perdite di peso specifico italiano in ambito europeo ed internazionale.

Alfio Mastropaolo
da il Manifesto
11.08.2017


E’ tragedia e commedia a un tempo. La tragedia è terribile. La commedia miserabile, ma sta trovando il suo pubblico e rischia di volgersi in una seconda tragedia. La prima tragedia è quella dei migranti. I motivi che li spingono a traversare il mare sono arcinoti: i danni persistenti del colonialismo, del neo e del postcolonialismo, i cambiamenti climatici suscitati dalla «modernizzazione» occidentale, le guerre promosse dagli occidentali, i dittatori e gli estremisti sostenuti e armati dall'occidente. Il dato più drammatico, e più incompreso, è che per traversare il mare i migranti mettono a rischio la loro vita e quella dei loro figli. Eppure, hanno varcato deserti, sofferto fame e sete, subito mille angherie, per giunta sapendo che saranno male accolti.
Il loro afflusso, così cospicuo e disordinato, crea problemi. Non è quello, previsto e ben accetto, della manodopera low cost pronta a svolgere mansioni che gli occidentali disdegnano. È la repentina irruzione dell’«altro» nelle nostre esistenze.

C’è poco da discutere. L’«altro» ha la pelle di un altro colore, parla un’altra lingua, ha altri costumi. Può piacere il cuscus, ma il multiculturalismo non è facile. Né il turismo esotico, né qualche documentario televisivo scalfiscono un profondo, e inevitabile, deficit di conoscenza. Solo una classe dirigente accorta e responsabile, consapevole che, malgrado tutto, il paese si rispecchia in essa, potrebbe contribuire a colmarlo. Con la scuola e l’informazione, oltre che richiamando i cittadini agli obblighi che impone la comune condizione d’abitanti del pianeta: riconoscerebbe i misfatti commessi dall’occidente e predisporrebbe misure di accoglienza ordinate. Le classi dirigenti europee gareggiano invece nello scaricabarile e nell’imbastirci sopra campagne elettorali. In Italia al momento va in scena una desolante commedia, articolata in due mosse.
La prima sono gli accordi coi libici, coi governi africani e la cosiddetta vigilanza sui trafficanti. È una mossa che serve unicamente a respingere i migranti sulle coste del nord Africa o possibilmente più a sud. In Libia li si consegna alle fazioni in armi che si contendono brandelli di territorio. Altrove li si restituisce ai carnefici dai quali fuggono. La seconda mossa è l’attacco alle Ong.

La società civile non è virtuosa per definizione. I malintenzionati sanno bene come profittarne: antimafia e Roma capitale docent. Che uno Stato serio eserciti la sua vigilanza non stupisce. Ma stavolta lo Stato gioca pesante: insinua sospetti e pone vincoli all’azione umanitaria delle Ong, le usa come capro espiatorio. Invece di apprezzarne e sostenerne l’operato, che colma le sue manchevolezze.

Queste due mosse sono fumo negli occhi. Lo sa pure chi le compie. Sono mosse elettorali, che magari aiutano pure a mascherare la mancata soluzione della crisi economica e occupazionale che affligge il paese da quasi un decennio. Stanno provando a spostare sull’immigrazione la prossima campagna elettorale. Ma l’ondata migratoria è incontenibile. Si può provvisoriamente rallentarla, ma troverà altre strade. Per arrestarla servirebbe un cambiamento radicale delle politiche dei governi e delle multinazionali occidentali. Si cominciasse domani, una generazione non basterebbe a curarne gli effetti. Oltre a essere inefficaci, ingiusti, «disumani», tanto i respingimenti, quanto la criminalizzazione dello Ong hanno tuttavia un terribile effetto collaterale: legittimano e diffondono il razzismo. Che è ben più temibile delle migrazioni.

Le volgarità di un razzista confesso come Salvini e di qualche controfigura esibita dai 5 Stelle sui teleschermi fanno danno. Attenzione: finiamola col populismo. Incoraggiato dalla voyeuristica attenzione dei media, è il fascismo del nuovo millennio. Ma a far scandalo soprattutto è la parte in commedia che in Italia stanno recitando il governo e il Pd. Il governo, tramite il ministro degli interni, sta compiendo le due mosse di cui sopra. Il capo del Pd, che verosimilmente ne è l’ispiratore, ha per parte sua prescritto di uscire «dalla logica buonista e terzomondista per cui noi abbiamo il dovere di accogliere tutti quelli che stanno peggio di noi». I migranti vanno aiutati «a casa loro». Superficiale com’è, forse lo ignora. Ma simili strizzate d’occhio, tanto quanto gli atti del governo, non valgono molto, ma fanno scandalo e sdoganano il razzismo. Non a caso hanno dato la stura a una sequela di affermazioni e gesti razzisti, da parte di infimi gerarchi locali del Pd, minimizzati, ma non smentiti, dai dirigenti nazionali. Se la difesa della democrazia è affidata a lor signori, c’è da avere paura.

In media gli esseri umani sono d’istinto diffidenti, non razzisti. Poche settimane fa a Milano si è svolta un’imponente marcia pro migranti. Eccitare la diffidenza, con parole e mosse incaute o ambigue, per trarne profitti politici, è giocare col fuoco che nutre il razzismo. I precedenti lo confermano. Se proprio non si riesce a onorare l’umanità di cui ci vantiamo, almeno per salvaguardare un minimo di civile convivenza, anche il segno più vago di razzismo va bandito. Chi ha a cuore la democrazia chiami le cose col loro nome e dica che non ci sta.

Livio Pepino
da il Manifesto
10.08.2017

Ritorno all'antico. Un avvocato dice in piazza che i decreti Minniti-Orlando sono «allucinanti» e scatta la denuncia: «Vilipendio delle istituzioni e delle forze armate». A un’interrogazione del senatore Manconi risponde il viceministro dell’interno confermando la tesi della denuncia, con l’accusa di «aver ingiuriato la polizia»

Ci fu un tempo, nel nostro Paese, in cui le contestazioni di vilipendio erano all'ordine del giorno quando erano ritenuti reati il canto dell’Inno dei lavoratori o il grido «Abbasso la borghesia, viva il socialismo!». Erano gli anni dello stato liberale e, poi, del fascismo quando si riteneva che la libertà non fosse quella di esprimere le proprie idee ma «quella di lavorare, quella di possedere, quella di onorare pubblicamente Dio e le istituzioni, quella di avere la coscienza di se stesso e del proprio destino, quella di sentirsi un popolo forte».

Poi è venuta la Costituzione con l’articolo 21: «Tutti hanno il diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero, con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione». A tutela dell’anticonformismo e delle sue manifestazioni, poco o punto accette alle forze dominanti perché, come è stato scritto, «la libertà delle maggioranze al potere non ha mai avuto bisogno di protezioni contro il potere» e, ancora, «la protezione del pensiero contro il potere, ieri come oggi, serve a rendere libero l’eretico, l’anticonformista, il radicale minoritario: tutti coloro che, quando la maggioranza era liberissima di pregare Iddio o osannare il Re, andavano sul rogo o in prigione tra l’indifferenza o il compiacimento dei più». Nella prospettiva costituzionale le idee si confrontano e, se del caso, si combattono con altre idee, non costringendo al silenzio chi non è allineato al potere contingente o al pensiero dominante.

Come noto, peraltro, la Costituzione ha tardato a entrare nei commissariati di polizia e nelle stazioni dei carabinieri (nonché, in verità, nelle aule di giustizia). Un saggio di questo ritardo si trova in un’arringa di Lelio Basso del 10 marzo 1952 davanti alla Corte d’assise di Lucca in cui segnalò il caso di un capitano dei carabinieri che, alla domanda postagli nel corso di un dibattimento, «se per avventura avesse mai sentito parlare della Costituzione repubblicana», aveva «candidamente risposto che per l’adempimento delle sue funzioni conosceva la legge di pubblica sicurezza, il codice penale e quello di procedura penale, ma che nessuno dei suoi superiori gli aveva mai detto che egli dovesse conoscere anche la Costituzione». Poi il clima cambiò e negli ultimi decenni del secolo scorso il delitto di vilipendio sembrava diventato una fattispecie desueta.

Ma in epoca di pensiero unico si torna all'antico e la criminalizzazione della “parola contraria” è di nuovo in auge. Sta accadendo per molti temi caldi (è successo con la vicenda di Erri De Luca relativa all'opposizione al Tav in Val Susa) tra cui non poteva mancare la questione dei migranti. Mentre c’è chi invita impunemente ad affondare i barconi della speranza con il loro carico di uomini, donne e bambini (e magari anche le navi delle Organizzazioni non governative che praticano il soccorso in mare) e chi, altrettanto impunemente, sostiene la necessità – convalidata da atti di governo – di ricacciare i profughi da dove vengono (cioè di consegnarli ai loro torturatori e potenziali assassini) ad essere criminalizzate sono – nientemeno le critiche contro i tristemente famosi decreti Minniti-Orlando in tema di trattamento dei rifugiati e di sicurezza urbana.

È accaduto a Roma, in piazza del Pantheon il 20 giugno scorso. All'esito di un flash mob organizzato da Amnesty International per la giornata del rifugiato un giovane avvocato, in un breve intervento, ha vivacemente criticato quei decreti, denunciando l’abbattimento dei diritti dei migranti da essi realizzato, definendoli “allucinanti” e stigmatizzando le applicazioni subito intervenute (tra l’altro dall'amministrazione comunale romana). Sembra incredibile ma alcuni zelanti agenti di polizia, incuranti del coro «vergogna, vergogna» di un’intera piazza, hanno preteso dal giovane avvocato l’esibizione dei documenti ai fini della identificazione e di una ventilata denuncia per «vilipendio delle istituzioni costituzionali e delle forze armate», poi puntualmente intervenuta (con l’immancabile appendice della violenza e minaccia a pubblico ufficiale). Come sempre più spesso accade, la sequenza dei fatti è stata documentata in video pubblicati sul web (in particolare Youmedia.fanpage.it) dai quali non emergono né parole o espressioni men che corrette né reazioni violente o minacciose alle richieste degli agenti. Espressioni o comportamenti siffatti non sono indicati neppure nella risposta, intervenuta nei giorni scorsi a un’interrogazione del sen. Manconi, nella quale l’ineffabile viceministro dell’interno si limita a dare atto, in modo del tutto generico, che l’avvocato ha «incitato la folla pronunciando parole offensive e ingiuriose nei confronti delle istituzioni e, in particolare, della polizia di Stato».

C’è da non crederci, eppure è avvenuto. Non conosciamo, ovviamente il seguito, ma qualunque esso sia non è, come si potrebbe pensare, un episodio minore. Certo si sono, sul versante repressivo, fatti ben più gravi. Ma quando si criminalizzano anche le parole si fa una ulteriore tappa nella realizzazione del diritto penale del nemico. E non è dato sapere quando ci si fermerà.

Giovanni Stinco
da il Manifesto
09.08.2017

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Diritto alla città. Il sindaco Merola: «Non è una mia responsabilità, è un'iniziativa dei magistrati. Ora soluzione alternativa». I movimenti: «Dov'è stato fino a ora? Ha avuto quattro anni per trovare una soluzione». La Fiom: «Gli sgomberi sono una vigliaccata». Davanti all'ex caserma Masini Merola cariche violente contro gli attivisti. Corteo nazionale il 9 settembre
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Doppio sgombero ieri mattina a Bologna. Ad essere chiusi i centri sociali Làbas e Crash. Il primo occupato dal 2012 quando alcuni attivisti riaprirono una caserma abbandonata da tempo in centro città e di proprietà di Cassa depositi e prestiti. Il secondo, alla periferia nord di Bologna, era attivo dal 2009 quando fu occupato uno stabile attualmente di proprietà di un fondo immobiliare.
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L’OPERAZIONE ha messo in contemporanea i sigilli su due centri sociali che negli ultimi anni sono stati protagonisti, in città e non solo. Crash ha appoggiato i grandi scioperi dei facchini Si-Cobas in Emilia e nel 2014 è stato il regista delle occupazioni abitative che hanno fatto esplodere a Bologna la discussione sulle soluzioni da dare a chi finiva travolto dalla crisi. Làbas invece, oltre a intrecciare le proprie attività col tessuto cittadino diventando un punto di riferimento per moltissimi abitanti della zona, è stato uno dei cuori pulsanti dell’esperienza di Coalizione civica, rete della sinistra cittadina che ha sfidato il sindaco Pd Virgilio Merola alle ultime amministrative e ha portato in Consiglio comunale due eletti.
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UN DOPPIO SGOMBERO che è piombato su una città mezza vuota per le ferie agostane, e che ha sorpreso molti. Sicuramente gli attivisti di Crash che a luglio avevano concordato con l’ufficiale giudiziario un rinvio dello sfratto a settembre, e che invece hanno scoperto con l’arrivo della celere che venerdì scorso era stato emanato un decreto di sequestro urgente. «Non ho potuto vedere il provvedimento ma potrebbe essere stato emesso in assenza dei presupposti di legge, quindi arbitrariamente» commenta la legale Marina Prosperi.
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GLI ATTIVISTI DI LÀBAS sapevano dello sgombero in arrivo, e due sere fa hanno lanciato l’allarme con una catena di sms. Ieri mattina si sono fatti trovare di fronte al cancello dell’ex caserma: sono stati trascinati via a forza dagli agenti e manganellati. Nella mischia oggetti di ogni tipo sono stati lanciati contro le forze dell’ordine e una balla di fieno usata come barricata ha preso fuoco forse a causa di un petardo. La questura ha lamentato sei feriti, una decina invece i manifestanti. Contro lo sgombero si sono espressi Cgil, Fiom (che ha parlato di «vigliaccata»), Arci, Legambiente, Sinistra Italiana con i deputati Nicola Fratoianni e Giovanni Paglia, Possibile con l’europarlamentare Elly Schlein. Che fine faranno i due stabili sgomberati? Sono destinati alla «valorizzazione». L’ex Crash è di proprietà del fondo immobiliare Prelios, Làbas di un fondo controllato da Cdp che annuncia per l’ex caserma la «realizzazione di un complesso con prevalente funzione residenziale».
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È PROPRIO SU LÀBAS che si gioca una partita politica importante. Più volte il sindaco Merola ha espresso apprezzamento per le attività del centro sociale, e da anni era in corso una trattativa per trovare uno spazio alternativo visto che la proprietà dell’ex caserma aveva più volte fatto capire che ad un certo punto sarebbe rientrata in possesso del suo stabile, su cui per altro pendeva un decreto di sequestro disposto dalla procura. Così è successo, lo sgombero è arrivato e nella polemica è finito Merola, colpevole per molti (e anche per alcuni consiglieri della sua maggioranza Pd) di non avere trovato per tempo una via d’uscita. Il primo cittadino ha spiegato che il doppio sgombero è stato attivato da «un’autonoma attività della magistratura» sulla quale «non ho titolo per interferire». Poi l’apertura: «Auspico che si riesca ad avviare un percorso per trovare una soluzione alternativa».
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A RILANCIARE LA SFIDA gli stessi attivisti di Làbas, che per il 9 settembre annunciano un corteo per riaprire la caserma sgomberata a meno che non si trovino prima «soluzioni anche alternative ma concrete e all’altezza». Una trattativa informale tra le parti negli ultimi anni c’è sempre stata e almeno una proposta è stata scartata, tutto questo però senza mai portare a soluzioni tangibili o a rotture. Si vedrà se Merola riuscirà in un mese a tirare fuori dal cilindro quello che non si è mai visto in due anni.
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DOPO AVER FESTEGGIATO il doppio sgombero la destra si prepara ad ogni evenienza. «Se Merola troverà spazi pubblici per queste persone mi rivolgerò alla Corte dei Conti e depositerò un esposto in Procura» ha detto la consigliera comunale della Lega Lucia Borgonzoni. Quella dell’esposto è una strategia classica, che non sempre ha pagato ma che è riuscita a portare Merola a chiedere lo sgombero del centro sociale Atlantide nel 2015.
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L’EFFETTO IMMEDIATO dello sgombero è stato l’interruzione di tutte le attività di Làbas, compreso il dormitorio che dava un tetto a 20 persone. «Bologna si ritrova più povera – attacca Federico Martelloni di Coalizione Civica – lo dicono le migliaia di persone che hanno frequentato Làbas. E mentre succede vedo un Pd che discute del suo congresso, marziani che non si accorgono di quel che capita. Questo sindaco mi sembra estremamente fragile di fronte agli altri poteri cittadini».
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GLI ATTIVISTI DI CRASH fanno sapere che rioccuperanno. «Sgombero dopo sgombero, scontro su scontro, abbiamo sempre continuato ad occupare spazi abbandonati sia pubblici che privati mettendoli a servizio di un laboratorio di politica antagonista, di culture radicali e alternative, di aggregazione giovanile e non solo. E così faremo in assenza di risposte al forte bisogno che esprime il nostro territorio di spazi legati alla pratica dell’auto-gestione e dell’auto-organizzazione».

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Marco Revelli
da il Manifesto
08.08.2017

Ong. Non era ancora accaduto, nel lungo dopoguerra almeno, in Europa e nel mondo cosiddetto «civile», che la solidarietà, il salvataggio di vite umane, l’«umanità» come pratica individuale e collettiva, fossero stigmatizzati, circondati di diffidenza, scoraggiati e puniti
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Negli ultimi giorni qualcosa di spaventosamente grave è accaduto, nella calura di mezza estate. Senza trovare quasi resistenza, con la forza inerte dell’apparente normalità, la dimensione dell’«inumano» è entrata nel nostro orizzonte, l’ha contaminato e occupato facendosi logica politica e linguaggio mediatico. E per questa via ha inferto un colpo mortale al nostro senso morale.
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L’«inumano», è bene chiarirlo, non è la mera dimensione ferina della natura contrapposta all'acculturata condizione umana.
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Non è il «mostruoso» che appare a prima vista estraneo all'uomo. Al contrario è un atteggiamento propriamente umano: l’«inumano» – come ha scritto Carlo Galli – «è piuttosto il presentarsi attuale della possibilità che l’uomo sia nulla per l’altro uomo».
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Che l’Altro sia ridotto a Cosa, indifferente, sacrificabile, o semplicemente ignorabile. Che la vita dell’altro sia destituita di valore primario e ridotta a oggetto di calcolo. Ed è esattamente quanto, sotto gli occhi di tutti, hanno fatto il nostro governo – in primis il suo ministro di polizia Marco Minniti – e la maggior parte dei nostri commentatori politici, in prima pagina e a reti unificate.
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Cos’è se non questo – se non, appunto, trionfo dell’inumano – la campagna di ostilità e diffidenza mossa contro le Ong, unici soggetti all'opera nel tentativo prioritario di salvare vite umane, e per questo messe sotto accusa da un’occhiuta «ragion di stato».
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O la sconnessa, improvvisata, azione diplomatica e militare dispiegata nel caos libico con l’obiettivo di mobilitare ogni forza, anche le peggiori, per tentare di arrestare la fiumana disperata della nuda vita, anche a costo di consegnarla agli stupratori, ai torturatori, ai miliziani senza scrupoli che non si differenziano in nulla dagli scafisti e dai mercanti di uomini, o di respingerla a morire nel deserto.
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Qui non c’è, come suggeriscono le finte anime belle dei media mainstream (e non solo, penso all'ultimo Travaglio) e dei Gabinetti governativi o d’opposizione, la volontà di ricondurre sotto la sovranità della Legge l’anarchismo incontrollato delle organizzazioni umanitarie.
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Non è questo lo spirito del famigerato «Codice Minniti» imposto come condizione di operatività in violazione delle antiche, tradizionali Leggi del mare (il trasbordo) e della più genuina etica umanitaria (si pensi al rifiuto di presenze armate a bordo). O il senso dell’invio nel porto di Tripoli delle nostre navi militari.
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Qui c’è la volontà, neppur tanto nascosta, di fermare il flusso, costi quel che costi. Di chiudere quei fragili «corridoi umanitari» che in qualche modo le navi di Medici senza frontiere e delle altre organizzazioni tenevano aperti. Di imporre a tutti la logica di Frontex, che non è quella della ricerca e soccorso, ma del respingimento (e il nome dice tutto).
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Di fare, con gli strumenti degli Stati e dell’informazione scorretta, quanto fanno gli estremisti di destra di Defend Europe, non a caso proposti come i migliori alleati dei nuovi inquisitori. Di spostare più a sud, nella sabbia del deserto anziché nelle acque del Mare nostrum, lo spettacolo perturbante della morte di massa e il simbolo corporeo dell’Umanità sacrificata.
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Non era ancora accaduto, nel lungo dopoguerra almeno, in Europa e nel mondo cosiddetto «civile», che la solidarietà, il salvataggio di vite umane, l’«umanità» come pratica individuale e collettiva, fossero stigmatizzati, circondati di diffidenza, scoraggiati e puniti.
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Non si era mai sentita finora un’espressione come «estremismo umanitario», usata in senso spregiativo, come arma contundente. O la formula «crimine umanitario». E nessuno avrebbe probabilmente osato irridere a chi «ideologicamente persegue il solo scopo di salvare vite», quasi fosse al contrario encomiabile chi «pragmaticamente» sacrifica quello scopo ad altre ragioni, più o meno confessabili (un pugno di voti? un effimero consenso? il mantenimento del potere nelle proprie mani?)
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A caldo, quando le prime avvisaglie della campagna politica e mediatica si erano manifestate, mi ero annotato una frase di George Steiner, scritta nel ’66. Diceva: «Noi veniamo dopo. Adesso sappiamo che un uomo può leggere Goethe o Rilke la sera, può suonare Bach e Schubert, e quindi, il mattino dopo, recarsi al proprio lavoro ad Auschwitz». Aggiungevo: Anche noi «veniamo dopo».
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Dopo quel dopo. Noi oggi sappiamo che un uomo può aver letto Marx e Primo Levi, orecchiato Marcuse e i Francofortesi, militato nel partito che faceva dell’emancipazione dell’Umanità la propria bandiera, esserne diventato un alto dirigente, e tuttavia, in un ufficio climatizzato del proprio ministero firmare la condanna a morte per migliaia di poveri del mondo, senza fare una piega. La cosa può essere sembrata eccessiva a qualcuno. E il paragone fuori luogo. Ma non mi pento di averlo pensato e di averlo scritto.
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Consapevole o meno di ciò che fa, chi si fa tramite dell’irrompere del disumano nel nostro mondo è giusto che sia consapevole della gravità di ciò che compie. Della lacerazione etica prima che politica che produce.
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Se l’inumano – è ancora Galli a scriverlo – «è il lacerarsi catastrofico della trama etica e logica dell’umano», allora chi a quella rottura contribuisce, quale che sia l’intenzione che lo muove, quale che sia la bandiera politica sotto cui si pone, ne deve portare, appieno, la responsabilità. Così come chi a quella lacerazione intende opporsi non può non schierarsi, e dire da che parte sta. Io sto con chi salva.

05/08/2017

Fabio Sebastiani

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Nella sua nota mensile l'Istat qualche giorno fa registrava un "consolidamento della crescita economica" corredata da tutta una serie di indicatori positivi come aumento della produzione industriale, aumento dell'export, crescita del turismo, aumento dell'occupazione (ma solo quella precaria), fiducia di famiglie e imprese in rialzo.
La situazione non è esattamente quella disegnata dall'istituto di statistica. E meno che mai si può parlare di "consolidamento". Infilare qualche trimestre con segno positivo serve solo a dire che ci si sta allontanando dalla recessione, e non che la situazione economica si sta consolidando. C'è un gioco di specchi che va svelato.
“L'Italia ha ripreso a correre”, è stato il commento della maggioranza di Governo. Come evidenziato da molte agenzie italiane ed europee in termini di crescita del PIL si parla di un più 1,4% nel 2017: qualche decimale in più rispetto alle previsioni, ma decisamente sotto la media europea. E già questo è un elemento che deve aiutare la riflessione, perché per l'Italia perdere posizioni nel "consesso monetario" vuol dire, con le attuali regole Ue, pagare un prezzo maggiore sul fronte del bilancio pubblico. E oggi parlare di bilancio pubblico non vuol dire parlare solo di servizi, che vanno comunque acquistati privatamente dai cittadini, ma di investimenti. Voce che continua ad essere deficitaria, azzoppando ancora di più l'ipotesi del "consolidamento della ripresa".
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Una perdita di posizione che riguarda lo stesso asset complessivo dell'Italia. Sta cambiando il codice genetico della nostra economia, e di questo nessuno parla. Un fenomeno che non è solo in relazione al continuo cambiamento delle tecnologie, ma soprattutto alla perdita di un ruolo di rilievo nei settori strategici. La vicenda Fincantieri è solo una delle tante "storie" la cui narrazione viene adeguatamente sottaciuta dal mondo politico. E poi c'è un'altro interrogativo "forte" da sottolineare: per quale strano motivo la politica, e soprattutto le istituzioni, rimangono muti di fronte alle numerose vertenze che riguardano le grandi imprese? Parliamo di vertenze che hanno al centro dello scontro centinaia di esuberi: Sky, Nestlé (Perugina), Ericsson, tanto per citare gli ultimi casi. Si tratta di aziende che non si trovano, oggettivamente parlando, in uno stato di crisi. Caratteristica, questa, già messa in evidenza dai sindacati al tavolo delle trattative. Ha una qualche importanza questo per il Governo? Sembra proprio di no. Anzi, l'unica ricetta che l'esecutivo ritiene possibile è la privatizzazione. Un ragionamento perverso che, come la storia economica del nostro paese ha ampiamente dimostrato, porta a mettere "pezze" che presto torneranno a logorarsi moltiplicando i danni. Presto, giusto il tempo di trasferire il debito ai cittadini e i profitti ai pescecani di turno. La ripresa avviene ai danni del futuro prossimo, altro che uscita dalla crisi. E i dati sulla ripresa dell'occupazione lo dimostrano in modo inconfutabile.
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Il punto nodale, però, rimane quello di sempre. A questa "crescita nominale" non corrisponde una svolta per quanto riguarda la distribuzione della ricchezza, anzi. Le famiglie italiane si indebitano pur di tirare al campare. E molte rinunciano addirittura ad onorare i debiti.
Per esempio, tornano a crescere le sofferenze delle banche italiane: le rate non pagate da famiglie e imprese sono salite di 2 miliardi di euro nell'ultimo anno arrivando a quota 202 miliardi con un incremento superiore all'1%. Sono cresciuti di quasi 2 miliardi i finanziamenti non ripagati dalle imprese, arrivati a sfiorare quota 144 miliardi, e di 244 milioni quelli delle famiglie che in totale ammontano a quasi 38 miliardi. Il rapporto tra sofferenze e prestiti e' salito dal
14,18% al 14,39%. Il rapporto mensile sul credito realizzato dal Centro studi di Unimpresa, dice chiaramente che il credit crunch per le aziende italiane non si ferma. E questo è il nodo di una crisi che in rapporto agli altri paesi europei sta penalizzando fortemente il Bel Paese: i prestiti delle banche alle imprese, nel corso dell'ultimo anno anno, sono calati di quasi 17 miliardi di euro (-2%) nonostante l'aumento di oltre 12 miliardi dei finanziamenti a medio termine.
A pesare sul calo e' la diminuzione di oltre 15 miliardi dei finanziamenti a breve e di 13 miliardi di quelli di lungo periodo. In aumento di 10 miliardi, invece, i prestiti alle famiglie, spinti dal credito al consumo (+8 miliardi) e dai mutui (+9 miliardi), comparti che hanno compensato la riduzione di 7 miliardi dei prestiti personali. In totale, lo stock di impieghi al settore privato e' diminuito di 6 miliardi, passando da 1.410 miliardi a 1.404 miliardi. Mezzo miliardo al mese in meno ad aziende e cittadini.
"Lo stock di crediti marci sui bilanci delle banche e' un ostacolo all'erogazione di nuovi finanziamenti all'economia reale", commenta lapidario il vicepresidente di Unimpresa, Claudio Pucci.

Pubblicato il 3 ago 2017
COMUNICATO STAMPA

Maurizio Acerbo, segretario nazionale di Rifondazione Comunista – Sinistra Europea, dichiara:
«Da Gasparri alla Meloni fino a Esposito ormai si è scatenato un pogrom contro le Ong. Ormai il Pd è indistinguibile dalla destra anche sul fronte del razzismo. Le Ong salvano vite umane, mentre i politicanti di maggioranza e opposizione avvelenano il dibattito pubblico. La violenza di certe affermazioni, di fronte alle tante persone morte in mare e ai racconti di chi è sopravvissuto, è inaudita. Ma non ci stupisce, dato che viene da gente senza scrupoli che ha votato a favore nel 2011 dell’aggressione militare e della distruzione della Libia. Questi politicanti xenofobi di tutti gli schieramenti sono dei mostri che non meritano rispetto. Tornano in mente le profetiche parole di Pasolini: “l’uomo medio è un mostro, un pericoloso delinquente, conformista, razzista, schiavista, qualunquista”. Non troviamo migliore definizione per questo schieramento trasversale che va da Di Maio a Salvini passando per gli Esposito e i Gasparri.
Noi stiamo dalla parte delle ong senza se e senza ma: bisogna attivare corridoi umanitari e garantire il salvataggio dei migranti in mare. Rispedirli in Libia, in centri dove viene praticata la tortura, significa essere corresponsabili di gravi violazioni dei diritti umani. Tutti questi attacchi contro le Ong sono solo fumo negli occhi per non dire la verità e cioè che l’Italia si prepara ai respingimenti indiscriminati, di massa, che sono una vergogna per l’umanità».

Pubblicato il
02.08.2017

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RISOLUZIONE IPOCRITA MASCHERA INTERVENTO MILITARE E RESPINGIMENTI DI MASSA. VOTO MDP E CAMPO PROGRESSISTA CONFERMA CHE NON SONO ALTERNATIVA DI SINISTRA
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Sul nuovo intervento in Libia si rimettono insieme gli apprendisti stregoni che già sostennero la guerra che ha distrutto quel paese.
Evidentemente non pesa sulle coscienze di queste forze politiche l’essere state tra i responsabili della morte e della distruzione seminata in Libia con l’aggressione del 2011.
Il voto a favore degli esponenti di MDP e Campo progressista – in coerenza con il disastro combinato quando erano nel PD – purtroppo conferma che queste formazioni non rappresentano un’alternativa di sinistra per questo paese.
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Questa larga maggioranza trasversale approva risoluzioni ipocrite per mascherare un vero e proprio intervento militare in Libia che ha due obiettivi: rafforzare i rapporti con il primo ministro Sarraj e impedire la fuga dei migranti.
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Malgrado alcune modifiche al testo base, per far finta di preoccuparsi del rispetto dei diritti umani, la scelta è quella di utilizzare mezzi aeronavali italiani per supportare quelli della guardia costiera libica nel fermare le persone che fuggono dall'inferno prodotto dal neocolonialismo europeo e americano.
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Si fa fare il lavoro sporco ai libici ma si configura un respingimento collettivo di massa che non farà altro che accrescere i rischi e il numero dei morti in mare. Si realizzeranno centri di “protezione e assistenza” in territorio libico per decidere in loco e sbrigativamente chi potrà chiedere asilo in Europa e chi dovrà essere rispedito nel proprio paese.
Ci si ammanta di umanitarismo ma neanche una riga è dedicata alla necessità di rafforzare il sistema di ricerca e soccorso in mare. Si dichiara di non voler effettuare un blocco navale ma nei fatti questo realizza in pieno accordo con le autorità libiche.
Non poteva mancare la dichiarazione di guerra aperta alle Ong che non firmando possono diventare scomodi testimoni di quanto avverrà in quel tratto di mare che ha già visto tante morti.
Infatti si impegna il governo “a determinare conseguenze concrete per quelle organizzazioni non governative che, non sottoscrivendo il codice di condotta, si sono poste fuori dal sistema organizzato di soccorso in mare, a partire dalla sicurezza delle imbarcazioni stesse”.
La differenza con le posizioni di Meloni e Salvini ormai è solo di stile e sfumature.
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Maurizio Acerbo, segretario nazionale PRC-Se

01.08.2017
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Stop alla distribuzione dei dividendi, tutti gli utili per la ristrutturazione delle reti idriche.
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L'emergenza idrica è oramai un'evidenza conclamata, con effetti nefasti sulla disponibilità per uso umano, sull'agricoltura e più in generale sull'ambiente.
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Si tratta di una drammatica realtà provocata dall'acuirsi dei cambiamenti climatici a cui, da oltre vent'anni, si sono sovrapposti i processi di mercificazione e privatizzazione dell'acqua.
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I fautori dell'ingresso dei privati nella gestione dell'acqua avevano utilizzato come argomento forte la grande opportunità di apporto di capitali da parte di quest'ultimi per rendere più efficiente il servizio, per restrutturare le reti e costruire gli impianti di depurazione. Inoltre, grazie al mercato e alla concorrenza, il tutto sarebbe stato più economico per i cittadini.
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La proposta comprendeva anche l'ovvio beneficio all'ambiente visto che si sarebbe salvaguardata maggiormente la risorsa.
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Vent'anni dopo le tariffe e le perdite delle reti sono aumentate, gli investimenti sono diminuiti, l'Italia è sotto procedura d'infrazione da parte dell'Unione europea per l'inadeguatezza del trattamento delle acque reflue.
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E' evidente che qualcuno non l'ha raccontata giusta.
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Oggi i fautori del mercato e delle privatizzazioni, non contenti del permanere in tariffa, sotto mentite spoglie, della remunerazione del capitale investito abrogata dal referendum, sostengono che le tariffe non forniscono abbastanza soldi per fare gli investimenti per cui devono essere ulteriormente innalzate fino ad allinearsi ai livelli europei.
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Che qualcosa non torni in queste argomentazioni è molto semplice dimostrarlo:
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le quattro “sorelle dell'acqua” (IREN, A2A, ACEA, HERA), ossia le quattro grandi società multiutilitiy quotate in borsa, tra il 2010 e il 2014 hanno distribuito oltre 2 miliardi di € di dividendi ai propri soci, addirittura oltre 150 mln di € in più degli utili prodotti nello stesso periodo;
ACEA ATO 2 S.p.A. tra il 2011 e il 2015 ha distribuito in media come dividendo ai propri soci (quasi esclusivamente ACEA S.p.A.) il 93 % degli utili prodotti, ossia circa 65 mln di €/anno, per poi ottenere dalla stessa ACEA S.p.A. dei finanziamenti a tasso di mercato che utilizza per fare gli investimenti.
Utilizziamo questi esempi perchè le 4 multiutility rappresentano gli operatori più rilevanti del mercato italiano rifornendo complessivamente circa 15 mln di cittadini.
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Mentre ACEA ATO 2 S.p.A. è un caso emblematico rispetto al fallimento del modello di gestione privatistico che ancora oggi si vorrebbe estendere a tutta Italia: perdite delle reti che sono quasi raddoppiate negli ultimi 10 anni, emersione del disastro ambientale dovuto all'abbassamento del livello delle acque del lago di Bracciano, la minaccia dell'azienda di razionare l'acqua a 1,5 mln di cittadini romani a seguito dell'imposizione dello stop alle captazioni dal lago, diminuzione degli investimenti.
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I dati ci dicono in maniera palese che i soldi ci sono ma che non sono utilizzati per effettuare gli investimenti e garantire così un servizio essenziale, ma per remunerare gli azionisti (pubblici e privati), ossia il modello di gestione privatistico, secondo cui il costo totale del servizio idrico è interamente coperto dalla tariffa e l'affidamento viene fatto a soggetti privati, ha dimostrato il suo fallimento.
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E' necessaria dunque una radicale inversione di tendenza rispetto a questo modello, che si può realizzare unicamente con la ripubblicizzazione del servizio idrico e un nuovo sistema di finanziamento, basato sulla leva tariffaria, sulla finanza pubblica e la fiscalità generale. Parte integrante di questo modello di gestione pubblica è la predisposizione di un Piano nazionale per la ristrutturazione delle reti idriche.
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In coerenza con quest'impostazione, a fronte della situazione di emergenza idrica che si è evidenziata in quest'ultimo periodo di tempo e che comunque ha caratteristiche strutturali, occorre mettere in campo rapidamente alcuni interventi in grado di aggredirla e dare ad essa soluzioni utili. In particolare, tre ci sembrano le misure prioritarie che si possono assumere in tempi brevi, anche attraverso una strumentazione legislativa come il decreto legge, che contempli:
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la destinazione degli utili delle aziende che gestiscono il servizio idrico alla ristrutturazione delle reti idriche, sulla base del Piano nazionale ad esso dedicato;
incentivi all'ammodernamento degli impianti di irrigazione in agricoltura (ad es. irrigazione a goccia) e all'utilizzo delle acque piovane;
incentivi alla realizzazione di reti idriche duali ed all'installazione di dispositivi per il risparmio idrico nell'edilizia di servizio, residenziale e produttiva.
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Daniela Preziosi
da il Manifesto
02.08.2017

Coalizione civica. L'avvocata dell'assemblea del Brancaccio: Pisapia faccia la sua strada ma una stampella non cambierà il Pd. A fine settembre le nostre assemblee
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Avvocata Anna Falcone, la vostra Coalizione civica, nome provvisorio, dà appuntamento nelle città per il week end del 30 settembre e primo ottobre. Per fare cosa?
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Abbiamo convocato assemblee simultanee, non necessariamente cittadine ma anche regionali. Saranno le nostre 100 piazze per il programma. Si discuterà dei filoni usciti dall'assemblea del Brancaccio (18 giugno scorso, ndr): lavoro, diritto al reddito, pensioni, equità di genere e intergenerazionale, diritti e doveri – welfare, istruzione, sanità, giustizia, assistenza sociale – e il ruolo dello stato nell'economia. Ovvero art.3 della Costituzione, il cuore del nostro modello democratico: lo stato ha un ruolo attivo nella rimozione delle diseguaglianze ma anche nell'economia. Solo così si esce dalla crisi. Non siamo nostalgici statalisti, è la precondizione per far ripartire l’economia anche privata. E infine: Europa. Le spese per gli investimenti siano escluse dal fiscal compact.
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Questo lo dice anche Renzi.
Renzi agita slogan. La politica è costruzione e alleanze.
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Anche in Italia la politica è alleanze?
Sì, ma fra chi ha gli stessi obiettivi.
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Alleanze ma non con il Pd.
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Non con il Pd. Se il Pd cambiasse, il discorso sarebbe diverso. Oggi il Pd non è di sinistra: ha abbracciato il blairismo quando era già fallito. Si è allontanato dal suo statuto e dal suo Dna. Ha deluso le speranze.
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Qualcuno di voi aveva sperato nel Pd, creduto in Renzi e nelle sue Leopolde?
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Io no, ma altri sì. E non vanno criminalizzati.
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Torniamo alle assemblee.
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Così costruiremo il programma. Porteremo le proposte all'assemblea nazionale successiva. Verranno presentate e implementate tramite il sito. Quelle che avranno più consenso entreranno nel programma. Proporremo un metodo democratico e inclusivo agli iscritti. Il percorso è importante: a sinistra sui programmi siamo d’accordo, ma sui percorsi democratici no.
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Parliamo del percorso allora. Dall'assemblea del Brancaccio che passi avanti ci sono?
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C’è una grande partecipazione alle assemblee territoriali. Sono confronti aperti e sereni, basati sul reciproco riconoscimento di tutti. Molti giovani.
Non sempre sereni. A Milano si sono sentite di nuovo le distanze con Pisapia.
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Ognuno è libero di fare il suo percorso. Pisapia dice che abbiamo obiettivi diversi. Noi non abbiamo capito il suo. Noi vogliamo costruire una lista unitaria di sinistra con un percorso partecipato. Io e Montanari non intendiamo entrare in beghe personali o partitiche, dentro e fuori dal Pd. La nostra è un’esigenza di responsabilità e serietà.
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Non le chiedo di parlare delle beghe ma delle distanze politiche. Esclude la convergenza con Pisapia?
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Il personalismo è un errore grave della politica. È un modo per degradarla, mortificarla e per allontanare le persone.
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Intende gli scontri personali?
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La politica ha smesso di aprire la discussione alle persone e concentrato i luoghi decisionali a pochi. Habermas ne ha scritto di recente. Anche Corbyn ci invita a ’non far tornare la politica nelle scatole’. Il modo migliore per contrastare i populismi è tornare alla partecipazione. Contesto ai partiti della sinistra di non essere riusciti a costruire un fronte unitario. Oggi, verificato che sulle proposte siamo d’accordo, la divisione non è più tollerabile.
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Ce l’ha con Mdp, Prc e Si e Campo progressista?
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Ribadisco, di Cp non ho chiari gli obiettivi. Se vogliono fare la stampella del Pd avrei difficoltà a immaginarli nel fronte unitario. L’unico modo per condizionare il Pd è costruire qualcosa di serio a sinistra. Le alleanze si cercheranno dopo aver preso il consenso. Oggi c’è una maggioranza invisibile di persone che chiedono l’attuazione della Costituzione. Non capisco perché si continuano a fare tatticismi.
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Insomma l’errore della sinistra è non unirsi.
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Sinistra italiana ha proposto a Mdp di lavorare insieme in parlamento. Io vado oltre:vadano verso gruppi comuni.
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Puntate a riunirli?
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Noi non siamo nelle condizioni di determinare la loro unità, vogliamo costruire un’area civica e promuovere una convergenza fra una sinistra coerente e la partecipazione civica. I battibecchi allontanano le persone. Io e Montanari non siamo leader di niente e non ci candidiamo a niente. Vorremmo contribuire alla discussione su quello che condiziona le vite di tutti i cittadini.
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Al Brancaccio avete messo sotto accusa il vecchio centrosinistra. Non era una ’bega’, era un’obiezione politica.
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Sì, e non era una polemica sulle persone. Anzi facciamo un upgrade: smettiamola di fare l’analisi del sangue ai singoli. L’analisi del passato serve solo a evitare gli errori già fatti. Per questo sbaglia chi parte dalle architetture politiche, tipo il centrosinistra. Parliamo del paese che vogliamo costruire. Probabilmente non andremo subito al governo. Ma mai come in questo momento tutto può succedere al voto. Lo abbiamo visto il 4 dicembre.
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E se nella legge elettorale rientrasse il premio di coalizione a sinistra cambia tutto?
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La legge elettorale dovrebbe cambiare ed essere davvero costituzionale: deve avere una soglia di sbarramento uguale fra camera e senato, senza nominati. Ed essere proporzionale. Oggi serve il proporzionale perché le riforme vanno fatte trovando in parlamento la convergenza. Siamo in una fase rifondativa, il rilancio del costituzionalismo dei cittadini. Dobbiamo restituire centralità al parlamento. Se negli anni passati il Pentapartito ha potuto fare riforme poi durate trent'anni, perché oggi si insiste con modelli che danno potere a una minoranza di fatto?
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È l’elogio della Dc e del Pentapartito?
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No, è l’elogio della responsabilità istituzionale. Pensi alla riforma della sanità del ’78, votata da partiti anche molto diversi fra loro. Che avevano trovato una convergenza su una riforme fondamentale del paese. Per questo serve rappresentanza, non maggioritarismo.

Massimo Franchi
da il Manifesto
01.08.2017
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Rapporto Censis. Presentato al Welfare Day 2017 la ricerca svela come nel 2016 ben 1,2 milioni di italiani in più non possano permettersi cure. I ricchi invece scelgono le strutture private, agevolate anche dal welfare aziendale
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La sanità si conferma sempre più un’emergenza nazionale. Il Censis lo conferma, gli italiani che rinunciano a curarsi aumentano in maniera incredibile: nel solo 2016 sono stati 1,2 milioni in più dell’anno precedente raggiungendo la cifra mostruosa di 12,2 milioni. In pratica un italiano su quattro in età adulta. Dall'altro lato lo stato sempre più fatiscente della sanità pubblica costringe chi se lo può permettere a spendere sempre di più nella sanità privata: lo scorso anno la spesa ha raggiunto i 37,3 miliardi di euro.
L’Italia continua ad avere una spesa sanitaria pubblica in rapporto al Pil inferiore a quella di altri grandi Paesi europei. Nel nostro Paese è pari al 6,8 per cento del Prodotto interno lordo, in Francia all’8,6 per cento, in Germania al 9 per cento. Per il Censis, in questi anni il recupero di sostenibilità dei servizi sanitari regionali non è stato indolore. Anzi, è costato migliaia di posti di lavoro per mancato turn over fra medici e infermieri e tanta qualità sul lato dell’offerta.
L’ottavo «Rapporto Rbm-Censis sulla sanità pubblica, privata e intermediata», presentato in occasione del Welfare Day 2017 con il patrocinio – che suona quasi beffardo – del ministero della Salute non lascia adito a dubbi. Alla vigilia del quarantennale della istituzione del Servizio sanitario nazionale – legge 833 del 1978 – lo stato di salute della sanità pubblica è pre-fallimentare: ci sono 20 servizi sanitari regionali diversi ma pochissimi sono all'altezza.
Le difficoltà di accesso al sistema pubblico sono infatti aumentate. Le liste d’attesa sono sempre più lunghe. I dati indicano che per una mammografia si attendono in media 122 giorni (60 in più rispetto al 2014) e nel Mezzogiorno l’attesa arriva in media a 142 giorni. Per una colonscopia si aspettano mediamente 93 giorni (6 giorni in più rispetto al 2014), ma al Centro di giorni ce ne vogliono ben 109. Per una risonanza magnetica si attendono in media 80 giorni (6 giorni in più rispetto al 2014), ma al Sud ne sono necessari 111 giorni. Per una visita cardiologica l’attesa media è di 67 giorni (8 giorni in più rispetto al 2014), ma si sale a 79 giorni al Centro. Per una visita ginecologica si attendono in media 47 giorni (8 giorni in più rispetto al 2014), ma ne servono 72 al Centro. Per una visita ortopedica 66 giorni (18 giorni in più rispetto al 2014), con un picco di 77 giorni al Sud.
In questo contesto decadente il mercato della sanità diventa fiorente e sfrutta le mancanze della sanità pubblica tramite lo strumento degli «accreditamenti» che, specie al Sud, lasciano spalancata la porta alle irregolarità e alla malavita che controlla e gestisce migliaia di strutture, come accertato dalla commissione parlamentare Antimafia presieduta proprio dall’ex ministro della Sanità – e autrice dell’ultima riforma che cervava di mettere al centro il sistema pubblico – Rosi Bindi. Il Censis e Rbm stimano in oltre 15 miliardi le risorse spese ogni anno verso la sanità integrativa. Un mercato che ora sfrutta anche le defiscalizzazioni che imprese e lavoratori possono utilizzare per il welfare aziendale.

Alfonso Gianni
30.07.2017

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Sarebbe un errore considerare lo scontro tra Francia e Italia sul controllo dei cantieri navali di Saint-Nazaire solo come una manifestazione della grandeur d’Oltralpe.
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La vicenda va inquadrata in un contesto più ampio che vede la crisi della globalizzazione, come fin qui l’abbiamo conosciuta, con consistenti segnali di contrazione della medesima , ovvero di de globalizzazione, sia in campo commerciale – anche in questo modo si spiega la di per sé positiva marcia indietro francese sulla Torino – Lione – sia in quello industriale, come in quello finanziario.
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Sarebbe un errore considerare lo scontro tra Francia e Italia sul controllo dei cantieri navali di Saint-Nazaire solo come una manifestazione della grandeur d’Oltralpe.
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Quest’ultima, sia chiaro, è ben presente e rinvigorita dall'energica figura di Macron, che vuole reincarnare i tradizionali miti patriottardi, espansivi e (neo)coloniali da Napoleone Bonaparte a De Gaulle. Senza scordare che anche Mitterand non scherzava quando affermava “La France c’est l’Europe”. La vittima più prossima è spesso l’Italia, al netto della vittoria di Bartali al Tour de France del lontano ’48 (e Paolo Conte ne registrò il sempiterno risentimento francese).
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L’Italia: surclassata nella geopolitica, e sul terreno del militarismo, nel Mediterraneo e in Africa. Ultimo esempio, la vicenda libica. Sbeffeggiata sul tema dei migranti, vittime predestinate di ogni litigio tra i potenti. Oggetto di shopping da parte francese in ogni campo, da quello agroalimentare a quello della grande distribuzione commerciale, da quello finanziario – bancario a quello delle telecomunicazioni. Campi strategici per il nostro interesse nazionale inclusi, come si può notare. Non desta quindi sorpresa – casomai necessità di approfondimento critico – se l’iniziativa di una minacciata nazionalizzazione, seppure temporanea, dei cantieri Stx, per bloccare il take over di Fincantieri, da parte di Macron, in spregio agli accordi fatti con Hollande (ma non sarebbe questa la novità), incontri immediatamente il plauso di Force Ouvriere e di Jean Luc Melenchon.
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In realtà la vicenda va inquadrata in un contesto più ampio che vede la crisi della globalizzazione, come fin qui l’abbiamo conosciuta, con consistenti segnali di contrazione della medesima , ovvero di deglobalizzazione, sia in campo commerciale – anche in questo modo si spiega la di per sé positiva marcia indietro francese sulla Torino – Lione – sia in quello industriale, come in quello finanziario. Questo non significa che l’impresa capitalistica abbia smesso di espandersi spazialmente. Solo che vengono avanti nuovi protagonisti che cambiano il volto del capitalismo moderno. Come il cosiddetto platform capitalism che esige investimenti fissi enormemente inferiori e sfrutta il lavoro precario o addirittura servile. Su questo movimento di fondo dell’economia, fioriscono – si può dire a destra come a sinistra – varie forme di protezionismo e di nazionalismo. Trump ed epigoni ne sono il prodotto più che la causa.
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Le conseguenze in Europa sono ormai evidenti. Proprio i ministri dell’economia di Italia, Francia e Germania avevano chiesto alla Commissione di Bruxelles di rivedere le regole per gli investimenti stranieri nell'Unione, soprattutto per osteggiare l’aggressività della imprenditoria asiatica. L’altro elemento che, determinando uno spostamento del baricentro economico da Ovest ad Est su scala globale, mette in crisi i precedenti presupposti della globalizzazione. Solo che così facendo la Ue ha introiettato il protezionismo. In Spagna l’acquisto di Abertis da parte di Atlantia è messo in forse.
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Nella patria dell'ordoliberismo, la Germania, viene varata una legge per limitare le scalate a società e infrastrutture strategiche per evitare che la tecnologia venga catturata dal Dragone cinese.
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Mentre si vuole addirittura cambiare la geografia, spostando ad esempio i confini dell’Italia fino a quelli tra Niger e Libia per bloccare i migranti, in Europa si riaprono conflitti antichi attorno agli assetti proprietari e di comando di grandi società. Nel caso in questione di Stx l’incidenza del militare nella partita industriale, complica le cose, ma non ne costituisce la motivazione esclusiva.
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Per queste ragioni appare inadeguato un semplice sussulto d’orgoglio italiano, ad esempio contro il controllo francese di Vivendi su Telecom, se non è già troppo tardi. Intendiamoci, meglio di un’inerte sottomissione, visto l’effettivo carattere strategico del settore delle telecomunicazioni.
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L’incontro di martedì a Roma con il ministro dell’economia francese e il bilaterale di fine settembre a Lione fra Francia e Italia servirà a poco. Il vero problema è invertire la direzione verso un’Europa a due velocità, impedire che si rafforzi dopo le urne tedesche del 24 settembre e affrontare di petto la questione delle politiche economiche, delle diseguaglianze e dei rapporti ineguali fra i paesi. In sostanza il cambiamento radicale dei Trattati.

Andrea Colombo
da il Manifesto
28.07.2017

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L'ok con la fiducia. Scontro Pd-Cinquestelle sulle venete. L’istituto torinese riesce a far passare le proprie condizioni, ma ancora non sono stati tutelati tutti i risparmiatori.
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Il decreto salvabanche, quello che mette in liquidazione coatta amministrativa la Popolare di Vicenza e Veneto Banche, è legge. Il Senato ha assicurato al governo la fiducia, con 148 voti a favore contro 91 contrari in mezzo a urla e insulti, soldi lanciati in aula e due annunci di querela per diffamazione: da parte dei Pd veneti Laura Puppato e Giorgio Santini contro la M5S Barbara Lezzi, che nel suo intervento aveva parlato di connivenza tra Pd e sistema bancario, chiedendo alla procura di indagare sui rapporti tra Pd e Banca Intesa. «Abbiamo deciso di querelare – annunciano i due senatori – per le gravi e offensive accuse che ci sono state rivolte in un intervento fatto a uso e consumo dei social media».
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«Un salvataggio difficile e necessario finalmente in porto», ha commentato via tweet il premier Gentiloni, fingendo un entusiasmo che probabilmente non prova neanche lui. Difficilmente infatti una fiducia è stata concessa più a denti stretti, e non solo da chi, come Mdp, lo ha ammesso apertamente dichiarando di votare solo per salvare i correntisti che sarebbero andati a fondo. Ma al di là delle dichiarazioni di rito e della soddisfazione ostentata per dovere, ben pochi possono essere contenti di un decreto in cui, come ha detto nel suo intervento la capogruppo di Si Loredana De Petris, «tutto è stato scritto all'interno del cda di Banca Intesa» e approvato dal Senato sotto il ricatto della stessa Banca Intesa, che aveva apertamente minacciato di buttare all’aria l’accordo se i senatori avessero cambiato il testo della Camera.
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Per Banca Intesa il decreto è un affare d’oro. In cambio di un euro, acquisisce tutto quel che delle due banche «salvate» è in grado di produrre profitti. Più cinque miliardi di euro cash e altri 12 di garanzie pubbliche per il futuro. Una cifra di tutto rispetto, 17 miliardi di euro, tutta a carico dello Stato, cioè dei contribuenti. Non è neppure vero, almeno per ora, che in cambio siano stati salvati tutti i risparmiatori. È infatti esclusa dal salvataggio la fascia di piccoli azionisti con quote residuali di partecipazione nelle due banche. Il sottosegretario Baretta, tra le righe, ammette la falla: «Abbiamo salvato correntisti e obbligazionisti. Restano importanti impegni da portare avanti sia per la più ampia protezione dei risparmiatori che per un’oculata gestione dei crediti».
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L’intervento dello Stato era in realtà inevitabile. In caso contrario a essere penalizzati sarebbero stati non solo i risparmiatori ma anche i lavoratori delle due banche e l’intero sistema economico veneto avrebbe ricevuto un colpo duro. Anche così, peraltro, meno di un terzo degli esuberi sono certamente salvi. Sarebbe però stato possibile procedere per un’altra via, affidando allo Stato non solo i rami secchi e le perdite a carico dei contribuenti ma anche i settori in grado di produrre profitto.
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Sarebbe stato necessario arrivare a un confronto con l’Europa, che avrebbe probabilmente accusato l’Italia di violare le regole del bail-in con aiuti di Stato. Ma secondo molti tecnici ci sarebbero state buone probabilità di uscirne vincenti facendo gestire l’operazione dalla Società per la gestione dell’attività acquista, Sga, in forza al ministero dell’Economia, che è pubblica sin dal 2016. Il governo ha scelto di seguire la via più facile, non solo per quanto riguarda il caso specifico ma anche per l’assenza di soluzioni tali da intervenire su uno stato di crisi cronica del sistema finanziario italiano che tornerà a creare problemi a ripetizioni.
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In questo modo, però, governo e Pd hanno moltiplicato quella ricaduta d’immagine negativa che ha già avuto effetti devastanti sulla popolarità di Renzi, affondata dalla vicenda delle banche più che da ogni altro elemento. Anche perché l’ultimo capitolo nero del decreto è che sono state espunte tutte le voci relative alla ricerca dei responsabili e alle relative sanzioni. Il blog di Grillo non perde l’occasione: «Banche salvate, risparmiatori truffati».
Ieri sera, al termine dell’ennesima operazione di salvataggio a tutto vantaggio delle banche, qualcuno festeggiava sul serio: il cda di Banca Intesa. Ma nel governo e nel Pd non c’era proprio niente da festeggiare.

Pubblicato il 26 lug 2017
COMUNICATO STAMPA

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Domani pomeriggio, dalle 16, in via San Martino della Battaglia, a Roma, si terrà un presidio di fronte all'Ambasciata tedesca indetto dai Giuristi Democratici, dall'Osservatorio Repressione e dalla parlamentare europea Eleonora Forenza per chiedere la liberazione dei sei attivisti italiani fermati dalle forze dell’ordine ad Amburgo, nel corso delle manifestazioni contro il G20, e non ancora rilasciati.
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«Saremo in piazza – dichiarano Maurizio Acerbo, segretario nazionale e Giovanni Russo Spena responsabile democrazia di Rifondazione Comunista – con i Giuristi Democratici, l’Osservatorio Repressione, attivisti e realtà di movimento per denunciare il fatto che sei cittadini italiani sono da settimane privati della libertà personale solo per aver manifestato il loro sacrosanto dissenso nei confronti del G20».
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«Anche io sono stata fermata ad Amburgo – dichiara Eleonora Forenza, eurodeputata della Sinistra Unitaria Europea (GUE/NGL) – e ho quindi subito in prima persona la stretta repressiva di quei giorni e che dilaga in tutta Europa. Contro il governo tedesco il mio gruppo parlamentare ha anche presentato una richiesta di intervento del Presidente del Parlamento europeo. Ogni forma di dissenso è oggetto di repressione, come abbiamo detto nella due giorni organizzata pochi giorni fa a Bruxelles. Non ci fermeremo finché non saranno liberi i nostri compagni».

24.07.2017
COMUNICATO STAMPA

«L’emergenza acqua a Roma dimostra che avevamo ragione nella lotta per l’acqua bene comune – dichiara Maurizio Acerbo, segretario nazionale di Rifondazione Comunista – Sinistra Europea -.
Il razionamento dell’acqua a Roma è l’emblema del fallimento delle politiche di privatizzazione dei servizi pubblici perseguite da centrodestra e centrosinistra.
La trasformazione a fine anni ’90 delle aziende municipali in società quotate in borsa ha tradito le promesse dei neoliberisti e a mostrarlo sono i dati sulle perdite di acqua a Roma.
Oggi Acea è una multiutility che distribuisce dividendo agli azionisti, si occupa di business di ogni genere (dall'energia al compostaggio agli inceneritori) e investe in tutta Italia e all'estero (soprattutto America Latina). Però non si occupa delle perdite della capitale.
Le politiche condivise dai due poli che hanno governato l’Italia negli ultimi venticinque anni hanno distrutto lo stesso concetto di servizio pubblico e hanno consentito a capitali privati di accumulare profitti mediante l’espropriazione di beni comuni.
Pensare che furono Giolitti e Luigi Einaudi a municipalizzare nel 1907 i servizi idrici prendendo esempio dal Regno Unito! Il grande economista liberale spiegava allora che non si possono affidare monopoli a privati.
E’ ora che si dia attuazione al referendum del 2011 e si proceda alla ripubblicizzazione della gestione dell’acqua e più in generale si aboliscano le SPA per la gestione di servizi pubblici. Ciò che è pubblico deve essere gestito da soggetti di diritto pubblico in maniera trasparente e partecipata con l’obiettivo di garantire servizi ai cittadini non utili agli azionisti».

Mario Di Vito
da il Manifesto
23.07.2017/

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Nuova scossa nel reatino. Per l’Ingv l’attenzione resta «alta» perché «la sismicità resta sopra la media» e «non possono escludersi altre scosse sopra magnitudo 4». Tra indagini e appalti a rilento il ritorno a casa degli sfollati è fermo. La regione Umbria difende l’idea del centro commerciale a Castelluccio con 2,5 milioni della Protezione civile.
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A ricordarsi dei terremotati ormai c’è rimasto solo il terremoto. Alle 4 e 13 della notte tra venerdì e sabato, infatti, è stata registrata una scossa abbastanza forte (4.2 gradi sulla scala Richter) con epicentro tra Camposto, Amatrice e Crognaleto, nella lingua di terra tra il Lazio e l’Abruzzo.
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Tutti svegli e in strada, con lo sciame sismico che è andato poi avanti per tutta la giornata di ieri, senza che però si siano registrate vittime né danni.
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A undici mesi dall'inizio dell’incubo, si sta ancora nell'incertezza più assoluta: le scosse vanno e vengono a intervalli regolari mentre la maggior parte delle macerie è ancora a terra, la ricostruzione praticamente non è mai cominciata e il ritorno a casa degli sfollati procede con estremo rilento.
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Nella notte del 19 luglio alle 4.13 scossa da 4,2 gradi Richter tra Campotosto e Amatrice
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Inoltre, l’iscrizione nel registro degli indagati da parte della procura di Rieti per il crollo delle palazzine popolari di Amatrice il 24 agosto ha fatto innervosire le popolazioni.
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La rivelazione della telefonata con cui l’imprenditore Vito Giuseppe Giustino rideva pensando alle ricche commesse della ricostruzione è un colpo tremendo alla credibilità di chiunque si stia impegnando a cercare di risolvere la situazione: «Come facciamo a fidarci?», è la domanda che rimbalza di bocca in bocca tra i terremotati.
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Il sindaco di Amatrice Sergio Pirozzi, come da sua abitudine, non usa mezzi termini: «È meglio che da queste parti, l’Internazionale (la cooperativa che fa capo a Giustino, nda) non si faccia vedere. È gente che non deve avere più niente a che fare con le casette e il resto dei lavori post sisma».
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L’Internazionale, in realtà, sta già lavorando nelle zone del cratere: giusto in questi giorni ha partecipato al montaggio delle casette di Accumoli, oltre a essere socia del Cns, il consorzio di imprese che ha vinto la gara Consip per i moduli d’emergenza già abbondantemente usati.
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La polemica rimbalza su più fronti, alla fine dal Cns arrivano solo parole attendiste: «Aspetteremo gli esiti delle indagini, i lavori comunque saranno portati a termine». I sindaci, per farla breve, vorrebbero la revoca degli appalti ma questo comporterebbe ulteriori ritardi per lavori già a passo di lumaca.
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Giustino, dal canto suo, prova a cacciarsi fuori dai guai: il suo avvocato ha voluto specificare che lui «non stava ridendo del sisma». Le intercettazioni che compaiono nei fascicoli dell’inchiesta di Rieti, però, lascerebbero poco spazio alle interpretazioni. «Stanno facendo la lista dei beni che hanno subito danni, ho detto di mettere in cima l’Internazionale…», spiegava al telefono il geometra della cooperativa Leonardo Santoro. Giustino a questo punto ha risposto ridendo: «È mezzo impegno».
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Ancora sul fronte giudiziario, sta emergendo il ruolo di Mauro Lancia, imprenditore di Pesaro, finito ai domiciliari nell’ultima inchiesta su tangenti e ricostruzione a L’Aquila. Il 7 ottobre Lancia ha rivelato a un’amica di aver partecipato a una «cena importante» in cui si è parlato del futuro delle zone terremotate.
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Presente a tavola anche il governatore delle Marche Luca Ceriscioli. Va detto, comunque, che dalle parole di Lancia emerge anche l’intenzione dei commensali di «evitare uno scandalo vergognoso come quello di L’Aquila».
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Dall'altra parte dell’Appennino, in Umbria, si continua intanto a discutere del centro commerciale griffato Nestlé da realizzare nella piana di Castelluccio.
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La presidente della Regione Catiuscia Marini ha provato a definire la faccenda «una bufala», salvo poi ammettere che si tratterà di un’area dove saranno ospitati ristoranti e negozi.
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La struttura occuperà un’area da 1.500 metri quadrati e costerà 2,5 milioni, per lo più a carico della Protezione Civile. La Regione, poi, continua a sostenere che l’opera comunque in futuro verrà smontata, anche se non si sa quando e con quali soldi, visto che i fondi per la demolizione non sono stati accantonati.
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Qualche rassicurazione sul fatto che, comunque, la Nestlé non avrà spazi per sé. «Resta il fatto che l’azienda faccia spot sulla propria generosità mentre licenzia 340 lavoratori della Perugina», concludono amari i volontari delle Brigate di Solidarietà Attiva.

Alfredo Marsala
da il Manifesto
22.07.2017<7em>

Sicilia. Morti di tumore e malformazioni: il dramma tra raffinerie e industrie chimiche. La procura sigilla gli stabilimenti Esso e Isab di Augusta dopo le denunce dei comitati
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Quarant'anni di denunce. Manifestazioni, segnalazioni, proteste di ogni tipo. Verdi, ambientalisti, movimenti civici, docenti universitari, parroci e persino magistrati.
Esposti e dossier sull'eccessivo numero di morti per tumore, un record assoluto, come quello di neonati malformati.
Il «triangolo della morte» si chiama l’area che comprende il Petrolchimico: da Priolo Gargallo ad Augusta fino a Melilli. Un reticolo di tubi e ciminiere in un territorio dove si erge il parco archeologico di Siracusa, col teatro greco, l’orecchio di Dionisio e a poche centinaia di metri dal giardino dei papiri.
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Il sequestro di due impianti disposto dal gip di Siracusa potrebbe aprire nuovi scenari in questo territorio ricco di contraddizioni.
I sigilli sono stati apposti allo stabilimento Esso e agli impianti Isab Nord e Isab Sud del polo petrolchimico, tra i più importanti d’Europa. L’inchiesta scaturisce dai numerosi esposti e dalle denunce di cittadini, movimenti ambientalisti ed enti che lamentavano la cattiva qualità dell’aria. Un pool di sostituti, coordinati dal capo della procura Francesco Paolo Giordano, ha accertato un «significativo contributo al peggioramento della qualità dell’aria dovuto alle emissioni degli impianti». Nel suo provvedimento il gip subordina la restituzione degli impianti «all'imposizione di prescrizioni per consentirne l’adeguamento alle norme tecniche vigenti».
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L’indagine si è avvalsa di una consulenza tecnica collegiale redatta da esperti che hanno svolto audizioni e acquisito una considerevole mole di dati e documenti. Le società hanno quindici giorni di tempo per decidere se aderire alle prescrizioni.
La Esso e la raffineria impianti Sud dovranno ridurre le emissioni provenienti dall'impianto «con la copertura delle vasche costituenti l’impianto di trattamento acque». Dovrà essere presentato un progetto che non dovrà eccedere i 12 mesi, con garanzia fideiussoria.
Gli stabilimenti Esso, Isab Nord e Isab Sud dovranno effettuare il monitoraggio del tetto di tutti i serbatoi contenenti prodotti volatili o mantenuti in condizioni di temperatura tali da generare emissioni diffuse; realizzare impianti di recupero vapori ai pontili di carico e scarico; adeguare i sistemi di monitoraggio delle emissioni, attraverso l’adozione di sistemi di monitoraggio in continuo, mettendo a disposizione i dati registrati per via telematica all'Arpa di Siracusa. Solo lo stabilimento Esso dovrà ridurre il livello delle emissioni in atmosfera sino al rispetto dei livelli previsti delle migliori tecnologie disponibili, in particolare la riduzione degli ossidi di zolfo in due camini, e degli ossidi di azoto in 21 camini.
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Per il procuratore capo è «una prima risposta che si riesce a dare alla popolazione in questa materia molto complessa» e «alle innumerevoli istanze che sono arrivate dal territorio sin da quando io mi sono insediato nel settembre 2013».«Abbiamo lavorato tantissimo, abbiamo trovato degli esperti di livello nazionale con i quali abbiamo concertato le prescrizioni che poi abbiamo emanato», afferma. Per i Verdi «il sequestro da parte della Procura dimostra ancora una volta come le istituzioni non facciano il loro dovere e l’autorità giudiziaria debba supplire alle carenze di queste ultime».
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Le parlamentari del Pd Sofia Amoddio e Marika Cirone Di Marco chiedono le dimissioni del professor Salvatore Sciacca che è contemporaneamente presidente del consorzio industriale protezione ambiente (Cipa) e del registro tumori integrato della Sicilia orientale. «Durante la presentazione del rapporto ambiente 2016, Sciacca, da presidente del Cipa che ha come soci i dirigenti delle industrie presenti nel petrolchimico, ha illustrato i dati acquisiti dalle centraline della rete di proprietà del Cipa dichiarando che le sostanze odorigene (principalmente i derivati del solfuro di idrogeno e gli idrocarburi non metanici), avvertite quasi giornalmente dalla popolazione, non rappresentano una fonte di pericolo per la salute umana, ma solo un disagio, un fastidio che deve essere eliminato», accusano le parlamentari.

21.07.2017
da il manifesto
Paolo Berdini

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Di fronte ad una sentenza di primo grado severissima che conferma il grande lavoro della Procura di Roma, la mancata accettazione del reato di associazione di stampo mafioso ha creato un’ondata di entusiasmo tra i legali dei principali accusati e in alcuni giornali sostenitori della tesi minimalista: si tratta solo di quattro malfattori sempre esistiti nella storia della capitale e perciò «non c’è nulla di nuovo sotto il sole».
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A questi imprudenti lettori di quel meraviglioso libro del Qoèlet, verrebbe da consigliare maggiore ponderazione poiché le condanne ci dicono che siamo di fronte a un intreccio tra quattro sistemi di potere: i decisori politici; gli esponenti delle aziende municipalizzate; le imprese legate a filo doppio con la politica; la malavita, nel caso in specie segnata da inscindibili legami con l’eversione nera.
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I condannati nel segmento della politica sono eccellenti e bipartisan. Odevaine era il capo di gabinetto della giunta guidata da Veltroni. Il pilastro della legalità dell’amministrazione comunale (avevo accettato l’incarico di assessore all’urbanistica perché in quel ruolo c’era un magistrato d’eccellenza come Carla Raineri e dalle sue dimissioni quella fondamentale carica è ancora vacante!) era guidato da un uomo che si faceva finanziare dalle imprese che beneficiavano dei lauti appalti comunali. Gramazio era esponente di punta del mondo della destra romana. Coratti (Pd) era il presidente dell’assemblea capitolina, e cioè colui che poteva influire sull’ordine delle decisioni da assumere in assemblea elettiva. Una consorteria, altro che ladruncoli.
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A capo della grande azienda per l’ambiente c’era Panzironi condannato a dieci anni. In quei casi l’affidamento degli appalti è ancor più discrezionale delle noiose lungaggini che deve seguire almeno formalmente le assemblee elettive. Alberto Benzoni che fu vicesindaco ai tempi di Luigi Petroselli propone da anni di istituire una struttura indipendente dalla politica che controlli procedure di nomina e atti degli aziende pubbliche locali. Meglio non ascoltarlo e continuare a riempire di fedelissimi che indebitano le aziende e peggiorano i servizi.
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Con le imprese e le cooperative che sguazzano in questo porto delle nebbie tocchiamo il terzo lato del malaffare. Qui il discorso è ancora più complesso e possiamo solo accennarlo. È noto che l’ideologia neoliberista ha imposto l’esternalizzazione delle funzioni pubbliche e ciò ha causato la lievitazione dei costi e generato malaffare. Il malaffare possiamo colpirlo ridefinendo procedure di affidamento trasparenti ma se non ricostruiamo la struttura pubblica saremo destinati ad altri fallimenti. Dal verde pubblico ai sistemi di pulizia, dalla guardiania alla gestione dell’immigrazione tutto passa nelle mani di pseudo imprese che hanno l’unica qualità di essere legate alla politica.
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Infine la malavita. Non sarà di stampo mafioso, ma anche a leggere le recenti riflessioni di Saviano vengono i brividi a pensare lo stato in cui è stata ridotta la capitale del paese. Non possiamo meravigliarci dunque se languono investimenti, se grandi imprese si localizzano al nord, se galleggiamo su un declino economico e culturale. Mala politica e malavita distruggono la città.
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Dalla sentenza di primo grado del Tribunale di Roma emerge dunque una capitale asfissiata dalla mancanza di regole, dall’occupazione selvaggia dei ruoli chiave dell’amministrazione, della politica ridotta a cinica gestione affaristica. Una capitale in cui la stessa democrazia politica è a rischio. Basta ricordare il modo in cui un partito commissariato e senza trasparenza ha costretto alle dimissioni il sindaco Marino che nella lotta contro il monopolio dei Tredicine –un esponente della famiglia è stato condannato a tre anni- aveva fatto ad esempio uno straordinario episodio di legalità.
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Ci saranno un paio di giorni in cui l’offensiva mediatica dei minimizzatori avrà la meglio data la differente forza mediatica. Poi ci sarà spazio per chi crede ancora nella politica come servizio civico di rimettere mano a regole, a proporre come ricostruire le strutture pubbliche comunali umiliate dall’occupazione di squallidi personaggi senza alcun senso dello Stato. Sta qui il grande sforzo che deve produrre la sinistra se vuole candidarsi a ricostruire la democrazia civica e le funzioni pubbliche.

Andrea Colombo
da Il Manifesto
20.07.2017

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Scosse. Dopo il match Gentiloni-Alfano, Lorenzin rischia una bocciatura del Pd sui vaccini. Un altro ministro di Ap, Costa, si dimette. Il premier invoca stabilità, ma tutto dipenderà dalla legge elettorale. E da Berlusconi.
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La terra sotto i piedi della maggioranza e del governo trema a metà mattinata, ed è una scossa di tutto rispetto. Stefano Esposito, senatore del Pd, prende la parola in aula e afferma forte e chiaro che lui l’emendamento sui vaccini monocomponente, checché ne dica il governo, intende votarlo: «Non accetterò mai che questa scelta venga delegata alle case farmaceutiche».
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LA MINISTRA BEATRICE LORENZIN si fa prendere da un mezza crisi di nervi di fronte agli occhi allibiti dei senatori, ma è chiaro che quello di Esposito non è un caso isolato. Francesco Verducci, vicino al presidente del partito Orfini, informa che si comporterà allo stesso modo. La rivolta serpeggia nell’intero gruppo del Pd. Una settimana fa, quando a sollevare il tema era stata solo la Lega col suo emendamento, tutti avevano finto di non sentire, pur essendo evidente l’assurdità di imporre la rivaccinazione anche a chi è immune. Ora le cose sono diverse: se si votasse il governo andrebbe sotto.
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L’unica è sospendere la seduta, chiedere alla commissione Bilancio un nuovo parere e fare proprio l’emendamento dei leghisti. La relatrice Patrizia Manassero lo deposita a suo nome. La ministra è furibonda ma si adegua. La commissione Bilancio aggiunge di suo una nota restrittiva: ok ai vaccini monocomponenti ma «nei limiti della disponibilità del Servizio sanitario nazionale». Alla ripresa l’emendamento passa, l’incidente resta solo sfiorato. Ma la sensazione che il governo sia ormai un guscio di noce in balia degli emendamenti, quella è proprio inevitabile.
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Anche perché, proprio nel corso della pausa, arriva un’altra scossa. Il ministro delle Regioni, il centrista Enrico Costa, saluta caramente e lascia il governo. L’esperienza, scrive al premier Gentiloni, «è stata bellissima» ma di dissensi ce ne sono stati e Costa avverte ormai l’esigenza di «evitare ambiguità». Il renziano Andrea Marcucci si compiace: «Non si può stare al governo e solidarizzare con l’opposizione». Il capogruppo Pd alla Camera Ettore Rosato se ne duole ma tanto «il governo non corre rischi».
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GENTILONI ASSUME L’INTERIM e valuta con quale centrista sostituire il dimissionario. Angelino Alfano non batte ciglio: «Dimissioni inevitabili e tardive. Noi abbiamo idee, forza e coraggio per fare qualcosa di grande. Comprendiamo che chi non ce la fa faccia scelte diverse». Per dirla più semplicemente: che Costa se ne torni ad Arcore.
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Per la verità a «non farcela» sarebbero in molti, se le porte di Forza Italia non fossero chiuse. Berlusconi i penitenti non li rivuole in casa propria. Sta pensando di dar vita a una specie di «contenitore centrista» per accoglierli. Ma il particolare non modifica lo stato delle cose: a decidere sulla tenuta della maggioranza, oggi, è ancora una volta Berlusconi. Gli basterebbe un cenno per farla franare.
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Quella di Enrico Costa è una scossa di assestamento, attesa e prevista. Non altrettanto però può dirsi del litigio a muso duro che la sera prima aveva visto fronteggiarsi il presidente del consiglio e il ministro degli Esteri. A lacerare era il solito ius soli. Paolo Gentiloni ha rinviato ma le reazioni rendono difficile evitare di forzare la mano a settembre. E a quel punto la fiducia sul testo della Camera, spiega al furibondo Alfano, sarà inevitabile. Angelino sbraita, protesta, punta i piedi. Come andrà a finire nessuno può dirlo, ma anche questo non è certo un buon auspicio quanto a tenuta della maggioranza in autunno.
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LE SCOSSE DI QUESTI GIORNI non sono ancora il terremoto ma il suo prologo: scosse d’avvertimento. Maggioranza e governo arriveranno ad agosto, ma il prosieguo è avvolto nelle tenebre. Non a caso con chiunque si parli di legge di bilancio ci si sente ripetere che «alla fine passerà: qualcuno la voterà». Ma chi sarà quel «qualcuno» nessuno al momento si azzarda a ipotizzarlo.
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In realtà la situazione non è affatto facile e basta leggere tra le righe le affermazioni del premier per cogliere segnali di preoccupazione massima: «Abbiamo di fronte un passaggi cruciale che per essere colto ha bisogno della stabilità del quadro istituzionale ed economico». Di quella stabilità non c’è traccia. Se si materializzerà o meno dipenderà da quel di cui tutti già parlano anche se quasi nessuno in via ufficiale: dalla legge elettorale. Se avrà successo la manovra che una larga parte del Pd sta preparando, a dispetto del segretario, e torneranno in campo le coalizioni, l’effetto di stabilizzazione sarà assicurato. Anche se probabilmente il costo sarà poi una vittoria della destra. Se la manovra fallirà, sarà invece una guerra di tutti contro tutti e anche solo a nominare la parola stabilità, in autunno, verrà da ridere.
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Ma anche le sorti di quella manovra spericolata, progettata a dispetto di Beppe Grillo e dello stesso Matteo Renzi, dipendono da quel che deciderà un solo leader, senza il quale la partita delle coalizioni non comincerà neppure: da Silvio Berlusconi.

Stefano Valenti
da il Manifesto
19.07.2017

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Genova 2001. Sedici anni fa le proteste contro il vertice. Torture, impunità e risarcimenti statali risibili.
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«Dai un calcio al G8» era intitolato il torneo che vedeva fronteggiarsi Attac Italia e Attac Francia il 18 luglio 2001 in Piazza Fontana Marose a Genova. Con tutte quelle reti una partita ci stava bene. Quando erano arrivati i poliziotti Attac Francia vinceva 2 a 1. Per questo, nella speranza i «nostri» pareggiassero, gli agenti avevano chiuso un occhio e consentito continuasse la partita.
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UN CLIMA di relativa disponibilità come quello che si respirava il giorno successivo in occasione del corteo dei migranti, mi racconta Roberto Mapelli ¬ presidente dell’associazione culturale Punto rosso e presente a Genova 2001 con Attac Italia. Poi il buio. Il 20 luglio Roberto Mapelli, fermato per identificazione, finisce nella caserma di Bolzaneto insieme a Mark Christopher Harrison.
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Entrambi sono stati malmenati, tanto che l’Harrison, ripetutamente colpito alla testa, fatica a reggersi in piedi e finisce col perdere i sensi. Al loro arrivo una persona in divisa grigia grida «frocio di merda, comunista bastardo, appena entri ti spacco la faccia».
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MAPELLI È IL PRIMO A SALIRE i tre gradini di Bolzaneto e ad attraversare due file di agenti tra insulti e sputi. All'ingresso è condotto in una stanza con Mark Harrison, Roberto Michele, due ragazze tedesche e un ragazzino italiano. E a riceverli due energumeni dall'accento romano in divisa. Urla, canti fascisti, confusione, euforia nei corridoi, carabinieri e poliziotti che corrono. «Bastardi», «ebrei», «troie» rivolto alle donne, sono il benvenuto. Chi chiede di andare in bagno nel percorso per arrivarci riceve calci e pugni dagli agenti.
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Gli energumeni iniziano dal ragazzino, vestito di nero, un black block a loro dire. Gli battono la testa al muro, lo colpiscono alla nuca, con la fronte che, a ogni colpo, batte contro la parete, fin quando il ragazzino crolla a terra dove continua a ricevere colpi in testa e alle costole. Hanno tutti avuto incubi nei mesi successivi i torturati di Genova, mi dice Mapelli a proposito di quel che è rimasto. E terribili per molti sono ancora i contatti, sebbene occasionali, con le forze dell’ordine, che generano attacchi di panico.
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CHI È MORTO SUICIDA anni dopo, chi ha avuto un aneurisma che ha portato alla paralisi, chi ha subito traumi cronici gravi con conseguente abbandono della professione, chi ha interminabili incubi, chi disturbi post traumatici da stress e depressioni. Due terzi dei dimostranti di Genova era alla prima grande manifestazione, ricorda Mapelli, e molti, la maggioranza, in manifestazione non ci vanno più.
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LA REPRESSIONE ha funzionato e di quei giorni si parla per le violenze e non per le decisioni ratificate e che hanno dato origine al nostro presente. E anche di questo si è parlato ieri sera in Fondazione Giangiacomo Feltrinelli in occasione di «Pensare Genova luglio 2001». Per quanto riguarda le conseguenze processuali di quelle giornate, il governo italiano ha riconosciuto le proprie colpe nei confronti di sei cittadini torturati nella caserma di Bolzaneto il 21 e 22 luglio 2001 e gli verserà 45 mila euro ciascuno per danni morali e materiali e spese processuali. Lo ha reso noto la Corte europea dei diritti umani in due provvedimenti in cui «prende atto della risoluzione amichevole tra le parti» e stabilisce di chiudere i casi.
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CONTA POCO che appena sei dei 65 cittadini italiani ed europei abbiano accettato questa transazione. Certamente – come riferisce Laura Tartarini, legale di una ventina di persone tra le vittime della scuola Diaz e della caserma di Bolzaneto – «Quella che offre lo stato è una cifretta. Ha accettato chi, tra cui due dei miei assistiti, ha necessità economiche e personali. Per gli altri il ricorso continua».
L’avvocato afferma «sono passati 16 anni e non mi stupisco che alcuni di loro decidano di accettare l’offerta. Ma lo stato si sta comportando in modo davvero poco consono, tanto che gli accordi in sede civile davanti ai giudici di Genova ancora non si trovano. Questo accordo certo non rappresenta una soddisfazione morale».
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«ALCUNE DELLE PARTI CIVILI costituite per il processo sui fatti di Bolzaneto» racconta Sara Busoli, avvocato di alcune di queste nel processo G8/Bolzaneto, «hanno fatto ricorso, in due successive tornate, alla Cedu (Corte europea dei diritti dell’uomo). Nel dicembre 2015 e gennaio 2016 il Governo italiano ha fatto pervenire due analoghe proposte per il regolamento amichevole della vertenza proponendo sostanzialmente di rinunciare al ricorso in cambio di un risarcimento forfettario a ciascuno dei ricorrenti».
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E, continua l’avvocato, «Nella proposta il governo rappresentava il fatto che oramai era in via di approvazione una legge per perseguire il reato di tortura e che per altro lo stato italiano avrebbe adempiuto ai suoi doveri attraverso adeguate indagini e provvedimenti successivi che avrebbero condotto all'identificazione e la condanna dei responsabili ad una pena proporzionata ai delitti commessi. Alcuni dei ricorrenti hanno, legittimamente, ritenuto di accettare la transazione, chiudendo definitivamente un capitolo triste e doloroso della loro vita. Altri, direi la maggioranza, hanno scelto di continuare l’azione intrapresa rifiutando la transazione, ritenendo che qualunque proposta poteva essere presa in considerazione soltanto dopo l’effettiva approvazione della legge e dopo la verifica del contenuto effettivo della medesima. Il comportamento tenuto dallo stato e dai suoi rappresentanti fino a quel momento – dice Busoli – non testimoniava certo a favore della loro credibilità. Mi pare che l’iter della legge sulla tortura e i contenuti proposti, diano purtroppo loro ragione. Al contrario, casi come quelli di Cucchi e Aldrovandi hanno dimostrato quale fosse e quale sia lo stato delle cose e le relative vicende giudiziarie hanno ribadito le medesime risposte da parte dello stato».
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IL GIORNALISTA Lorenzo Guadagnucci, picchiato alla Diaz da uomini che ancora non hanno un nome, è uno di quelli che ha rifiutato il risarcimento. «Ho rifiutato» ha dichiarato «perché il ricorso alla Corte di Strasburgo non l’ho fatto per avere un risarcimento economico ma perché credo che il governo italiano debba fare i conti con le proprie responsabilità, che sono avere negato giustizia alle vittime di Genova, non avere preso sul serio gli abusi commessi, non avere fatto nulla per prevenire il ripetersi di tali violazioni in futuro». «Per quanto mi riguarda» conclude Sara Busoli, «rappresento nel ricorso alla Cedu quattro parti civili già costituite nel processo penale in Italia e nessuno di loro ha accettato la transazione. Tre di loro venivano dalla Diaz, la quarta era giovanissima all'epoca ed è stata portata a Bolzaneto quasi per caso. Lei è quella che mi ha stupita di più. Mi ha chiesto tempo per pensare, poi mi ha chiamata quasi scusandosi per il fatto che proprio non le sembrava giusto accettare».

18.07.2017
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Nel 2016, la disoccupazione fra i 15 e i 24 anni è stata al 37,8%, in calo rispetto al 40,3% del 2015, ma comunque la terza in Europa dopo Grecia (47,3%) e Spagna (44,4%). Chi riesce a trovare un lavoro, invece, in più del 15% dei casi ha contratti atipici (fra i 25 e i 39 anni, nel Regno Unito è meno del 5%, dati 2014)
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L’Italia ha un primato in Europa, ma non è una buona notizia. Il nostro Paese, infatti, è al primo posto (per distacco) per quanto riguarda i NEET, ovvero i giovani dai 15 ai 24 anni che non hanno e non cercano lavoro: in Italia sono il 19,9%, contro una media continentale del 11,5%. Questo, però, non è l’unico dato ‘nostrano’ che si evince dall'indagine 2017 sull'occupazione e sugli sviluppi sociali in Europa (Esde) pubblicata dalla Commissione Europea. L’Italia, infatti, si segnala come uno dei paesi con il maggior numero di lavoratori autonomi in Europa (22,6%); al 20,1%, invece, la differenza fra uomini e donne che lavorano, mentre il numero di persone che vivono in condizioni di povertà estrema (11,9%) è aumentato fra 2015 e 2016, unico caso in Ue con Estonia e Romania.
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Il report, inoltre, evidenzia non solo le difficoltà che i giovani incontrano nell’affacciarsi al mondo del lavoro, ma anche tutte le conseguenze che questo comporta. Nel 2016, la disoccupazione fra i 15 e i 24 anni è stata al 37,8%, in calo rispetto al 40,3% del 2015, ma comunque la terza in Europa dopo Grecia (47,3%) e Spagna (44,4%). Chi riesce a trovare un lavoro, invece, in più del 15% dei casi ha contratti atipici (fra i 25 e i 39 anni, nel Regno Unito è meno del 5%, dati 2014), è “considerevolmente più a rischio precarietà”, e se ha meno di 30 anni guadagna in media meno del 60% di un lavoratore ultrasessantenne. Ne consegue che i giovani italiani escono dal nido familiare e fanno figli fra i 31 e i 32 anni, più tardi rispetto a una decina di anni fa e molto dopo la media Ue, che si arresta intorno ai 26 anni.

Rachele Gonnelli
da il Manifesto
15.07.2017

La strage di donne. L'osservatorio femminista DiRe: in aumento i tentativi di omicidio di donne, sono tre ogni giorno di media.
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La più giovane aveva appena 26 anni, Manuela si chiamava, è stata ammazzata di botte dal convivente che aveva appena lasciato e che prima che spirasse all’ospedale di Cagliari si è tolto la vita.
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La più anziana avrebbe potuto essere sua nonna ma non si sa neanche il nome: aveva 76 anni, è stata soffocata con una busta di plastica dal marito 81enne. Anche lui si è suicidato, lanciandosi da una finestra dell’appartamento al quinto piano di una palazzina romana. Sono solo due delle cinque donne morte negli ultimi due giorni per mano degli uomini che dicevano di amarle.
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Femminicidi efferati dove non si vede pietà o amore ma solo possesso, spesso al termine di lunghe storie di quotidiane violenze.
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Emblematico il caso di Maria Tino, 49enne di Dragoni, nel Casertano. Maria era sopravvissuta un anno fa a venticinque coltellate dell’ex marito, ora detenuto per tentato omicidio. Dopo quel fatto aveva aderito alla campagna di Action Aid contro la violenza sulle donne. È stata freddata a colpi di pistola nei pressi del Comune, giovedì scorso, uccisa «per gelosia» dal nuovo compagno con cui aveva cercato di rifarsi una vita e con cui alla fine aveva deciso di troncare dopo innumerevoli e violente liti anche per strada.
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Lui, Massimo Bianchi, operaio di 61 anni, aveva preteso un ultimo appuntamento chiarificatore. E lei aveva accettato, pur sapendo che si trattava di un rischio, forse sperando che il luogo pubblico, nel pomeriggio, con i negozi e i bar ancora aperti, in pieno centro del paese, l’avrebbe in qualche modo protetta. Così lo aspettava seduta su una panchina nella piazzetta davanti casa. È sceso dall’auto e le ha scaricato contro un caricatore colpendola al torace, quindi ha atteso vicino al corpo insanguinato l’arrivo dei carabinieri.
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A Bari Donata De Bello, 48enne, è stata invece uccisa a coltellate. Il corpo senza vita è stato trovato nella sua camera da letto. Presentava profonde ferite all’addome e al torace, anche se il fendente letale è stato quello alla gola, che le ha reciso di netto la giugulare. L’uomo che l’ha ridotta in questo modo è il suo compagno, Marco Basile di 32 anni. Arrestato, prima ha cercato di scagionarsi sostenendo che si era ferita così da sola mentre lui cercava di calmarla e disarmarla, infine ha confessato ed è ora accusato do omicidio volontario.
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La quinta vittima della strage di metà luglio è una donna di origini rumene residente a Montepulciano, provincia di Siena. Il nome non è stato reso pubblico nel tentativo di proteggere il figlio di nove anni che ha assistito alla scena: quello che avrebbe dovuto fargli da padre che faceva irruzione in casa in piena notte, spaccava tutto, buttava in terra una delle due anziane a cui l’ex compagna faceva da badante, rincorreva lei con un coltello preso in cucina e scappava dalla finestra lasciandola esangue. Operaio di origini catanese si è alla fine consegnato ai carabinieri che lo avevano rintracciato grazie alle cellule telefoniche. Insieme alla vittima avrebbe dovuto presentarsi in mattinata davanti a un giudice per dirimere una vicenda di affitti non pagati.
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Soltanto dieci giorni fa il capo della Polizia in una audizione al Senato aveva parlato di una diminuzione del 40 per cento dei femminicidi nei primi cinque mesi dell’anno. Ma secondo Emanuela Valente dell’osservatorio femminista della rete del centri antiviolenza DiRe «dalle nostre ricerche sulla stampa locale quotidiana questa diminuzione in effetti non risulta, i casi di femminicidio acclarati ad oggi sono 38 e si mantengono sostanzialmente stabili attorno ai cento casi l’anno da anni, concentrati a volte nella prima parte dell’anno , a volte nella seconda».
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DiRe segnala in forte aumento i tentativi di omicidio di donne per mano dei loro ex o mariti: sarebbero in media 3 al giorno quelli denunciati.

Roberto Romano
da il Manifesto
15.07.2017

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Bankitalia. Le ultime stime sulla nostra economia sono rosee, ma si guarda poco all'elemento essenziale: l'occupazione
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Dopo aver letto il Bollettino economico di Banca d’Italia di ieri, qualcuno potrebbe farsi questa domanda: l’Europa e l’Italia sono uscite dalla crisi?
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Alcuni dati potrebbero suggerire una risposta positiva. La crescita del Pil per il 2017 e il 2018, rispettivamente 1,4% e 1,3%, la misurata (0,2%) crescita dell’occupazione, il consolidamento della bilancia commerciale, ormai al 2,6% del Pil, le prospettive di crescita degli investimenti, secondo le dichiarazioni dagli imprenditori, non solo sono leggermente migliori rispetto alle proiezioni dei mesi passati, ma potrebbero suggerire che la situazione economica sia migliorata. Molti opinionisti cavalcheranno queste informazioni sostenendo che le politiche del governo hanno funzionato; altri sottolineeranno che la situazione economica del Paese sarebbe migliorata se avessimo tagliato realmente la spesa pubblica. Il debito pubblico ha raggiunto il «record» di 2.278,9 miliardi, un fardello che crea incertezza e condiziona gli investimenti privati.
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Nel bollettino di Banca d’Italia si profila persino una velata critica alla politica salariale, quando osserva che le retribuzioni contrattuali del settore privato hanno continuato ad aumentare in misura modesta (0,5% rispetto a un anno prima). La preoccupazione di Banca d’Italia e prima ancora della Bce, relativa alla bassa dinamica dei salari, non è un improvviso innamoramento verso il lavoro; l’interesse dei due istituti è proporzionale al rischio deflazione. Infatti, l’inflazione è salita troppo poco (1%), e quel poco d’inflazione è relativa al solo aumento dei prezzi dei beni energetici.
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Bce e Banca d’Italia si sono interrogati sul punto, riconoscendo che qualcosa non funziona nel mercato. Secondo i loro modelli, a certi livelli di disoccupazione dovrebbe pur esserci una spinta inflazionistica da parte dei salari, ma all'orizzonte non si manifesta nulla di tutto ciò. Forse non funziona il modello, oppure è «manipolato». In realtà Bce e Bankitalia avrebbero le informazioni necessarie per comprendere la debole crescita dei salari e quindi dell’inflazione. Se studiamo con attenzione le previsioni economiche della Commissione Ue e del report della Bce (maggio 2017), possiamo comprendere non solo il fallimento generale delle politiche europee e nazionali, ma cogliere anche la portata della crisi e quanto questa sia ancora presente.
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Non basta un rimbalzo «tecnico» e parziale di alcuni indicatori economici per sostenere che viviamo in un mondo migliore. Se la domanda di beni e servizi non è abbastanza solida per recuperare la disoccupazione pregressa, e non è abbastanza dinamica per creare nuovo lavoro, parlare di uscita dalla crisi è un errore. Per ottenere questa risultato servirebbe un tasso di occupazione e disoccupazione reale molto diverso da quello che segnala la statistica ufficiale. Sul punto è bene ricordare che l’Europa e l’Italia hanno un problema di struttura gigantesco: la domanda di lavoro è insufficiente per soddisfare l’offerta di lavoro. Non a caso i salari non crescono e l’inflazione rimane pericolosamente in zona deflazione.
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La Bce e la Banca d’Italia conoscono la vera disoccupazione. Secondo il bollettino Bce di maggio, infatti, la disoccupazione europea reale, cioè la popolazione disoccupata e sottoccupata, è pari al 18%, pari al doppio rispetto alla rilevazione ufficiale Eurostat, mentre la disoccupazione italiana reale è pari al 22%, cioè il doppio rispetto alla stima ufficiale fornita dall'Istat.

La crescita dei salari è troppo bassa? Sarebbe impossibile il contrario. Non è quindi sorprendente la distanza dell’inflazione corrente dal target della Bce (2%). Inoltre, la dinamica salariale nazionale è ancor più contenuta della media europea in ragione della de-specializzata domanda di lavoro delle imprese italiane. Secondo l’Osservatorio statistico dei Consulenti del lavoro, giugno 2017, un esercito di 509 mila italiani si è cancellato dall'anagrafe per trasferirsi all'estero per motivi di lavoro nel periodo 2008-2016, di cui 250 mila sono andati là dove si domanda lavoro a medio e alto contenuto tecnologico c’è.
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Fino a che punto l’Italia si è impoverita? Tanto secondo la recente rilevazione Istat, ma l’aspetto più preoccupante è la crescente povertà tra i giovani. Ma c’è di peggio. Il calo delle immatricolazioni tra il 2001-2 e il 2014-5 è un campanello d’allarme lanciato dai giovani che in pochi vogliono raccogliere: meno 24,5%. In qualche misura si intravede la sfiducia degli stessi che, in ragione di una domanda di lavoro qualitativamente troppo bassa rispetto ai livelli potenziali di sapere legati al percorso universitario, rinunciano ancor prima di cominciare (completare) al percorso formativo.

Siamo usciti dalla crisi? Se così fosse, ne siamo usciti proprio male.

14.07.2017

La realtà di un paese sempre più sofferente, ingiusto e diseguale: è questo che emerge continuamente da ricerche e statistiche, oltre che dalla quotidiana esperienza di ognuno.
Solo 2 giorni fa il dato di 307mila famiglie milionarie, l’1,2% che detengono il 20,9% della ricchezza finanziaria, con la previsione che nei prossimi 4 anni cresceranno e la quota di ricchezza nelle loro mani raggiungerà quasi un quarto del totale.
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Oggi i dati Istat sulla povertà, che cresce ancora, e come era già successo l’anno scorso fa registrare i numeri più alti mai raggiunti dal 2005, cioè dall'inizio delle serie storiche.
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Le persone in condizione di povertà assoluta sono 4 milioni e 742 mila, 150 mila in più rispetto al 2015. Quelle in povertà relativa passano da 8 milioni e 307 mila a 8 milioni e 465 mila. La povertà assoluta passa in un anno dal 19,8% al 23,2% tra le persone in cerca di occupazione, triplica rispetto al 2005 nelle famiglie in cui la persona di riferimento ha meno di 35 anni, ed è doppia rispetto alla media se è un operaio.
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La realtà smentisce ogni propaganda sul superamento della crisi e sulla bontà delle politiche fatte in questi anni.
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Le misure di contrasto alla povertà già presenti nella legge di stabilità del 2015 e poi sistematizzate con quella del 2016 non hanno avuto alcuna efficacia, per le risorse ridicole messe in campo. E come non vedere la connessione tra le politiche per il lavoro e questi dati? Si conferma quello che diciamo da tempo sugli effetti del Jobs Act: gli aumenti dell’occupazione concentrati nella fascia degli over 50 dipendono dalla controriforma Fornero delle pensioni che blocca l’accesso al lavoro dei più giovani. Per questi c’è la disoccupazione o il lavoro sempre più precario e sottopagato.
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E’ il fallimento delle politiche liberiste dei governi Renzi-Gentiloni con quasi 40 miliardi di sgravi e incentivi alle imprese, tagli delle tasse per i più ricchi, precarizzazione del lavoro, nessuna reale misura di contrasto alla povertà mentre continuano i tagli al welfare, alla sanità come al fondo per le politiche sociali.
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La condizione drammatica del paese chiede una svolta radicale: da un ruolo diretto dello Stato nel creare occupazione al reddito minimo, dalla cancellazione della Fornero al rilancio del welfare, con una radicale riforma fiscale che ripristini la progressività delle imposte e istituisca una patrimoniale sulle grandi ricchezze.
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E’ il programma minimo per una sinistra che voglia davvero costruire una alternativa. In fretta, perché dietro ai numeri ci sono le vite impossibili di troppo persone.

13.07.2017
da Fanpage
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Identificato dopo aver criticato pubblicamente durante una manifestazione i decreti Minniti-Orlando e le politiche del governo, ora il giovane avvocato e attivista romano è stato denunciato per “vilipendio della Repubblica, delle istituzioni costituzionali e delle forze armate”.

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Gianluca Dicandia, giovane avvocato romano che si occupa di diritto dell'immigrazione ed attivista della rete ‘Resistenze Meticce', è stato denunciato in base all'articolo 290 del codice penale, che punisce il "vilipendio della Repubblica, delle istituzioni costituzionali e delle forze armate", per aver criticato pubblicamente i decreti Minniti-Orlando durante una manifestazione in piazza del Pantheon a Roma. Era lo scorso 20 giugno, data in cui si celebra la Giornata mondiale del rifugiato, quando ha preso la parola al termine di un flash-mob promosso da Amnesty International a Roma, denunciando le conseguenze dei provvedimenti governativi sulla vita dei migranti e degli ultimi nelle città. Un intervento duro, ma nei binari della critica politica, anche se aspra.
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"È importante denunciare secondo me oggi, a due mesi dall'entrata in vigore del primo dei decreti che porta la firma di Minniti e Orlando, il fatto che i rifugiati, i richiedenti asilo, sono destinatari di norme allucinanti, norme che eliminano qualunque tutela e qualunque possibilità per i migranti di stare nel nostro paese in un modo degno". Scandisce al microfono, per poi spiegare nel dettaglio il perché in tanti in Italia si oppongono alle nuove norme, a cominciare dalla cancellazione della possibilità di fare ricorso per coloro ai quali viene rifiutato lo status di rifugiato. Denuncia poi il clima che si respira nelle città del paese, dove l'ossessione per la sicurezza genera mostri.
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Parole e posizioni che si possono condividere o meno, ma che rimangono, appunto posizioni politiche. Ma quando il giovane avvocato si allontana dal microfono viene avvicinato da due agenti che lo vogliono identificare. Ritengono quelle parole offensive verso le istituzioni, tanto che successivamente chiedono a Riccardo Noury, portavoce di Amnesty, di dissociarsene. "Siamo a un passo dal reato di opinione", scrivevamo su questo giornale il giorno dopo i fatti: ora possiamo dire che con la notifica arrivata al giovane avvocato romano quel passo è stato compiuto.
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La richiesta di identificazione scatena la reazione della piazza che urla "vergogna" all'indirizzo degli agenti e chiede spiegazioni per quella che viene vissuta come un'intimidazione verso chi, pubblicamente e alla luce del sole, con la sola forza della propria opinione, stava protestando contro delle leggi che ritiene ingiuste. Altre persone vengono identificate assieme a Dicandia, ricevendo una denuncia all'articolo 336 del codice penale: "Violenza o minaccia alle forze dell'ordine". L'episodio è stato denunciato anche in Parlamento, con due distinte interrogazioni  – di Arturo Scotto di Mdp – Articolo 1 e di Nicola Fratoianni di Sinistra Italiana – che hanno chiesto chiarezza su quanto accaduto proprio al ministro dell'Interno Marco Minniti.
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"Da quando esprimere un'opinione comporta l'identificazione da parte delle forze di polizia? E' forse un reato criticare i provvedimenti adottati dal Governo a dal Parlamento in Italia? Oppure è diventato vietato citare pubblicamente il nome dei ministri della Repubblica? E soprattutto da quando le forze dell’ordine hanno il mandato di chiedere pubblicamente di dissociarsi a persone su parole pronunciate da altri nel corso di iniziative pubbliche?". Domande poste dall'onorevole Scotto che ancora non hanno avuto una risposta.

Pubblicato il 12 lug 2017
COMUNICATO STAMPA

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strong>Maurizio Acerbo, segretario nazionale di Rifondazione Comunista – Sinistra Europea e
Roberta Famtozzi, responsabile Politiche economiche di Rifondazione Comunista – Sinistra Europea, dichiarano:
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«L’esito era scontato ma resta scandaloso. La Camera ha votato la fiducia al decreto del governo sulle Banche Venete. Quello che ha fatto scrivere al Wall Street Journal, non proprio un giornale bolscevico: “perché Intesa San Paolo si è aggiudicata un accordo così buono sugli asset delle due banche?”.
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Il testo resterebbe sostanzialmente immutato, come da diktat di Intesa.
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Come è noto a Intesa San Paolo vanno subito 5,2 miliardi di risorse pubbliche per la “riorganizzazione” delle due banche venete, lo Stato cioè la collettività si accolla invece oltre ai 5,2 miliardi, i crediti deteriorati, mettendo a disposizione risorse fino a 17 miliardi di euro complessivi.
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Un enorme regalo a Intesa San Paolo, che con il fiume di risorse pubbliche ristrutturerà se stessa e aumenterà i propri utili (secondo le stime di Mediobanca Securities con un aumento del 6% dell’utile atteso per azione), a carico della collettività. Un esempio scandaloso di socializzazione delle perdite e privatizzazione degli utili.
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La strada doveva essere tutt'altra, quella della nazionalizzazione delle Banche, anche aprendo un contenzioso con la UE.
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Una strada ineccepibile a fronte delle risorse ingentissime messe a disposizione. Quelle che non si trovano mai se c’è da finanziare la sanità o la scuola pubblica o il reddito minimo per disoccupati.
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Appare gravissimo che MDP abbia votato la fiducia a questa vergogna. Dopo l’uscita sui voucher, la fiducia sulle banche! Ci pare davvero troppo. Ancora una vota si dimostra che non si tratta di una forza effettivamente alternativa al PD e al neoliberismo».

12.07.2017

Il 14 luglio la Francia celebra la presa della Bastiglia, simbolo dei valori fondanti del paese: libertà, fraternità e uguaglianza.
Valori che si svuotano di senso davanti alle recenti parole e azioni del neo Presidente Macron sull'immigrazione.
Dopo aver respinto - tra il 27 e il 28 giugno scorso - 400 migranti alla frontiera di Ventimiglia, Macron rifiuta un sostegno all'Italia affermando che l'80% delle persone che giungono sulle nostre coste sarebbero dei migranti economici, avvallando l’idea della suddivisione tra “buoni” e “cattivi” migranti.
Idea che viene rapidamente ribadita anche da Minniti con l’annuncio dell’apertura di nuovi hotspot e centri per il rimpatrio nell'obbiettivo di facilitare le espulsioni.
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Il recente Summit di Tallin ha evidenziato il prevalere di egoismi elettorali e calcoli interni, dimostrando l’incapacità di mettere in campo una risposta unitaria e solidale della UE al fenomeno dell’immigrazione, di fronte alle richieste dell’Italia.
Un’unità che emerge solo nel criminalizzare chi salva vite umane e nella pericolosa collaborazione con la Libia e i paesi Africani.
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L’Unione Europea e i governi nazionali hanno evidentemente smarrito il riferimento ai principi veicolati dalla Rivoluzione Francese che sono alla base della democrazia degli stati membri e della Carta dei diritti fondamentali dell'UE.
L'Europa deve diventare una comunità politica, per costruire ponti e non muri, o non conterà più nulla nel mondo.
Per questo, il prossimo 14 luglio - data simbolica non solo per la Francia ma anche per gli altri paesi europei - saremo davanti alle rappresentanze francesi in Italia e ai porti di sbarco per esprimere il nostro dissenso alle recenti proposte del Governo Italiano e alle gravi dichiarazioni degli altri governi europei e del Consiglio europeo.
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Coordinamento Nazionale No Decreto Minniti

11.07.2017
di Francesca Fornario
da il Fatto Quotidiano
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Marco si è sentito male domenica, mentre era con suo fratello e gli amici. Un ragazzo gentile di 24 anni che parlava cinque lingue, impegnato come volontario per tradurre le informazioni ai richiedenti asilo. Si lamentava per i forti dolori all'addome. I crampi che provoca l’appendicite quando si infiamma. È corso in ospedale, dove lo hanno subito dimesso. «Ma io sto malissimo, mi fa male la pancia!», ripeteva. Non gli hanno creduto.

Nelle ore successive i dolori aumentano. La sera, Marco non riesce più a stare in piedi. Suo fratello e i suoi amici lo portano alla farmacia di turno, quella di Piazza Garibaldi, a un passo dalla stazione centrale di Napoli. Il farmacista si rifiuta di aprire la porta. Vede il ragazzo contorcersi per il dolore. Lo pregano di chiamare un’ambulanza. Attendono per più di un’ora, mentre Marco è riverso a terra, ma l’ambulanza non arriva. I ragazzi corrono alla fermata dei taxi più vicina, quella di Piazza Mancini. Per accompagnare Marco in ospedale servono dieci euro per la corsa. «Eccoli!», dicono, ma il tassista si rifiuta di caricarli. «Per piacere, sta malissimo!». Niente da fare. I ragazzi sollevano Marco e lo scortano a un’altra farmacia. Il farmacista osserva il ragazzo e gli suggerisce di acquistare farmaci per quindici euro. Marco inghiotte i farmaci, torna a casa, vomita.
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Suo fratello e i suoi amici tentano di nuovo di chiamare un’ambulanza, invano. Si rivolgono a Mauro, che è medico. Telefona anche lui: «Non possiamo mandare un’ambulanza per un ragazzo che vomita». «Ma sta male – li supplica Mauro – è urgente!». Ricostruisce i fatti parlando al telefono con i colleghi, spiega i sintomi. Marco rantola, ha quasi perso conoscenza. «Niente ambulanza, dovete portarlo a farsi visitare alla guardia medica. Nel caso, poi, l’ambulanza la chiamano loro». Suo fratello e gli amici lo prendono in spalla, corrono disperati verso Piazza Nazionale. Fermano una volante dei Carabinieri ma nemmeno quelli vogliono caricare Marco in macchina. Si rimettono a correre.

Quando arrivano a destinazione Marco non risponde più. I medici capiscono che bisogna chiamare un’ambulanza e operarlo al più presto, ma il più presto era prima.
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Poco dopo l’arrivo in ospedale, Marco è morto.
È morto perché non si chiamava Marco ma Ibrahim Manneh e veniva dalla Costa D’Avorio, come l’abbiamo ribattezzata noi europei nel 1500, quando abbiamo razziato tutti gli elefanti della zona portandoli all’estinzione.

La denuncia è partita dai suoi amici: gli attivisti dello sportello medico e legale gratuito dell’Ex Opg Occupato. Stamattina hanno convocato una conferenza stampa per denunciare questa incredibile storia di razzismo, ingiustizia e malasanità. Non è la prima che denunciano: in un anno di attività ne hanno seguite tante.

Quella della ragazza shrilankese alla quale, dopo il parto, non consentivano di riconoscere sua figlia perché non aveva i documenti. «Se entro dieci giorni non riconosci il bambino che hai partorito, vieni denunciato per abbandono di minore». I documenti li aveva persi nell’incendio che aveva distrutto la casa. I Carabinieri non avevano accettato la denuncia di smarrimento perché la ragazza non aveva i documenti. «Ora la bimba ha otto mesi, si chiama Violetta».

Quelle delle decine di ragazzi bisognosi di cure mediche urgenti e intrappolati anche loro in un Comma 22: per ricevere cure urgenti servivano i documenti che arrivavano dopo mesi. «Abbiamo aperto un tavolo con la prefettura e abbiamo ottenuto una circolare ministeriale che chiarisce che non c’è bisogno dei documenti per essere curati».

Quella delle decine di minorenni soli che arrivano dalla Libia con i segni della tortura addosso: «Li legano, li gettano a terra, li percuotono sotto i piedi e sulle gambe con i bastoni chiodati fino a spaccargli le ossa. Un ragazzo che abbiamo appena visitato ha perso un occhio per una manganellata». Siccome sono ferite cicatrizzate, all'ospedale non vengono refertate, quando invece sarebbe necessario per ottenere asilo politico.

Quella di Chek, che rischiava di finire come Ibrahim. «Per mesi lo hanno ricoverato e dimesso senza fargli analisi. Solo grazie al nostro intervento e dopo molte insistenze hanno acconsentito a fargli un emocromo e una elettroforesi dell’emoglobina che ha confermato il nostro sospetto: Chek ha un’anemia falciforme omozigote. Adesso sarà seguito da un centro specialistico e curato in modo adeguato ma se fosse morto, chi avrebbe spiegato perché ai suoi genitori? Chi spiega il perché per i tanti figli che muoiono attraversando deserti e mari?».

L’ambulatorio popolare dell’Ex Opg va avanti grazie a una rete di medici volontari. «Molti di loro non hanno alcuna appartenenza politica», spiega Mauro Romualdo, che voleva partire come medico volontario per l’Africa ma poi l’Africa l’ha trovata a Napoli. Ci sono specialisti di medicina generale, il ginecologo Enrico che lavora in una struttura convenzionata, l’ortopedico Francesco detto Ciccio, un primario in pensione, una pneumologa, una psichiatra del Policlinico, specializzandi in Infettologia, medicina interna legale, infermieri e psichiatri allo sportello di ascolto e sostegno psicologico. L’ambulatorio si è costituito grazie alle donazioni, come i due ecografi arrivati da un ginecologo in pensione. «Sono tante le gravidanze che abbiamo seguito. Da poco è nato Denis, il figlio di una ragazza cinese. «Non parlava italiano, ci capivamo traducendo sul telefono». Per questo, all’Ex Opg ci sono anche i corsi gratuiti di italiano. «Vengono a farsi visitare anche tanti abitanti del quartiere e delle altre zone di Napoli. Un napoletano che non sapeva leggere e scrivere sta imparando qui». Il controllo popolare della salute, lo chiamano.

Garantire le cure mediche ma anche l’istruzione, l’assistenza legale contro lo sfruttamento e il lavoro nero, il doposcuola, l’asilo, perché le cure non sono solo le medicine, cura è prendersi cura, capire i bisogni, ascoltare. Per salvare Ibrahim sarebbe bastato ascoltarlo e invece è morto di razzismo: un male incurabile, sebbene la ricerca stia facendo passi avanti e passi indietro. Passi indietro a Chioggia, passi avanti a Napoli, all’Ex Opg, dove si aiutano gli immigrati a casa loro, cioè qui.

Sulla vicenda il sindaco di Napoli Luigi de Magistris ha detto: “Bisogna accertare eventuali responsabilità sulla morte del 24enne ivoriano”

Daniela Preziosi
da il Manifesto
11.07.2017

La polemica con Bruxelles era cercata. Ed è arrivata. La minaccia di Matteo Renzi di porre il veto all’introduzione del fiscal compact nei trattati europei, contenuta nel libro «Avanti» (sarà presentato mercoledì), riceve prima l’accoglienza gelida del presidente della Commissione Junker: dal suo entourage viene liquidata come «tattica pre-elettorale». Poi è il presidente dell’eurogruppo Dijsselbloem a bocciare l’idea di mantenere il deficit italiano al 2,9%: «È fuori dalle regole Ue».

Il socialista olandese è quel personaggi che a marzo aveva fatto un’odiosa gaffe continentale accusando i paesi del Sud di «spendere tutti i soldi per alcol e donne e poi chiedere aiuto». Così per Renzi la sua obiezione è un assist: il presidente ha «un pregiudizio», «non si rende conto che di fiscal compact e austerity l’Europa muore», replica, con una coda di veleno, «alle sue elezioni ha preso il 5 per cento».

MA A BRUXELLES TIRA UN VENTO gelido sull’ultima sparata renziana. Il commissario economico Moscovici spiega che «l’Italia non può lamentarsi, è stato l’unico paese che ha beneficiato di tutte le flessibilità che offre il Patto». Per la portavoce della commissione Schinas l’istituzione «ha una relazione molto buona» con il premier Gentiloni e il ministro Padoan quindi non commenta «parole di persone al di fuori di questa cerchia». Gli off the record sono più ruvidi: Renzi «ha scritto un libro» e la Commissione non «si fa trascinare» nel dibattito nazionale.

MA L’USCITA DI RENZI fa scendere il freddo anche al Nazareno svuotato dal caldaccio romano. Nel Pd tutti o quasi si tengono alla larga da un tema destinato a creare imbarazzo al governo in carica. Solo il ministro Delrio solidarizza nell’autocritica: «Firmare il fiscal compact e il pareggio di bilancio in Costituzione è stato un grave errore», dice alla Stampa.

Il ministro Padoan apprende della nuova linea di Renzi proprio a Bruxelles, quando sta per entrare nella riunione dell’Eurogruppo. In agenda per la sera ha una cena con il collega falco tedesco Schaeuble e quello francese Le Maire. «Mi sembrano temi per la prossima legislatura», dice ai cronisti. Un mese fa lui ha avanzato una proposta tutta diversa, la correzione del deficit di 0,3 del reddito nazionale, ovvero tagli per 5 miliardi.

TANTO CHE A MEZZO pomeriggio lo stesso Renzi deve chiarire che il ragionamento del ministro è giusto, «si tratta di una proposta di legislatura: non possiamo darla a Paolo e Padoan, il cui governo ha davanti qualche mese». Una cosa del genere «può sostenerla solo un governo che abbia un mandato ampio», spiega a chi gli chiede, per questo era favorevole al voto anticipato, «quello che si riesce a ottenere dall’Europa dipende dalla forza dei leader».

MA LA «FORZA DEI LEADER» dipende anche dalla loro credibilità. Ed è su questo che la proposta di Renzi fa acqua. La «minaccia» non è una novità. Renzi l’aveva già avanzata lo scorso 9 aprile alla Convention per le primarie Pd: «Se vincerò, il Pd proporrà di mettere il veto all’inserimento del fiscal compact nei trattati istitutivi dell’Ue», aveva detto.

PECCATO CHE GIÀ DA TEMPO il Pd votato il primo via libera. Il 16 febbraio infatti il parlamento europeo ha votato due relazioni, una a firma del liberale belga Verhofstadt e un’altra di larga intesa a firma del popolare Brok e della piddina Bresso in cui si chiede, tra l’altro, «l’integrazione del trattato sulla stabilità, sul coordinamento e sulla governance nell’Unione economica e monetaria» ovvero il fiscal compact, «nel quadro giuridico dell’Ue». Dal Pd erano arrivati quasi tutti sì, giusto «qualche astenuto. Ma nessun no», aveva denunciato al manifesto l’europarlamentare Sergio Cofferati.

Insomma, la proposta di Renzi è solo propaganda, almeno per ora. Peccato perché sarebbe «interessante», spiega Stefano Fassina (Si) avversario di sempre di Renzi e responsabile economico del Pd di Bersani (ma contrario al fiscal compact dai tempi), anche se «le risorse liberate vengono interamente impegnate a ridurre le tasse». Cosa che non piace a sinistra. È velenosa la polemica fra il presidente Orfini e Bersani. Il primo attacca: «Bersani, che ci fece approvare senza discussione il fiscal compact, oggi dice che siamo di destra perché lo vogliamo superare. Tutto torna». Il secondo: «La differenza tra la sinistra e la destra è che la destra pensa che basti togliere tasse ai ricchi così che la crescita riparta, la sinistra invece pensa che quel che hai, se lo metti in investimenti pubblici e privati, allora potrai dare un po’ di lavoro». E avverte: «Se quest’anno il governo facesse una ricetta del genere non si aspettino che la supportiamo».

10.07.2017
COMUNICATO STAMPA
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Maurizio Acerbo, segretario nazionale di Rifondazione Comunista – Sinistra Europea, ha dichiarato:
«Il rinvio a giudizio dei cinque carabinieri coinvolti nella morte di Stefano Cucchi è una buona notizia: siamo vicini a Ilaria e alla sua famiglia, nella coraggiosa battaglia per avere verità e giustizia. Spiace constatare che proprio sul reato di tortura non è stato fatto abbastanza: l’Italia aveva bisogno di una legge efficace e applicabile, dopo vicende come quella di Stefano Cucchi, dopo il G8 di Genova e dopo le tante, troppe, vicende di mala polizia. Vogliamo vivere in uno stato di diritto non nell’Egitto di Al-Sisi o nella Turchia di Erdogan!».

09.07.2017
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Se mai il genio di Rignano ha avuto un briciolo di ragione e sentimento con questa sua ultima uscita: ”Non abbiamo il dovere morale di accoglierli. Aiutiamoli a casa loro” ha finalmente e definitivamente dimostrato che con il concetto di sinistra nulla ha a che spartire.
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Abbracciare le idee xenofobe leghiste e fasciste per raccattare qualche voto in più per le prossime elezioni dimostra di che creta è fatto l’uomo fiorentino.
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Che profondità politica, che illuminato concetto, che totale disconoscimento della geografia e della storia delle persone che pur di sfuggire a tragedie enormi come guerre, olocausti e carestie, causate dal nostro bisogno di materie prime, di gas e di petrolio, si imbarcano a decine su gommoni e natanti che a mala pena potrebbero portarne la metà, rischiando di morire affogati.
Tutti commossi per il piccolo trovato morto sulla spiaggia, ma ogni giorno altri piccoli con le loro madri subiscono la stessa atroce sorte.
Ci va Renzi in quei paesi a far finire le guerre? No, continuiamo a mandarci armi e soldati.
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Ci va il presuntuoso fiorentino a dire all'Isis che l’occidente ha sbagliato ad armarli, ma che è ora di farla finita di sgozzare persone e far piangere tante mamme?
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“Aiutiamoli a casa loro”, ma il segretario del PD s’è dimenticato che a centinaia non hanno più casa e a migliaia muoiono di fame perché i “signori della guerra” li hanno espropriati di tutto.
Non solo sul nostro paese si stanno addensando brutti venti che diventeranno tempeste, ma in tutta Europa sarà uguale, e non saranno i profughi a farci paura, ce la faremo tra di noi per come siamo diventati.
E cosa ridicola per l’Europa la colpa di tutto ciò sarebbe delle Organizzazioni che ogni giorno salvano le persone che rischiano di affogare nel mare nostrum.

OBE

Massimo Franchi
il Manifesto
09.07.2017
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Anticipo, 14esima, giovani. Renzi parla di «svolta sociale». Ma ha fatto solo piccole concessioni agli odiati sindacati
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La propaganda governativa e renziana in questi ultimi tempi si sta vendendo una supposta «svolta sociale» su uno dei temi più sentiti e popolari: le pensioni. Lo storytelling spaccia come grandi risultati voluti dallo stesso Renzi la 14esima appena erogata ai pensionati, l’Ape nella sua versione Sociale e quella Volontaria che tarda ad arrivare. In più si danno per già decisi gli interventi sulle pensioni dei giovani.
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LA REALTÀ è – come al solito quando parlano Renzi e renziani – ben diversa. A partire dalla volontà di raggiungere questi obiettivi e di come lo sono stati. Le pressioni per ottenere ognuno di questi provvedimenti è infatti arrivato dalla parte dei sindacati spalleggiati dall’opposizione di sinistra e – ma neanche sempre – dalla minoranza Pd. Cgil, Cisl e Uil fin dal 2014 hanno lanciato una «piattaforma unitaria» sul tema. I primi punti della Piattaforma votata dagli esecutivi delle tre confederazioni il 10 luglio 2014 recitava: «Tutela dei giovani e adeguatezza delle pensioni», «Accesso flessibile al pensionamento», «Rivalutazione delle pensioni».
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RENZI A QUEL TEMPO era presidente del Consiglio da quattro mesi e vedeva i sindacati – e le loro proposte – come fumo negli occhi. Li ha incontrati una sola volta: l’8 ottobre di quell’anno e solo per un’ora e 46 minuti, riaprendo per quella sola volta la Sala Verde di palazzo Chigi simbolo delle riunioni del periodo della concertazione. Invece di seguire le richieste del sindacato nel frattempo ha: tolto l’Imu indistintamente, appoggiato tutte le richieste di Confindustria, tolto l’articolo 18 assieme a buona parte dei diritti del lavoro.
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Tre anni dopo tanta acqua è passata sotto i ponti. E solo per cercare di recuperare qualche voto in vista del referendum costituzionale – poi perso sonoramente – Renzi ha dato mandato ai suoi economisti (Tommaso Nannicini, Marco Leonardi e Luigi Marattin) di trattare con i sindacati qualche contentino sociale in vista della manovra 2016. La trattativa in realtà è stata portata avanti dal ministro del Lavoro Giuliano Poletti ma cifre e strumenti venivano decisi dai consulenti di palazzo Chigi.
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I sindacati confederali spalleggiati da quelli dei pensionati (Spi Cgil, Fnp Cisl e Uilp) dopo lunghi tira e molla lo scorso settembre hanno portato a casa qualche risultato. Che naturalmente, ora che viene erogato, Renzi spaccia per farina del suo sacco.
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PARTIAMO DAL PIÙ RECENTE e fattivo: la 14esima. Renzi si vanta «di averla data a 3,5 milioni di pensionati». I fatti sono ben diversi. La 14esima è stata introdotta dal governo Prodi nel 2007, ministro del Lavoro Cesare Damiano. È sempre stata erogata per oltre 2 milioni di pensionati. L’accordo coi sindacati ha permesso di allargare la platea e di aumentarne l’entità per chi già la prendeva. Nello specifico: spetta dal 64esimo anno di età e, per i due milioni di pensionati il cui reddito non supera una volta e mezzo il trattamento minimo (che già la prendevano) è divisa in tre fasce a seconda degli anni di contributi (dai 15 ai 25 e più) e del reddito (solo sotto i 10.441,86 euro) e varia dai 437 ai 655 euro sia per ex lavoratori dipendenti che autonomi. Viene erogata per la prima volta a chi ha un reddito compreso tra una volta e mezzo e due volete il trattamento minimo (inferiore ai 13.553,14 euro) con tre scaglioni: fino a 15 anni di contributi sono 336 euro; da 15 a 25 anni sono 420 euro, oltre i 25 anni sono 504 euro. Insomma, si tratta di una tantum significativa ma che di certo non cambia la situazione ai pensionati poveri. Passiamo ora ad uno dei tanti acronimi inventati dai renziani. Si tratta dell’Ape che sta per Anticipo pensionistico. Anche qui, dopo una lunga trattativa i sindacati hanno spuntato qualcosa che per la prima volta si avvicina alla tanto richiesta flessibilità in uscita.
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NELLO SPECIFICO però solo la versione Sociale è la possibilità di andare in pensione in anticipo. Il problema già denunciato da Cgil, Cisl e Uil è che le categorie a cui viene data questa possibilità sono poche, tante le escluse: prima fra tutti quella degli edili che rimarranno sui ponteggi fino a 67 anni. I paletti messi infatti sono molto stretti, così come la procedura di richiesta. Le quattro categorie “coperte” che possono fare domanda dallo scorso primo maggio sono: i disoccupati da almeno tre mesi (in pratica le migliaia di esodati dalla Fornero non coperti da alcuna salvaguardia); chi assiste un familiare o è invalido civile almeno al 74 per cento e, infine, coloro che svolgono o hanno svolto per almeno sei anni «in via continuativa» un lavoro gravoso: in pratica facchini, operai siderurgici, macchinisti, maestre di asilo, addetto alle pulizie. Ma anche per loro dimostrare di avere fatto queste mansioni per sei anni consecutivi non è facile, specie se si è lavorato in nero oppure molti anni fa visto che è richiesta la documentazione dell’azienda presso cui si è operato con contratti e busta paga annesse.
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PARLARE DI SUCCESSO come fa Renzi dunque per le «35 mila persone che ottengono l’Ape social» è quanto meno prematuro. Vedremo quante domande saranno accettate. Con la certezza però che i fondi previsti – 300 milioni per quest’anno – basteranno solo per circa 60mila persone. Chi fa la domanda in ritardo sa già che non otterrà l’assegno, il cui importo massimo è di 1.500 lordi.
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SE SULL’APE SOCIAL Renzi può fare annunci, per la versione «volontaria» i ritardi iniziano ad essere imbarazzanti. Al ministero del Lavoro i tecnici sono infuriati. Il decreto attuativo è stato scritto «coi piedi dai consulenti di palazzo Chigi che invece parlano di ritardi burocratici», dicono. Il consulente di palazzo Chigi Marco Leonardi sosteneva che fosse «pronto da Pasqua». Ora se va bene sarà pronto «entro l’estate». Di certo servono pareri su pareri (Corte dei Conti in primis) perché lo strumento è stato costruito quanto meno in modo bizzarro: si tratta di un prestito che ha bisogno di garanzie bancarie e di assicurazioni in caso di morte del beneficiario (rischio di premorienza) che il lavoratore ripagherà in 20 anni. Il tutto per avere 3 anni e 7 mesi di anticipo. Per la richiesta serve aver compiuto 63 anni e avere 20 anni di contributi. Ma il costo è così alto – anche se così difficile da calcolare che esistono poche certezze – che scoraggerà i più: si parla di circa il 3-4 per cento annuo.
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L’ULTIMO CAPITOLO È quello dei giovani. Era il primo nella piattaforma dei sindacati. Niente è stato fatto. Doveva essere la «Fase due» della trattativa. Ma anche dall’ultimo incontro di qualche giorno fa non è uscito niente. Come al solito il governo si è venduto un nuovo acronimo. Questa volta si chiama Rita: Rendita integrativa temporanea anticipata. Si tratta semplicemente della possibilità di ottenere un assegno “ponte” utilizzando già a 63 anni il montante accumulato nella previdenza integrativa. Ma i giovani iscritti alla previdenza complemetare sono pochissimi. E vedono i 63 anni come si guarda Urano.
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LA PROSPETTIVA AD OGGI per i giovani è quella di andare in pensione a 70 anni, di non avere la pensione minima (la riforma Dini l’ha abolita per chi andrà in pensione col metodo contributivo) e con un assegno ridicolo. Anche il ricongiungimento gratuito dei contributi versati in enti diversi chiesto a gran voce da Tito Boeri è ancora una utopia.
Ancor di più la pensione di garanzia proposta dall’economista delle Sapienza di Roma Michele Raitano che garantirebbe un’integrazione statale per ogni anno in cui i contributi sono sotto una soglia minima. Il tutto per limitare l’aggravio sul bilancio e spostarlo oltre il 2040. L’alternativa è la proposta Damiano-Gnecchi: una nuova pensione minima per chi andrà in pensione con il solo contributivo a carico della fiscalità generale. Una «pensione di base» per tutti di 442 euro (rivalutabili), «finanziata dalla fiscalità generale», a patto di avere almeno 15 anni di contributi versati. Da sommare a quella maturata da ciascuno.
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IL GOVERNO PER ORA non si sbilancia. La ragione? Forse che una misura così a lungo raggio non dà vantaggi di consenso immediati. L’unica cosa che a Renzi interessa. A costo di raccontare balle su balle.

Massimo Franchi
da Il Manifesto
07.07.2017

Voucher. La paga oraria per il "Libretto famiglia" era di 10 euro nella legge. Nella Circolare di Boeri cala a 8. La denuncia di Mdp
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Le sorprese sui voucher non finiscono mai. E sono sempre negative. Se il presidente della Repubblica il 23 giugno aveva inviato una irrituale richiesta al governo di spiegazioni sulla nuova normativa «per evitare possibili abusi» prima di promulgare la legge di conversione della manovrina correttiva che istituisce i nuovi «buoni lavoro», ora si scopre che anche la circolare dell’Inps con cui si gestirà la nuova normativa contiene un’amara sorpresa per i neo-voucheristi: per chi lavorerà con il «Libretto famiglia» – il nuovo strumento per pagare nanny e badanti occasionali – invece dei 10 euro netti l’ora previsti dalla legge la paga cala a 8 euro: i 2 euro di contributi che dovevano essere a carico dei datori – in questo caso le famiglie – sono invece sottratti alle tasche dei lavoratori.

A denunciare la beffa è Giovanna Martelli, capogruppo in commissione lavoro di Mdp. «Nel testo della legge la disposizione relativa alla retribuzione oraria tramite libretto famiglia era chiara: 10 euro con contributi e assicurazione totalmente a carico del datore di lavoro. L’Inps invece scippa due euro ai lavoratori riducendo il costo orario a 8 euro – spiega – . Probabilmente l’interpretazione forzata e scorretta dell’Inps nasce dall’incongruenza che i lavoretti per le famiglie sono pagati un euro in più del lavoro occasionale in azienda (9 euro, ndr), ma la norma non lascia spazio alcuno ad interpretazioni. È la prova di quanto avevamo abbondantemente denunciato: una normativa delicata come quella del lavoro occasionale non poteva essere approvata in fretta e furia con un emendamento ad una manovra economica. Ora il governo deve rimediare. Presenterò un’interrogazione a Poletti», conclude Martelli.

Per il resto la Circolare Inps non fuga assolutamente i dubbi sul rischio abusi che Mattarella, riprendendo le critiche della Cgil e di molti giuslavoristi, aveva chiesto di fugare. Nella risposta il governo sosteneva che l’Inps «emanerà entro il 30 giugno una circolare per illustrare le nuove procedure» e «varerà il 10 luglio la piattaforma telematica che non consentirà l’insorgenza di abusi». Il consigliere economico del governo Marco Leonardi al Sole 24 Ore spiegava: «Si consentirà al lavoratore di accedere alla piattaforma online. In questo modo l’interessato potrà convalidare la prestazione, che quindi non potrà più essere revocata». Ebbene, la Circolare è arrivata con 5 giorni di ritardo, ma non chiarisce affatto come evitare che il datore di lavoro possa cancellare l’attivazione dopo 72 ore (3 giorni) non avendo avuto alcun controllo. E dunque pagare tranquillamente in nero il neo-voucherista. Esattamente come prima.

L’altra sorpresa della circolare Inps la autodenunciano i consulenti del lavoro: «Per attivare le prestazioni i datori potranno rivolgersi anche a noi come intermediari abilitati». Un regalo del governo a loro. E mica da niente. Si faranno lautamente pagare.

Adriana Pollice
da il Manifesto
05.07.2017

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Istat. Crollo della spesa sanitaria. Per la spesa publica Francia e Germania stanziano 4mila euro per abitante, l’Italia poco più di 2 mila.
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Nel 2014 la spesa sanitaria dell’Italia è stata «significativamente inferiore» rispetto a quella di altri paesi dell’Unione europea, sia in termini di valore pro capite sia in rapporto al Pil. È quanto ha certificato ieri l’Istat fornendo i dati del periodo 2012-2016: a fronte dei circa 2.404 euro per abitante spesi in Italia, Regno Unito, Francia e Germania hanno stanziato tra i 3mila e i 4mila euro per abitante; Danimarca, Svezia e Lussemburgo intorno ai 5mila euro. In rapporto al Pil, la spesa è stata vicina all’11% in Francia e Germania, appena inferiore al 10% nel Regno Unito, di circa il 9% in Italia e Spagna.
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Nel 2016 la spesa sanitaria corrente è stata pari a 149.500 milioni di euro (2.466 euro pro capite), con un’incidenza sul Pil dell’8,9%, sostenuta per il 75% dal settore pubblico. La spesa sanitaria privata nel 2016 è pari a 37.318 milioni di euro, con un’incidenza rispetto al Pil del 2,2%, il 90,9% a carico dalle famiglie. La spesa per cura e riabilitazione è stata pari a 82.032 milioni di euro, con un’incidenza del 54,9% sul totale della spesa sanitaria e del 4,9% sul Pil. Poi ci sono i prodotti farmaceutici e gli apparecchi terapeutici, con 31.106 milioni di euro e una quota del 20,8% del totale. Gli ospedali sono i principali erogatori di assistenza con un’incidenza del 45,5% sul totale della spesa corrente. Al secondo posto gli ambulatori che pesano per il 22,4%. Terza l’assistenza a lungo termine, che incide per il 10,1%.
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La Cgil lancia l’allarme: «Dobbiamo smascherare il gioco in atto sul Sistema sanitario nazionale: nessuno dice che bisogna cambiarlo ma lo fanno, costruendo nella pratica un altro sistema dove chi ha i mezzi si rivolge al privato mentre il pubblico svolge un ruolo residuale per i poveri» ha spiegato Susanna Camusso ieri a Roma, chiudendo il convegno «Una Sanità pubblica, forte, di qualità per tutti». Una giornata di studi servita a costruire una piattaforma condivisa con Cisl e Uil per riaprire il confronto con il governo. L’apertura è stata affidata a Rosy Bindi, ministra della Salute dal 1996 al 2000, che ha spiegato: «Dobbiamo costruire un movimento sociale, culturale e politico sul significato dell’opera pubblica più importante di cui si è dotata l’Italia negli anni ’70».
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Al primo posto della piattaforma sindacale ci sono le risorse: il Documento di economia e finanza prevede per il 2019 un crollo del rapporto spesa sanitaria-Pil al 6,4%, è necessario invece portare l’investimento nella media dei primi quindici paesi Ue. E poi i risparmi ottenuti dalla razionalizzazione della spesa vanno reinvestiti nel comparto, il finanziamento delle regioni va aggiornato. Oggi pesa l’età media: più è alta maggiori sono i fondi (così la Liguria ottiene più della Campania, che ha l’età media più bassa del paese). Occorre bilanciare il riparto con l’incidenza delle difficoltà economiche e sociali e la situazione epidemiologica. Altro nodo cruciale sono i superticket: «Il loro peso è diventato insopportabile, come segnala persino la Corte dei Conti» spiega la Cgil. Il loro proliferare e le differenze tra regioni hanno generato distorsioni: la fuga verso il privato, la rinuncia alle cure, l’emigrazione sanitaria in altre regioni. Il risultato è stato un minore introito per il pubblico cioè un nuovo tassello nel suo progressivo smantellamento. Stesso discorso per le liste d’attesa.
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Nelle regioni in Piano di rientro i tagli lineari hanno squassato il servizio, Camusso critica le gestioni commissariali: «Una gigantesca modalità per non assumersi responsabilità politiche e sfuggire alla normalità della gestione». Per uscirne è necessaria la lotta alla corruzione e agli spechi, verificare i centri accreditati dove spesso si crea un mercato protetto a danno del pubblico, vigilare sull'applicazione dei Livelli essenziali di assistenza. Ci vuole, in sintesi, una nuova organizzazione che tenga anche conto delle differenze di genere, più prevenzione, integrazione tra sanità e servizi sociali, investimenti pubblici in innovazione. Cambiare la politica del numero chiuso nelle università pubbliche, che sta favorendo gli atenei privati finanziati da imprese e industrie del farmaco.
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Un capitolo della relazione Camusso l’ha dedicato al tema del lavoro in Sanità: «La rincorsa al privato è stata accompagnata dalla svalorizzazione del pubblico, i dipendenti definiti tutti parassiti. Si è instaurata una gerarchia: nella stessa struttura convivono il dipendente della ditta in appalto e quello della cooperativa chiamata in soccorso, considerati differenti dal lavoratore pubblico. Hanno retribuzioni inferiori, mansioni variabili in base alla cifra d’appalto, condizioni contrattuali peggiori e scarso riconoscimento. Le esternalizzazioni, poi, hanno solo fatto spendere di più». La Cgil chiede quindi di superare le precarietà, «salvaguardando e aumentando i livelli di occupazione, rinnovando e rispettando i contratti, vigilando sugli appalti».

Alfonso Gianni
da il Manifesto
04.07.2017

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Dopo le trombe suonate ad aprile a gonfie gote, l’Istat ci riporta malinconicamente su valutazioni più realistiche riguardo all'andamento dell’occupazione. Una doccia fredda per gli squillanti twitter di presidenti e ministri.
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Dopo alcuni mesi in parte positivi, ma non per tutte le classi d’età come ormai ben sappiamo, la stima Istat di maggio registra 51 mila occupati in meno rispetto al mese precedente. La ripresa dell’occupazione già batte in testa. Il tasso di disoccupazione risale a 11,3%, due punti in più della media dell'Euro zona, stimata da Eurostat a 9,3% per il mese di maggio.
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La quota dei senza lavoro tra i giovani aumenta di 1,8 punti su aprile salendo complessivamente al 37%.
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LA TERZA PEGGIORE PERFORMANCE DOPO GRECIA E SPAGNA
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Il dato è ovviamente congiunturale, quindi da solo non è in grado di invertire una dinamica su base annua ancora descritta come moderatamente positiva. Ma certamente segna una battuta d’arresto su un piano sul quale bisognerebbe invece correre e non zoppicare. Non solo, ma questi dati confermano un trend occupazionale qualitativamente negativo. Infatti gli aumenti occupazionali, quando ci sono, si verificano tra gli ultracinquantenni e tra gli assunti con contratti a termine.
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In sostanza la nostra occupazione invecchia, a causa della legge Fornero che costringe assurdamente a una vita lavorativa più lunga per avere una pensione già modesta. Nello stesso tempo si precarizza.
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Dopo la fine degli incentivi i datori di lavoro sono tornati al loro caro contratto a termine, rivisto in maniera ultraliberalizzata dal primo decreto Poletti. Le conseguenze sulla qualità complessiva del nostro sistema produttivo sono degradanti e depressive. La mancanza di continuità, e di sicurezza nella medesima, nel rapporto di lavoro, ne mina profondamente la qualità, come si può intuire senza bisogno del conforto di statistiche.
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Allo stesso modo riesce difficile immaginare l’entusiasmo e l’impegno nel lavoro da parte di chi è costretto a restarvi solamente dalle nuove regole che hanno allungato l’età pensionabile.
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Parlare di aumento della produttività in queste condizioni è semplicemente illusorio, peggio offensivo dell’intelligenza di chiunque. Sia che si faccia riferimento alla produttività del lavoro che a quella più generale del sistema. E siccome legare le retribuzioni alla produttività – sempre al di sotto della stessa, intendiamoci bene – è diventato un mantra costante del neoliberismo in tutte le sue possibili versioni – vedi anche quello che Macron sta preparando in Francia – il cane si mangia la coda.
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In questo modo pensare di aumentare la domanda rilanciando i consumi popolari appare impossibile. Anche l’inflazione a giugno rallenta a più 1,2%. In calo è il «carrello della spesa», ovvero i beni di prima necessità. Investimenti, pubblici o privati: neanche a parlarne. Il governatore di Bankitalia vuole un avanzo primario del 4% per dieci, tristissimi, anni consecutivi. Sperare in questo quadro di aggredire il rapporto debito/Pil dal versante della crescita del denominatore, anziché da quello della riduzione della spesa sociale, cioè del numeratore, è un pio desiderio.
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In più le previsioni, a cominciare dall’Ocse, per l’anno che verrà, sono tutte pessimistiche per la crescita. Si stabilizza l’ombra lunga della stagnazione secolare.
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Anche se durerà fino a tutto il 2017 il Quantitative Easing prima o poi dovrà terminare. Si parla dell’inizio del tapering da gennaio 2018, a colpi di 10 miliardi in meno al mese di acquisti di titoli di stato. In sei mesi sarebbe tutto finito, a meno di un nuovo coup de théatre à la Mario Draghi.
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Forse l’aumento dei tassi non sarà immediatamente successivo alla fine del QE, ma certo non si farà attendere molto. Affrontare tutto questo già in cattive condizioni è una pessima prospettiva. Ecco perché i dati sull’occupazione di maggio, se li leggiamo con sguardo lungo, sono allarmanti oltre che in sé, per il potenziale negativo che contengono e rivelano. Tutto male, quindi? Non per tutti. Qualcosa che «cresce» c’è anche da noi.
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Ce ne parla la struttura preposta di Bankitalia che ha tagliato l’ambito traguardo delle 100mila segnalazioni di operazioni finanziarie sospette (riciclaggio). Sono più che raddoppiate nell’ultimo lustro. Un trend invidiabile e naturalmente su questo incide la voluntary disclosure, ossia il rientro di capitali illegalmente detenuti all’estero senza pagare pegno, con massima concentrazione in Lombardia, terra poco patriottica in questo campo. Non mancano segnalazioni per sospetto finanziamento di azioni terroristiche. Siamo più poveri, ma al passo coi tempi.

Pubblicato il 29.06.2017
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L'arrivo in una settimana di 12 mila persone provenienti dall'inferno libico ha portato l’Italia ad una decisione senza precedenti.
Quella di comunicare alla Commissione Europea l’intenzione di vietare l’ingresso nei porti italiani alle navi umanitarie che prestano soccorso al largo della Libia.
All'egoismo e alle barriere proclamate da tempo con la “Fortezza Europa” e che hanno causato decine di migliaia di vittime in mare, oltre 2200 già nel 2017, l’Italia risponde con la stessa moneta.
Pensare di fermare gli arrivi bloccando di fatto i soccorsi significa diventare responsabili consapevoli di ogni strage che avverrà.
L’Europa deve accogliere, il governo italiano non può, per miseri calcoli elettorali e di consenso, voltarsi dall'altra parte.
Ad uccidere ancora una volta non sarà il mare ma le leggi degli uomini.
Non ci stupisce il plauso di M5S, Lega Nord e Forza Italia all’annuncio del governo.

Maurizio Acerbo
Stefano Galieni

Pubblicato il 28.06.2017
di Monica Di Sisto
da Il Manifesto

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Se la sinistra nel nostro paese è pronta a battersi, scomunicarsi e frazionarsi fino all’ultimo dei suoi atomi su tutte le condizioni, interne e esterne, che la portano a istituirsi, da molti anni è considerata indiscutibile da molti opinion leader l’arena in cui ci si gioca l’assetto produttivo e industriale del paese.
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È come se la direzione in cui ci sta portando l’Europa – schiacciamento sull’export senza alcuna attenzione per la densità produttiva, manifatturiera e industriale, del paese, figuriamoci per l’occupazione o per l’ambiente – sia non negoziabile o trascurabile.
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Questo silenzio urla quando, come in questi giorni, come campagna Stop Ttip Italia, insieme a un’ampia coalizione che va da Coldiretti a Cgil, dall’Arci a Acli terra, da Greenpeace a Legambiente alle principali associazioni dei consumatori, ci stiamo battendo con un Libro bianco comune e a colpi di dossier con cifre e fatti, contro la ratifica affrettata da parte del Parlamento italiano del trattato Ceta di liberalizzazione degli scambi tra Europa e Canada.
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E ieri la commissione Affari esteri del Senato, mentre noi eravamo in piazza del Pantheon a chiedere ai senatori di fermare la ratifica del trattato e riaprire in Europa una discussione più intelligente sulla struttura e la funzione del commercio al servizio delle comunità, dei diritti e dell’ambiente, una maggioranza Pd-Forza Italia-Ap-Autonomie batte Si, M5s e Lega, con Mdp assente e ufficialmente silente, stava consegnando il trattato all’Aula. Poco importa se il 5 luglio un ancor più ampio cartello di realtà associative, produttive e sindacali manifesterà di nuovo e con più forza a Montecitorio, perché ritiene questo gesto irresponsabile.
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Se a Bari c’è ferma una nave cargo con tonnellate di grano canadese con problemi sanitari gravi, ultimo caso su decine di altri. Se questo grano cattivo deprime il prezzo nazionale e mette in ginocchio centinaia di aziende a Sud. Se in Canada siano perfettamente legali 99 principi attivi, tra i quali glifosate e paraquat, che l’Italia ha messo fuorilegge vent’anni fa dopo morti bianche di braccianti. Poco importa che la Tuft University statunitense abbia valutato che oltre 30mila posti di lavoro siano a rischio con l’entrata in vigore del Ceta, e ci sia un evidente problema di dumping salariale in molti settori manifatturieri e industriali.
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Non si discute che i presunti benefici per pochi settori produttivi – grandi gruppi agroalimentari, la moda che di italiano ci mette solo il marchio, l’energia – li pagheremo con un indebolimento dei nostri principi costituzionali. Anzi: c’è chi rivendica di essere liberista nell’economia e «socialista» nel sociale, come se questo fosse in concreto possibile, e se le disuguaglianze irreparabili nel nostro paese non dipendano anche dall’allegria con cui si sono aperti a una competizione irrealistica interi settori, aumentando il numero di aziende che chiudono, il deficit commerciale, oltre che la conflittualità sociale e la disoccupazione.
106 parlamentari francesi socialisti, di sinistra e verdi, hanno presentato un ricorso alla Corte costituzionale denunciando che il Ceta colpisce i pilastri della loro democrazia primo tra i quali le «Condizioni di base di esercizio della sovranità nazionale», visto che i governi dei Paesi membri non sono solo impegnati a limitare la portata della propria libertà legislativa così da facilitare l’accesso al proprio mercato a «investitori canadesi», ma anche di associare strettamente il Canada e le sue imprese nel processo di sviluppo delle norme nazionali. Denunciano anche che il «Principio di indipendenza e l’imparzialità dei giudici», a fronte dell’istituzione di una Corte internazionale per gli investimenti (ICS) venga danneggiata visto che si mette in piedi un sistema di regolazione delle controversie aperto agli «investitori dell’altra Parte», in un tribunale arbitrale composto da 15 membri nominati dal Comitato misto che gestisce l’applicazione Ceta, è nominato da Commissione Ue e governo canadese e quindi di necessità a rischio di cooptazione e influenze esterne.
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Anche il partito socialista spagnolo ha annunciato che ritirerà il suo appoggio alla ratifica del trattato. Ma il Pd e chi lo vuole compiacere non ascolta, non ragiona, e quando non fa comodo dell’Europa fa anche a meno.
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La cosa più suggestiva è che si indica nel premier canadese un paladino dell’Accordo di Parigi sul clima, in chiave anti-Trump: peccato che il Canada, mancherà sia il proprio impegno di riduzione delle emissioni per il 2020 sia l’obiettivo al 2030; spende 3,3 miliardi di dollari l’anno in sussidi pubblici ai combustibili fossili, tra cui l’inquinante petrolio da sabbie bituminose.
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Per di più le Nazioni unite hanno svolto un’ispezione nelle aree di estrazione e minerarie canadesi nelle scorse settimane e hanno richiamato lo Stato «che esorta le autorità canadesi e il settore delle imprese a rafforzare i loro sforzi per prevenire e affrontare gli impatti negativi sui diritti umani delle attività produttive in patria e all’estero».
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La delegazione ha inoltre sottolineato «l’importanza di proteggere i difensori dei diritti umani e gli ambientalisti dalle aggressioni e dalla violenza e la necessità per il governo di rafforzare l’accesso agli strumenti legali di ricorso per le vittime di abusi di diritto» visto che ben 30 persone sono morte in questi contesti denunciando pratiche delle imprese canadesi in patria e fuori.
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Sinistra italiana, qualche voce sparsa di Articolo 1, ammutolita dall'assenza al voto in commissione, fuori dall'emiciclo Rifondazione e Altraeuropa, sono i pezzi della sinistra istituita, insieme a M5s e alle destre , che hanno preso la parte del buon senso. Il Ceta, il Ttip, ma più in generale l’impatto e il cambiamento di queste agende distruttive sono, per tante e tanti invece, il cuore e il senso delle relazioni con la politica nelle istituzioni. Si può non essere d’accordo nel merito, e discutere fino allo sfinimento. Ma il silenzio no, non se lo possono più permettere.

Pubblicato il 26.06.2017
COMUNICATO STAMPA

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Maurizio Acerbo , segretario nazionale di Rifondazione Comunista – Sinistra Europea, e Roberta Fantozzi, responsabile nazionale Economia di Rifondazione Comunista – Sinistra Europea, dichiarano:
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«Il decreto del governo sul salvataggio di Veneto Banca e della Popolare di Vicenza è stato varato: a Banca Intesa 5,2 miliardi di risorse pubbliche e le parti buone delle due banche, a partire dalla rete di sportelli.
Lo stato, cioè i contribuenti, si accollano invece i crediti deteriorati . L’impegno di risorse pubbliche potrà arrivare complessivamente fino a 17 miliardi di euro, ma Padoan dice che va tutto bene perché coperto dal decreto salva-banche.
Ovviamente sperando che non ci siano altre “emergenze”, in un paese in cui i crediti deteriorati lordi toccano i 350 miliardi.
Per anni ci hanno detto che il sistema bancario italiano era solido e hanno lasciato che, come nel caso delle banche venete, crescessero le insolvenze, non solo e non tanto per la crisi, ma per un sistema di corruttele, rapporti clientelari, intrecci perversi tra politica ed affari.
Oggi, invece, si procede con un salvataggio in cui la logica della “privatizzazione degli utili e socializzazione delle perdite” è spinta a livelli parossistici e totalmente inaccettabili.
Vanno mandati a casa, subito!».

24.06.2017
Maurizio Acerbo, segretario nazionale di Rifondazione Comunista – Sinistra Europea
Enrico Flamini, segreteria nazionale di Rifondazione Comunista – Sinistra Europea, responsabile Lavoro

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Il ministro Delrio ha deciso di precettare i lavoratori del trasporto pubblico che avevano proclamato uno sciopero di 4 ore per lunedì 26 giugno e di differire ad altra data lo sciopero stesso.
Perché? Delrio ha motivato la decisione sostenendo che va garantito il diritto costituzionale alla libera circolazione e che lunedì farà troppo caldo per autorizzare uno sciopero nel settore del trasporto pubblico locale.
Intanto occorre ricordare che ministero e commissione di garanzia avevano ritenuto regolare lo sciopero. Dopodiché i disservizi o la mancanza di climatizzatori sui mezzi non sono certo responsabilità dei lavoratori e dei sindacati, ma di governi che negli ultimi anni sono stati capaci soltanto di privatizzare e tagliare risorse.
Detto questo, la misura questa volta ha colpito USB, a cui va tutto il nostro sostegno, ma è del tutto evidente che ad essere sotto attacco sono i lavoratori e i loro diritti.
Per questo torniamo a chiedere alle forze della sinistra di costruire un fronte unitario di mobilitazione nella società e in Parlamento per opporci tutte e tutti insieme ai provvedimenti di Delrio & c.: giù le mani dal diritto di sciopero.
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Pubblicato il 22.062017
COMUNICATO STAMPA

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Maurizio Acerbo, segretario nazionale di Rifondazione Comunista – Sinistra Europea, dichiara:
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«Una nuova condanna da parte della Corte di Strasburgo per quella mattanza cilena dei giorni del luglio 2001 a Genova.
Questa sentenza dimostra quello che andiamo dicendo ormai da troppi anni e cioè che quella delle forze dell’ordine fu tortura: il Parlamento continua a tergiversare sull'istituzione del reato, mentre l’Europa con ogni evidenza ha preso posizione e condannato quella macelleria messicana.
A noi che c’eravamo resta la profonda consapevolezza che avevamo ragione, in quei giorni contro il G8, e che quelle violenze sono una pagina nera di questo Paese, una ferita che mai si rimarginerà.
Chiediamo al Parlamento, in nome di Carlo Giuliani e di tutte le persone che vennero massacrate di botte ed umiliate alla Diaz e a Bolzaneto, di ascoltare se non noi almeno i moniti dell’Europa».

22.06.2017
GIANMARIO LEONE
da il manifesto

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Otto indagati, un arresto in carcere e due ai domiciliari. Un’azienda di Ostuni che reclutava braccianti costrette a lavorare oltre 10 ore al giorno, contro le 6,5 dichiarate in...
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Otto indagati, un arresto in carcere e due ai domiciliari. Un’azienda di Ostuni che reclutava braccianti costrette a lavorare oltre 10 ore al giorno, contro le 6,5 dichiarate in busta paga con tanto di truffa all’Inps, a volte dalle 3 del mattino a mezzanotte, finanche 7 giorni su 7. Come non bastasse, i lavoratori impiegati in provincia di Bari nei campi di Polignano a Mare erano costretti a versare 10 euro a testa per ogni giornata lavorativa, a titolo di rimborso spese carburante. In pratica, una vera e propria tangente.
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È una storia di sfruttamento senza limiti e regole, di dignità calpestata oltre ogni decenza, quella svelata ieri dalla Procura di Brindisi, che ha arrestato Anna Maria Iaia (50 anni, di San Vito dei Normanni), dipendente dell’azienda 2 Erre srl, che secondo l’accusa gestiva un giro di associazione per delinquere dedita allo sfruttamento. Ai domiciliari Giuseppe Bello (49 anni, di San Michele Salentino) e Anna Errico (73), rispettivamente autista del pulmino che conduceva le braccianti nei campi dove erano richieste e la madre della presunta caporale.
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Secondo l’inchiesta, Bello esercitava anche l’attività di vigilanza sulle prestazioni lavorative della squadra di braccianti che lui controllava, impegnata nel magazzino o nelle campagne, per conto dell’azienda brindisina. Nelle carte dell’inchiesta si legge che l’uomo concordava con la stessa Iaia le assunzioni. Fra il gennaio 2015 e nel novembre 2016 avrebbero reclutato 22 braccianti agricoli trasportandoli quotidianamente da San Vito dei Normanni a Carovigno a bordo di un veicolo Fiat Ducato intestato proprio alla 2 Erre srl, e di un veicolo Fiat Scudo di proprietà della donna. L’attività di caporalato sarebbe proseguita anche tra il 4 novembre 2016 e l’1 marzo 2017, quando avrebbero reclutato almeno altri 28 operai, dai quali si sono fatti consegnare copia dei documenti di identità e dei tesserini di Codice fiscale da utilizzare per li contratti di lavoro e le buste paga. Gli inquirenti hanno visionato i registri delle presenze e delle paghe dove, a fronte di un totale complessivo di salario lordo pari a 131,97 euro, veniva invece corrisposta la paga giornaliera di appena 59,53 euro.
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I braccianti ricevevano ogni mese dalla Iaia l’assegno dello stipendio e relativa busta paga, insieme con un bigliettino scritto a mano sul quale era annotata la somma da dover restituire in nero per onorare il debito dei 10 euro giornalieri. Quindi, dopo aver incassato l’assegno in banca tornavano a casa della donna per consegnare l’importo da restituire. Addirittura, è stato documentato, secondo quanto riferito dal procuratore facente funzioni di Brindisi, Raffaele Casto, un tentativo di inquinamento delle prove, provando a costringere alcuni braccianti a negare di aver corrisposto i 10 euro per il trasporto.
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Indagate a piede libero altre quattro persone: tra questi il titolare dell’azienda, Francesco Semerano di Ostuni. I tempi recenti dell’inchiesta hanno consentito agli inquirenti di fare riferimento anche all'ultima normativa in materia di caporalato, quella del 2016. La nota lieta, se così si può dire, è che l’inchiesta è partita grazie alla denuncia delle stesse braccianti. I carabinieri hanno effettuato anche intercettazioni telefoniche e ambientali, hanno acquisito tabulati telefonici e usato i sistemi gps. E proprio da queste intercettazioni emerge il lato più oscuro e drammatico di questa vicenda. «Zoccola, puttana, fai veloce che stasera è tardi sennò facciamo notte»: questo il torno con il quale il Bello si rivolgeva alle braccianti, censurate dal gip Paola Liaci nell'ordinanza di custodia cautelare. Con la Iaia che non era da meno: «Tu non capisci un cazzo di quante giornate hai fatto», dice rivolta ad una delle braccianti in una conversazione telefonica. «Quando ti arriva la disoccupazione un bacio in fronte mi devi dare, hai capito? Un bacio in fronte».
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Una stretta intorno al caporalato da parte della procura di Brindisi, che aveva tratto in arresto altre quattro persone, tutte di origini italiane, appena due giorni fa, per aver sfruttato nei campi di ciliegie e nelle vigne di Turi, in provincia di Bari, almeno 15 donne (italiane e due straniere) originarie del brindisino e del tarantino. Anche in questo caso, orari ben oltre le 6 ore e mezza del contratto e paghe decurtate: ancora una volta il tutto partito dalle denunce delle lavoratrici. Ed i soliti, orrendi insulti intercettati che lasciano sgomenti: «Alle femmine pizza e mazzate ci vogliono, altrimenti non imparano», e «femmine, mule e capre tutte con la stessa testa».

Da il Manifesto
22.06.2017

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Osservatorio consulenti del lavoro. Effetto crisi: quasi due terzi sono «expat», tutti gli altri sono stranieri tornati indietro. Ulteriori 380 mila si sono spostati invece dal Sud al Nord del Paese
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Un esercito di 509 mila italiani si è cancellato dall’anagrafe per trasferirsi all’estero per motivi di lavoro nel periodo 2008-2016. È quanto risulta dal rapporto «Il lavoro dove c’è» dell’Osservatorio statistico dei Consulenti del lavoro, presentato ieri a Roma. Ma non basta, perché a questo numero – già alto – si devono aggiungere quasi 300 mila stranieri che, non trovando più opportunità di inserimento nel mercato italiano, hanno scelto di riprendere la strada di casa.
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La prima meta degli italiani expat è stata la Germania, dove nel solo 2015 in 20 mila hanno trasferito la residenza; al secondo posto, «in forte crescita», c’è la Gran Bretagna (19 mila) e, in terza posizione, la Francia (oltre 12 mila). La «fuga» occupazionale di chi è nato nella Penisola, si legge nel dossier dei Consulenti del lavoro, ha subito un significativo incremento a partire dal 2012, anno in cui il totale di chi aveva fatto le valigie era già al livello di 236.160 persone: cifra salita a 318.255 nel 2013 e a 407.114 nel 2014, per poi superare il mezzo milione nel 2015.
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Tra i più colpiti dalla crisi, però, come detto, ci sono anche gli stranieri che avevano preso residenza in Italia: un numero considerevole di cittadini dell’Est Europa – in particolare romeni, polacchi, ucraini e moldavi – ha scelto di ritornare al proprio Paese (o comunque di cambiare luogo) perché evidentemente il costo del trasferimento nel nostro Paese «non era più giustificato dai redditi da lavoro percepiti».
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Ma non basta: un altro fenomeno che si è osservato con la crisi è stato l’intensificarsi della migrazione dalle regioni meridionali al Nord Italia: dal 2008 al 2015 la disoccupazione nel Mezzogiorno «ha prodotto un aumento di 273 mila residenti al Nord e di 110 mila al Centro», con un totale di 383 mila persone andate via dalle regioni del Sud.
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I flussi migratori più intensi all’interno dell’Italia si sono registrati da Campania (-160 mila iscritti all’anagrafe dei comuni), Puglia e Sicilia (-73 mila). Le regioni che hanno ricevuto il numero maggiore di cittadini sono la Lombardia (+102 mila), l’Emilia Romagna (+82 mila), il Lazio (+51 mila) e la Toscana (+54 mila).
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Ma che identikit ha chi si è spostato da Sud a Nord0: secondo il rapporto si tratta principalmente di lavoratori qualificati che vedono nella fuga dal Mezzogiorno la via migliore per guadagnare di più. È facile notare anche come il lavoro nelle città di residenza sia diminuito in questi anni e come le opportunità di impiego siano distribuite in modo diverso da territorio a territorio. Lavorare nel comune di residenza sembra, infatti, un privilegio riservato agli occupati tra i 15 e i 64 anni residenti in 13 grandi comuni con oltre 250 mila abitanti in cui Genova, Roma e Palermo superano il 90% di occupati residenti nel 2016. Inoltre, oltre un occupato su dieci lavora in una provincia diversa da quella di residenza.
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Questo spaccato conferma quanto già rilevato dallo stesso osservatorio nel rapporto annuale sulle dinamiche del mercato del lavoro nelle province italiane, in cui le possibilità occupazionali nelle 110 aree provinciali italiane si differenziano enormemente da Nord a Sud. Si passa, infatti, da un tasso di occupazione del 37% nella provincia di Reggio Calabria a un tasso del 72% nella provincia di Bolzano.
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Se il dato della mobilità è ben presente nei cambi di residenza altrettanto si può dire per il pendolarismo, quotidiano e interprovinciale, che può incidere fortemente sullo stipendio, la soddisfazione dei lavoratori e la qualità della vita. Dal rapporto emerge, ad esempio, che Milano, per le sue brevi distanze, l’intensità delle occasioni di lavoro e i servizi di trasporto efficienti, è l’epicentro degli spostamenti interprovinciali in Italia. Il capoluogo lombardo, infatti, è presente fra le province di destinazione o di partenza degli occupati «pendolari» in ben 6 delle 10 principali tratte pendolari. Al primo posto ci sono i 118 mila lavoratori che ogni giorno si muovono da Monza e Brianza per lavorare a Milano. Al secondo posto 59 mila lavoratori residenti a Varese che vanno abitualmente a lavorare in un comune della provincia di Milano, mentre al terzo posto troviamo 48 mila residenti a Bergamo che raggiungono abitualmente il capoluogo lombardo per motivi di lavoro.

Pubblicato il 21 giu 2017
di Roberta Fantozzi

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Si discute come è ovvio dell’iniziativa del Brancaccio. Si discute sui social, si commenta sui giornali.
C’è chi lo fa distorcendone completamente il senso, come Paolo Mieli su Il Corriere.
C’è chi, a sinistra, la giudica scarsamente unitaria nella propensione di fondo, “identitaria” come ha fatto Il Manifesto.
Viene da rispondere che… “ce lo chiede l’Europa”! Non l’Europa delle lettere della Commissione, dei diktat della Troika, ma quello che è successo in questi anni e mesi in risposta a quelle politiche.
Che è semplice: ovunque la sinistra ha conosciuto affermazioni significative, cioè ha recuperato un senso nella società, lo ha fatto costituendosi in alternativa netta al neoliberismo e attraverso figure capaci di incarnare coerentemente e credibilmente quell'alternativa.
Ovunque: dalla Grecia di Syriza alla Spagna di Unidos Podemos, alla Francia di Melenchon, alla Gran Bretagna di Corbyn.
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Certo si tratta di esperienze diverse, ma tutte accomunate da quel segno di fondo.
Per stare alla cronaca più recente, in Francia Melenchon alle presidenziali ha rovesciato i rapporti di forza tra la sinistra di alternativa e il partito socialista che pure si presentava con la candidatura di Hamon, dopo aver sconfitto Valls, e con un programma che parlava di riduzione dell’orario di lavoro a 32 ore e di reddito universale.
Che le legislative abbiano sovra-premiato Macron in elezioni in cui l’astensionismo ha raggiunto dimensioni stellari, e che un sistema elettorale profondamente distorsivo della volontà popolare, abbia infine assegnato qualche seggio in più al partito socialista, nulla muta rispetto al segno politico del voto.
Ne è diverso quello che emerge dalle elezioni in Gran Bretagna, dove con tutta evidenza non ci si dovrebbe lasciar fuorviare dal fatto che Corbyn l’alternativa l’abbia dovuta conquistare dentro il Partito Laburista, come sarebbe avvenuto negli Usa se Bernie Sanders avesse vinto le primarie del Partito Democratico.
Nei paesi anglosassoni in particolare, è un sistema politico-istituzionale consolidato che spiega perché un’opzione alternativa sia costretta ad affermarsi all'interno dei partiti “tradizionali”, ma quell'alternativa non è per questo meno netta.
Non lo sarebbe stata con Sanders il cui ruolo è cresciuto insieme a movimenti come Occupy Wall Street e che ha fatto rivivere negli Stati Uniti la parola socialismo, innominabile dagli anni ’20 del novecento.
Non lo è stata con Corbyn, che ha rovesciato radicalmente il Labour del blarismo avanzando parole d’ordine anch'esse per lungo tempo innominabili: dal pacifismo alla critica radicale alle privatizzazioni. E su queste basi ha recuperato consensi in misura inimmaginabile.
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C’è un motivo alla base di tutto questo. E’ quello che è accaduto nella società europee e non solo, negli anni del neoliberismo e della sua crisi. Ed è quello che è accaduto anche in Italia, non sul terreno della rappresentanza politica, ma con il voto nel referendum sulla Costituzione.
C’è stato un NO sociale il 4 dicembre. E’ stato il voto di quelle parti del paese che hanno detto NO alla propaganda renziana a partire dalla propria condizione materiale, dai processi di impoverimento e precarietà, dalla frustrazione del presente e dall'insicurezza del futuro.
E c’è stata, a sinistra, un’attivazione capillare di tante realtà che in questi anni hanno continuato a far politica in modo diverso, costruendo conflitti magari parcellizzati, pratiche solidali magari circoscritte, ma che rappresentano non solo una resistenza ma un pensiero di futuro.
O si è capaci di far diventare protagonista quella “rabbia” o non si va da nessuna parte. O si è capaci di prefigurare un’alternativa e una speranza concreta, o non si ricostruisce nessuna connessione sentimentale e nessuna sinistra popolare.
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Non è stato per identitarismo che la platea del Brancaccio ha applaudito fortemente i passaggi della relazione di Tomaso Montanari in cui si ricostruiva il lungo processo di distruzione della Costituzione portato avanti dai governi di centrosinistra. Piuttosto per bisogno di verità, quella che si deve poter dire, perché altrimenti non si parla alla società, né alla “rabbia” né alla speranza.
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Bisognerebbe piuttosto domandarsi perché da noi ci si entusiasmi per le radicalità appena fuori dai nostri confini e si trovino inopportune quelle nostrane, magari chiedendosi poi perché qui non si rinvengano nè Corbyn nè Melanchon.

18.06.2017
Fabio Sebastiani
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Che l'assemblea di "Alleanza popolare per la democrazia e l'uguaglianza", nata dall'appello di Anna Falcone e Tomaso Montanari, sia stata un successo non ci sono dubbi. Il Brancaccio non ce l'ha fatta a contenere tutti i partecipanti. Almeno seicento persone si sono dovute mettere pazientemente in fila, mentre altre trecento hanno ascoltato l'assemblea dagli altoparlanti piazzati fuori e nell'atrio. Gli interventi dovevano finire all'una e invece alle tre ancora ci si alternava al microfono.

Molti sono rimasti esclusi pure dal podio, con qualche polemica di troppo e qualche mal di pancia. Un mal di pancia che è esploso con l'intervento di Miguel Gotor (Pd). Certo, se, come ha detto nel suo bel intervento Tomaso Montanari, l'obiettivo è quello di ridare credibilità a una sinistra che si batte per i valori della Costituzione repubblicana per riportare al voto quel quaranta per cento di italiani che proprio non ne possono più, far salire sul palco Gotor non è stata una buona idea.

Al di là di tutto, si riparte dalla vittoria del "4 dicembre", da quella Costituzione della Repubblica italiana che è stata difesa da tredici milioni di persone attraverso il "No" al referendum renziano.
Lì c'è la pancia, il cuore e la testa di questo movimento che adesso tornerà a fare le assemblee nei territori e deciderà lì programmi e persone in coincidenza con l'appuntamento elettorale del 2018.
Su questo p unto non ci sono mal di pancia, anzi. Il risultato raggiunto dalle liste civiche di sinistra lo scorso 11 giugno è parso a molti più che lusinghiero. Speriamo che il tutto non si traduca in una lotta sorda per posti e piazzamenti vari. Che si rispetti insomma, quel richiamo al "talento" e allo "spirito di servizio" fatto sia da Falcone che da Montanari.

Per il momento lo schermo di protezione dal Pd e dai gruppuscoli della diaspora sembra netto. Il ragionamento introduttivo di Montanari si tiene lontano almeno dalle formule capziose e guarda più alla spina dorsale del programma cominciando dal "No al liberismo". Per il momento c'è attesa per il primo luglio di piazza Santi Apostoli. E a Pisapia che manda un messaggio in cui dice che "non ci sono le condizioni" per la sua partecipazione, Montanari risponde: "Non è un buon inizio". Il punto è che difficilmente questo percorso politico neo costituzionalista, se davvero troverà il suo abbrivio, possa recuperare poi certi reduci e adesioni della terza ora.

Pisapia come al solito sbaglia spartito. E se davvero la sfida è una percentuale di voti "a due cifre" (Montanari), una volta portato a casa il risultato non avrà alcun senso disegnare profili di alleanze travagliate e ansiogene.
Insomma, il vento, se arriva, è in poppa. Dalla prua gli ammiragli possono fare ben poco a questo punto. Se la nave dovesse affondare per manifesta incapacità a stare in mare allora si ritorna alle faccende di tutti i giorni, senza patemi e drammi.

Sembra ci siano le condizioni, per fare il verso a Pisapia, perché la radicalità di cui si parla, e che torna nell'intervento di Maurizio Acerbo associata alla parola "democrazia", non stia più nelle formule politiche o nelle dichiarazioni dei personaggi più in vista. Una volta scritte le priorità, - lavoro, welfare & sanità, ambiente, genere, equità fiscale, sovranità popolare, formazione - poi la radicalità verrà dalle pratiche. La cosa interessante è che con il centrosinistra che ha portato così a fondo la sua offensiva contro la condizione dei lavoratori e dei cittadini, ora si tratta di guardare con limpidezza al "che fare" più che a "con chi fare". Del resto, come è venuto fuori da molti interventi, soprattutto quelli degli "addetti ai lavori", ripartire dalla Costituzione della Repubblica non vuol dire mica agitare un drappo come un'altro. Si tratta di uno di quei fondamenti che non lascia spazio per ingegnerie politiche.

E di fronte a un incredibile Pippo Civati, che archivia il periodo del centrosinistra derubricandolo a "quattro cazzate", almeno il leader di Sinistra italiana ha la forza di dire "Gli interessi non sono tutti uguali. Finiamola con le formule astratte. L'unità non può essere sacrificare la credibilità".

"La sinistra è stata minoritaria - ha sottolineato infine Acerbo nel suo applaudito intervento - perché troppo cinica e politicante". "Non siamo disponili, ha aggiunto, a operazioni di restyling della sinistra uscita battuta dal confronto con Renzi".
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Il discorso di Maurizio Acerbo nel link sottostante
https://www.facebook.com/rifondazione.comunista/videos/10154522691772019/

15.06.2017
Giulio Marcon

Un decreto della presidenza del consiglio ripartisce 46 miliardi di investimenti nei prossimi anni. Ma il 22% del totale verranno destinati al Ministero della Difesa. Circa 10 miliardi di euro sottratti a investimenti e sviluppo infrastrutturale che verranno utilizzati per produrre carri da combattimento e elicotteri da attacco

Oggi, 14 giugno, se non fosse stata messa la fiducia sulla riforma del processo penale la Commissione Bilancio della Camera si sarebbe dovuta occupare di un decreto della presidenza del consiglio che ripartisce 46 miliardi di investimenti nei prossimi anni, di cui 10 ai sistemi d’arma e agli interventi militari. Se ne parlerà domani o la prossima settimana.
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Di che si tratta? L’ultima legge di bilancio (al comma 140) stabiliva un piano di investimenti (46 miliardi) da qui al 2032 su vari assi: trasporti, ricerca, periferie, difesa del suolo, lotta al dissesto idrogeologico, edilizia scolastica, bonifiche, informatizzazione dell’amministrazione giudiziaria, ecc. ecc. Di difesa e armi non si parlava nella legge di bilancio, anche se tra le priorità venivano citate le “attività industriali ad alta tecnologia e sostegno alle esportazioni”, che vuol dire tutto e niente.
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Nella tabella del decreto in distribuzione scopriamo che 9.988.550.001 (in pratica 10 miliardi, il 22% del totale) saranno destinati al ministero della difesa. Ma le spese militari non erano inserite tra le priorità del comma 140 della legge di bilancio. Per cosa serviranno questi 10 miliardi? Come ricorda Milex saranno usati per circa la metà dell’importo (5,3 miliardi) per produrre carri da combattimento Freccia e Centauro 2, le fregate Fremm, gli elicotteri da attacco Mangusta e tanto altro ancora. Soldi che serviranno a realizzare (ben 2,6 miliardi) anche il “Pentagono de noantri” (un mega centro servizi e comandi) nel quartiere periferico di Centocelle, a Roma. L’aspetto ridicolo e paradossale è che questa spesa di 2,6 miliardi per il Pentagono nostrano viene inserita sotto il titolo del paragrafo del decreto: “edilizia pubblica, compresa quella scolastica”. Scolastica?
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Due riflessioni. La prima: un fondo di 46 miliardi per “assicurare il finanziamento degli investimenti e lo sviluppo infrastrutturale del paese” cede il 22% della sua dote al Ministero della Difesa per fare carri armati ed elicotteri di combattimento e centri comandi. Che c’entra? Una scorrettezza politica e formale grande come una casa. Secondo: si sacrificano gli investimenti civili a quelli militari. Mentre si destinano 10 miliardi alle armi, si concedono in questo piano pluriennale solo 500 milioni agli interventi in campo ambientale, meno di 600 ai beni culturali e 287 (sempre milioni) alla salute. E allo “sviluppo economico” (ci si aspetterebbe la fetta di torta più grande) vengono dati 3,5 miliardi di euro, appena poco più di 1/3 di quanto si destina a contraeree e fregate.
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Nonostante le lamentele della ministra Pinotti e delle gerarchie militari, al ministero della Difesa arrivano sempre tanti, troppi soldi.
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Ma il paese ha bisogno di lavoro, non di carri armati.

Pubblicato il 15.06.2017
COMUNICATO STAMPA

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«Con il voto di oggi governo e parlamento si sono resi responsabili di una truffa senza precedenti ai danni di cittadini e lavoratori – dichiara Maurizio Acerbo, segretario nazionale di Rifondazione Comunista – Sinistra Europea – . Sabato parteciperemo alla manifestazione della CGIL contro questo schiaffo alla democrazia.
Di fronte a una simile prepotenza c’è bisogno della massima mobilitazione.
La convergenza di Renzi, Salvini e Berlusconi su questo imbroglio dimostra che le due destre sono unite dalla medesima ideologia neoliberista.
Non possiamo nemmeno tacere la nostra indignazione per il comportamento dei parlamentari di MDP che uscendo dall’aula hanno consentito l’approvazione della manovra. Se Il Pd imbroglia che dire di chi gli fa da spalla?
Con che faccia si presenteranno sabato in piazza?».

14.06.2017
da Contro la crisi

"Siamo di fronte a un altro episodio di degrado in una struttura pubblica, un episodio vergognoso di una gravità inaudita che lede la dignità della persona, che lascia sgomenti i cittadini e che offende i tanti lavoratori che quotidianamente si prodigano per garantire la migliore assistenza ai pazienti". Così Alfredo Garzi (segretario generale Fp Cgil Campania) e Giosuè Di Maro (segretario Sanità Fp Cgil Campania) in relazione al caso della donna ricoverata all'ospedale San Paolo di Napoli e coperta di formiche.
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"Non esistono attenuanti - proseguono i sindacalisti - per coloro che dovevano controllare e non lo hanno fatto. E' necessario che si individuino nel più breve tempo possibile eventuali responsabilità e si ripristini l'immagine decorosa dell'ospedale e di tutta la Asl Napoli 1". Secondo i rappresentanti sindacali, l'episodio è "l'emblema del degrado organizzativo in cui versa la sanità in Campania a causa delle politiche di austerità e di tagli che stanno negando il diritto alla salute ai cittadini e il diritto a un lavoro dignitoso ai professionisti della sanità". Garzi e Di Maro concludono sottolineando che "non c'e' più tempo da perdere. E' ora di dire basta, di gridare la nostra indignazione, di reagire, di dare voce ai cittadini, come stiamo facendo da tempo purtroppo inascoltati".
Secondo l'Anaao-Assomed, il sindacato dei medici ospedalieri, come accaduto alla notizia dei 12 milioni di italiani esclusi dalle cure, "già digerita e sostituita da quella, per la verità non nuova e prossima a diventare un mantra, dei 22 miliardi di sprechi in sanità, indicati per nome e per cifre, ma non per modi e tempi di eliminazione", il baratro di incapienza in cui sta precipitando la tutela della salute in questo strano Paese, dove un ballottaggio, raggiunto o mancato, fa più rumore di un ospedale in cui un paziente è costretto alla compagnia di insetti, verrà dimenticato.
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Costantino Troise, segretario dell'Anaao, fa notare che a differenza di quanto successe per i malati a terra nel Pronto Soccorso di Nola, "stavolta non si è aperta nemmeno la caccia al capro espiatorio. Ci stiamo, forse, abituando a tutto, anche alla sospensione dell’art.32 della Costituzione per mancanza di governo del sistema sanitario, fisica come in Campania, grazie alle ripicche tra partiti della stessa maggioranza, o di fatto, come in Calabria, teatro di una faida di tutti contro tutti".

Pubblicato il
12.06.2017
di Maurizio Acerbo (segretario nazionale PRC-SE)
e Raffaele Tecce (responsabile nazionale Enti locali PRC-SE)

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I risultati delle elezioni amministrative di ieri evidenziano un dato che l’informazione e le principali forze politiche fanno finta di non vedere: la significativa affermazione di liste civiche e di sinistra alternative al Pd quando si presentano con candidati credibili e sono frutto di lavoro, iniziative sociali e programmi costruiti dal basso, capaci di aggregare movimenti, associazionismo, settori popolari e protagonismo giovanile. Pensiamo in particolare all’affermazione della coalizione civica a Padova, guidata da Lorenzoni che sfiora il 23% e all’affermazione a Catanzaro di Nicola Fiorita al 22%, per riferirci solo ai maggiori capoluoghi.
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A L’Aquila Claudia Cimoroni che con la coalizione sociale, espressione dei comitati e di Rifondazione Comunista, è al 6,27% e il nostro compagno Enrico Perilli risulta il più votato. Importante è l’esperienza genovese della lista Chiamami Genova guidata da Paolo Putti che sfiora il 5% mentre i bersaniani dell’Mpd, alleati come quasi ovunque del Pd ottengono solo il 3%. Anche in questo caso un nostro compagno – il segretario di federazione Davide Ghiglione – risulta il più votato della lista.
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E ancora liste e sindaci da noi sostenuti raggiungono buoni risultati: Piacenza 6%, Taranto 9%, Belluno 13%, Frosinone 5%. A Verona complessivamente il 4,6%. A Arzano (Na) la coalizione a sostegno della candidata Fiorella Esposito va al ballottaggio con il 41,69%.
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In generale rilevanti sono le affermazioni delle liste di sinistra alternativa e movimenti, espressione di una sinistra popolare ed aperta ai nuovi soggetti espressione della crisi, con candidati a Sindaco di Rifondazione Comunista, come a Cuneo con Nello Fierro oltre il 9%, a Cernusco sul Naviglio con Rita Zecchini oltre il 15% ed a Molfetta con Gianni Porta intorno al 16%, frutto anche di un rapporto unitario con le altre forze dalla sinistra alternativa al Pd come PRC, Possibile, Sinistra Italiana ed a Molfetta anche Mpd.
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Anche laddove eravamo l’unico partito a sostenere una lista di alternativa e cittadinanza attiva – come per esempio a La Spezia con il nostro candidato sindaco Massimo Lombardi – abbiamo abbondantemente superato il 4%. Rifondazione è oscurata dai media ma nei territori è presente anche più di sigle che occupano permanentemente gli spazi televisivi.
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Rilevante è anche il successo della lista di Sinistra Comune a Palermo, costruita col metodo unitario e dal basso sul modello delle esperienze spagnole (con un impegno generoso ed unitario del PRC, di SI, dell’Altra Europa, dei comitati e del sindacalismo di base), che supera il 7% in una coalizione guidata da Leoluca Orlando, che ottiene la riconferma al primo turno su un programma basato, in particolare, sulla lotta alle privatizzazioni delle partecipate e l’accoglienza.
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Ovviamente ci sono molti altri risultati interessanti e anche evidenti difficoltà e limiti su cui ci soffermeremo nelle prossime ore.
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Dal voto, insomma, non emerge assolutamente una ripresa elettorale del PD (che si salva solo dove è in coalizione con verdi o forze civiche e della sinistra come Mpd) né tantomeno il ritorno al bipolarismo con la destra che, invece, effettivamente, quando si unisce (esempio Liguria)cresce.
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Il movimento 5 stelle che arriva in pochi comuni al ballottaggio e complessivamente perde voti rispetto agli ultimi anni, registra i risultati peggiori proprio dove si affermano le liste e le coalizione di sinistra e civica che sanno dare una risposta concreta e radicale di partecipazione e di lotta ai bisogni popolari.
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I risultati delle liste civiche e di sinistra e delle coalizioni alternative al Pd e il calo del M5S incoraggiano la costruzione di una lista per le prossime politiche che si costruisca dal basso con un programma di netta rottura con le politiche neoliberiste portate avanti dal Pd.
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Un enorme grazie alle compagne e ai compagni di Rifondazione Comunista che in tutta Italia hanno promosso, animato, partecipato, sostenuto le liste e le coalizioni alternative al PD renziano e alla destra. I risultati sono di differente entità ma quasi sempre positivi, a volte persino esaltanti. Anche se invisibili per i media in tutto il paese ci sono compagne e compagni di Rifondazione che lavorano con umiltà e pazienza unitaria a ricostruire una sinistra degna di questo nome.

di Chiara Daina
da il Fatto Quotidiano
7 giugno 2017
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Nel 2016 12,2 milioni di italiani hanno rinunciato o rinviato le cure sanitarie per motivi economici. Una fetta di emarginati che è notevolmente cresciuta rispetto al 2015 (più 1,2 milioni). E’ quanto emerge dal Rapporto Censis-Rbm. Considerando anche i cittadini che hanno avuto difficoltà economiche e si sono impoveriti per sostenere di tasca propria le spese mediche (intramoenia o in strutture private), la cifra sale a 13 milioni. Di questi, 7,8 milioni sono stati costretti ad attingere ai risparmi di una vita o addirittura a indebitarsi con parenti e amici, fino ad aprire un mutuo in banca. E 1,8 milioni sono precipitati nella fascia di povertà.

Il risultato, si legge nel Rapporto, è che la spesa sanitaria privata è lievitata a 35,2 miliardi di euro, con un aumento del 4,2 per cento in tre anni (2013-2016). In assoluto, secondo il sondaggio Rbm, l’impegno più oneroso è per le visite specialistiche (74,7 per cento), seguito dall’acquisto dei farmaci o dal pagamento del ticket (53,2), dagli accertamenti diagnostici (41,1), prestazioni odontoiatriche (40,2), analisi del sangue (31), lenti e occhiali da vista (26,6), riabilitazione (14,2), protesi, tutori e ausili vari (8,9) e spese di assistenza sociosanitaria.

Il motivo principale per cui si ricorre sempre più spesso al privato sono le liste di attesa troppo lunghe nel pubblico. Queste in parte dipendono dal sott’organico cronico di personale e dall’impatto dell’invecchiamento della popolazione sull’organizzazione socio-sanitaria. Con evidenti disomogeneità locali. Qualche esempio: “Per una mammografia si attendono in media 122 giorni (60 in più rispetto al 2014) e nel Mezzogiorno l’attesa arriva a 142 giorni. Per una colonscopia l’attesa media è di 93 giorni (più 6 giorni rispetto al 2014), ma al Centro di giorni ce ne vogliono 109. Per una risonanza magnetica si attendono in media 80 giorni (6 giorni in più), ma al Sud ne sono necessari 111. Per una visita cardiologica l’attesa media è di 67 giorni (più 8 giorni), ma l’attesa sale a 79 giorni al Centro. Per una visita ginecologica si attendono in media 47 giorni (nel 2014 erano otto in meno), ma ne servono 72 al Centro. Per una visita ortopedica 66 giorni (18 giorni in più), con un picco di 77 giorni al Sud”.

La spending review in sanità, si ricorda nel Rapporto che cita la Corte dei Conti, ha fatto ridurre la spesa sanitaria pubblica pro-capite dell’1,1 per cento l’anno in termini reali dal 2009 al 2015. Diversamente da quanto è accaduto nello stesso periodo in Francia, dove è cresciuta dello 0,8 per cento l’anno, e in Germania (più 2 per cento annuo). La differenza è lampante anche se si osserva l’incidenza della spesa sanitaria rispetto al Pil: il 6,8 per cento da noi, l’8,6 in Francia e il 9,4 in Germania.

04.06.2017

Pubblichiamo il comunicato del coordinamento per la democrazia costituzionale sulla legge elettorale.
L’esame del testo inizierà al senato, martedì 6 giugno. A partire dalle ore 16.30 è stato indetto un presidio per esprimere le ragioni del nostro rifiuto di tale ennesima legge truffa. Invitiamo le compagne e i compagni iscritte/i e simpatizzanti di Rifondazione Comunista e delle altre forze della sinistra antiliberista e alternativa al Pd alla massima partecipazione.
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Per la democrazia costituzionale
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Abbiamo sempre chiesto che la nuova legge elettorale venisse approvata da una ampia maggioranza del parlamento, questa condizione sembra avverarsi, insieme al definitivo abbandono dell’Italicum, degno erede del Porcellum.
L’Italicum descritto come la legge elettorale più bella del mondo ha battuto un record unico, è stata approvata ricorrendo a voti di fiducia ed altri trucchi ma non e’ mai entrata in vigore. Un vero ed inutile spreco.
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La nuova legge elettorale ha un impianto proporzionale e anche questo è positivo ma non è il sistema tedesco come si vuole fare credere.
Questo perché in Germania la legge elettorale prevede che gli elettori possano votare in modo diverso, con due voti, uno per i candidati nel collegio uninominale e uno per le liste di partito del proporzionale.
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E’ un punto decisivo che di fatto premia i partiti più forti a danno dei piccoli, aggiungendosi alla soglia del 5%, che favorisce ulteriormente le formazioni politiche maggiori.
Il voto unico condiziona fortemente la libertà di scelta degli elettori nel collegio uninominale, mentre nel proporzionale non vi è alcuna libertà di scelta perché si vota su liste bloccate.
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In sostanza i parlamentari saranno tutti nominati dai capi partito e gli elettori non avranno alcuna possibilità di scegliere i propri rappresentanti.
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Chiediamo con forza che anche in Italia gli elettori possano votare come in Germania in modo distinto, con due voti, uno per i collegi uninominali e uno per le liste dei partiti nel proporzionale; chiediamo che le liste dei partiti non siano bloccate e che i parlamentari siano eletti sulla base delle indicazioni degli elettori.
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La richiesta che facciamo con forza è di chiudere la serie dei parlamenti non rappresentativi, in nome dell’esigenza di dare autorevolezza ai rappresentanti che debbono rispondere del loro operato agli elettori, non ai capi partito.
Per queste ragioni, che riteniamo decisive, prenderemo tutte le iniziative necessarie per propugnare la modifica della legge elettorale in discussione ora alla Camera e continueremo al Senato se il testo non verrà cambiato.
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La nostra autonomia, dimostrata durante la campagna per la vittoria del No, ci consente di apprezzare le novità ma anche di denunciare con forza trucchi e storture di questa proposta di legge.
I difetti non sono marginali ma riguardano aspetti che riteniamo fondamentali per un corretto rapporto tra eletti ed elettori.
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Per questo facciamo appello ai Comitati, ai cittadini alla mobilitazione a sostegno dei diritti di partecipazione dei cittadini e ricordiamo che questo parlamento di nominati dovrebbe evitare di tradire ancora una volta il rapporto con gli elettori.
Non possiamo accettare schiaffi alla democrazia, per questo invitiamo tutti ad aderire alla manifestazione nazionale promossa dalla Cgil il 17 giugno per denunciare il trucco di un governo e di una maggioranza che prima abrogano le norme sui voucher per paura di una nuova sconfitta referendaria e poi, scaduto il termine del referendum, li reintroducono facendosi beffe dei cittadini e della Costituzione.

Domenico Gallo Alfiero Grandi
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FIRMIAMO LA PETIZIONE ONLINE
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https://www.change.org/p/restituire-la-sovranit%C3%A0-agli-elettori?recr...

Pubblicato il 02.06.2017
Gianluca Schiavon

L’emendamento del deputato milanese Emanuele Fiano, depositato ieri sera alla I Commissione Camera, formalizza la proposta della nuova legge elettorale voluta da PD, Forza Italia, Lega e M5S.
Il testo è stato annunciato con il coro dei giornaloni che ne cantano già le lodi perché la nuova legge coniugherebbe bene governabilità e rappresentanza in un modello elettorale simile a quello tedesco.
Il testo unificato, che da martedì sarà in discussione dell’Aula, è un compendio di norme che intervengono disorganicamente su altre leggi e, anche dal punto di vista della lettura, appare come un opera degna dell’avvocato Azzeccagarbugli. Si tratta di un corpo normativo per nulla chiaro, come dovrebbe essere una legge che disciplina la cessione della sovranità –pur parziale – dell’elettore all'eletto al quale demanda i poteri legislativo, di indirizzo politico e di sindacato ispettivo sul governo e sulla pubblica amministrazione.

La proposta di legge oscura e abborracciata contiene una duplice impostura: la prima consiste nell'aver camuffato una legge maggioritaria – quella dell’elezione diretta dei Presidenti della province – sotto l’abito di un sistema proporzionale, la seconda consiste nell'aver blindato l’elezione tra liste bloccate, collegi uninominali e pluricandidature.

La proposta non si fa mancare un plateale svarione di diritto costituzionale. Lo sbarramento unico al 5% al Senato è contrario alla lettera dell’art. 57 della Costituzione che dispone quella Camera sia eletta tutta su base regionale.
L’interpretazione largamente maggioritaria dei costituzionalisti ha determinato il conferimento dei premi di maggioranza al Senato Regione per Regione e, nel passato più remoto del sistema proporzionale puro, una Camera alta in cui i partiti più forti su base regionale erano più rappresentati.
Il nuovo testo, invece, introduce all'art. 16 bis, comma 1 lettera b) del d.lgs. n° 533/1993, il compito di definire le liste che accedono al riparto dei seggi senatoriali all'Ufficio elettorale centrale nazionale in esplicito contrasto alla Costituzione.

Ometto volutamente la questione relativa allo sbarramento al 5% del sistema proporzionale che, astrattamente, potrebbe apparire anche equo e giusto per sfavorire l’eccessiva polverizzazione delle liste e la creazione di liste civetta o ulteriori liste personali.
Il primo aspetto deleterio è voler far votare sulla stessa scheda il voto del collegio uninominale e il voto più politico alla lista: impedendo il voto disgiunto quindi facendo implicitamente prevalere il voto sul nome del singolo su quello della lista e favorendo il notabile locale e il partito che deve primeggiare nel collegio.
Un sistema simile c’era per le vecchie elezioni provinciali, con la differenza che – per quanto ingiusto – in Provincia veniva eletto il Presidente, capo dell’amministrazione, oltre al Consiglio.

L’altro aspetto, persino grottesco, è l’impossibilità assoluta da parte del cittadino elettore di votare per qualcuno con certezza. Su questo il M5S e tante anime belle democratiche dovrebbero essere smascherate.
La proposta oltre ai collegi uninominali, prevede liste circoscrizionali bloccate e la possibilità di pluricandidature, con opzioni, sia nei collegi che nelle circoscrizioni. La blindatura elettorale per sedicenti leader e loro lacchè è certa. L’articolo 84 del DPR n°361/1957 e l’articolo 17, comma 8 del d.lgs. n° 533/1993 riformati dalla proposta stabiliscono che l’ufficio elettorale proclama eletti in proporzione ai seggi ottenuti: i migliori primi nei collegi uninominali, i capilista nelle circoscrizioni o nelle regioni, di nuovo i primi nei collegi e gli altri candidati nelle liste circoscrizionali.
Un sistema più complicato e incerto di selezione della classe dirigente era impossibile da trovare, quindi la norma giuridica voluta anche dall'oligarchia grillina ha fatto evaporare fiumi di retorica rousseiana e anticasta.
La legge elettorale non è un tema appassionante a fronte di problemi economici e lavorativi quotidiani. Essa, nondimeno, è un termometro dello stato della democrazia tanto quanto il vergognoso balletto sui voucher.
E la democrazia in Italia, nonostante la vittoria del 4 dicembre, è sotto attacco per questo nelle prossime calde ore dovremo mobilitarci come comuniste e comunisti e come donne e uomini di sinistra per far migliorare il sistema elettorale in senso più democratico e rappresentativo.

Gianluca Schiavon

Pubblicato il 31.05.2017

Grandi manovre sulla legge elettorale, i tre comitati elettorali più grandi si vanno mettendo d’accordo col supporto della Lega salviniana, cane da guardia che abbaia solo con in più deboli e slinguazza i più forti.
Un tema complicato dai tecnicismi, dai dettagli incomprensibili in cui – come sempre – usa nascondersi il diavolo.
Radio Città Aperta ha intervistato Giovanni Russo Spena, compagno con esperienza di lungo corso nel Parlamento (iniziò quando ancora esisteva Democrazia Proletaria), per diradare un po’ di nebbie sui giochi in corso.
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Giovanni Russo Spena, responsabile di democrazia e istituzioni di Rifondazione Comunista. Buongiorno Giovanni, grazie della tua disponibilità. Legge elettorale, puoi darci una mano a capire e a far capire ai nostri ascoltatori di cosa si sta parlando? Come incide su quello che ci interessa di più, il livello di democrazia e rappresentanza politica di questo paese. Si parla di sistema alla tedesca, di questa al 5%, che non va bene a molti… In che direzione si sta andando? Molto si gioca intanto sull'accordo tra Pd e Movimento 5 Stelle, o almeno così appare…
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Sì. Adesso è difficile dire oggettivamente, far capire ai poveri ascoltatori e ascoltatrici, come a noi stessi, dove si va. La verità è che si sta costruendo, pian piano una legge elettorale oggettivamente non legata alla necessità di una rappresentanza, di cui questo paese ha tanto bisogno. Insomma, per una politica che finalmente riuscisse di nuovo a rappresentare in qualche modo gli interessi popolari, gli interessi di massa. Si sta andando invece verso leggi, come dire, ad personam. Cioè: Renzi vuole la sua, Berlusconi la sua, il Movimento 5 stelle la sua, e così via. E quindi sta nascendo un compromesso che chiamano “sistema tedesco”, ma in effetti è un sistema molto rivisitato all’italiana. Senza cadere nella tecnicalità, è un sistema tedesco molto riposizionato sulle esigenze dei partiti italiani che – a quel che appare oggi dai sondaggi sulle singole forze politiche, sulle singole liste – dovrebbe portare automaticamente ad un’alleanza tra Partito Democratico e Berlusconi, ossia Forza Italia. Il Movimento 5 Stelle, cambiando tra l’altro la sua proposta elettorale, si accoda a questa soluzione per motivi sostanzialmente ovvi. Cioè pensa che, anche se non dovesse andare al governo, avrebbe comunque il monopolio assoluto dell’opposizione, giocando sul voto utile. Perché qui è chiaro che sia Renzi che Grillo giocano sul voto utile, il che è quanto di peggio possa capitare in democrazia. Quale è il ragionamento? Noi mettiamo la soglia di sbarramento al 5% – e mi pare che sia Berlusconi, sia Renzi, sia il Movimento 5 stelle anche questa mattina, con dichiarazioni di Toninelli molto forti, dicono la soglia di sbarramento assolutamente non si abbassa. Perché? Perché fanno il discorso del voto utile, che è assurdo nel sistema proporzionale. Poi Renzi, devo dire, con la sua solita faccia tosta, improvvida, ieri l’ha detto apertamente in un’intervista: i partiti che hanno meno di due milioni di voti – attenzione, stiamo parlando di due milioni di voti in un paese in cui vota il 55-60%, quindi sono tantissimi, sarebbero quasi 4 milioni reali di voti – e cito tra virgolette “i partiti che prendono due milioni di voti non devono entrare in parlamento perché questo non garantisce la stabilità”. In effetti cosa vuole Renzi? Renzi, come ha fatto Veltroni alla sua epoca, vuole uccidere col voto utile tutto ciò che è alla sua sinistra, diciamo così; ossia tutte le liste che si presentano togliendo voti al Pd da sinistra. Berlusconi fa lo stesso ragionamento con Verdini, Alfano e tutti i centristi ex democristiani, per cui dice: con la soglia di sbarramento al 5% io distruggo loro, quindi con il voto utile garantisco me. E il Movimento 5 Stelle fa lo stesso discorso: cioè prendo a destra, prendo al centro e prendo a sinistra un po’ di voti sparsi che pensano che – facendo io (Grillo, ndr) la campagna elettorale contro l’inciucio Renzi-Berlusconi, tornando al vaffanculo puro e semplice, un po’ di gente incazzata voterà per me. Di questo si tratta, ti assicuro, niente di più. Lo dico anche da vecchio parlamentare, da vecchio studioso di questi temi. Questa è la situazione. Niente di più, niente di meno. Tra l’altro è incostituzionale, quindi stanno facendo per l’ennesima volta un’altra legge incostituzionale. Perché lo è? E’ incostituzionale una legge che ha insieme lo sbarramento al 5%, in questo caso, e il premio di maggioranza. Non dimentichiamo che, con questa legge che stanno proponendo, una forza politica che raggiungesse il 40% comunque ha il premio di maggioranza che lo porta alla maggioranza assoluta, cioè al 51%. Quindi noi abbiamo l’obbrobrio di questo ibrido che unisce premio di maggioranza e sbarramento al 5%. E le due cose si tengono, perché sia Renzi sia Grillo o, diciamo, il Movimento 5 Stelle – non Berlusconi, che fa da ascaro, da servo di Grillo – pensano che con il gioco del voto utile e lo sbarramento al 5%, forse, chissà, si può raggiungere quel 40% che li porta alla maggioranza assoluta. Quindi a fare il governo da soli. Spero di non essere stato troppo tecnico, ma questa è la situazione sul piano politico.
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Una situazione che tocca un ragionamento politico e uno costituzionale, sulla rappresentanza…
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Certo. E’ l’idea della politica solo come governabilità. Io devo andare al governo e mi faccio la legge elettorale. Tutto il recupero del rapporto tra politica, lotte, conflitto, persone, interessi… Tutto questo non c’è, non entra assolutamente in discussione.
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Sembra un po’ da ingenui parlare di rappresentanza politica, però sai come è, c’è una Costituzione che pone al centro del mandato parlamentare la rappresentanza politica… Ma sono diversi anni che, anche in modo abbastanza sfacciato, il Pd in particolare, si parli dell’esigenza di governabilità, più che di rappresentanza…
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Non dimentichiamo mai che i guai della rappresentanza in Italia sono cominciati con il Pd, con Veltroni, quando disse che bisognava andare verso la democrazia governante… Questo tremendo ossimoro pari solo a guerra umanitaria, altro ossimoro tremendo, per cui la democrazia deve essere, in effetti, governata dall’economia, che sarebbe invece un “fatto oggettivo”. Come se le imprese, ecc. fossero un dato oggettivo, per cui l’economia deve ormai governare sulla politica e quindi è il governo a diventare il centro fondamentale della politica. Mentre invece, come sappiamo, in un sistema democratico la politica è l’organizzazione delle classi sociali. Quindi viene rovesciata completamente l’idea di rappresentanza della Costituzione.
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Una domanda. Nonostante sia un po’ prematuro, questa legge elettorale nasce da un accordo tra Pd e Movimento 5 Stelle, che però hanno esigenze politiche di natura diversa. Il Pd è disposto a governare in coalizione magari, o con alleati abbastanza malleabili… Il Movimento 5 Stelle invece punta esclusivamente governare da solo, a meno che non cambi clamorosamente il suo approccio…
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E chi lo sa… Ce ne sta facendo vedere di tutti i colori. Una volta è razzista, un’altra volta no… Il Movimento 5 Stelle, sì, allo stato attuale punta a fare il pieno da solo… Io penso che non ci riuscirà e quindi… Chissà, forse discuterà, si troverà d’accordo con la Lega, che a sua volta sta rompendo con Berlusconi? Non lo so… Adesso veramente il Movimento 5 Stelle ci ha abituato a cambiamenti quotidiani, quindi è difficile dirlo.
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Quindi diciamo che anche questo non è molto chiaro, perché se queste le fossero le carte in tavola, si tratta di due esigenze un po’ diverse. Tu dici che comunque l’esigenza di rappresentanza politica è l’ultima voce della lista delle esigenze ..(9.33)
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Sì… Non la tengono assolutamente in considerazione. Dovremmo pensarci un po’ tutti noi, tutti gli alternativi, gli antagonisti. Dovremmo capire a questo punto – perché è una sfida anche a noi tutti, questa – cosa fare noi, perché comunque in Italia c’è stato una crescita forte di conflitti, per quanto a volte separati, non connessi, non in generale. Quelli sul piano ambientale, territoriale, dei disoccupati, dei precari, dei migranti, degli operai. C’è stata la vittoria, persino inattesa proprio nella sua valenza classista, di sinistra, del 4 dicembre contro la riforma costituzionale di Renzi… A questo punto noi forse potremmo avere qualche carta in più questa volta… Se non sbagliassimo tattica e strategia, se facessimo un discorso serio, forse una qualche strada alternativa… Per dire: guardate che invece noi puntiamo alla rappresentanza di questi interessi anche sul piano istituzionale… Ecco, forse si apre una sfida… Ma lo dico con grande timidezza, perché ancora le situazioni non sembrano mature. Ma forse una sfida si apre pure per noi e dovremmo pensarci, dovremmo metterci tutti insieme attorno ad un tavolo, probabilmente, a discuterne, visto che le elezioni probabilmente ci saranno ad ottobre.
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Però le elezioni bisognerebbe farle con la nuova legge elettorale. Oppure anche questo non è un dogma, secondo te?
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Io penso che dovremmo leggere la legge elettorale. E soprattutto adesso tentare di influire, per quel pochissimo che possiamo, a livello di massa, di conflitto, di condizionamento. Noi come comitato per il No al referendum, come giuristi democratici già lo stiamo facendo. Faremo un documento nei prossimi giorni… Sappiamo che se ne fregano. Renzi, Berlusconi, Grillo se ne fregano di quello che i giuristi e i costituzionalisti più importanti del paese possono dire, però in qualche modo un condizionamento bisogna esercitarlo. Poi, letta la legge elettorale, vedremo. Vedremo se all’interno di quella legge elettorale si possono creare degli spazi veri di rappresentanza popolare.
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Questo potrebbe essere una strada da percorrere?
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E’ una sfida. Può darsi che questa sfida possa essere utile, insomma. Ora io non ho ovviamente idee precisissime, però penso che è una sfida che possa riportare sul piano politico il civismo di sinistra, una parte di quelli che hanno votato NO, la coscienza democratica e classista al referendum, ovviamente tutta la parte tradizionale di estrema sinistra, che non è morta nel nostro paese, per quanto non sia stata rappresentata molto in parlamento. Insomma, bisogna capire se si può costruire qualche cosa. Ho fatto delle assemblee in questi giorni, siamo in campagna elettorale in alcune città importanti: Genova, Palermo, L’Aquila e così via…. Io vedo che questa spinta c’è. Per esempio, trovo delle assemblee e dei comizi con piazze piene… Mica mi illudo, “le piazze piene, poi le urne vuote”, questo è il vecchio slogan che conosciamo della sinistra… Però c’è una voglia di discutere, di interessarsi, di capire se si può costruire qualche cosa… Senza esagerare, ma questa voglia si è diffusa negli ultimi mesi nel paese.
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Bene Giovanni, per il momento ti ringraziamo, naturalmente magari ci risentiamo per capire un po’ di più nel prosieguo. Per il momento grazie e buon lavoro.
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Grazie a voi, buon lavoro a voi.

di Giorgio Cremaschi
da Contropiano
28.05.2017

E così è proprio vero, la più sfacciata truffa politica della storia repubblicana è stata compiuta. Renzi, Berlusconi e Salvini hanno rimesso i voucher. Il 28 maggio – oggi – avremmo dovuto votare per abolirli, invece per paura del voto Renzi e semprepronto Gentiloni li avevano cancellati.
Ora li ripristinano, cucù il voto non c’è più, passata la festa gabbato lo santo. Ne abbiamo passate tante, ma io non ricordo un’offesa alla sovranità popolare sfacciata e arrogante come questa.
Tornano i voucher e dilagheranno di nuovo, non è infatti assolutamente vero che ci sono clausole che li limitano.
Basti pensare che il limite per le aziende è sì di 5 dipendenti, ma a tempo indeterminato. Chi ha 1000 dipendenti precari potrà ricorrere ai voucher. E i controlli saranno impossibili visto che ogni azienda ha 3 giorni per “regolarizzarsi” nel caso esageri, tra un voucher e l’altro. Saranno tre giorni di ricatti e lavoro nero.
Ma capisco che queste sono obiezioni che non contano nulla per chi aveva il solo obiettivo di dimostrare alla Confindustria e al sistema degli affari di essere rimasto quello di sempre. Non è neppure da escludere che la restaurazione dei voucher sia stata offerta alla Commissione Europea per far approvare la manovrina di bilancio. Vi facciamo vedere un anticipo delle “riforme” che ci chiedete per l’anno prossimo. Bravini dicono i commissari.
Devo dire che dei tre imbroglioni che hanno contemporaneamente sbeffeggiato i diritti del lavoro, il popolo italiano e la democrazia, il meglio è Silvio Berlusconi. In fondo lui i voucher li aveva istituiti e quanto alla affidabilità, beh è stato maestro nel negare e rinnegare le verità più clamorose. Il peggio è sicuramente Matteo Salvini. L’eroe della Lega di lotta, durissimo con i poveri migranti alla stazione di Milano, è diventato un coniglio bagnato di fronte agli interessi padronali che i suoi soci Maroni e Zaia, dallo scranno di presidenti delle regioni, gli hanno imposto di rispettare. E lui vuole andare contro l’euro e la UE? Ma va là baüscia.
In mezzo ai due imbroglioni, il vecchio e il nuovo, sta Matteo Renzi. È lui l’anello di congiunzione che mancava alla destra per riunificarsi, chi meglio del grande fan di Marchionne poteva esserlo?
Mentre il parlamento rimetteva i voucher a Roma manifestavano in migliaia i lavoratori di Alitalia, Ilva, Almaviva, Acinformatica, Sky, insieme a tanti altri, chiedendo al potere pubblico di non permettere o di fermare i licenziamenti. I tre imbroglioni hanno subito dato la loro risposta: avrete i voucher.
A coloro che ancora sostengono Renzi, Berlusconi e Salvini io auguro di sperimentare il lavoro coi voucher. Così potranno ringraziare chi li ha rimessi.

Pubblicato il 26 mag 2017
COMUNICATO STAMPA

«Quello che sta accadendo sui voucher – dichiara Roberta Fantozzi, responsabile nazionale Politiche economiche di Rifondazione Comunista – Sinistra Europea – è di una gravità inaudita e va oltre ogni decenza.
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E’ la prima volta nella storia della Repubblica che un governo abroga una legge per evitare di sottoporsi al voto referendario e nel giro di un mese la ripropone, persino negli stessi giorni in cui si sarebbe dovuto votare!
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E’ risibile la cosiddetta limitazione dei voucher alle aziende sotto ai 5 dipendenti, in un paese in cui la dimensione media di impresa è di 3,7 dipendenti.

Ed è gravissimo che ci si predisponga a generalizzare per tutte le imprese una delle peggiori forme di precarietà: il “lavoro intermittente”, quello in cui le lavoratrici e i lavoratori mettono a disposizione tutto il proprio tempo di vita nell'attesa di essere chiamati per qualche giorno o qualche ora. Il governo vuole cancellare i limiti che oggi circoscrivono il lavoro a chiamata sotto i 25 e sopra i 55 anni di età.
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Un’operazione di maquillage sui voucher mentre si generalizzano le peggiori forme di precarietà. Un governo nemico dei diritti del lavoro e che sfregia ogni regola democratica.
Parteciperemo a tutte le mobilitazioni contro quello che sta avvenendo, a partire dai presidi indetti per oggi dalla CGIL.
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Vanno mandati a casa, loro e le politiche liberiste e autoritarie che distruggono diritti e vita delle persone e imbarbariscono sempre di più la società».

Tomaso Montanari
da Il Manifesto
26.05.2017

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Beni culturali. La nomina dei super direttori oggetto dei ricorsi esaminati ha due gravi difetti. Il primo è che viola una legge del 2001 che impone che la dirigenza pubblica sia riservata ai cittadini italiani. Il secondo è che le modalità della selezione sono state così opache da non garantire i diritti di tutti i concorrenti.
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Mercoledì il ministro per i Beni Culturali Dario Franceschini ha detto di aver licenziato i volontari che mandano avanti la Biblioteca Nazionale di Roma perché è «tenuto a rispettare la legge». Giovedì, invece, ha detto che il Tar del Lazio ha fatto fare una «figuraccia all’Italia».
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Perché ha cassato un suo atto che non ha rispettato la legge. Se ne ricava che il governo rispetta la legge quando coincide con le sue idee.
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E ieri Matteo Renzi e Andrea Orlando sono intervenuti, in magnifica armonia (tra loro, e con il miglior Silvio Berlusconi), per dire che siccome un Tar ha dato torto al governo, ebbene bisogna riformare i Tar. Insomma: «Il Comitato centrale ha deciso: poiché il popolo non è d’accordo, bisogna nominare un nuovo popolo».
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È il degno epilogo di un triennio di sommo disprezzo delle regole e delle persone che costituiscono l’amministrazione pubblica. Il renzismo procede a spallate, e quando un giudice (come la Corte Costituzionale con la Legge Madia) o il popolo italiano (con la riforma costituzionale) resiste alla spallata, la reazione non è un bagno di umiltà, ma un rigurgito di arroganza.
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Se la reazione svela l’analfabetismo democratico, il merito delle due sentenze appare interessante. Esse affermano che la nomina dei superdirettori oggetto dei ricorsi esaminati ha due gravi difetti. Il primo è che viola una legge del 2001 che impone che la dirigenza pubblica sia riservata ai cittadini italiani. Il secondo è che le modalità della selezione sono state così opache da non garantire i diritti di tutti i concorrenti.
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Sarà il Consiglio di Stato a dire l’ultima parola sul piano giuridico. Ma sul piano politico e culturale va detto che il Tar mette il dito in una piaga purulenta.
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La commissione che ha scelto i direttori era politicamente condizionata, anzi strettamente controllata, dal ministro Franceschini. Il suo presidente (l’eterno Paolo Baratta) attendeva nelle stesse settimane che il ministro derogasse alla legge che gli impediva di rimanere alla guida della Biennale. Altri due membri erano Lorenzo Casini (braccio destro del ministro e autore della riforma oggi censurata dal Tar) e Claudia Ferrazzi (che Franceschini subito dopo nominerà nel cda degli Uffizi e nel Consiglio superiore dei Beni culturali): una maggioranza sufficiente a rendere superfluo il voto degli unici due tecnici indipendenti.
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Il mandato era chiaro, quasi esplicito: tener fuori tutti i funzionari del Mibact (gli odiati soprintendenti, che Renzi e Boschi avevano annunciato di voler estinguere) e scegliere sconosciuti dal profilo più basso possibile, che fossero poi naturalmente grati al ministro che li aveva scelti. Già, perché la commissione doveva solo allestire una terna, mentre a scegliere era sempre lui, il ministro. Le modalità della selezione (9 minuti per leggere i curricula e meno di 15 per i colloqui) era coerente con questa impostazione.
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E il risultato finale fu sconcertante: i maggiori musei del mondo finivano nelle mani di persone che (in quasi tutti i casi) non avevano mai diretto nemmeno un piccolo museo di provincia, ma erano stati solo conservatori di sezioni di musei. È in questo senso che si deve leggere l’ostentata preferenza per direttori ‘stranieri’, cioè per figure di ‘sradicati’, nuovi capitani di ventura messi in condizione di render conto solo al potere che li ha nominati. Naturalmente non si tratta di un problema di nazionalismo.
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In un capitolo de La ribellione delle élite, Christopher Lasch analizza la «visione essenzialmente turistica» di una classe dirigente internazionale che non ha nulla a che fare con le comunità che governa: «non esattamente una prospettiva che possa incoraggiare un’ardente devozione per la democrazia». Una prospettiva che compromette in modo ancora più radicale quella funzione civile del patrimonio culturale, basata sull’indipendenza della conoscenza, che era tipica della tradizione italiana, e che solo la nostra carta costituzionale mette tra i principi fondamentali della comunità nazionale. D’altra parte, la mercificazione dei musei e la nomina dei fedelissimi superdirettori è solo un pezzo di quel vasto smontaggio dell’articolo 9 che Renzi ha disposto, e Franceschini eseguito. Non è certo un progetto che si possa battere per via giudiziaria, ma è confortante sapere che c’è un giudice, a Berlino.

Chiara Cruciati
da Il Manifesto
25.05.2017

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Roma. Tre attivisti della Rete No War denunciati dopo aver tentato di mostrare un cartello al passaggio del corteo presidenziale su via Nazionale.
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Nell’epoca descritta dai media mainstream occidentali come quella della difesa dello stile di vita europeo e delle sue libertà, può capitare di venire denunciati per lesioni e di ricevere il foglio di via per uno striscione di protesta.

È successo ieri a Roma a tre pacifisti della Rete No War, durante il passaggio del corteo presidenziale di Trump su via Nazionale, direzione il Quirinale.

Marinella Correggia (collaboratrice-traduttrice di Le Monde Diplomatique, mensile del manifesto), Maria Cristina Guidetti e Marco Palombo hanno tentato di mostrare un cartello («Trump/Nato/G7, Wars on people, war against the planet»), avanzando di alcuni metri dal marciapiede.

In un video girato sul posto, si vedono i poliziotti – che non avevano transennato la strada – immobilizzarli e allontanarli, per impedire che mostrassero lo striscione. La foto di Trump con il re saudita Salman (che ha appena ricevuto da Washington il via libera all’acquisto di 110 miliardi di armi Usa) è stata stracciata.

Sono stati portati in commissariato e denunciati, scrive in una nota la Questura, «per manifestazione non autorizzata, resistenza e lesioni a pubblico ufficiale». Secondo la nota, avrebbero tentato di bloccare il corteo presidenziale (corteo, aggiungiamo noi, iper armato e blindatissimo che correva a metri di distanza). Un ispettore «ha riportato una sospetta frattura della falange».

A una di loro, Correggia, non residente a Roma, è stato consegnato il foglio di via per altri precedenti (sempre legati a azioni pacifiste). Tutto per una protesta pacifica contro le politiche del presidente Trump. Una manifestazione di dissenso a quanto pare non accettabile nell’era del decoro e della sicurezza travisata e che ricalca quanto avvenuto il 25 marzo quando la capitale è stata teatro delle celebrazioni per i 60 anni del Trattato di Roma.

In quel caso il foglio di via è stato consegnato a 30 persone, mentre altri 122 manifestanti, in arrivo dal nord Italia, venivano bloccati dalla polizia in via “preventiva” in autostrada per essere condotti nel Cie di Tor Cervara per l’identificazione.

“Guerra” preventiva allo striscione, alla visibilità plastica del dissenso. Che è stata la strada scelta da altri: martedì uno striscione giallo con su scritto, semplicemente, «No Trump, No War», è stato srotolato a Castel Sant’Angelo.

Poche ore dopo in serata, Greenpeace – raggiunta senza problemi via della Conciliazione – a bordo di una gru ha proiettato sulla Cupola di San Pietro la sua irridente rilettura dello slogan con cui Trump ha vinto le elezioni: «Planet Earth First!», prima il pianeta Terra.

Chiaro riferimento ad una delle battaglie intraprese dal tycoon nei primi 100 giorni: non solo l’Iran e i migranti, ma anche il clima. Un assist, chissà, alle parole che papa Francesco gli ha consegnato ieri con l’enciclica Laudato Si’.

All’ardito gesto è seguita l’identificazione delle otto persone responsabili del fascio blu, con la Questura che sottolineava che «tenuto conto della non pericolosità dell’iniziativa, [i poliziotti] hanno tollerato e tenuto sotto controllo».

Trump è ripartito, indifferente alle contestazioni in trasferta come a quelle in casa. Forse ha visto quelle di Bruxelles, dove è arrivato per il summit Nato: in migliaia hanno sfilato colorati e ironici per dirgli che «non è il benvenuto».

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21.05.2017
da Unimpresa

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Negli ultimi 9 anni sono state varate manovre sui conti pubblici per complessivi 960 miliardi di euro. Si tratta di risorse finanziarie sparse in 52 provvedimenti normativi e 1.099 nuove voci di entrate nelle finanze statali e locali. Questi i risultati principali di una ricerca del Centro studi di Unimpresa, che ha incrociato gli effetti di tutti le misure di spesa e di entrata approvate tra il 2008 e il 2017. Secondo la ricerca, l'indebitamento netto e' cresciuto di 175 miliardi, con il fisco italiano che continua a essere il peggiore d'Europa.
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L'analisi dell'associazione, poi - basata su dati della Corte dei conti, del Tesoro e dell'Ocse - si focalizza sul confronto internazionale e in particolare sui problemi del sistema tributario italiano. L'economia sommersa in Italia e' pari al 21,1% del prodotto interno lordo rispetto alla media dell'Unione europea del 14,4%. L'evasione complessiva in Italia e' al 24% del pil, mentre la media europea e' inferiore al 20%. In particolare, l'evasione dell'Imposta sul valore aggiunto (Iva) ha raggiunto la quota del 30,2% (sempre rispetto al pil), da confrontare col 17% della media europea.Il tasso di riscossione e' pari ad appena l'1,13%, molto meno rispetto al 17,1% medio in questo caso dei Paesi Ocse.
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Quanto alla pressione fiscale complessiva, tenendo conti sia del carico tributario sia di quello contributivo, il tasso in Italia raggiunge il 64,8% rispetto al 40,6% del livello medio riscontrato in Europa. Anche dal punto di vista del lavoratore, il confronto e' impietoso: il cuneo fiscale e' pari in Italia al 49% mentre in Ue non arriva al 39%: si tratta della differenza fra il costo del lavoro a carico dell'imprenditore e la busta paga netta. I costi della burocrazia, parametrati sugli obblighi fiscali, sono pari a 269 giorni lavorativi in italia e a 173 giorni in media in Ue.
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"Sono stata fatte tante scelte sbagliate, negli ultimi anni. La crisi avrebbe dovuto rappresentare l'occasione per ridurre finalmente e definitivamente le tasse sia quelle a carico delle famiglie sia quelle a carico delle imprese" commenta il vicepresidente di Unimpresa, Claudio Pucci. "Purtroppo - continua Pucci - tutti i governi che si sono succeduti hanno preferito insistere e spingere sulla leva fiscale, aumentando anche le voci di spesa". Le tasse continueranno a crescere anche nei prossimi anni. le entrate pubbliche sfonderanno il muro degli 800 miliardi nel 2018. Si va incontro, infatti, a una stangata fiscale da quasi 80 miliardi di euro tra il 2017 e il 2020. Nei prossimi quattro anni le tasse saliranno di 77,3 miliardi: dai 788 miliardi del 2016, quest'anno si arriverà a 799 miliardi per poi salire progressivamente fino agli 865 miliardi del 2020, con una impennata complessiva del 9,81%. "I numeri dicono sempre la verità e smascherano le prese in giro del governo, delle quali siamo ormai stufi" conclude Pucci.

Roberto Ciccarelli
da Il Manifesto
18.05.2017
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Italia 2017. Rapporto annuale Istat: la relazione tra l’appartenenza di classe e l’identità sociale si è sfaccettata. Operai e borghesi sono classi esplose nella crisi. La zona grigia dove si intrecciano la precarizzazione degli uni e la proletarizzazione degli altri coinvolge ugualmente il lavoro autonomo freelance e ordinistico. Il presidente Istat Alleva: «La ripresa, a causa dell’intensità insufficiente della crescita economica, stenta ad avere gli stessi effetti positivi diffusi all'intera popolazione». E' record di precariato e disuguaglianze, mentre crollano le nascite
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Dieci anni di crisi hanno frammentato la classe operaia e la classe media e modificato il senso dell’appartenenza sociale. Il rapporto annuale dell’Istat, presentato ieri alla Camera dal presidente Giorgio Alleva, sostiene che la classe operaia ha perso il suo connotato univoco, mentre la borghesia si distribuisce su più gruppi sociali. La relazione tra l’appartenenza di classe e l’identità sociale si è sfaccettata e il reddito da lavoro non basta per definire capacità e disponibilità omogenee all’interno delle stesse classi sociali tradizionali.
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QUINTO STATO
LA PRINCIPALE CAUSA
di questa «esplosione» dei confini tra le classi ereditati dal Novecento è la «precarizzazione delle forme contrattuali» e l’aumento delle «diseguaglianze sociali» sostiene l’Istat. Venti anni di destrutturazione del mercato del lavoro iniziata nel 1997 con il «pacchetto Treu» del primo governo Prodi e terminata (al momento) con il Jobs Act di Renzi entrato in vigore il 7 marzo 2015 hanno portato a una trasformazione radicale della composizione sociale: oggi non basta essere operai per appartenere alla classe operaia e non basta essere impiegati o occupati per essere «borghesi». Nella posizione della classe operaia oggi si ritrovano quelli che l’Istituto nazionale di statistica definisce «giovani blue-collar», ovvero precari del terziario più o meno avanzato. Un settore che all’inizio della trasformazione produttiva in senso post-fordista – negli anni Novanta – sembrava essere una terra promessa. E per anni si è fantasticato sulle “classi creative”, o altri ritrovati sociologici, che l’avrebbero popolato. Dopo quasi un lustro il rapporto dell’Istat ne restituisce un’immagine più realistica: il terziario avanzato si è trasformato in un «sommerso post-terziario» dove il lavoro intermittente è accompagnato da un «sommerso dei redditi» dove proliferano figure labili e provvisorie, che vivono sulla soglia tra formazione e lavoro, tra precariato e impieghi gratuiti.
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NELLA STRAGRANDE MAGGIORANZA si tratta di under 49 che lavorano con contratto a tempo determinato o con la partita Iva, svolgono attività discontinue nel pubblico o nel privato, hanno anche creato famiglie più o meno stabili. Il loro reddito è ben al di sotto del ceto medio delle professioni o impiegatizio. Lo stesso discorso vale per il ceto medio all'interno del quale esistono redditi e occupazioni più vicine alla condizione di un nuovo proletariato che a quelle più tradizionali che attribuiva alla «borghesia» il ruolo della «classe dell’innovazione sociale», così è scritto nel secondo capitolo del rapporto. La zona grigia dove si intrecciano la precarizzazione degli operai e la proletarizzazione del ceto medio coinvolge ugualmente il lavoro autonomo freelance e ordinistico. Questa condizione definita – «Quinto stato» o «precariato come classe esplosiva» (Guy Standing), va inoltre analizzata alla luce della crescita della povertà assoluta: 4,6 milioni di persone e della povertà relativa (8,3 milioni) in cui rientrano alcune delle categorie considerate nel rapporto. Nella piramide sociale le famiglie più svantaggiate sono quelle straniere (4,7 milioni di persone), la fascia più benestante è composta da 12,2 milioni catalogate come «famiglie di impiegati».
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APOLIDI
FUORI DA QUESTO SCHEMA
, risultato di un’evoluzione di quello approntato da Paolo Sylos Labini in un celebre volume sulle classi sociali nel 1974, emerge un settore “apolide”. Nel 2016 l’Istat ha contato circa 3 milioni 590 mila famiglie senza redditi da lavoro. Parliamo di milioni di persone che non risultano, almeno agli occhi delle statistiche ufficiali, né occupati né pensionati da lavoro. La percentuale più alta si registra nel Mezzogiorno (22,2%) Sono definiti nuclei «jobless» dove si va avanti grazie a rendite diverse, affitti o aiuti sociali. Rispetto al 2008 queste famiglie erano 3 milioni 172 mila. Tutte le classificazioni sono limitate e, spesso, macchinose. Quelle dell’Istat non fanno eccezione. Ma possono essere lette in senso trasversale, come una spia della complessità del divenire delle classi nella crisi. In questo caso, nella stessa fascia, si trovano evidentemente persone che possono vivere di rendita (o affittano appartamenti su Airbnb) e persone che vivono con uno o più sussidi. La categoria potrebbe essere fallace, ma l’indistinguibilità tra uno stile di vita da rentier e quello da poverissimo dice molto dello sconfinamento avvenuto e della realtà sociale in cui siamo immersi.
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BOOM DI PRECARIATO
DATI IMPRESSIONANTI
che parlano di un impoverimento di massa e dell’affermazione di una nuova realtà: il lavoro povero che non basta per arrivare a fine mese è insufficiente per accumulare una pensione e non basta per pagarsi una visita medica specialistica. Uno su dieci rinuncia. A Sud è record: rinuncia il 10% della popolazione. Crisi dei redditi, mancanza di prospettive spiegano anche il crollo delle nascite: «Nel 2016 abbiamo superato il record negativo che non si registrava dalla metà del 500» ha detto Alleva.
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L’OCCUPAZIONE CRESCE nei settori meno qualificati e aumenta il lavoro intermittente. Quello permanente a tempo parziale è stato l’unica forma di lavoro a crescere nella crisi (+789 mila dal 2008, +101 mila nell'ultimo anno). Dal 2008 i precari sono aumentati di quasi un milione (+29,3%), arrivando nel 2016 a un totale di quasi 4,3 milioni di persone. Quanto al tasso di disoccupazione è diminuito solo lievemente a livello nazionale (11,7% da 11,9% del 2015) ma è aumentato di due decimi nelle regioni meridionali e insulari (19,6%). Le retribuzioni contrattuali per dipendente sono aumentate dello 0,6% nel 2016, in ulteriore rallentamento rispetto all'anno precedente (+1,2%).
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SI E’ AFFERMATA inoltre un’asimmetria generazionale tra gli over 50 che hanno un lavoro vero e proprio (effetto Jobs Act combinato con la riforma Fornero che ha aumentato l’età pensionabile) e i «giovani adulti» tra i 24 e i 49 anni. Questa è la fascia anagrafica più precarizzata. Di solito è considerata la più «produttiva». In realtà è la prima generazione che ha sperimentato, sulla propria pelle, la violenza della ristrutturazione capitalista che ha modificato anche la struttura sociale italiana. Accanto, o nel mezzo, ci sono i «Neet», i «giovani che non studiano né lavorano» fino ai 29 anni: nel 2016 sono scesi a 2,2 milioni, per effetto dei trucchi statistici che mascherano la disoccupazione reale la formazione professionale o tirocini con Garanzia giovani. E tuttavia i numeri sono così imponenti da rendere evidente l’anomalia italiana; l’incidenza dei «Neet» è del 24,3%, la più elevata in Europa dove la media è al 14,2%. Uno degli effetti più visibili di questa situazione è che sette giovani under 35 su dieci vivono nella famiglia di origine per mancanza di lavoro o perché guadagnano troppo poco per conquistarsi un’indipendenza.
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«DEGIOVANIMENTO»
I GIOVANI
si trovano al centro di un duplice processo. Quello sociale dell’esplosione delle classi sociali tradizionali e quello demografico. Per l’Istat l’Italia sta vivendo un «degiovanimento», ovvero il calo delle generazioni dei giovani sulla popolazione complessiva. «Analizzando la struttura per età stimata al primo gennaio 2017, si nota la forte riduzione dei contingenti delle generazioni più giovani, praticamente la metà delle generazioni nate nel periodo del baby boom». Siamo «uno dei Paesi con il più basso peso delle nuove generazioni». Nell'ultimo decennio, dal 2008 al 2017, la popolazione residente di età compresa tra i 18 e i 34 anni è diminuita di circa 1,1 milioni. Attenua questa dinamica solo «il contributo positivo dei cittadini stranieri».
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«IN UN PAESE FRAMMENTATO– sostiene la Cgil in una nota – si privilegia l’austerità e la svalutazione competitiva del lavoro. Serve un piano straordinario per il lavoro». «Questo è il fallimento delle politiche degli ultimi governi, quello di Renzi e di Gentiloni, ma anche quelli prima» sostiene Nicola Fratoianni (Sinistra Italiana) che «interventi pubblici e redistribuzione della ricchezza. Il movimento Cinque Stelle rilancia il «reddito di cittadinanza» (in realtà è un «reddito minimo»). Tutte le fiches dell’esecutivo sono oggi puntate sulla ripresa lillipuziana che non produce occupazione fissa [Jobless recovery]. Ieri, il ministro dell’Economia Padoan si è detto soddisfatto della crescita dello 0,2% del Pil nel primo trimestre 2017. Rispetto al 2016 la variazione è dello 0,8%. «È in linea con le previsioni del governo». Ciò che Padoan ha omesso di dire è che solo la Grecia ha fatto peggio dell’Italia. «La crescita è insufficiente – ha concluso Alleva – e stenta ad avere gli stessi effetti positivi diffusi all'intera popolazione».

Tonino Perna
da Il Manifesto
16.05.2017

Prima Mafia-Capitale, adesso ‘Ndrangheta- crotonese, sembra che la gestione dei migranti sia solo appannaggio di ladri e mafiosi.
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È chiaro che se l’opinione pubblica italiana viene bombardata con queste notizie senza avere un quadro complessivo della situazione e delle responsabilità, dati circostanziati, consegniamo l’Italia al più becero razzismo.
Sarà facile far circolare espressioni quali «lo Stato finanzia le mafie grazie ai migranti» oppure «l’accoglienza dei migranti serve solo alle mafie ed alla corruzione». Partiamo da un fatto: ci sono migliaia di volontari in Italia che accolgono i migranti quando sbarcano, soprattutto nei porti siciliani e calabresi, senza guadagnarci un soldo e spesso con grande dispendio di energie.
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Così come ci sono migliaia di assistenti sociali, mediatori culturali, insegnanti, che lavorano negli S.p.r.a.r e che fanno un ottimo lavoro per l’integrazione culturale e sociale dei migranti. Andate a Riace ed oltre, sulla costa jonica calabrese e potete vedere con i vostri occhi in decine di paesi, grandi e piccoli, il lavoro che stanno facendo associazioni collegate con Re.Co.Sol. ( Rete dei Comuni Solidali). È l’accoglienza diffusa che funziona, crea integrazione e ripopola Comuni e terre abbandonate, fa riaprire le scuole elementari, le farmacie e gli uffici postali: grazie al sistema di accoglienza diffuso dei migranti abbiamo assistito alla rinascita di Comuni desolati, dove solo pochi anziani erano rimasti a vederne la fine. E poi ci sono i CARA (Centro Accoglienza Richiedenti Asilo) come quello di Sant'Anna, che sono tutti veri e propri lager, con condizioni di vita estreme per i migranti che dovrebbero essere ribattezzati come CASI (Centro Affaristico Sfruttamento Immigrati).
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In particolare il CASI di Sant'Anna era ben noto alle autorità politiche e anche alla magistratura perché sono almeno dieci anni che giornalisti coraggiosi ed esponenti di associazioni umanitarie hanno denunciato questa orrenda e vergognosa situazione. Speriamo che non bisogna aspettare il prossimo scandalo per scoprire che ci sono tanti CASI come quello di Isola Capo Rizzuto. Così come non bisogna più ignorare le condizioni dei migranti che le Prefetture mandano negli alberghi, dove vengono abbandonati a se stessi , sovente in posti isolati. Le Prefetture si giustificano col fatto che i Comuni disposti a sottoscrivere uno Sprar sono pochi e quindi devono trovare alternative. Ma sicuramente non si possono abbandonare 80 giovani migranti in posti come Gambarie d’Aspromonte, per citare solo un caso tra i tanti, a mille e trecento metri d’altezza, a non far niente tutto l’inverno, sotto la neve in un posto che si popola solo la domenica e ad agosto.
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È necessario ed urgente che le Prefetture rivedano questa procedura e affidino ad associazioni e cooperative sane ed efficienti ( e sono tante) la gestione dei bisogni di questi nuovi migranti. Soprattutto, è necessario ripensare tutto il sistema dell’accoglienza migranti. Abbiamo lanciato come paese i «corridoi umanitari», grazie all'accordo tra governo italiano e libanese ed all'impegno economico e solidale della Federazione delle Chiese Evangeliche e della Comunità di Sant'Egidio.
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Finora sono giunti così in Italia poco più di 800 profughi, per lo più siriani, e sono stati accolti in tante località diverse con percorsi di integrazione culturale, sociale ed economica che già stanno dando i loro frutti. Si tratta di potenziare questo strumento che potrebbe servire da deterrente a chi rischia la vita salendo su un barcone: se ho la speranza di poter entrare legalmente in Italia, posso aspettare anche qualche anno prima di rischiare vita e denari.
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Bisognerebbe che anche le altre nazioni europee aderissero ai «corridoi umanitari» (la Spagna per esempio lo sta già facendo) per creare una massa critica che funzioni davvero come un deterrente ai viaggi della morte. E, prima di ogni altra cosa, si tratta di non stancarsi di informare i cittadini di questo paese che usano la parola «invasione» e non sanno di che parlano.
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Ci allarmiamo per duecentomila migranti l’anno quando il Libano ne è accolto fino a un milione e mezzo con una popolazione locale di meno di cinque milioni o la Tunisia, durante la guerra occidentale contro Gheddafi, ne accolse più di un milione, pur essendo una nazione povera e in una situazione di grave turbolenza politica.
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La nostra classe politica accusa l’Europa di aver lasciato da sola l’Italia di fronte ai nuovi flussi migratori, ma nessuno dice che fino all'anno scorso alla maggioranza dei migranti non venivano prese le impronte, come per un tacito accordo, dandogli l’opportunità di andare nel nord Europa. Quanta ipocrisia e quante falsità, quanti numeri inventati: come chi sostiene che il business della gestione dei flussi migratori rende alle mafie più del traffico della cocaina.
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È una palla enorme, ma è difficile bucarla perché è politicamente utile a chi, e sono tanti, sulla paura dei migranti ha scommesso il proprio successo elettorale.

Riccardo Chiari
da Il Manifesto
12.05.2017

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Censis. 6,2 miliardi di euro all'anno. 6,3 milioni gli italiani che hanno pagato in nero, senza fattura, le prestazioni, per intero o in parte.
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Sono la colonna vertebrale del sistema sanitario, lo prova il fatto che l’84,7% degli italiani si fida degli infermieri. L’apprezzamento resta altissimo anche trasversalmente ai diversi gruppi sociali e ai territori, dal nord al sud della penisola, e soprattutto ci sono nove anziani su dieci, i pazienti più assidui per forza di cose, che hanno negli infermieri una fiducia quasi assoluta.

Questa rilevazione è stata condotta dal Censis, per conto della Federazione nazionale dei Collegi Ipasvi, ed è stata incentrata sul «mercato delle prestazioni infermieristiche private e l’intermediazione tra domanda e offerta». La sua presentazione, praticamente in contemporanea con la «Giornata internazionale dell’infermiere», offre non pochi spunti di approfondimento. A partire dal fatto che, per effetto dei continui tagli all’offerta pubblica, nel 2016 ci sono stati 12,6 milioni di italiani e italiane che hanno fatto ricorso a un infermiere privato pagando di tasca propria.

Si tratta di un dato in crescita, cui si accompagna la caratteristica che nel settore si registra un robusto sommerso, visto che la metà degli acquirenti di prestazioni infermieristiche non hanno chiesto la fattura (4,7 milioni in toto e 1,6 milioni in parte). Con il risultato che la spesa privata al nero vale 1,4 miliardi (455 milioni al nord, 150 milioni al centro e 820 milioni al sud e nelle isole).

Ma il vero problema, in un paese che invecchia e con tanti malati cronici, è la debolezza cui è stato ridotto, a causa dei tagli, il settore pubblico. Di fronte al bisogno sempre più pressante di prestazioni infermieristiche – puntualizza il Censis – il sommerso non è un fatto eccezionale ma una variante della più ampia nuova spesa delle famiglie per accedere a servizi di welfare. In altre parole è un modo di trovare nel privato, a prezzi sostenibili, servizi che non trovano o non trovano più nel pubblico.

Più in dettaglio, fra le prestazioni richieste ci sono i prelievi di sangue effettuati in casa (richiesti dal 31,5% dei cittadini che si sono rivolti a un infermiere a domicilio); le iniezioni (23,5%); la misurazione di parametri vitali come la pressione arteriosa (14,3%); le medicazioni (13,5%), le flebo (13,4%) e l’assistenza notturna (4,3%). Da sottolineare che ben 2,3 milioni di italiani/e hanno chiesto assistenza prolungata nel tempo, e in particolare sono 920mila le famiglie con una persona non autosufficiente che hanno fatto ricorso a infermieri pagando di tasca propria.

Di qui, osserva il Censis, emerge la necessità dell’infermiere convenzionato con il servizio sanitario pubblico: ben il 53,8% degli interpellati nella ricerca vorrebbe l’infermiere convenzionato come il medico di base; poi il 38,5% vorrebbe infermieri rintracciabili nelle farmacie; il 19,8% l’abolizione del numero chiuso per l’accesso alle facoltà universitarie di scienze infermieristiche; e il 16,3% incentivi fiscali per aderire a prodotti assicurativi con pacchetti di prestazioni infermieristiche.
Quanto alla ricerca della figura professionale, il 40,3% degli italiani che hanno trovato un infermiere nell'ultimo anno lo ha fatto per conoscenza diretta; il 29,6% grazie a un parente o un amico; il 17% attraverso l’indicazione di un medico; l’8,7% chiedendo in farmacia e l’1,2% con annunci sui giornali o su internet. Cresce anche il ricorso agli intermediari come le cooperative sociali: il 12,1% dei cittadini che avevano bisogno di un infermiere e non sono riusciti a trovarlo – in particolare il 18% delle famiglie con persone non autosufficienti – si è rivolto a un intermediario.

Queste sono alcune conseguenze che possono essere lette nel nostro Dossier Sanità.
http://rifondazionesantafiora.it/node/500

Daniela Preziosi
da Il Manifesto
09.05.2017

Intervista/Alleanze. Il neo segretario: non siamo interessati a listoni che abbiano come obiettivo l’alleanza col PD prima o dopo le elezioni. Renzi è un avversario, non uno da cui andare a mendicare un premio di coalizione.
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Maurizio Acerbo, la sua prima mossa da nuovo segretario del Prc è dire no a Campo Progressista di Pisapia?
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Semplicemente non siamo interessati a una “sinistra” come la propongono Pisapia e in maniera meno netta altri, cioè listoni che abbiano come obiettivo l’alleanza col PD. Prima o dopo le elezioni.
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Renzi è un avversario da combattere non uno da cui andare a mendicare un premio di coalizione. Pisapia propone un nuovo centrosinistra, noi una nuova sinistra alternativa al PD.
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Dunque vi rivolgete a Sinistra italiana. Che però dialoga con D’Alema e i suoi di Art.1.
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A Bruxelles facciamo parte del Gue e del partito della sinistra europea. Partito a cui Si ha deciso di aderire al congresso, dichiarando chiusa l’esperienza con il centrosinistra. Ci sono le condizioni per un processo unitario. Magari con la modalità della “confluenza” nata nella Barcellona di Ada Colau: senza sciogliere i partiti tutte le organizzazioni fanno un passo indietro per farne due avanti in termini di partecipazione. Tergiversare mi sembra un grave errore politico.
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Non vedo perché l’Italia debba essere l’unico paese europeo senza una formazione unitaria della sinistra anti liberista con dimensioni di massa. Noi non ci rivolgiamo solo a Si, ma a tutti i mondi che hanno costruito con noi l’esperienza dell’Altra Europa, a De Magistris, a Possibile, alle Città in comune, a Diem, al coordinamento per il No sociale, alle altre formazioni comuniste, a compagne e compagni attivi nei movimenti sociali. La sommatoria fra sigle non ha senso.
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Ma non vi rivolgete a Art.1.
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Senza fare l’esame del sangue a nessuno, i promotori di Art.1 sono stati fino a ieri dall'altro lato della barricata. E sono ancora nella maggioranza di governo. Che la sinistra anti liberista e pacifista possa essere diretta da D’Alema e Bersani mi sembra surreale. Qualsiasi programma anti liberista decente dovrebbe prevedere l’abrogazione di centinaia di provvedimenti che loro hanno promosso e votato.
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Quindi a sinistra del PD ci saranno almeno due liste?
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Spero che ci sia una credibile lista della sinistra, quella che ho delineato. Non sono io che devo dire cosa devono fare gli altri. Magari se ci sarà il premio di coalizione Mdp sarà alleato del PD. A noi invece interessa che ci sia un soggetto unitario alternativo al Ps e al Pse e alle politiche dell’Unione europea condivise da centrodestra e centrosinistra. Insomma ci interessa una soggettività simile a Unidos Podemos, a Syriza, alla Francia Ribelle. Dico a tutti, da Fratoianni a De Magistris, che è ora di darsi una mossa. Attendere la legge elettorale o saltare il giro non mi sembrano buone soluzioni.
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La pregiudiziale anti Pisapia varrebbe anche nel caso in cui Renzi dicesse no
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Ma di cosa parliamo? Pisapia ha votato sì al referendum sulla Costituzione. Non è questione di persone ma di credibilità di un progetto politico. Noi siamo dei senza potere oscurati dai media: non siamo in grado di mettere pregiudiziali. Però non per questo andiamo in giro con il cappello in mano in cerca di un seggio. Pisapia non vuole una sinistra come Mélenchon. Noi facciamo parte del partito europeo di Mélenchon. Pisapia vuole allearsi col PD di Renzi, noi no. Propone un nuovo centrosinistra, noi una nuova sinistra. Questi progetti di PD 2.0 servono solo a procrastinare la costruzione di una sinistra radicale e popolare, alternativa al neoliberismo, indipendente dagli oligarchi dei media e della finanza.
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Non ha paura della ridotta della sinistra?
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In Europa le sinistre radicali non sono minoritarie. In tutta Europa c’è una sinistra come quella di cui parlo e ha dimensioni non trascurabili, in alcuni paesi ha superato gli ex-socialisti, in altri li ha letteralmente sostituiti. Fuori dal Palazzo ci sono milioni di persone a cui bisogna parlare in maniera chiara e con un profilo credibile.
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Altro che minoritarismo: è un luogo comune smentito dai risultati di Syriza, Unidos Podemos e ora di Mélenchon. Anche in Italia dove siamo riusciti come a Napoli a coniugare unità tra partiti e movimenti e un leader di rottura con l’establishment i risultati sono stati ottimi.
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Se lei fosse stato al posto di Mélenchon chi avrebbe votato?

Non sta a me votare al posto dei francesi. I nostri compagni in Francia hanno avuto posizioni diverse che rispetto. Al ballottaggio la scelta era tra peste e colera. Mélenchon ha fatto bene a evidenziare che la sinistra non ha nulla da spartire con il candidato iper-liberista Macron.

Livio Pepino
da il Manifesto
07.05.2017

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Nonostante la pioggia battente un fiume di persone ha percorso, ancora una volta, le strade della Val Susa per dire No al Tav e alle altre grandi opere che devastano il paese. Un fiume colorato, vivace e combattivo, di oltre quindicimila persone provenienti da ogni parte d’Italia e non solo. Davanti a tutti le mamme della Terra dei fuochi e una rappresentanza di terremotati di Amatrice. E uno slogan scritto su cento striscioni e ritmato lungo tutto il corteo: «Contro la Torino-Lione c’eravamo, ci siamo e ci saremo!».
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I siti dei grandi giornali – almeno mentre scrivo – ignorano un evento di cui avevano anticipato il probabile insuccesso, evocando divisioni e disaffezione e amplificando le polemiche della destra e del Pd per la partecipazione del vicesindaco di Torino . Invece è stato, ancora una volta, un esempio di democrazia. Da parte di un movimento che da venticinque anni tiene aperta la partita ed è più che mai determinato a vincerla con gli strumenti della politica, della parola, degli argomenti, della ragione. Ma la manifestazione dice qualcosa di più. La consapevolezza che la nuova linea ferroviaria Torino-Lione è un’opera devastante, di grande impatto ambientale, di conclamata inutilità trasportistica, insostenibile in termini di spesa e decisa in modo autoritario apre la strada a una consapevolezza ulteriore.
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Quella secondo cui lo scontro in atto in Val Susa è prima di tutto una grande questione di democrazia. Perché l’esclusione delle popolazioni interessate dai processi decisionali è una costante di tutte le grandi opere e svela l’involuzione neo coloniale delle democrazie, aggravata dalla delega agli apparati (polizia, magistratura e, addirittura, esercito) della gestione delle più rilevanti questioni politiche.
Si spiega così la durata e l’ampiezza della partecipazione, che è anche una forma di resistenza contro la violazione di diritti fondamentali delle persone e delle comunità. Una violazione che non può essere legittimata da un voto di maggioranza. Perché – come ha scritto Gustavo Zagrebelsky – «nessuna votazione, in democrazia chiude definitivamente una partita. La massima: vox populi, vox dei è soltanto la legittimazione della violenza che i più esercitano sui meno numerosi. Questa sarebbe semmai democrazia assolutistica o terroristica, non democrazia basata sulla libertà di tutti».
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È una lezione che dovrebbe essere meditata da quel che resta di una sinistra troppo spesso interessata alle questioni istituzionali più che alle dinamiche reali e profonde del paese.

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Pubblicato il 05.05.2017
COMUNICATO STAMPA
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«Siamo a Mosca – dichiara Eleonora Forenza, eurodeputata Gue/Ngl, che ha preso parte negli scorsi giorni alla Carovana antifascista in Donbass – e stiamo rientrando in Italia. Stiamo tutti bene. Abbiamo appreso della richiesta di estradizione del governo di Kiev che ci vuole processare per terrorismo e della posizione dell’Ambasciata ucraina in Italia. Ci pare assurda la posizione del governo italiano di fronte a tali richieste, che anziché respingere tali richieste si preoccupa di ribadire l’amicizia col governo di Poroschenko.
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Come delegazione di Rifondazione Comunista siamo orgogliosi di aver portato solidarietà al Donbass antifascista unendoci alla Carovana della Banda Bassotti, insieme a Usb e a tanti altri antifascisti. Siamo orgogliosi di aver disobbedito al regime di Poroshenko di cui l’UE è vergognosamente complice».
L’eurodeputata Eleonora Forenza spiegherà i contenuti della missione cui ha partecipato in una conferenza stampa lunedì 8 maggio alle 12 presso la sede del Parlamento Ue a Roma, in via IV Novembre 149.
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Maurizio Acerbo, segretario nazionale di Rifondazione Comunista-Sinistra Europea, dichiara:
«Nel mentre stanno ripartendo alla volta dell’Italia ci giunge notizia che il governo ucraino ha chiesto a quello italiano l’arresto e l’estradizione della nostra compagna Eleonora Forenza, parlamentare dell’Altra Europa e degli altri compagni di Rifondazione e della Carovana Antifascista che in questi giorni sono stati in Donbass per una missione di pace e solidarietà.
I nostri compagni sono stati invitati dai sindacati del Donbass e hanno partecipato alla manifestazione del 1° maggio.
Il fatto che l’Ucraina consideri criminali degli antifascisti che visitano le repubbliche di Donetsk e Lugansk dà l’idea del carattere non democratico del regime sostenuto da Nato e Europa.
Inoltre ricordiamo che nell’Ucraina pseudo-democratica i comunisti vengono messi al bando ed è vietato persino cantare L’Internazionale o sventolare una bandiera rossa nel mentre sono stati riabilitati i nazisti ucraini responsabili di crimini contro l’umanità durante la Seconda guerra mondiale.
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Lunedì 8 maggio alle ore 12, Eleonora e gli altri compagni della delegazione risponderanno alle accuse del governo ucraino nella conferenza stampa che terranno presso la sede del Parlamento europeo a Roma».

Max Mauro
da il Manifesto
05.05.2017

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Curve razziste. Dopo gli insulti razzisti di Cagliari ignorati dall'arbitro e l'espulsione, la giustizia sportiva punisce il calciatore ghanese del Pescara con una giornata di stop. Ma le immagini hanno fatto il giro del mondo. E dall'Inghilterra arriva la proposta di uno sciopero solidale di tutti i calciatori della serie A.
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Ci sono immagini che per la loro forza espressiva finiscono per rappresentare molto di più del singolo momento a cui sono riferite. Riescono a testimoniare un fenomeno storico o un problema.
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L’immagine del calciatore ghanese Sulley Muntari che con la mano destra percuote il suo avambraccio sinistro, mentre rivolto ad alcuni spettatori che lo stavano insultando durante la partita Cagliari-Pescara dice «questo è il colore della mia pelle», è una di esse. È un’immagine che fa male, perché ci impone di riflettere, ancora una volta, sulle forme del razzismo. Fa male ancor di più sapendo che tra il gruppo di spettatori che andavano insultando Muntari dal principio della partita c’erano anche dei bambini, con i genitori accanto.
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Muntari aveva chiesto all’arbitro di intervenire affinché questi “tifosi” venissero tacitati dallo speaker. Lo prevede il regolamento, anche se in Serie A questa norma è stata applicata solo due volte da quando venne introdotta, nel 2005. L’arbitro non ha sentito nulla. Nemmeno l’assistente a bordo campo ha sentito qualcosa. Così hanno scritto nel loro referto, in cui si spiega la ragione per cui Muntari è stato ammonito e poi espulso.
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Il regolamento – sempre lui, elusivo come una falena – prevede che i calciatori non si rivolgano al pubblico. Nemmeno se si tratta di regalare una maglietta a un bambino, come ha fatto Muntari al ragazzino che lo insultava. Sconfortato da tanta indifferenza, Muntari ha lasciato il campo. Di qui l’espulsione che ha portato a una squalifica, sempre per regolamento, di una giornata.
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Mentre la Figc, senza commentare il fatto, rendeva pubblica la sua decisione, il caso Muntari usciva dai confini italiani. Muntari riceveva la solidarietà della Federazione internazionale dei calciatori professionisti (FIFpro), e quella della storica organizzazione anti-razzista britannica Kick it Out, che in un comunicato esprimeva incredulità per il modo in cui la Figc ha gestito la cosa.Poi è arrivato il sostegno dell’Alto Commissario alle Nazioni Unite per i Diritti Umani, Zeid Ra’ad al-Hussein, che ha definito Muntari «un’ispirazione» per chi si occupa di diritti umani. Garth Crooks, ex stella del Tottenham e autorevole commentatore della Bbc, ha invitato tutti i calciatori italiani, non solo i neri, a scioperare in solidarietà con Muntari.
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Quell'immagine ha fatto il giro del mondo in poche ore, ma nessuno alla Figc sembra essersene accorto. Erano poche decine quelli che insultavano, meno dell’1% del pubblico, si legge nella sentenza. Chissà se il giudice sportivo si è chiesto il significato di quell'immagine prima di scriverla.

Pubblicato il 03.05.2017
Stefano Galieni
Responsabile nazionale migranti PRC

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Se non ci fosse una persona da piangere e per cui, comunque siano andate le cose, vergognarsi, come è accaduto a Roma con la morte di Nian Maguette, 53 anni, di professione ambulante.
Se non fosse scattata una operazione a Milano che ha visto impegnati centinaia di agenti, elicotteri, polizia a cavallo, per chiudere la piazza antistante la stazione centrale e fermare, controllare, caricare sui cellulari decine e decine di persone sulla base del solo colore della pelle. Se non ci giungessero da numerose città segnalazioni di improvvise azioni di massa, con pattuglioni, alla caccia di irregolari, privi di alloggio, con documenti scaduti, comunque sospetti.
Se non ci fosse tutto questo l’inizio del mese di maggio somiglierebbe ad una immensa farsa. Come non trovare grottesco il fatto che da una parte si attacchino vigliaccamente le Ong che fanno soccorso in mare e salvano quelle decine di migliaia di vite a cui dovrebbe provvedere l’UE e i suoi Stati Membri e contemporaneamente, quelli che si credono in salvo, debbano ritrovarsi a temere le divise come le temevano nei paesi da cui sono fuggiti e in cui sono transitati.
Nessuna equiparazione sia chiaro, non ci si spinge a tanto ma proviamo ad entrare nella mente di chi da sempre ha visto il passaggio di un mezzo di polizia come il segnale di messa a rischio della propria vita, provate a immaginare chi ha conosciuto la violenza che tante volte ci è stata raccontata di cui sono capaci soldati e miliziani libici.
La divisa diviene un elemento di paura. E quando dopo aver attraversato il mare e fortunosamente si è stati salvati da quelle Ong che si cerca di intimidire, all'arrivo nel porto italiano in cui si viene accolti, c’è sempre lo schieramento di agenti pronti a dover affrontare un pericolo che spesso non esiste.
Che pericolo possono portare uomini, donne, bambini, spesso disidratati o in ipotermia a seconda della stagione, con addosso segni di torture, di botte e ustioni dovute al viaggio sui gommoni?
E quando si è finalmente in una città, in un paese, in un “centro di accoglienza” i ritmi della vita vengono interrotti sovente dalle divise che controllano che osservano che incutono, volenti o meno, timore se non rabbia.
Certo di agenti che si comportano con dolcezza e umanità ce ne sono a iosa, ma basta pensare alla mano pesante che ti impone di lasciare le impronte, a chi ti fa la foto segnalazione, a chi, se ti incontra per strada, con le borse della spesa ti guarda e di fatto sembra domandarsi se quella merce che porti è stata comperata o rubata.
Si è addestrati, non solo da noi, a guardare con sospetto chi ha la pelle di un colore diverso e magari è vestito anche in maniera un po’ trasandata.
Il controllore, in divisa, ferma sul treno o in autobus, soprattutto questa categoria di persone e così ovunque, soprattutto di notte, quando si costruisce in maniera concreta e feroce, la percezione dell’altro come potenziale nemico.
Ed è grottesco perché inevitabilmente questo paese, questo continente, saranno sempre più meticci e plurali, lo sono già ma accettarlo è dura e per ora tale timore resta prezioso strumento di distrazione di massa.
Viviamo in città in cui trionfano il malaffare, le speculazioni, una distribuzione delle risorse radicalmente asimmetrica in cui la povertà, come indice di sconfitta individuale, sembra divenuto il nuovo paradigma, lo stigma indelebile che non si cancella.
La povertà, nel paese in cui tutto è possibile, in cui i centri commerciali traboccano delle merci più splendenti, in cui tutto, corpi, giovinezza, potere, si possono comperare, essere poveri crea rabbia e con chi sfogarla se non con coloro che non sono in condizione di difendersi e reagire?
E uno stato che colpisce chi è più povero degli autoctoni, chi ha elementi di incompatibilità definiti dal vincitore di questa guerra – non ha i documenti, non ha casa, non ha un lavoro stabile, professa un’altra religione, vive ai margini, commette piccoli reati – diventa uno Stato che finisce col rappresentare gli interessi e la rabbia dei più colpiti dalla crisi, dei più delusi per essere impotenti nel Paese dei Balocchi.
Forse dovremmo finalmente mutare il linguaggio: non è una guerra fra poveri.
Ma è una guerra in cui un potere ricco convince i suoi poveri di essere in grado di difendere i loro interessi da poveri concorrenti.
Una bugia colossale che si traduce ciclicamente in leggi, circolari, provvedimenti, tanto cattivi, quanto inefficaci alle stesse ragioni per cui vengono propagandate, quanto miseramente uguali.
Oggi abbiamo la legge sulla “Sicurezza urbana” firmata da Minniti e Orlando, due uomini che si definiscono “di sinistra” tanto da dire che “anche la sicurezza è di sinistra”.
Ma le mega operazioni di polizia, a Roma, a Milano come in altre città, sono un remake di quanto già visto da decenni, indipendentemente da chi era al governo. Le parole con cui si realizzano le leggi e con cui si costruisce la cultura della paura, sono le stesse da decenni.
Tranne qualche invenzione come il DASPO urbano, poco o nulla cambia rispetto ai Napolitano, ai Fini, ai Pisanu ai Maroni, tanto per citare i più noti.
La frase di fondo è sempre la stessa anche se ripetuta con accenti diversi e contiene due parole “solidarietà e sicurezza”, a cui spesso si aggiunge il rafforzativo “legalità”. Se volessimo trovare una novità questa è rappresentata, oltre che da una nostra ad oggi insufficienza, dalla presenza del M5S, capace di coniugare fascismo populista e ignoranza abissale la cui sintesi misera è ben condensata nell'ultima richiesta fatta a Roma: impedire alla Caritas di dare da mangiare ai poveri in un proprio centro.
Ed è in nome di questa “sicurezza” e di questa “legalità” che gli agenti della polizia municipale, guidati dal sempiterno Antonio Di Maggio, tante volte balzato agli onori della cronaca per gli attacchi ai rom, che Nian oggi non c’è più. Ed è in nome di questa “sicurezza” che la Milano che vorrebbe dimostrarsi accogliente come Barcellona, in una giornata gelida e di pioggia da sembrare più autunnale che primaverile, scaraventa prima sui furgoni, poi in questura e per finire in mezzo alla strada, persone che avevano commesso il solo reato di esistere in un luogo in cui la loro presenza non è confacente al decoro.
Già cosa pensano i turisti che arrivano a Milano se invece di incontrare nebbia e persone indaffarate trovano una città multicolore quasi mediterranea? Chi ha dato gli ordini e chi li ha eseguiti, attiene alla stessa logica perversa del vincitore, del dominante, di chi è convinto di essere il padrone di una porzione di mondo. Dire no è giusto allora e rifiutare le ipocrite lacrime di Stato o di Municipio lo è altrettanto. Che seguano gesti concreti di discontinuità, che si abbia la forza e il coraggio di non obbedire alle leggi liberticide che hanno pura radice di classe e xenofoba.
Non bastano altrimenti sfilate solidali e appelli alla convivenza, non bastano scuse, non bastano giustificazioni dettate dalle necessità imposte dalla politica e dalla “pancia del paese”. Se non si è in grado di riportare questo paese ad un semplice senso di realtà, utilizzando l’azione politica per lenire i dolori di chi sta male e non per aizzare contro chi sta peggio, ricostruendo welfare inclusivo, redistribuendo risorse e lavoro, garantendo equità e dignità, se non si è in grado di dare prospettive di futuro a chi di futuro non ne vede sarebbe meglio, molto meglio, rinunciare a ricoprire ruoli pubblici per cui si è evidentemente inadeguati.
A chi è comunista realmente, a chi, non credendo nella religione neoliberista, ha compreso che o si realizza un mondo aperto e di alleanza fra sfruttati o si resterà sempre sotto qualche giogo, spetta il compito di ritessere un avvenire che oggi, fra i pattuglioni di Milano e la fine di Nian è più difficile intravedere.

Pubblicato
il 02.05.2017

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Il rastrellamento di immigrati a Milano intorno alla stazione centrale – dichiara Maurizio Acerbo, segretario nazionale Rifondazione Comunista – Sinistra Europea – non ha nulla a che fare con la sicurezza e tantissimo con la campagna elettorale.
Il dispiegamento spettacolare di uomini e mezzi serve al PD per fare concorrenza a Salvini che accorre sul posto per non farsi rubare la parte del cattivo da Minniti.
E’ gravissimo avallare l’idea che i migranti costretti in una situazione di irregolarità ricorrente dalla legge Bossi-Fini e normative europee siano dei delinquenti da cui le città vanno “ripulite”.
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Emerge per l’ennesima volta la contraddizione tra la retorica antirazzista del PD e i comportamenti concreti: si promuove a Milano per il prossimo 20 maggio una manifestazione “insieme senza muri” e poi si agisce in stile Germania anni ’30.
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Difficile credere che l’amministrazione Sala non sia stata precedentemente informata di questa operazione visto che nei comitati per l’ordine e la sicurezza ci sono Comune, Questore e Prefetto.
Purtroppo dobbiamo constatare che Milano non è Barcellona, Sala non è Ada Colau e Minniti è un pericolo per la democrazia come Salvini.
Vale davvero la pena di scendere in piazza non per processioni ipocrite ma per rivendicare l’abolizione dei decreti Orlando-Minniti e contro il razzismo istituzionale di governo e tanta parte delle opposizioni parlamentari.
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Maurizio Acerbo, segretario nazionale PRC-Se

Roberto Ciccarelli
Il Manifesto
28.04.2017
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Inps. +30% licenziamenti disciplinari nelle aziende over 15. Con il taglio degli sgravi, -12% contratti a tempo indeterminato. 284 mila contratti a tempo determinato e 35 mila contratti di apprendistato «trainano» l’occupazione a gennaio-febbraio 2017. 10 milioni e 526 mila voucher venduti in un anno fino al 17 marzo, giorno in cui il governo Gentiloni ha abolito con un decreto i «buoni lavoro»
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Aumentano i licenziamenti disciplinari nelle aziende con più di 15 dipendenti. Con il taglio degli sgravi contributivi alle imprese per i neo-assunti crollano le assunzioni a tempo indeterminato. I pochi assunti trovano in busta paga un regalo: le retribuzioni inferiori a 1.500 euro sono più basse di quelle, già basse, dei colleghi già assunti. Sono le conseguenze del Jobs Act di Renzi e del Pd riassunte dall’osservatorio sul precariato dell’Inps che ieri ha pubblicato i dati di febbraio 2017.
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LA CANCELLAZIONE dell’articolo 18; l’imposizione del contratto a tutele crescenti – dove a crescere è la libertà dell’impresa a licenziare; il regalo di stato alle imprese pari a 11 miliardi di euro in tre anni; il taglio dei salari per il lavoro dipendente nel privato, ovvero i pilastri della dissennata politica dei bonus imposta da Renzi ha portato alla seguente situazione. Nei primi due mesi del 2017 i licenziamenti disciplinari sono aumentati del 30% rispetto ai primi due mesi del 2016: oggi sono 5.437, ieri erano 4.111. E salgono del 64,9% se si considera il periodo analogo del 2015 quando il Jobs act non era ancora in vigore. Questo significa che la «riforma» approvata dal Pd ha aumentato i licenziamenti grazie all’abolizione dell’articolo 18 che ha di fatto cancellato il reintegro nel posto di lavoro in caso di licenziamento illegittimo per i lavoratori assunti da marzo 2015 nelle aziende con oltre 15 addetti.
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L’ALTRO TOTEM RENZIANO è l’aumento delle assunzioni a tempo indeterminato. Una bufala. Tagliati i costosissimi sgravi, la crescita si riduce drasticamente. Nei primi due mesi del 2017 del 13% rispetto a quelli del 2016 con un saldo positivo tra assunzioni e cessazioni di soli 18 mila contratti, la metà di quelli del 2016 e il 15 per cento di quelli dei primi due mesi del 2015. Senza i soldi pubblici le imprese italiane non assumono. La politica dei bonus ha spostato un’immensa quantità di denaro pubblico nelle tasche dei capitalisti, senza peraltro risultati significativi.
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AL CONFRONTO SU SKY con gli altri candidati alle primarie Pd Renzi ha rilanciato anche il dato grezzo sugli oltre 700 mila assunti con il Jobs Act. I dati Inps raccontano un’altra realtà, quella della dinamica del mercato del lavoro che non può essere rappresentata con una somma, ma con un saldo tra assunzioni e cessazioni dei contratti. Il valore va misurato su base annua, e non con la somma del biennio come fa invece Renzi. Per l’Inps il saldo dei primi due mesi del 2017 risulta positivo: +352 mila. Ma bisogna guardare le tipologie dei contratti contenuti in questa cifra. Ci sono i contratti a tempo indeterminato (+33 mila), ma la crescita è trainata dai contratti di apprendistato (+35 mila) e dai contratti a tempo determinato (+284 mila inclusi i contratti stagionali). Questo significa che il Jobs Act, tanto sbandierato, è un altro modo per produrre precarietà per legge.
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OLTRE ALLA RIDUZIONE dei salari: 31,8% contro il 35,8% rispetto a gennaio-febbraio 2016 ci sono gli immancabili dati sui voucher che hanno continuato a macinare record su record anche a marzo 2017. Tra il 1 marzo e il 17, data di entrata in vigore del decreto che li ha aboliti (con la possibilità di usare quelli acquistati fino a fine anno) sono stati venduti 10.526.569 voucher in linea con l’intero mese di marzo 2016 (10.922.770). Il presidente dell’Inps Tito Boeri chiede un rilancio degli sgravi alle imprese, anche in mancanza di una domanda di lavoro. «Mi chiedo se non valga la pena di mantenere in piedi forme di decontribuzione per i giovani, con lo Stato che paga per loro i contributi» sostiene. Una forma simile è comunque presente per gli under 35 del Sud. Più critica la Cgil con Tania Scacchetti, segretaria confederale: «Il fallimento del Jobs Act è sotto gli occhi di tutti. Sgravi contributivi a pioggia per le imprese e riduzione delle tutele per i lavoratori non hanno rappresentato la strada giusta».
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«IL JOBS ACT è stata una scelta sbagliata» sostiene Francesco Laforgia, capogruppo alla Camera degli scissionisti del Pd – Articolo 1-Mdp. Sul tavolo mettono il ripristino dell’articolo 18 e chiedono di calendarizzare una proposta di legge. L’iniziativa resta nel campo del Pd renziano e del governo Gentiloni che ha abolito i voucher con un decreto per impedire il referendum Cgil. La richiesta di una revisione dell’altro totem renziano è giunta anche dal segretario confederale della Uil Guglielmo Loy che denuncia anche l’aumento del 431% nei licenziamenti da esodo incentivato, cambio di appalto o interruzione di rapporti di lavoro nel settore edile.
«Il Jobs Act è dipendente soltanto dagli sgravi contributivi – afferma Renato Brunetta (Forza Italia) – Una strategia sbagliata che ora si vuole ripetere con sgravi per giovani e donne, di vago stampo elettorale». «I dati dell’Inps confermano le nostre paure. Gli unici effetti del Jobs Act sono precariato e licenziamenti» sostengono i portavoce M5S delle commissioni lavoro Camera e Senato.

Riccardo Chiari
da il Manifesto
27.04.2017
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Trasporto aereo. Dai confederali ai sindacati di base, la richiesta di un nuovo progetto industriale con un intervento pubblico, per dare certezze ai lavoratori e un futuro, regolamentato, per l'intero settore.
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Non c’è alcuna reazione alla proposta della Cgil su Alitalia (“Bisogna ripartire da un piano industriale credibile, sostenuto anche dalle banche e dal governo, con l’ingresso di Cassa depositi e prestiti”).
Il ministro Calenda, onnipresente sulle tv, si limita a dire: “L’unica cosa sarà avere un prestito ponte dallo Stato, intorno ai tre/quattrocento milioni, per assicurare sei mesi di gestione”. Soldi già in cantiere, visto che ci sono i 300 milioni di Invitalia dati dal governo come garanzia – alle banche – per il non-piano industriale affossato dai diretti interessati, i lavoratori. Intanto però le stesse tv sono costrette ad ascoltare qualche sindacalista. E, in video, la sempre prudentissima Cisl con Annamaria Furlan avverte che sia lo “spezzatino” che la liquidazione della compagnia sarebbero scelte disastrose.
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Entra nel merito il sindacato di base Usb, che invia una lettera al governo chiedendo di riaprire il negoziato. “C’è la dichiarata necessità di un diverso piano industriale, che si sviluppi anche attraverso un intervento del governo nella gestione e nel capitale di Alitalia, sino alla nazionalizzazione, in una riforma complessiva del settore che definisca regole uguali per tutti i vettori, comprese le low cost”.
Usb poi segnala un dato di fatto: “Uno dei soci più importanti di Confindustria, Benetton, ‘padrone’ degli aeroporti romani, attraverso le sue entrature istituzionali sta facendo notare che la stragrande maggioranza del traffico aereo su Fiumicino dipende dai voli Alitalia”.
Infine Usb ricorda: “Quanto affermato dall’azienda, per cui l’operatività dei voli Alitalia non subirà modifiche, resta soltanto un’ipotesi, legata agli sviluppi della vertenza”. Ecco così che arriva la “profonda preoccupazione” di Astoi Confindustria Viaggi (90% dei tour operator). Quella di Federalberghi, con Bernabò Bocca che a sua volta avverte: “Se Alitalia fosse comprata da Lufthansa oppure da British, l’hub principale diventerebbe Francoforte o Londra, e Alitalia diventerebbe una compagnia regionale. Non ce lo possiamo permettere”.
E Giorgio Palmucci di Confindustria Alberghi: “E’ una situazione di gravissima incertezza, che arriva proprio alla vigilia dell’estate”.
L’altro sindacato di base Cub segnala che i comuni di Fiumicino e Roma, e la stessa Regione Lazio, hanno chiesto soluzioni alternative.
Al riguardo Nicola Zingaretti è esplicito: “Basta scaricare su lavoratori le scelte di manager incapaci. Il governo percorra tutte le strade possibili”. Ma nessuno vuol parlare apertamente di un piano industriale che dia certezze ai lavoratori e un futuro al settore del trasporto aereo.
“Eppure – ricorda Maurizio Acerbo di Rifondazione – ci sono costati tantissimo i danni fatti dai finti salvatori privati. E ora si annuncia lo ‘spezzatino’, per sancire la fine definitiva di Alitalia. Meglio nazionalizzare, lasciando perdere gli editoriali di Alesina e Giavazzi, perché a forza di dare retta a quelli come loro questo paese sta andando a picco”.

Dante Barontini
da Contropiano
26.04.2017

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Se dovessimo cercare di prevedere le mosse del governo su Alitalia – dopo il voto e la decisione del Cda di annullare la prevista ricapitalizzazione e avviare le procedure di legge per la messa in liquidazione della compagnia – da quello che il ministro Martina ha messo in mostra durante la trasmissione condotta da Lilli Gruber su La7, ci sarebbe da disperare. L’intelligenza umana sembra infatti bandita dalle poltrone dell’esecutivo.
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Guardando poi alle altre dichiarazioni consegnate alla stampa stamattina da tutti i protagonisti del SI, asfaltato nel referendum tra i lavoratori , il quadro si complica un po’, ma non troppo.
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Si capisce che i ministri sconfessati (Delrio, Poletti e Calenda, un trio che nessuno si augura di avere come amministratore di condominio) stanno coltivando seriamente l’ipotesi della vendetta sui lavoratori.
Ossia: commissario liquidatore, sei mesi (o più) per trovare un compratore (che pretenderebbe ovviamente condizioni contrattuali e salariali peggiori di quelle già schifose attuali) e poi chiusura, licenziamenti, ammortizzatori sociali ridotti al minimo.
Vietato anche solo nominare la parola “nazionalizzazione” o “intervento dello Stato”. Anche se, sempre dal governo, si ammette la necessità di un “prestito ponte” – soldi pubblici, che non rientreranno mai, ma regalati all'azienda per continuare ad operare nel frattempo.
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Lo stesso Gentiloni ha sentito bisogno di ritornare sulla questione, nonostante la figuraccia doppia rimediata sul referendum (intervento ricattatorio ad urne aperte e risultato opposto a quello sperato): "Sulla questione Alitalia bisogna dire la verità, l'ho già detta prima, lo dico anche adesso: non ci sono le condizioni per una nazionalizzazione".
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Solo Repubblica enfatizza oltre misura lo smarcamento di Renzi – non è diventato buono o “di sinistra”, deve semplicemente far cadere o mettere sotto pressione il governo, subito dopo le primarie – che “non esclude altre soluzioni”. Punto.
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Più articolata la posizione di Confindustria, espressa da una serie di servizi su IlSole24Ore, che insiste molto sul prestito-ponte e poi vedere se si trovano altre soluzioni.
Anche qui non c’è un’improvvisa svolta “buonista”, ma solo preoccupazione per uno dei soci più importanti di Confindustria, ossia Benetton. Il “padrone” degli aeroporti romani, attraverso le sue entrature istituzionali, sta facendo notare che la stragrande maggioranza del traffico aereo su Fiumicino dipende dai voli Alitalia. Un blocco della compagnia sarebbe dunque un danno economico pesante, almeno nell'immediato. Ovvio che una destinazione come Roma non resterebbe a lungo “scoperta”, e che gli slot occupati attualmente dalla compagnia verrebbero facilmente venduti ad altre. Ma ci vuole tempo: le compagnie interessate dovrebbero decidere di ampliare il proprio parco rotte, investire nei servizi di terra dedicati (check in, ecc), comprare gli slot “all'asta”, destinare personale verso l’Italia, ecc, ecc, ecc. Nel frattempo, Fiumicino languirebbe e i ricavi di mr. Benetton, anche.
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Sì, va bene, direte voi… ma Martina che c’entra? C’entra come “cultura di governo”, ovvero come pensiero comune di questo governo. A chi gli chiedeva perché escludere la nazionalizzazione (lo Stato francese detiene tuttora il 16% dell’azionariato di Air France-Klm, controllando di fatto a compagnia, per esempio), ha risposto con la più suicida delle battute: “ma allora dovremmo farlo per tutte le aziende che chiudono…”.
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Straordinario, per un politico che fin lì aveva chiuso ogni discussione spiegando che a lui piace “trovare soluzioni concrete, non facili slogan”. Anche se poi, spiegando il ruolo svolto dal governo nella “trattativa” poi bocciata dai lavoratori, non era andato al di là del “mettere intorno allo stesso tavolo azienda e sindacati”.
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Diciamo la verità. Se il ruolo di un governo fosse davvero soltanto questo, basterebbe assumere un centralinista, un portiere d’albergo e un cameriere, indispensabili per dare l’appuntamento, la sede e un minimo di confort durante la riunione. Governare è un altro mestiere.
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Quello che Martina e il resto dei ministri non dicono è che questo svilimento del ruolo dipende dall'appartenenza subordinata all'Unione Europea, ad un sistema di trattati ordoliberisti – di impronta teutonica – che vieta agli Stati di occuparsi di economia reale. Un modo di affrontare la crisi che – come spiega Guido Salerno Aletta, editorialista di Milano Finanza, in un'analisi sulle elezioni francesi – ha portato ad “anni di politiche economiche insensate, nel disperato tentativo di tenere alte le Borse drenando verso di esse tutto il risparmio, senza dare fiato all'economia reale. Con i debiti pubblici che succhiano risorse tributarie, attraverso il saldo positivo del risparmio pubblico”. E che, se sarà proseguito ancora per qualche tempo, disegna un futuro mortifero: “Non aver voluto fare i conti con le radici profonde della crisi mondiale ed europea, che deriva dalla globalizzazione violenta, dalla caduta delle barriere commerciali, dalla competizione tra sistemi sociali dotati di alte protezioni dei lavoratori con altri cannibaleschi, e dagli squilibri commerciali e nella accumulazione, sta provocando l’implosione del sistema: prima dei partiti tradizionali, ora dei sistemi politici ed in prospettiva delle stesse istituzioni”.
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Ecco, di fronte a un panorama fatto di imprese che chiudono, delocalizzano, fuggono, licenziano, creando un deserto popolato di disoccupati di ogni età, un governo appena appena “normale” – anche in ambito capitalistico – è obbligato a “cercare soluzioni concrete” intervenendo direttamente. Nazionalizzando le imprese, tutte le imprese che rischiano la chiusura, in modo da restituire loro una funzionalità economica. Producendo ricchezza, altrimenti non si può neanche rastrellare tasse e distribuire reddito.
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E il panorama italiano, da anni, è fatto di chiusure e vendite, anche in settori strategici. L’elenco è sconfinato, dalla Fiat “americanizzata” all'Ilva, dalla Lucchini ad Almaviva, dall'Alitalia ai marchi del “lusso”. A chi serve un governo – uno Stato – che assiste senza muovere un dito o che al massimo muove la polizia quando la gente, alla disperazione, protesta?
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Di sicuro non a noi, non ai lavoratori e ai disoccupati o “disoccupandi” di questo paese.
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Ringraziamo dunque volentieri il ministro Martina di aver fatto vedere di che pasta è fatto questo club di “amministratori di condominio da evitare con cura” che si ostina a farsi chiamare “governo”.

Pubblicato il 20 apr 2017

Rifondazione Comunista parteciperà a Roma come a Milano a tutte le manifestazione convocate dall’ANPI per il 25 aprile – dichiara Maurizio Acerbo, segretario nazionale di Rifondazione Comunista – Sinistra Europea -.
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Esprimiamo la nostra solidarietà all'ANPI oggetto di attacchi e polemiche strumentali.
Gli insulti di Salvini non ci stupiscono, essendo la sua propaganda xenofoba e razzista manifestazione evidente del suo legame con quei regimi e quelle ideologie nazifasciste che i partigiani combatterono con le armi in pugno.
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Desolante che anche Orfini si dedichi alla delegittimazione dell'ANPI come d'altronde il PD fa da tempo, facendo scelte politiche che lo pongono in contrasto con i principi e i valori della Costituzione.
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Il 25 aprile tutte e tutti gli antifascisti hanno il diritto di manifestare: la comunità ebraica come chi è solidale con il popolo palestinese.
Con la stessa determinazione con cui combattiamo ogni forma di razzismo e di antisemitismo ci battiamo per il riconoscimento dei diritti del popolo palestinese e per la pace in Medio Oriente».
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VIVA IL 25 APRILE - FESTA DELLA LIBERAZIONE

Eleonora Martini
da il Manifesto
12.04.2017

Roma. Protesta delle associazioni in Piazza Montecitorio contro i provvedimenti: dal Daspo urbano alla riforma dell’iter per l’asilo che «sovrappone i poteri dello Stato»
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«A rischio di incostituzionalità». Il giudizio è praticamente unanime, in Piazza Montecitorio dove decine di associazioni e formazioni politiche si sono date appuntamento per contestare i decreti legge Minniti-Orlando, mentre i deputati in Aula votavano la fiducia. Entrambi – quello sull’immigrazione, che oggi verrà convertito in legge con l’ultimo voto della Camera, e quello sulla sicurezza urbana che è passato all’analisi del Senato – violano i principi stessi su cui fonda lo Stato italiano, secondo molti militanti delle organizzazioni che hanno aderito al sit-in, tra le quali Antigone, Arci, Asgi, Acli, Cgil, Cisl, Cnca, Fondazione Migrantes, Legambiente, Libera, Lunaria, Medici senza frontiere, Radicali italiani, Rifondazione comunista, Sant’Egidio e Sinistra Italiana.
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A cominciare dalla necessità e dall’urgenza che hanno motivato la forma dell’atto normativo. Ma di punti «deboli», costituzionalmente parlando, i provvedimenti di Minniti e Orlando ne hanno molti. Basti pensare al «Daspo urbano» applicato anche il 25 marzo scorso a Roma per fermare preventivamente alcuni manifestanti «per l’altra Europa» provenienti dalla Val Susa e dal Nord-est, «che viola l’art.21 sulla libertà di espressione del pensiero». O alla riforma dell’iter per il riconoscimento dello status di rifugiato, resosi necessario, secondo il legislatore, a causa dell’intasamento di alcuni tribunali, quelli su cui insiste la competenza delle commissioni che vagliano le richieste di asilo. Per intenderci, nel Lazio tutti i ricorsi degli aspiranti asylanten gravano solo su quella decina di magistrati della Prima sezione del Tribunale di Roma. «Ma il ministro Orlando, invece di cambiare le competenze e distribuire sul territorio questo carico di lavoro, ha deciso di semplificare l’iter a scapito di molti diritti costituzionali», spiega l’avvocato Stefano Greco, della Casa dei diritti sociali.
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Andando nei particolari del «decreto immigrazione», il primo punto è la giurisdizionalizzazione del procedimento amministrativo davanti alle Commissioni (le cui sedute saranno d’ora in poi videoregistrate e i cui verbali saranno informatizzati) che, secondo il ministro Orlando, permette di evitare il secondo grado di giudizio nel caso di ricorso davanti a un giudice. «In questo modo, si viola l’articolo 111 secondo il quale “la giurisdizione si attua mediante il giusto processo” – spiega ancora l’avv. Greco – che vuol dire contraddittorio tra le parti, parità, e un giudice terzo e imparziale. Davanti alle commissioni invece il richiedente asilo è solo, senza un avvocato e posto dinanzi ad un dipendente del Ministero dell’Interno. In sostanza, si fa confusione tra i poteri dello Stato, sostituendo in questo caso quello giudiziario».
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Se c’è diniego, poi, si hanno solo 30 giorni per trovare un avvocato, preparare e depositare il ricorso. E, se in seconda istanza si vuole fare ricorso in Cassazione, per un giudizio di legittimità, il tutto va ripetuto, compresa la delega all’avvocato (norma particolare, si badi bene, applicata solo ai richiedenti asilo). Ma come si forma il giudizio del tribunale di primo (e unico) grado? «Prima il giudizio si formava anche con l’ausilio di prove e testimonianze, la cosiddetta “cognizione piena” – ricorda Greco – poi con l’ultimo governo Berlusconi, nei cui piani c’era la semplificazione che sta portando in porto Orlando, si è passati alla “cognizione sommaria”, ossia un processo sostanzialmente documentale ma che poteva essere trasformato, al bisogno, in rito “pieno”, arricchendo il dibattimento con testimoni e prove. Con questo decreto invece si va oltre: si applica l’art. 737 del Codice di procedura civile, quello usato per le cause senza contenzioso, dove non c’è udienza, non c’è dibattimento, non c’è comparizione delle parti. Il giudice può non incontrare mai né il richiedente asilo, né il suo avvocato: visiona la registrazione della commissione e decide. Ed è la prima volta che ciò avviene in Italia in materia di diritti fondamentali della persona».

10.04.2017

I conti pubblici del Governo ricevono un primo lascia passare da Bruxelles. Ma il governo Gentiloni è ancora alla ricerca delle risorse. Si cercano le coperture e non è detto che i tempi della manovra correttiva vengano rispettati. In ballo ci sono scelte delicate e impopolari a partire dalle pensioni, visto che si parla già di possibile flop dell’Ape: mancano ancora tre decreti attuativi. In discussione anche il decreto con nuovi aiuti per gli enti locali. Intanto, continua ad aumentare il carico di tasse sulle spalle degli italiani. Secondo Unimpresa, il carico sulle spalle degli italiani, nonostante la propaganda di palazzo Chigi sarà di tre miliardi in più.

Il pacchetto su cui Gentiloni è in affanno, anche a causa delle divisioni interne alla maGgioranza e al Pd, riguarda il DEF, Documento di Economia e Finanza, la manovra bis, quella da 3,4 miliardi di euro che servirà a correggere i conti pubblici e il decreto enti locali. Domani sarà la volta del DEF che dovrà ricevere l’ok da parte del Consiglio dei ministri, tra l’altro in ritardo rispetto ai tempi istituzionali (il 10 aprile). Poi sarà la volta della manovra bis anche se non si esclude un allungamento dei tempi per permetterebbe al ministero delle Finanze e a Palazzo Chigi di discutere ancora sulle misure che potrebbero entrarvi. In merito proprio a tali misure, nei due giorni a Malta il ministro Pier Carlo Padoan ha ricevuto l’ok dell'Ue alla possibilità di estendere il meccanismo dello split payment, la misura anti evasione che regola il pagamento Iva da parte delle pubbliche amministrazioni. In ballo c’è anche il capitolo delle privatizzazioni. Padoan non ha smentito i rumor sulla cessione delle quote di alcune società pubbliche come Eni, Enel e Poste Italiane alla Cassa depositi e prestiti in modo tale che possano uscire dal bilancio statale.
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I segnali che arrivano dall'economia reale non sono per niente incoraggianti. La scorsa settimana l’Istat ha certificato un calo delle vendite al dettaglio: decremento dello 0,3% in valore e dello 0,7% in volume. A pesare sono soprattutto le vendite di beni alimentari che segnano una diminuzione dell’1,1% in valore e del 2% in volume. Le vendite di beni non alimentari, invece, restano sostanzialmente stabili con un aumento dello 0,1% in valore e una variazione nulla in volume. Rispetto a febbraio 2016, le vendite al dettaglio diminuiscono dell’1,0% in valore e il 2,4% in volume. Per i prodotti alimentari si rileva una diminuzione dell’1,2% in valore e del 4,8% in volume. Le vendite di prodotti non alimentari sono in flessione dello 0,9% sia in valore sia in volume.
“Il dato di oggi ci riporta, purtroppo, alla dura realtà”, commenta l’Unione Nazionale Consumatori. L’associazione fa notare come il dato di gennaio, quando si era registrato rispetto a dicembre un rialzo in valore dell’1,4%, il più ampio da cinque anni, era solo un rimbalzo tecnico.
“In particolare, è allarmante l’ennesima riduzione delle vendite alimentari: il crollo annuo in volume del 4,8% significa che gli italiani non solo hanno ridotto gli sprechi, ma stanno letteralmente mangiando di meno”, aggiunge Massimiliano Dona, presidente UNC, “Non si salva nessuno: scendono le vendite di ipermercati, supermercati e persino discount, che finora erano gli unici ad aver retto e che ora, invece, registrano un calo dell’1,2 per cento”.
La riduzione delle vendite dei beni alimentari è “Un dato che, proprio per le sue caratteristiche, dovrebbe destare estrema preoccupazione: i consumi alimentari, infatti, sono gli ultimi ad essere intaccati in una situazione di crisi”, fa notare Federconsumatori, sottolineando che tale contrazione è segno che le famiglie stanno vivendo una situazione di estremo disagio, confermata anche dai gravi tagli avvenuti sulle spese per la salute, con vere e proprie rinunce alle cure.
Complice di questo andamento è anche la grave impennata dei prezzi registrata nell'ultimo mese, che ha fatto segnare al carrello della spesa una crescita del +2,3%.
“I prezzi crescono, mentre i redditi sono fermi e la disoccupazione continua ad attestarsi su livelli allarmanti. È evidente che, per porre un argine a questa situazione, il Governo deve intervenire urgentemente”, conclude l’associazione.

Infine, il dato sulle tasse, che nel triennio 2017-2019, a fronte di incrementi di imposta di 39 miliardi e riduzioni per 36 miliardi, riporta un saldo di 3 miliardi.
La spesa pubblica che crescerà di 24 miliardi di euro nel triennio 2017-2019. Le uscite dal bilancio pubblico aumenteranno rispettivamente di 5,4 miliardi, 10,8 miliardi e 8,2 miliardi. Sul fronte delle tasse, il calo di 6,5 miliardi previsto per quest'anno e' compensata da incrementi di 4,2 miliardi e 5,4 miliardi nel 2018 e nel 2019. Il Centro studi di Unimpresa, in vista dell'approvazione del Documento di economia e finanza oltre che della manovra correttiva sui conti pubblici, ha incrociato dati della Corte dei conti e del ministero dell'Economia, ed elaborato i numeri della legge di bilancio approvata a dicembre che stabilisce aumenti di entrata per 3,1 miliardi nel triennio 2017-2019.

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Lo avrai camerata Kesselring
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Lo avrai
camerata Kesselring
il monumento che pretendi da noi italiani
ma con che pietra si costruirà
a deciderlo tocca a noi.
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Non coi sassi affumicati
dei borghi inermi straziati dal tuo sterminio
non colla terra dei cimiteri
dove i nostri compagni giovinetti
riposano in serenità
non colla neve inviolata delle montagne
che per due inverni ti sfidarono
non colla primavera di queste valli
che ti videro fuggire.
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Ma soltanto col silenzio del torturati
più duro d’ogni macigno
soltanto con la roccia di questo patto
giurato fra uomini liberi
che volontari si adunarono
per dignità e non per odio
decisi a riscattare
la vergogna e il terrore del mondo.
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Su queste strade se vorrai tornare
ai nostri posti ci ritroverai
morti e vivi collo stesso impegno
popolo serrato intorno al monumento
che si chiama
ora e sempre
RESISTENZA
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Piero Calamandrei

Eleonora Martini
Da Il Manifesto
07.04.2017

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G8 del 2001. Il governo patteggia davanti a Strasburgo per sei ricorsi (su 65). Alle vittime di Bolzaneto che hanno accettato, lo Stato verserà 45 mila euro a testa
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Ci sono voluti sedici anni perché un governo italiano ammettesse che a Genova, durante il G8 del 2001, lo Stato ha praticato la tortura.

Il patteggiamento con il quale l’Italia ha chiuso sei ricorsi pendenti davanti alla Corte europea dei diritti dell’uomo per violazione dell’articolo 3 della Convenzione, quello che vieta la tortura e i trattamenti inumani e degradanti, è un riconoscimento di colpa.

Ai sei cittadini, vittime delle violenze inflitte all’interno della caserma di Bolzaneto, che hanno richiesto l’intervento di Strasburgo denunciando l’inefficacia delle condanne penali comminate dai tribunali italiani (nel 2013 la Cassazione aveva respinto la richiesta di contestare il reato di tortura), e che hanno accettato – unici, tra i 65 ricorrenti, italiani e stranieri – la «risoluzione amichevole» proposta dal governo di Roma, lo Stato dovrà risarcire una somma di 45 mila euro a testa, per danni morali e materiali, e per le spese di difesa.

CON L’ACCORDO RAGGIUNTO con Mauro Alfarano, Alessandra Battista, Marco Bistacchia, Anna De Florio, Gabriella Cinzia Grippaudo e Manuela Tangari, il governo afferma di aver «riconosciuto i casi di maltrattamenti simili a quelli subiti dagli interessati a Bolzaneto come anche l’assenza di leggi adeguate. E – riferisce la Cedu – si impegna a adottare tutte le misure necessarie a garantire in futuro il rispetto di quanto stabilito dalla Convenzione europea dei diritti umani, compreso l’obbligo di condurre un’indagine efficace e l’esistenza di sanzioni penali per punire i maltrattamenti e gli atti di tortura».

Un modo un po’ gattopardesco di fare riferimento ad una legge specifica sulla tortura richiesta invece esplicitamente da Strasburgo e per ultimo qualche giorno fa anche dal Comitato diritti umani dell’Onu. E infatti, tanto sfuggente è la posizione di Roma che subito dopo il governo mette a verbale il proprio impegno «a predisporre corsi di formazione specifici sul rispetto dei diritti umani per gli appartenenti alle forze dell’ordine».

SEMPRE BENVENUTI, ma non basta. Perché la tortura in Italia viene contemplata «strutturalmente», come ha sottolineato la stessa Cedu nella sentenza Cestaro, malgrado il 50% degli italiani, secondo un sondaggio Doxa per Amnesty, non lo creda possibile.

«Sono 30 anni che l’Italia prende impegni, e speriamo che la vittima di turno delle promesse non rispettate non sia stavolta la Corte di Strasburgo», commenta il presidente di Antigone, Patrizio Gonnella, che è «in attesa della sentenza sulle torture subite nel carcere di Asti da due detenuti che dovrebbe arrivare da un giorno all’altro». Sul caso di questi detenuti, prima ancora della Cedu, fu lo stesso tribunale di Asti a fare presente che il reato contestato sarebbe stata la tortura, se solo il reato – nella fattispecie delle Convenzioni internazionali – fosse presente nel nostro ordinamento.

«IL GIORNO IN CUI L’ITALIA arriverà a riconoscere che, oltre alla Diaz e a Bolzaneto, ha compiuto violenze contro liberi cittadini anche nelle strade e nelle piazze, sarà finalmente un vero atto di giustizia. Se poi riuscisse persino a concedere un processo a Carlo Giuliani, che non lo ha mai avuto per l’archiviazione decisa da un giudice, allora sarebbe davvero una rivoluzione per la giustizia». Sono le parole accorate di Haidi Giuliani, la madre del ragazzo ucciso da un carabiniere a Piazza Alimonda.

Per Nicola Fratoianni, segretario di SI che a Genova era tra i manifestanti contro il G8, «nessun risarcimento potrà mai cancellare quello di cui lo Stato Italiano si rese responsabile in quei giorni». Purtroppo dalla stessa sua parte, allora, c’era anche l’attuale sottosegretario alla Giustizia, Gennaro Migliore.

Pubblicato il 06.04.2017
dI Gaël De Santis
L'Humanité

Maurizio Acerbo domenica ha sostituito Paolo Ferrero nel ruolo di segretario di Rifondazione comunista. In un’intervista all’Humanité.fr, esprime un giudizio severo sul Partito democratico di Matteo Renzi e spiega il percorso unitario a sinistra che intende lanciare il suo partito.
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Il Partito della rifondazione comunista (PRC) ha tenuto il suo congresso da venerdì a domenica scorsi a Spoleto in Umbria. La questione dell’unità della sinistra è stata al centro dei dibattiti. Bisogna dire che esistono non meno di cinque organizzazioni alla sinistra del Partito democratico (PD): il PRC, il Partito comunista italiano (il precedente Partito dei comunisti italiani), Sinistra italiana (SI, ex-Sel) che proviene da una scissione del PRC, Possibile, che raccoglie degli antiliberisti usciti dal PD con Pippo Civati. Nell’ultimo mese si è appena costituito Articolo 1 – Movimento democratico e progressista (MDP). Riunisce attorno all’ex-segretario del PD Pierluigi Bersani e all’ex-presidente del Consiglio Massimo D’Alema alcuni social-liberisti che hanno perso il controllo sull’apparato democratico a vantaggio di Renzi. Con i suoi 17 000 iscritti, anche se non è più presente nel Parlamento italiano dal 2008, il Partito della rifondazione comunista è un partito che conta nella sinistra italiana. È quello che, tra tutte queste forze, ha il più forte insediamento e attività locali.
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Il PRC ha dunque deciso, in occasione del suo congresso, di invitare a raccogliersi in seno ad un “soggetto unitario” le formazioni che si vogliono “alternative al Partito democratico e al Partito socialista europeo”, un soggetto aperto ai numerosi militanti del mondo associativo, sindacale, pacifista o ecologista. Questa nuova formazione avrebbe un suo proprio progetto e si presenterebbe alle elezioni, condurrebbe delle campagne. Pertanto, i partiti pre-esistenti non sparirebbero. Le decisioni sarebbero prese, non da un cartello di partiti, ma dai militanti secondo il principio “una persona una voce”.
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Per realizzare questo orientamento e darsi un’immagine di rinnovamento, il PRC si è dotato di un nuovo segretario generale, Maurizio Acerbo. Intervista.
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Qual è stata la principale acquisizione del vostro congresso?
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Maurizio Acerbo. La riunificazione della sinistra è al centro della nostra proposta politica, che è stata approvata da più del 60% dei militanti. La nostra idea è che bisogna andare oltre la sola alleanza elettorale e creare un “soggetto unitario”. Potrebbero parteciparvi non solo gli iscritti dei partiti di sinistra che esistono già, ma soprattutto il popolo della sinistra, queste migliaia di persone lontane dalle formazioni politiche che militano nel sindacato, nelle associazioni ambientaliste o nella difesa dei diritti civili. Queste ultime si sono allontanate dalla sinistra organizzata in seguito alla lunga serie di scissioni nel seno della sinistra e delle alleanze con il centro-sinistra.
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Quali sono le forze interessate da questo “soggetto unitario”?
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Maurizio Acerbo.Quelle che si definiscono sul terreno dell’alternativa al neo-liberismo e dunque al Partito democratico. Noi pensiamo che quest’ultimo sia l’incarnazione di una destra economica e non di una sinistra moderata. Apprezziamo dunque l’evoluzione dei nostri compagni di Sinistra italiana (che nel 2013 hanno costruito un’alleanza elettorale con il PD – NDLR). Si posizionano oramai come “alternativi al PD” e hanno deciso di aderire al Partito della Sinistra europea (PGE) – di cui siamo membri. Pensiamo che sia possibile lavorare insieme a Possibile di Pippo Civati. Si tratta di un compagno uscito dal PD su delle posizioni simili alle nostre. Questa proposta è diretta anche al Partito comunista italiano (ex-PdCI). Anche se abbiamo posizioni differenti sulla questione dell’euro, questo non dovrebbe impedirci la costruzione di un soggetto unitario. Il dibattito sull’Europa attraversa tutte le forze di sinistra presenti nel continente. Noi ci rivolgiamo anche alle esperienze, come quella di Napoli, con il sindaco Luigi De Magistris, con il quale governiamo da sei anni.
La divisione della sinistra conduce al fatto che il malessere popolare si dirige verso la destra o verso movimenti come quello di Beppe Grillo che non hanno dei contorni chiari.
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In un tale soggetto, quale ruolo resterebbe ai comunisti?
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Maurizio Acerbo.La nostra proposta non chiede a nessuno di dissolversi. Noi chiediamo semplicemente ai diversi partiti di fare un passo indietro per farne due avanti. Per questo, bisogna accettare di far parte di un nuovo movimento politico nel seno del quale gli iscritti ai diversi partiti decidano che fare e come fare con gli aderenti al soggetto unitario, secondo il principio “una testa, un voto”.
Un partito comunista non ha per unico ruolo quello di presentare il suo simbolo alle elezioni. Deve soprattutto fare elaborazione politica, organizzare le lotte sociali, giocare un ruolo sul terreno sindacale, condurre la battaglia culturale, essere un partito sociale che sviluppa le forme di mutualismo e di auto-organizzazione. Il nuovo ruolo del partito comunista non sarà di fare meno, ma di fare di più per uscire dall’isolamento, per far circolare le nostre idee e le nostre proposte.
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Come hanno reagito al Vostro appello all’unità le altre formazioni di sinistra?
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Maurizio Acerbo.C’è una disponibilità all’unità. Ma sembra che non ci sia ancora il coraggio di accettare di andare più lontano della sola proposta di una lista unica di coalizione elettorale.
Al contrario, noi pensiamo che bisogna andare più lontano perché cè grande disillusione tra gli elettori. Noi abbiamo bisogno di un messaggio che non sia solo quello di passare la soglia che permette di entrare in parlamento, ma quello di un grande progetto politico.
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Il PD esce da una scissione “da sinistra”. Alcuni di coloro che provengono dal vecchio Partito comunista italiano storico hanno creato “Articolo 1-Movimento democratico e progressista” La vostra proposta si rivolge anche a loro?
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Maurizio Acerbo.No. (Il precedente segretario del PD) Pierluigi Bersani e (l’ex-presidente del Consiglio) Massimo D’Alema, direttori d’orchestra di questa scissione, sono stati parte e protagonisti della mutazione genetica della sinistra italiana. Hanno sostenuto le politiche neoliberali, negli anni precedenti l’arrivo di Matteo Renzi a capo del PD. Ora, avendo perso il confronto interno al Partito democratico, si rimettono a dire cose di sinistra.
Di questa scissione, noi rileviamo soprattutto che dimostra una crisi della dialettica all’interno del PD e dei suoi dintorni. Ma Articolo 1 non ha niente a che vedere con una formazione che si mette nello spazio della sinistra europea. Al contrario, la nuova formazione propone una coalizione con il PD, per condizionarlo da sinistra. Si ha a che fare con uno scontro tra blairisti di ieri e quelli di oggi…
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La vittoria al momento dei congressi locali del Partito democratico, della linea di Matteo Renzi (1) è un fatto importante?
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Maurizio Acerbo.Questo dimostra che non esiste più una sinistra nel Partito democratico. In questo congresso, si osserva soprattutto un esodo lento degli aderenti e dei militanti provenienti dalla sinistra del PD. Renzi ha il sostegno dei capi locali del PD. Si tratta oramai di un partito composto di persone che hanno dei ruoli pubblici, di eletti locali, di amministratori di società pubbliche, d’imprenditori legati al sistema di potere del PD. È un’evoluzione cominciata ben prima di Matteo Renzi (segretario da dicembre 2013 – NDLR). Quelli che criticano oggi Matteo Renzi sono stati loro stessi gli attori di questa mutazione genetica.
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Un altro attore importante della vita politica italiana è il Movimento cinque stelle (M5S). Qual è il vostro giudizio a questo riguardo?
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Maurizio Acerbo.Il M5S non è stato al centro della discussione congressuale. Per quanto mi riguarda, anche prima della nascita di questa formazione, io mi sono sempre occupato di lotta alla corruzione, di proposte sul taglio dei privilegi agli eletti. Una delle ragioni per cui la sinistra ha perso per colpa propria, è quella di aver considerato questi temi populisti. Nel 2006, quando ero deputato, ho proposto una legge per tagliare gli emolumenti dei deputati e dei consiglieri regionali. Il mio stesso partito l’ha rifiutata sulla base del rifiuto del populismo. Allora c’era un altro gruppo dirigente. Beppe Grillo ha prosperato sulla delusione verso la sinistra radicale. Si può recuperare questa delusione se, come ha fatto Rifondazione in questi ultimi anni, la sinistra recupera le sue radici popolari, la sua abitudine alla sobrietà. La sinistra deve fare attenzione a non confondersi con quella che Marx, prima di Beppe Grillo, chiamava “la casta”.
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traduzione di Laura Nanni – brigata traduttori

04.04.2017

Acerbo: “Dal ‘no’ sociale al ‘sì’ politico per la sinistra alternativa”
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Il nuovo segretario del Prc: “Dai referendum è emersa una ricchezza dentro il paese che merita di più di una lista elettorale all'ultimo minuto". La richiesta a partiti e movimenti alternativi al neoliberismo di Pd e Forza Italia: "Dobbiamo andare oltre gli steccati, per una sinistra che voglia vincere e governare".
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DOMANDA
Maurizio Acerbo, nei tuoi primi interventi da segretario del Prc hai citato le osservazioni fatte da un ospite, molto applaudito, come il costituzionalista Gaetano Azzariti. Come mai?

RISPOSTA
Il professor Azzariti ha detto due cose: che, da non iscritto, ha lavorato con noi in più di un’occasione; e che occorre trasformare in un ‘sì’ politico il ‘no’ sociale emerso nel paese, dai referendum sui beni comuni a quello costituzionale. In ogni città si sono attivate migliaia di persone che si sono ritrovate in un cammino comune di alternativa al neoliberismo, e quindi anche al Pd. Allora non vedo perché tutte queste persone non possano condividere un movimento popolare, con i partiti di sinistra ma anche con chi si mobilita in difesa dell’ambiente, dei diritti e delle tutele del lavoro, della democrazia. Anche con chi non si dice di sinistra perché nauseato dell’uso che negli ultimi anni si è fatto del termine. Sabato sarò a Barcellona, per l’assemblea costituente di un soggetto unitario con le proposte che noi avanziamo in Italia.

DOMANDA
Hai parlato con toni elogiativi anche di Luigi De Magistris.

RISPOSTA
Credo sia positiva l’esperienza di Napoli di tenere insieme realtà variegate ma che condividono una posizione di chiara alternativa al Pd, di rottura con la ‘politica politicante’, e di radicalità dei programmi. La sinistra non può essere scambiata con la casta: abbiamo regalato questa parola a Grillo quando era di Marx nei suoi scritti sulla Comune di Parigi, e di Gramsci quando parlava della casta governativa al servizio dei grandi industriali. Abbiamo bisogno anche della esperienza napoletana per una sinistra che voglia vincere e governare, Così come abbiamo bisogno delle forze sociali che si stanno opponendo alle politiche ‘marchionnesche’. La Fiom è fondamentale. E’ positivo anche il cammino della Cgil, che ha avviato un confronto serrato con il governo. E il sindacalismo extraconfederale, con cui abbiamo lavorato insieme per il ‘no Renzi day’.

DOMANDA
Non è troppa carne al fuoco? Paolo Ferrero ha segnalato come la sinistra, comunista e non, abbia perso gran parte della sua credibilità anche per proprie colpe.

RISPOSTA
“Abbiamo fatto errori politici gravi, anche di comportamenti: mi padre si fidava di Nenni e Di Vittorio perché non li considerava della casta, ma uomini che avevano messo in gioco la vita per i principi per cui lottavano. Oggi non dobbiamo inventarci nuovo marketing, è la sinistra, e chi vuole rappresentarla, che deve tornare a fare il suo mestiere”.

DOMANDA
Altro tema delicato, viste le cautele, e le difficoltà, nella costruzione di una sinistra unitaria e di alternativa.

RISPOSTA
C’è una ricchezza dentro il paese che merita di più di una semplice lista elettorale all’ultimo minuto. Ma questo non riguarda solo la rappresentanza istituzionale. Se nel dibattito pubblico non c’è un punto di vista di sinistra quando lo scivolamento a destra del Pd è slittato al piano sociale, basta pensare al decreto Minniti-Orlando, questa debolezza è un problema di tutti. Quindici anni fa a Roma, per contestare il vertice Ue e la sue politiche, ci sarebbero state 100mila persone. Insieme, non con due manifestazioni nobilissime ma poco partecipate. Dobbiamo andare oltre gli steccati. Quando lo facciamo, vedi i referendum, l’effetto moltiplicatore c’è, superando la contrapposizione fra politico e sociale, riconquistando visibilità, e senza continuare a spaccare il capello in quattro. Perché dobbiamo ambire ad essere lo strumento con cui la maggioranza del paese difende i propri diritti, i servizi, la qualità della vita.

DOMANDA
Eppure, al congresso, l’intervento di Nicola Fratoianni a molti non è piaciuto.

RISPOSTA
A me sì, anche se credo che Sinistra italiana debba avere il coraggio di un ulteriore passo avanti. Così come i movimenti, come De Magistris. Come i tanti che su lavoro, welfare, Europa e temi ambientali hanno maturato una visione comune. alternativa allo stato delle cose. Al neoliberismo di Pd e Forza Italia. Alle destre razziste. Anche al M5S, perché il caso di Paolo Berdini è cartina di tornasole. L’esperienza dell’Altra Europa nel 2014 è stata miracolosa, e ha riportato tanti a impegnarsi. Poi si è arenata per i problemi interni di Sel. Ma ora non possiamo perdere un’altra occasione.

Carlo Lania
da il Manifesto
29.03.2017

Contestare una multa per divieto di sosta in Italia sarà presto più importante che garantire protezione internazionale a chi fugge dal proprio paese per non morire. Nel caso della multa si ha infatti diritto a tre gradi di giudizio – primo grado, appello e Cassazione -. Per quanto riguarda il rifugiato, invece, se il disgraziato di turno si vedrà respingere la richiesta di asilo potrà sperare solo in un rovesciamento della decisione da parte della Cassazione.
L’abolizione dell’appello nelle procedure per le richieste di asilo è uno dei punti del decreto legge sull’immigrazione che oggi sarà licenziato dal Senato con il voto di fiducia. Una decisione – quella di porre la fiducia – annunciata ieri in aula dal ministro per i Rapporti con il Parlamento Anna Finocchiaro e contro la quale si sono schierati i senatori Pd Luigi Manconi, presidente della commissione Diritti umani del Senato, e Walter Tocci che oggi dunque voteranno contro il provvedimento in contrasto con il loro partito.

Stando a ministri degli Interni e della Giustizia Minniti e Orlando, ai quali si deve la misure restrittiva, la soppressione dell’appello servirebbe a sveltire le procedure di esame delle richieste di asilo. La misura è stata duramente contestata dalle associazioni che si occupano di immigrazione, ma anche dall’Associazione nazionale magistrati (Anm) e dal Consiglio superiore della magistratura che in un parere inviato nei giorni scorsi al Guardasigilli ha denunciato il rischio di una «diffusa compressione delle garanzie del richiedente».
Una limitazione che in futuro potrebbe aprire la strada a un possibile ricorso alla Corte costituzionale.

Così come a rischio incostituzionalità potrebbe essere anche la decisione, adottata sempre nel decreto, di istituire nei tribunali 26 sezioni «specializzate» nell'esame dei ricorsi contro il diniego delle richieste di asilo e di quelli contro i provvedimenti di espulsione, e formate da magistrati esperti del fenomeno migratorio. Secondo alcuni giuristi, infatti, la decisione contrasterebbe con quanto previsto dall'articolo 102 della Costituzione, che proibisce l’istituzione di «giudici straordinari e giudici speciali» . Non si tratterebbe solo di un problema relativo alle parole «speciali» e «specializzate», bensì più in generale al fatto che verrebbero a crearsi magistrati esperti più che di immigrazione in generale, soltanto di protezione internazionale.

Il decreto prevede poi la sostituzione, più volte annunciata dal ministro Minniti, dei Cie con i Cpr, vale a dire degli attuali Centri per l’identificazione e l’espulsione dei migranti irregolari con i Centri di permanenza per il rimpatrio, con inoltre la possibilità di allungare i tempi di detenzione dagli attuali 90 giorni fino a 135. I piani del Viminale prevedono un Cpr in ogni regione ognuno dei quali in grado di detenere fino a un massimo di 100 persone. Nel provvedimento che verrà approvato oggi per poi passare alla Camera è prevista infine anche la possibilità per un Comune di utilizzare i richiedenti asilo presenti nel proprio territorio in lavori socialmente utili, senza compensi in denaro né obbligo di accettazione da parte dei rifugiato.

Dall’Arci ad Amnesty, da Antigone al Cir, al Centro Astalli, al Cnca e alla Comunità di sant’Egidio sono state numerose le associazioni della società civile che hanno criticato il decreto, per molte delle quali le misure previste hanno una carattere puramente elettorale.

Ma se molti dei provvedimenti previsti probabilmente non verranno mai realizzati (come i rimpatri, per i quali servono accordi bilaterali con i Paesi di origine che al momento non ci sono), diversa è la situazione per quanto riguarda la soppressione dell’appello, misura che potrebbe entrare in vigore non appena il decreto avrà ricevuto il via libera della Camera. Tra tutte quelle previste certamente quella più pericolosa. Tanto da aver spinto i due senatori del Pd ad annunciare l’intenzione di non votare oggi la fiducia. Per Luigi Manconi e Walter Tocci, infatti, il decreto Minniti-Orlando «configura per gli stranieri una giustizia minore e un ’diritto diseguale’, se non una sorta di ’diritto etnico’ connotati – spiegano – da significative deroghe alle garanzie processuali comuni». Critici verso il provvedimento anche i Radicali italiani che puntano il dito in particolare sui rimpatri. «Il ministro dell’Interno – commenta il segretario Riccardo Magi – non ha ancora chiarito come farà a renderli effettivi nel rispetto dei diritto europeo e internazionale».

28.03.2017

Altro che Navalny… Mentre tutti i media di regime si commuovono per il fermo temporaneo del blogger russo, qui si fa decisamente di peggio.
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Stamattina il tribunale di Torino ha condannato Nicoletta Dosio del movimento No Tav a due anni di reclusione, insieme ad altri 11 attivisti. Il "reato"? Aver presidiato il casello di Avigliana dell'autostrada A32, ai tempi del governo Monti, lasciando passare gli autombilisti senza pagare il pedaggio. In quei giorni in Valle di Susa si stavano svolgendo numerose manifestazioni di protesta dopo l'incidente occorso a Luca Abbà, rimasto gravemente ferito dopo essere stato inseguito dai carabinieri fin sopra un traliccio, da cui era poi caduto a causa dell'alta tensione.
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Per la fantasia giuridica sabauda, tanto è bastato a configurare una serie infinita di contestazioni che si sono tradotte oggi in questi due anni di reclusione.
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La Sitaf, (Società Italiana per il Traforo Autostradale del Frejus, che gestisce la A32) aveva chiesto un indennizzo di 25 mila euro. Il tribunale ha ordinato agli imputati di versare 777 euro, corrispondenti ai mancati pedaggi perduti di quella giornata.

Pubblicato
il 24 mar 2017

ESCAMOTAGE PER NON FAR SMONTARE PIATTAFORME E RELATIVI GASDOTTI E OLEODOTTI SOTTOMARINI A FINE VITA: VANTAGGIO DI CENTINAIA DI MILIONI DI EURO PER LE MULTINAZIONALI
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Prospezione in mare con airgun e coltivazione di idrocarburi in mare e a terra con produzione fino a 182.500 tonnellate di petrolio o 182,5 milioni di Mc di gas annua non faranno la V.I.A. obbligatoria.
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Si deciderà caso per caso se andare a V.I.A. senza alcun contraddittorio con cittadini ed enti locali.
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Associazioni, movimenti e comitati a regioni e Parlamentari: cambiare radicalmente il Decreto.
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Il Governo ha trasformato la bozza di Decreto per il recepimento della nuova direttiva VIA comunitaria appena inviato in Parlamento in un mega-regalo per i petrolieri mettendo il bavaglio ai cittadini e agli enti locali su decine di progetti e permettendo di non smantellare le piattaforme e i relativi gasdotti e oleodotti in mare.
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Infatti nella proposta governativa si nasconde una miriade di favori grandi e piccoli alle multinazionali. Alcuni di questi riguardano tutti i progetti, come la V.I.A. “in sanatoria”, alla quale potranno accedere tutti, anche i petrolieri. Idem la norma pazzesca ed anticostituzionale secondo la quale i cantieri e le attività potranno continuare pure se si scopre che un’opera non ha fatto la V.I.A. oppure se un ente locale o un’associazione vince al TAR facendo decadere il parere favorevole.
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Oggi però vogliamo concentrarci sui regali specificatamente inventati dal Governo a favore dei petrolieri.
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In primo luogo all’Art.25, “Disposizioni attuative” si prevede un escamotage per evitare a fine produzione alle multinazionali di dover smontare le piattaforme oggi esistenti (o quelle ancora da costruire) nonchè gasdotti e oleodotti sottomarini a queste connessi.
Infatti al comma 6 si prevede un Decreto del Ministro dello Sviluppo, di concerto con il Ministro dell’Ambiente, con semplice parere della Conferenza tra stato e regioni, con cui si prevedono le “linee guida per la dismissione mineraria o destinazione ad altri usi delle piattaforme per la coltivazione di idrocarburi in mare e delle infrastrutture connesse”. Già immaginiamo i mille e fantasiosi usi che verranno proposti per queste strutture.
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Un vantaggio di centinaia di milioni di euro, visto che ci sono decine di piattaforme da smantellare e centinaia di chilometri di tubazioni posate sul fondo marino da bonificare. Materiali che rilasciano sostanze nell'ambiente.
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Veniamo ora alle procedure sui progetti petroliferi da approvare e al bavaglio previsto per cittadini ed enti locali su molteplici progetti, alcuni dei quali già in corso di autorizzazione con forte opposizione sul territorio.
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Attualmente il Testo Unico dell’Ambiente D.lgs.152/2006 prevede che tutte le attività del settore siano sottoposte direttamente a Valutazione di Impatto Ambientale , dalla prospezione in mare con la tecnica dell'airgun fino alla coltivazione dei giacimenti, passando per lo scavo dei pozzi, con una fase pubblica di 60 giorni per cittadini ed enti locali per depositare osservazioni. Sui progetti di airgun, ad esempio, ci sono sempre decine di osservazioni di enti e associazioni e un dibattito fortissimo. Proprio come deve avvenire in uno stato democratico avanzato!
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Le direttive comunitarie sulla VIA che si sono succedute, compresa l’ultima, la 52/2014/UE, hanno previsto due liste di progetti. Quelli inseriti nella prima devono sempre fare da subito la V.I.A. completa. Per quelli inseriti nella seconda la Direttiva demanda allo Stato membro di decidere se fare direttamente la V.I.A. o effettuare prima una verifica di assoggettabilità a V.I.A. (screening) sulla base delle condizioni specifiche del proprio territorio e anche della sensibilità della popolazione sugli specifici temi. In Italia sulla questione petrolifera negli ultimi anni c’è stata una fortissima mobilitazione di enti e cittadini.
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In un paese estremamente vulnerabile per i rischi ambientali, da quello sismico a quello idrogeologico, con problemi rilevanti per la qualità dell’aria e dell’acqua, con una densità di popolazione molta alta, beni artistici diffusi, in un territorio unico per le produzioni enogastronomiche, uno si aspetterebbe la massima cautela. Per una volta era accaduto! Infatti si è optato per un regime rigoroso e cautelativo, sottoponendo anche alcuni progetti della seconda lista, le prospezioni con airgun o esplosivi, e tutti i progetti di coltivazione di idrocarburi liquidi e gassosi, a V.I.A. diretta.
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Oggi il Governo, modificando gli allegati del Testo Unico dell’Ambiente (art.22 della bozza di decreto), sceglie di abbassare le tutele invece di confermarle o aumentarle scegliendo per decine di progetti di fare prima lo screening, togliendo pure il contraddittorio con cittadini, associazioni ed enti locali.
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Il mix delle nuove norme rischia infatti di essere micidiale.
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Tutte le prospezioni, sia con airgun in mare sia con esplosivi, e i progetti petroliferi di coltivazione di giacimenti con produzione fino a 182.500 tonnellate di petrolio o 182 milioni di Mc di gas annua, cioè praticamente la gran parte di quelli del paese, invece di fare la V.I.A. come avviene oggi potranno partire con il semplice screening.
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Inoltre, mentre oggi per questo tipo di procedura il proponente deve depositare i documenti del progetto preliminare e uno studio preliminare ambientale, seguiti da una fase di 45 giorni per le osservazioni del pubblico, con il nuovo Decreto (Art.8 della bozza) scomparirà la fase delle osservazioni del pubblico e dovrà essere pubblicato esclusivamente lo Studio preliminare Ambientale (di solito alcune decine di generiche paginette) e non gli elaborati progettuali. Solo eventuali nuovi pozzi dovranno fare la V.I.A. diretta.
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Esistono numerosi giacimenti in cui i pozzi sono stati scavati nel passato e vi è la procedura di V.I.A. in corso per la sola coltivazione. Ad esempio, a Comacchio, a S. Maria Nuova nelle Marche oppure a Bomba in Abruzzo. Non è che siccome i pozzi ci sono già non esistono più problemi ambientali potenziali derivanti dalla coltivazione del giacimento. Anzi! La fase estrattiva può avere effetti enormi in aree densamente abitate e delicate dal punto di vista ambientale (Comacchio è sito UNESCO!), dalla subsidenza alla sismicità indotta, passando per la modifica della qualità delle acque, alla gestione dei rifiuti prodotti. Le sole acque di produzione possono ammontare a milioni di mc. Ecco, le nuove procedure per questi progetti partiranno dal solo screening senza contraddittorio mentre le procedure di V.I.A. già in essere potranno essere pure riconvertite nel procedimento più favorevole!
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Il Decreto prevede l’obbligo di dare una risposta sulla necessità o meno della V.I.A. completa entro 60 giorni dal deposito. Quindi la decisione del Ministero dell’Ambiente potrà avvenire anche entro un’ora senza che nessun cittadino o ente locale possa avere anche solo il tempo per accorgersi del deposito del progetto. Una procedura totalmente illegittima in quanto la Convenzione di Aarhus, ratificata dall'Unione Europea e dall'Italia con la legge 108/2001, prevede che per tutti i progetti, anche non sottoposti a V.I.A., che possono avere impatti potenziali sull'ambiente, deve essere assicurata la possibilità e tempi congrui per il deposito di osservazioni da parte dei cittadini.
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Ovviamente chiediamo alle regioni che dovranno dare il parere alla Conferenza Stato-Regioni e ai parlamentari di aprire immediatamente un fronte con il Governo affinché la tutela ambientale e sanitaria risponda a principi rigorosi con alti standard di qualità e non vi siano escamotage o giochi al ribasso assicurando il diritto dei cittadini e degli enti di partecipare alla definizione del futuro del proprio territorio.
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Qui il link alla bozza di Decreto:
http://www.camera.it/leg17/682?atto=401&tipoAtto=Atto&leg=17&tab=2#inizio
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Prime adesioni:
Organizzazioni nazionali:
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FORUM ITALIANO DEI MOVIMENTI PER L’ACQUA,
COORDINAMENTO NAZIONALE NO TRIV,
ASSOCIAZIONE MEDITERRANEA PER LA NATURA ONLUS,
GRUPPO D’INTERVENTO GIURIDICO ONLUS,
RETE NAZIONALE NO GEOTERMIA ELETTRICA SPECULATIVA ED INQUINANTE,
ASSOCIAZIONE ANTIMAFIE RITA ATRIA,
PEACELINK,
NUOVO SENSO CIVICO ONLUS
ALTURA
Organizzazioni territoriali
COMITATI AMBIENTALISTI LOMBARDIA,
COLLETTIVO ALTREMENTI VALLE PELIGNA,
LIPU ABRUZZO,
CAST (Comitato Ambiente Salute e Territorio),
ASSOCIAZIONE AMBIENTE E SALUTE NEL PICENO,
ABRUZZO BENI COMUNI,
COMITATI CITTADINI PER L’AMBIENTE DI SULMONA,
PESCARA PUNTO ZERO,
FORUM ABRUZZESE DEI MOVIMENTI PER L’ACQUA,
STAZIONE ORNITOLOGICA ABRUZZESE ONLUS, C
OMITATO CONTRO LO STOCCAGGIO DI SAN MARTINO SULLA MARRUCINA,
COORDINAMENTO DEI COMITATI “NO ELETTRODOTTO VILLANOVA-GISSI-FOGGIA”,
COMITATO NO POWERCROP,
SALVIAMO L’ORSO,
CIRCOLO VALORIZZAZIONE TERRE PUBBLICHE,
COMITATO “LA DIFESA”, COMITATO NO INCENERITORE VAL DI SANGRO,
SALVIAMO LA PIANA
GRUPPO MAMME DI CASTENEDOLO (BS)
ASSOCIAZIONE “I CITTADINI” – VILLAFRANCA TIRRENA

INFO: 3683188739
e-mail:segreteriah2oabruzzo@gmail.com

Marco Bersani
da Il Manifesto
20.03.2017

Occorreranno studi approfonditi di psicologia per riuscire un giorno o l'altro finalmente a capire come mai, ogni volta che si parla di debito pubblico, al Ministro dell'Economia di turno brillino gli occhi, si guardi furtivamente intorno e con riflesso pavloviano decida di mettere sul mercato un altro pezzo di ricchezza sociale.
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Come fossimo agli albori della dottrina neoliberale, ci tocca ogni volta sentire la litania: “Servono le privatizzazioni per abbattere il debito pubblico”. Nel frattempo, ci siamo venduti quasi tutto e il debito pubblico ha continuato allegramente la sua irresistibile ascesa.
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Poco importa. Ormai sappiamo che ogni volta che si “accende” lo “scontro” tra il nostro governo e e l'Unione Europea, dobbiamo controllare le nostre tasche perché è quasi automatica la soluzione: la sottrazione di un bene comune..
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Per carità, questa volta siamo solo alla fase istruttoria, ma il fatto che sia già uscita sulla stampa appare una studiata strategia di sondaggio preventivo per vedere di nascosto l'effetto che fa.
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Il ministero dell’Economia sta studiando un nuovo assetto della Cassa depositi e prestiti (Cdp), che prevede la cessione di una quota del 15%, che porterebbe la proprietà pubblica al 65% (essendo il 15,93% già in possesso delle Fondazioni bancarie).
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Essendo il patrimonio complessivo pari a 33 miliardi, nelle casse dello Stato entrerebbero 5 miliardi che naturalmente sarebbero destinati all'abbattimento del debito pubblico.
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Inutile sottolineare come la parola “abbattimento” nel dizionario italiano ha un preciso significato: demolizione, distruzione, abolizione. Può chiamarsi abbattimento un'operazione che porterà il nostro debito pubblico dagli attuali 2.217,7 miliardi (dicembre 2016) ai futuri 2.212,7 miliardi?
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In compenso, se l'ultimo dividendo staccato da Cdp corrispondeva a 850 milioni di euro (dei quali, 680 milioni sono andati allo Stato), in futuro, su ogni dividendo simile, lo Stato ne incasserà solo 550. Non è neppure chiaro ad oggi a chi verrà ceduto il 15% se a investitori istituzionali, a fondi o banche estere.
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La svendita di un ulteriore pezzo di Cdp si incrocia anche con le grandi manovre intorno alla privatizzazione di Poste: l'idea del Ministero dell'Economia è quella di cedere entro l'anno il residuo 29,3% (dopo aver ceduto il 35% a Cdp e il 36,7% a investitori individuali e istituzionali).
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Grandi manovre finanziarie, fatte all'oscuro di tutti i detentori della ricchezza di Cassa Depositi e Prestiti, ovvero quelle oltre 20 milioni di persone che vi depositano i risparmi (oltre 250 miliardi) e che sapranno sempre meno intorno alla loro tutela e utilizzo.
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Forse è davvero giunto il momento di rilanciare una campagna di massa per la socializzazione di Cassa Depositi e Prestiti, per il suo decentramento territoriale e per la gestione partecipativa dell'utilizzo del risparmio postale.
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Hanno venduto tutti i beni comuni e ora scappano con la Cassa. E' il momento di riprenderci la ricchezza sociale che rappresenta.

20 marzo 2017

Paolo Ferrero, segretario nazionale di Rifondazione Comunista – Sinistra Europea, dichiara:
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«La mia solidarietà a don Ciotti, che da sempre, con Libera, lavora in modo esemplare per diffondere la cultura della legalità, e a tutte le persone che a Locri, in particolare, ma in tutto il Paese ogni giorno combattono contro le mafie. Le scritte comparse sui muri di Locri sono solo un atto vile, che però va denunciato con forza. Noi come il compagno Peppino Impastato continuiamo a pensare che la mafia è una montagna di merda».

Pubblicato il 17 mar 2017
di Giacomo Russo Spena
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Ha ragione Luigi De Magistris. Hanno ragione i napoletani che sono scesi in piazza contro la provocazione di Matteo Salvini. Eppure, in questi giorni, è tutto un prodigarsi nel citare, a sproposito, Voltaire.
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Il grande pensatore illuminista che non viene mai ricordato per le sue invettive contro le carceri disumane (nota la sua frase: “Non fatemi vedere i vostri palazzi ma le vostre carceri, poiché è da esse che si misura il grado di civiltà di una Nazione”), troppo scomodo quel Voltaire nell'era del giustizialismo imperante. Di Voltaire viene invece celebrato il suo aforisma sulla libertà di espressione (tra l’altro scritto dalla sua biografa, non da lui, ma sorvoliamo…): “Non sono d’accordo con quello che dici, ma darei la vita perché tu lo possa dire”.
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Un principio sacrosanto che viene ribadito nell'art.21 della nostra Costituzione. Ma il punto è proprio qui. La Costituzione italiana, figlia della Resistenza al nazifascismo. A Napoli abbiamo assistito a un conflitto tra i nostri principi costituzionali. Da un lato il cardine della libertà di parola, dall'altra l’apologia di fascismo e razzismo.
E, sinceramente, nell'Europa dei populismi xenofobi, delle Le Pen, dei muri, delle norme razziste contro i migranti in Ungheria e Polonia, non bisogna sottovalutare quel che avviene da noi.
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Matteo Salvini è un seminatore di odio. Un leader politico che ha la grave responsabilità di aver legittimato e normalizzato concetti storicamente propri soltanto della peggior estrema destra.
Fino a qualche anno, pensieri che avrebbero indignato l’opinione pubblica, vengono ora accettati supinamente. Salvini spadroneggia in tv parlando alla pancia del Paese e aizzando la gente agli istinti peggiori.
Simone Di Stefano – leader di Casa Pound, prima di manifestare insieme a Milano il 18 ottobre 2014, fianco a fianco bandiere della Padania e tricolori, per la sospensione di Schengen e il ripristino delle frontiere - dichiarava la sua stima: “Matteo Salvini ha lanciato il suo progetto per il Centro Sud [...] Sono convinto che alla fine riuscirà a organizzare le tante brave persone che vedono nel suo progetto una speranza per l’Italia. Per quanto mi riguarda, il modo migliore per unire e organizzare quanti amano la nazione e vogliono collaborare seriamene da Nord a Sud con Matteo Salvini, è questa nuova organizzazione politica: sovranità”.
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Un sodalizio politico al grido “prima gli italiani”. L’asse con i neri di Casa Pound era un legame già consolidato alle scorse Europee con il sostegno dei “fascisti del terzo millennio” al candidato Mario Borghezio, il quale una volta eletto ha scelto come assistenti due noti camerati romani.
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Poco importa se il leader leghista Salvini, a parole si dica oggi antifascista, e contro ogni regime totalitario – anche se in passato alla domanda sul suo sentirsi o meno fascista rispondeva con un “non me ne frega, di certo non sono di sinistra” – ma allarma ciò che avalla.
Cosa ci vuole dire quando afferma, contro i migranti, che è necessaria una “pulizia di massa in Italia, via per via, quartiere per quartiere”? Aggiungendo, poi: “con le maniere forti, se serve”. Vi pare normale che un leader di un partito nazionale legittimi forme di violenza e di pulizia etnica? Come non indignarsi?
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Forse va smascherato il gioco di Salvini di presentarsi come volto nuovo (“uno del popolo”) e pulito della politica italiana, mentre lavora quotidianamente per creare un humus culturale pericoloso per la nostra nostra convivenza civile: una xenofobia strisciante che pervade la società e che costituisce poi il terreno fertile per eventuali aggressioni razziste. Un lavoro capillare sull'immaginario collettivo, dove una volta l’odio era rivolto contro i “terroni” o “Roma Ladrona”, adesso in primis contro i migranti, peggio se musulmani.
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Come si vede in Europa, le nuove destre populiste – pur prendendo le distanze dal repertorio classico neofascista – hanno saputo costruire un vocabolario politico dell’intolleranza e del pregiudizio che è stato accettato dalla società. Un nuovo razzismo – che si traveste da difesa della democrazia e dalla minaccia islamica o da protezione del welfare per gli autoctoni contro i costi dell’immigrazione – ha imposto nei fatti una vera e propria normalizzazione di idee che in realtà si basano sull'odio e il disprezzo dell’altro.
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Salvini ci dovrebbe spiegare perché la Lega, da anni, nel Nord Est fa campagne politiche insieme all'estrema destra di Forza Nuova o al Fronte Veneto Skinhead, nel segno del contrasto all'islamizzazione del Paese. Oppure perché nelle proprie liste, la Lega abbia ospitato la candidatura di personaggi discutibili e referenti della galassia nera. Perché?
Vi pare normale che il 25 aprile, giorno della Liberazione, Salvini scelga di manifestare in un’altra piazza per l’estensione della legittima difesa, come un cow boy qualsiasi?
O, ancora, come dimenticarsi la clemenza su Benito Mussolini: “Fece tante cose buone”. “Non la spaventa la gente che dice di essere disposta a votare un nuovo Mussolini?”, gli domandava il conduttore nello studio di Agorà, lo scorso 1 febbraio. “No, la capisco – rispondeva il segretario del Carroccio – Mi spaventa se mi metto nei panni di Letta, Monti, Gentiloni e Boldrini che non facendo nulla incentivano queste reazioni. Non uomini forti, ma idee forti è quello che io mi sento di sottoscrivere”. Anche qui, tutto passato come folklore.
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Il 25 aprile non dovrebbe essere un tassello importante del nostro Paese? Questi atteggiamenti come possono essere catalogati? Temo di saperlo. E fanno paura. Insisto, la questione è centrale: per essere fascisti, non si deve per forza manifestare con le celtiche, è sufficiente sposare quel sistema valoriale.
Così Salvini, forse razzista a sua insaputa, finché fomenterà odio, paure e istigherà alla violenza scendendo in piazza, o addirittura alleandosi, con organizzazioni d’estrema destra, rischierà di essere contestato. Persino nella sua Pontida. È già successo a Roma – dove il 28 febbraio 2015 manifestarono migliaia di persone – Bologna e per ultimo Napoli.
Cittadini che si oppongono al razzismo leghista e al quotidiano avvelenamento dei pozzi sacri dell’unità nazionale, (“Napoletani colerosi”, “Vesuvio lavali col fuoco”) con la reiterazione quotidiana del “razzismo territoriale”, che fomenta pericolosi rancori tra culture, popoli, propensioni, comportamenti individuali e collettivi (in un contesto, peraltro, già di per sé fondato su squilibri strutturali ed etnici).
Salvini viene contestato anche perché infrange il principio costituzionale della “Repubblica italiana una e indivisibile” fondamento del nostro vivere civile, della nostra Carta Costituzionale.
Voltaire non è una foglia di fico per coprire le miserie della peggiore demagogia.

17.03.2017
di Maurizio Acerbo

Il voto sulla decadenza del senatore Minzolini, condannato per peculato e non per esercizio delle sue prerogative di parlamentare, mostra per l’ennesima volta che nel nostro paese c’è uno schieramento trasversale e bipartisan che dal 1992 lavora per garantire l’impunità di fatto alla classe dirigente.

Il regalo indiretto a Berlusconi, che incassa un argomento in più da usare presso la giustizia europea per rientrare in gioco alle prossime elezioni, rappresenta la conferma che il miglior alleato del cavaliere rimane l’ex-centrosinistra con cui ha condiviso tutte le scelte di fondo.

Si tratta di uno dei tanti episodi di una lunga storia e neanche dei più gravi ma dà la misura di uno stile e di un atteggiamento.
La “casta governativa” (espressione che usava Antonio Gramsci) fa soltanto finta di combattere la corruzione sistemica che caratterizza negativamente il nostro paese. Lo dimostra anche la vicenda delle nuove norme sulla prescrizione approvate in Senato che sono una schifezza come il voto su Minzolini.
Un pannicello caldo per far credere che si sta facendo qualcosa mentre in realtà non si intende colpire una patologia rigorosamente bipartisan. Non vale la logica del piccolo passo avanti che ci viene contrabbandata dal governo. Se il PD voleva in parlamento ci sono forze di opposizione disponibili a votare norme più serie.
Se non lo si fa non ci sono alibi.
Basta leggere le cronache giudiziarie delle infinite inchieste sul malaffare politico-amministrativo-imprenditoriale nel nostro paese per rendersi conto che la prescrizione breve voluta da Berlusconi è diventata un jolly di cui si sono avvalsi praticamente tutti.
E che tutti si tengono ben stretta. In questo caso i sedicenti europeisti sempre pronti a ripeterci il mantra del “ce lo chiede l’Europa” ignorano i pareri della Commissione Europea, del Gruppo di Stati Europei contro la corruzione, dell’OCSE e della Corte di Giustizia UE. Libera con la campagna “Senza corruzione RIPARTE IL FUTURO” chiedeva, attraverso una petizione che ha raccolto l’adesione di 110.000 cittadine e cittadini, di fare come in Germania: adeguare i termini assoluti di prescrizione a quelli tedeschi (pari al doppio degli anni di pena massima prevista per quel reato) per tutti i reati. Ma quando si tratta di giustizia la nostra classe dirigente dimentica di guardare al “modello tedesco”! Sempre pronti a invocare la forca per chi protesta nelle strade, questi signori fanno un uso cinico degli argomenti garantisti per giustificare la propria sostanziale impunità. Il nostro compagno Davide Rosci sta scontando sei anni di carcere sulla base di una norma del codice fascista che il parlamento non si preoccupa di cancellare. mentre i corrotti se la cavano praticamente sempre con la prescrizione. Il ceto politico-affaristico che si auto-blinda nuoce alla credibilità delle istituzioni democratiche assai più di qualsiasi populismo.

DUE FACCE DELLA STESSA MEDAGLIA

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Alfonso Gianni
da il Manifesto
11.03.2017
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Quando il Consiglio dei Ministri si deciderà a fissare la data per i due referendum sul lavoro, ovvero quello sui voucher e sugli appalti, sopravvissuti alla scure della Corte Costituzionale?
Ai sensi della legge 352/70 che detta le regole per l’effettuazione tanto dei referendum costituzionali quanto di quelli abrogativi, spetta al Governo proporre la data nella quale il Presidente della Repubblica convoca il referendum. Solo che l’esecutivo nicchia in attesa di vedere se matura una qualche possibilità di bypassare il referendum sulla base di un disegno di legge o di un decreto. Ha bisogno quindi di tempo. Esattamente il contrario di quello che successe sul referendum delle trivelle.
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Quando il governo Renzi, matrice dell’attuale, decise a spron battuto, scegliendo la prima data utile nella finestra temporale compresa fra il 15 aprile e il 15 giugno, come prevede la legge. Infatti si votò il 17 aprile dello scorso anno. Il suo obiettivo, purtroppo raggiunto, era quello di affrettare i tempi per non permettere il raggiungimento del quorum.
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Attualmente i sondaggi – per quello che possono valere quando sono fatti senza neppure sapere la data del voto – forniscono indicazioni opposte. Sulla scia della straordinaria partecipazione al referendum del 4 dicembre, la voglia dei cittadini di decidere in prima persona non è venuta meno. Il quorum è alla portata e in quel caso la maggioranza dei sì sarebbe più che abbondante. Per questo il governo è alla ricerca, oltre che di una improbabile intesa politica che eviti il referendum, anche di qualche giustificazione formale per protrarre l’attesa sulla data. Così sboccia un florilegio di interpretazioni contraddittorie delle norme in vigore, nel quale vengono coinvolti i centri studi e legislativi delle maggiori istituzioni del paese, governo e parlamento compresi.
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Il governo gioca sul fatto che la norma per cui entro sessanta giorni dal recepimento della sentenza della Corte Costituzionale il Consiglio dei ministri deve proporre la data del referendum è contenuta solo nella prima parte della 352/70. E finge di non sapere che l’articolo 40 della stessa legge esplicita che per quanto non previsto dal Titolo II, che si occupa dei referendum abrogativi, si osservano, in quanto applicabili, le norme di cui al Titolo I, che si riferisce ai referendum costituzionali. In effetti non solo il referendum delle trivelle, ma anche altri confortano una simile logica interpretazione. Il referendum sul nucleare del 2011, ad esempio, venne convocato 60 giorni dal via libera della Corte Costituzionale. Né si può dire che tale conteggio debba cominciare dal momento in cui vengono note le motivazione della Consulta, a volte di parecchi giorni successive all'ordinanza, poiché queste non hanno alcuna incidenza sulla data del referendum.
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Poiché la Corte ha deciso per la costituzionalità dei quesiti sui voucher e sugli appalti l’11 gennaio, il governo avrebbe dovuto proporre entro oggi la data del referendum. Ma nel Consiglio dei Ministri di ieri non se ne è fatta parola. Siamo di fronte a un governo totalmente inadempiente, sotto il profilo sia sostanziale che formale. Del resto quanto sta maturando in parlamento è ben lungi dal potere evitare il referendum. Il Pd insegue un accordo al di là dei confini della maggioranza, quindi inserisce la possibilità di attivare i voucher anche per le imprese con zero dipendenti, nonché per la Pubblica Amministrazione, seppure in casi “straordinari”. Ma le mono-imprese sono la maggioranza in Italia: il 61%. Il che significa fare dilagare il sistema dei voucher, creando addirittura aziende di soli voucheristi. L’esatto contrario del referendum che ne chiede l’abolizione totale.
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Del resto non c’è da attendersi granché da un parlamento giudicato costituzionalmente illegittimo. La parola è ora ai cittadini e non è possibile che gli sia tolta. L’ha compreso anche Michele Tiraboschi, il collaboratore di Marco Biagi e l’estensore del decreto attuativo della famosa legge 30/03, un cultore della flessibilità quindi, il quale dichiara che non solo sui voucher e sugli appalti è bene sentire l’opinione dei cittadini, ma sarebbe stato interessante conoscerla anche sull'articolo 18. Il senno del poi, anche se un po’ peloso.

Guido Viale
da il Manifesto
05.03.2017
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Stiamo costruendo nel Mediterraneo una barriera più feroce del muro su cui Trump ha fatto campagna elettorale. Una barriera di leggi, misure di polizia, agenzie senza base giuridica, violazioni del diritto del mare e di asilo, navi da guerra, criminalizzazione delle organizzazioni umanitarie, eserciti mobilitati ai confini, filo spinato e muri.
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E tra i muri quello – 270 chilometri – che il governo turco ha costruito con il denaro della commissione europea per bloccare i nuovi profughi siriani che l’Europa teme che transitino poi verso i Balcani. Ma una barriera fatta anche di accordi con i governi dei paesi di origine o di transito dei rifugiati, per trattenerli dove sono o respingerli là da dove sono partiti. Con ogni mezzo: finanziando armamenti – navi, sistemi di rilevamento, addestramento delle milizie, caserme e prigioni – e legittimando governi e pratiche feroci sia con i profughi che con i propri sudditi.
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Che cosa succede oltre quella barriera, nei campi e nelle prigioni di Libia, Sudan, Niger o Turchia – violenze, stupri, omicidi, umiliazioni e sfruttamento, condizioni igieniche letali – è provato da medici, reporter, organizzazioni umanitarie, agenzie dell’Onu come Unhcr, Oim, Unice e da molti reportage fotografici. Ma la barriera maggiore è ancora costituita dai naufragi in mare e dagli abbandoni nel deserto. Tutte pratiche, più i futuri rimpatri, non solo tollerate, ma finanziate dall’Unione europea come soluzione per «disincentivare l’afflusso di nuovi profughi»: espressione anodina per dire che chi vuol sottrarsi a morte, fame, guerre o violenze di un tiranno deve rassegnarsi; mettersi in viaggio è anche peggio.
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Ma al di qua di quella barriera, chi è riuscito a raggiungere l’Europa approdando in Italia, Grecia o Spagna, sfidando più volte la morte, sua e dei propri figli, si accorge di essere finito in un territorio quasi altrettanto ostico.
Fino a un anno fa, Grecia e Italia accoglievano e accompagnavano i profughi ai confini per aiutarli a raggiungere altri paesi dell’Unione, la loro vera meta. Oggi non possono più farlo a causa delle barriere fisiche, poliziesche e amministrative che l’Unione europea ha lasciato elevare tra i suoi paesi membri; mentre chi decide se un profugo ha diritto alla protezione della convenzione di Ginevra o no è sempre più selettivo.
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Finora, a coloro che ricevono il diniego o non vengono neanche ammessi alla procedura (spesso esclusi già negli hotspot perché provenienti da paesi classificati “sicuri”) veniva ingiunto di lasciare subito il territorio italiano: senza denaro, biglietto, documenti e punti di appoggio. Ovviamente nessuno lo faceva; chi non riusciva a passare la frontiera si accalcava ai suoi bordi, a Ventimiglia, a Como, al Brennero; o cercava rifugio sotto un viadotto o in un edificio abbandonato, iniziando la vita da “clandestino” decretata per lui dallo Stato.
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Oggi, dopo alcune prove di deportazioni di massa verso il Sudan o la Nigeria, il ministro Minniti ha deciso di imprigionarli tutti in centri di reclusione da istituire, in attesa dei soldi e degli accordi per “rimpatriarli” là dove non potevano più stare perché perseguitati o affamati. E’ il coronamento della barriera voluta dalla commissione europea, che intende riservare questa sorte ad almeno di un milione di profughi, bambini compresi. In sostanza, però, si scarica su Italia e Grecia il compito di mettere al sicuro gli altri paesi dell’Unione da un flusso di esseri umani che sbarcano da noi, ma per raggiungere il resto dell’Europa. Ma invece di porre al centro dei rapporti con il resto dell’Unione questa questione – su cui si decide il futuro politico del continente – il governo italiano la usa solo per lucrare qualche punto di deficit in più.
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Ma ammassare i profughi nei tanti centri dove si specula sulla loro esistenza di fronte agli abitanti dei dintorni, a cui vengono esibiti come nullafacenti a spese dello Stato, umiliando sia gli uni che gli altri, o moltiplicare i “clandestini” prodotti dalle leggi dello Stato sono cose che provocano nei più un senso di rigetto, alimentato dalle forze politiche che su di esso costruiscono le proprie fortune. Invece di vedere sofferenza e disperazione in chi vive una fuga ormai senza meta, non si rifugge più né da espressioni truci né dal passare a vie di fatto.
Sono reazioni emotive, ma ben radicate, alimentate soprattutto da cattiva informazione. Le informazioni vere non mancano, ma non si vuole vederle né si possono cambiano certe reazioni solo con la buona informazione. Allora, a che punto è la notte? Molto avanti. Ma non è un processo irreversibile.
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Impariamo noi, e impariamo a portare anche altri, chiunque sia, a guardare negli occhi i profughi che ci stanno accanto. Gira su facebook un video che mostra le risposte violente e razziste di persone per strada quando un intervistatore bianco chiede loro “che cosa fare dei profughi”. Poi la stessa domanda viene rivolta alle stesse persone da un intervistatore di colore, che potrebbe essere un profugo e che li guarda negli occhi. Accanto all'imbarazzo per quello che hanno appena detto, cresce tra tutti lo sforzo per trovare, qui e ora, una risposta più umana. E’ quello che dobbiamo tutti cercare di fare, e trovare dei luoghi dove farlo.

Antonio Sciotto
da il Manifesto
01.03.2017

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Lavoro usa e getta. Rapporto Inca Cgil: chi è retribuito con i ticket si trova in fondo alla piramide del precariato. Meno tutele di partite Iva e collaboratori. La polemica sui 50 centesimi richiesti dall’Inps per il servizio. Cgil: cosa pagano di preciso?

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Per i voucheristi è allarme pensione. Se un assegno previdenziale dignitoso, con il sistema contributivo, è già una chimera per tanti che si arrabattano tra contratti a termine, collaborazioni e partite Iva, se andiamo a guardare chi lavora esclusivamente con gli ormai famigerati ticket sembra quasi impossibile anche solo ipotizzarlo, un reddito da vecchiaia. La denuncia viene dall’Inca Cgil, che nel rapporto Voucher: “buoni” per oscurare lavoro e tutele traccia previsioni drammatiche: il futuro assegno pensionistico dei voucheristi sarà in media di 208 euro mensili, meno della metà della pensione sociale (circa 500 euro). La Cgil, presentando i dati, ha aperto poi un nuovo fronte polemico contro l’Inps: 50 centesimi per ogni buono acquistato vanno all’ente guidato da Tito Boeri, ma non concorrono a coprire contributi. Si tratta di una specie di «aggio», attacca il sindacato, una commissione (piuttosto alta, pari al 5%) paragonabile a quella pretesa da Equitalia.
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IMPIETOSO IL CONFRONTO tra l’assegno dei voucheristi e quello di quattro altre categorie del variegato panorama italiano. Ipotizzando un reddito annuale lordo di 9.333 euro (la soglia massima consentita per i percettori di ticket, pari a 7 mila euro netti), l’importo medio della futura pensione del voucherista sarà pari a 208,35 euro: pari cioè a circa la metà di quella di un lavoratore a partita Iva (402,52 euro), e nettamente più bassa di quella di un collaboratore (526,15 euro), di un dipendente part time (528,89), di un lavoratore agricolo (1019,98). E nota bene: si sono scelte tipologie già in fondo alla piramide dei redditi, quindi il voucherista sta proprio sotto terra: all’inferno.
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Ultimo tassello del quadro, già disastroso: per maturare il requisito minimo di 20 anni di anzianità contributiva il voucherista – come il titolare di partita Iva e il collaboratore – deve lavorare per almeno 35 anni. Infatti, con un reddito di 9.333 euro «copre» solo 7 mesi di contribuzione. Gli appartenenti alle tre categorie non potranno comunque andare in pensione prima dei 70 anni.
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NON PARLIAMO DI tutele come la malattia, la maternità, l’invalidità, la reversibilità: se collaboratori e partite Iva, dopo anni di proteste, in qualche modo le hanno conquistate, i voucheristi sono i paria dei paria. Semplicemente non hanno nulla di tutto questo. Riscuotendo i 7,50 euro per ogni ticket magari ti riuscirai a pagare pranzo e cena – qualche bolletta se proprio vogliamo stare larghi – ma se ti ammali o se fai un figlio per il tuo datore di lavoro e per lo Stato non esisti più: fai spazio, avanti un altro, sarà lui a ritirare il salario dal tabaccaio.
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L’INFORTUNIO formalmente è coperto (0,70 centesimi del buono vanno all’Inail, mentre 1,30 euro vanno all’Inps per le prestazioni previdenziali), ma di fatto – denuncia la Cgil – non è così: in genere le imprese non denunciano gli infortuni e corrono ai ripari solo quando l’incidente è grave e, dunque, non camuffabile con una semplice malattia (per la quale, è bene ricordarlo, non c’è tutela alcuna). Nell’aprile 2016 l’Inail ha lanciato un allarme sottolineando come quasi sempre il pagamento del primo voucher coincida con il giorno della denuncia di infortunio da parte dell’impresa, senza essere preceduto insomma da alcun tipo di rapporto di lavoro: gli imprenditori lo tirano fuori dal cassetto quando è necessario a coprire con una pezza attività prestate in nero.
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Quanto ai dati generali, l’Inca ha ricordato che l’anno scorso sono stati riscossi 133,8 milioni di voucher (142 milioni quelli venduti), in netto aumento rispetto ai 115 milioni del 2015 (+23,9%). Il trend si è rallentato dopo la «tracciabilità» introdotta da Poletti a fine 2016 (il dato di gennaio parla di una crescita del 3,9%), ma la previsione per quest’anno – secondo Fulvio Fammoni della Fondazione Di Vittorio della Cgil – potrebbe sfiorare i 150 milioni. La media di età, che nel 2008 era di circa 60 anni (ed erano stati venduti solo 500 mila voucher: ma erano ancora attive tutte le rigide limitazioni della legge Biagi), oggi è scesa a 36 anni. Circa i due terzi vengono utilizzati dalle imprese, un terzo dalle famiglie. Dati che testimoniano che i buoni lavoro vengono usati per sostituire lavoro che potrebbe essere contrattualizzato.
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PRESENTANDO la ricerca dell’Inca, la segretaria della Cgil Susanna Camusso ha ripetuto la richiesta al governo di fissare una data per il referendum. Infine, dopo mesi di botte e risposte con Tito Boeri (conclusi con la consegna della famosa lista delle 200 aziende che utilizzano i voucher, di cui il manifesto ha pubblicato la prima quindicina) si è aperto il nuovo fronte polemico con l’Inps: chiarisca a cosa servono i 50 centesimi che mette in cassa per ogni ticket venduto: nel 2016, solo questa voce ha generato 67 milioni di euro di incassi per l’Inps.

Antonio Sciotto
da il Manifesto
24.02.2017

Le grandi aziende utilizzatrici. L'istituto di previdenza, dopo le polemiche Boeri- Camusso, l’ha fornita alla Cgil: duecento nomi, tra cui McDonald’s, Adecco e Manpower. E anche la Juventus. Il manifesto pubblica le prime quindici con tanto di importi e prestatori.

McDonald’s, Sisal, Manpower, Adecco, Chef Express. C’è anche la Juventus. I maggiori utilizzatori di voucher in Italia sono grossi gruppi che operano nel commercio, nella ristorazione, nell’organizzazione di eventi culturali e sportivi. La lista dei primi duecento è stata fornita nei giorni scorsi dall’Inps alla Cgil, dopo mesi di scontri e polemiche, e il manifesto oggi pubblica i 15 che stanno in cima: con tanto di importo lordo in euro e prestatori (i lavoratori cioè retribuiti con i ticket). Si tratta del 2016, anno dell’introduzione della cosiddetta «tracciabilità»: che ha rallentato la crescita, è vero, ma il fenomeno resta preoccupante perché i buoni staccati l’anno scorso sono stati circa 135 milioni (+24% rispetto ai 115 del 2015, cifre che verranno consolidate nei rapporti di marzo).
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SE SCENDIAMO SOTTO la quindicesima posizione troviamo altri nomi noti: si va da Burger King alla Rinascente, da Bottega verde ad altre squadre come Lazio, Fiorentina e Chievo. Ma compaiono anche soggetti pubblici: il primo è il Comune di Benevento, chissà cosa potrebbe dirci il sindaco Clemente Mastella. Il pubblico però non fa solo ricorso diretto ai voucher: spesso infatti per eventi culturali, fiere o festival si assumono voucheristi attraverso alcune società che stanno in cima alla graduatoria, e che hanno nomi perlopiù sconosciuti. Ci sono infatti aziende ormai specializzate nel fornire questo tipo di lavoratori «usa e getta» sotto forma di steward, hostess, addetti alla sicurezza, camerieri ai buffet. Alcune voci della lista l’Inps le ha coperte per la legge sulla privacy.
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Fonte Inps
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La prima dell’elenco – la Best Union Company – risulta essere infatti una società specializzata nella biglietteria e nell’organizzazione di eventi. Idem per la quinta, la Winch srl, che opera nel campo del security steward e welcoming. E molto probabilmente la stessa Juventus (come le altre squadre di calcio) ricorre ai voucher per retribuire gli steward tra gli spalti nei giorni delle partite.
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ALL’OLIMPICO DI ROMA, ci spiega il segretario del Nidil Cgil Claudio Treves, si muovono invece gli steward di un’altra delle 15 big, la Manpower Group Solutions Sport and Events: «Non si tratta però della Manpower interinale, ma di una sotto società del gruppo: fornisce addetti che costano meno rispetto a quelli in somministrazione». Lo stesso meccanismo, ma stavolta con la Manpower Group Solutions, si è utilizzato all’Expo di Milano.
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«Al padiglione della Gran Bretagna servivano un tot di persone – spiega Treves – e ci si è appoggiati alla Manpower GS: prima si è risparmiato applicando un contratto “pirata” firmato da un sindacato non rappresentativo, poi la società ha adottato i contratti dei lavoratori delle pulizie, pescando guarda caso dalla sua casa madre. Ma evidentemente lavora parecchio anche con i voucher».
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UN GROVIGLIO IN CUI le società di lavoro interinale generano altre piccole ditte, che poi affittano a loro volta lavoratori dalla madre. Così la Adecco Professional Solutions sotto Natale ha fornito una ventina di imbustatori di prosciutto alla Fratelli Beretta, in uno stabilimento di Varese, permettendo di applicare il meno costoso contratto del commercio. Con i ticket siamo certi che è diventata ancor più competitiva.
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Ricco il capitolo ristorazione, dove compare oltre a Chef Express (fast food in stazioni e autogrill) e Cigierre (specializzata nei ristoranti etnici, dalle Wiener Haus all’Old Wild West), il sempreverde McDonald’s: secondo Cristian Sesena, segretario Filcams Cgil, a fare maggiore uso di voucheristi sono i franchisee. «La Company gestisce solo il 20% dei locali italiani, e ha limitato l’uso dopo una denuncia a Milano – spiega – La periferia dell’impero è meno controllabile».
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PERCHÉ LA CGIL ha insistito tanto con il presidente dell’Inps Tito Boeri per avere questa lista? Per dimostrare che una parte rilevante del lavoro prestato attraverso i voucher fa capo a grosse aziende (oltre che al pubblico), dove è altamente probabile che si stia operando una vera e propria sostituzione non solo del lavoro stabile, ma anche di quello flessibile. Perché l’ormai famigerato ticket da 10 euro, non prevedendo l’applicazione di contratti, ferie, tfr e tutte le altre tutele, cannibalizza rapporti prima in voga (già cheap) come l’associazione in partecipazione, lo stagionale, il lavoro a chiamata.
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Tania Scacchetti, la segretaria confederale che per conto della Cgil ha acquisito la lista e l’ha poi diffusa a tutte le categorie, ci spiega questo meccanismo: «Prendiamo ad esempio aziende come Stroili Oro, Diffusione Italiana Preziosi o Bottega Verde – dice – Sono catene che operano molto nei centri commerciali e spesso attraverso il franchising: ebbene, in passato segnavano i propri commessi come associati in partecipazione, oggi possono risparmiare ancora di più grazie ai voucher». Lo stesso accade con gli eventi culturali, o con gli operatori del turismo.
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«LE SOCIETÀ SPORTIVE non hanno già presente a inizio anno il calendario delle partite? – chiede Scacchetti – Quindi dov’è la prestazione occasionale? Potrebbero benissimo contrattualizzare gli steward. E nel turismo, negli alberghi, nei ristoranti, quando parliamo di grosse catene, perché non si fa ricorso agli strumenti di flessibilità che già ci sono? I lavoratori si vedrebbero applicato il contratto, con tutte le tutele, e avrebbero diritto alla Naspi. Non dimentichiamo poi la pensione: sono pochissimi i voucheristi che riescono, in un intero anno, a totalizzare il reddito sufficiente per farsi segnare un solo mese dall’Inps».
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In questo caso ci soccorre uno studio dell’Inps riferito agli anni 2008-2015: i percettori di voucher nel 2015 sono stati 1,4 milioni, con una media di 66 ticket riscossi nell’anno (pari a 660 euro lordi medi). Per totalizzare un mese di contribuzione all’Inps servono però almeno 3 mila euro di reddito annui. Ormai solo l’8% di voucheristi è costituito da over 60: la media di età si è infatti concentrata sui 36 anni. Ed è di 22/23 anni l’età media di chi non aveva mai aperto una posizione previdenziale. I voucher sono quindi una piaga diffusa e riguardano non solo i giovani ma anche gli adulti che normalmente avrebbero contratti strutturati: la Cgil infatti chiede di abolirli per referendum.

Eurogruppo. La danza dei decimali sul Pil non è servita. Da Bruxelles nessuno sconto a Roma. Il governo cerca un equilibrio tra il caos politico nel Pd e i custodi Ue dell’austerità

La danza dei decimali condotta dall’ex governo Renzi non è servita. Le nuove stime sul Pil allo 0,9%, festeggiate come un successo di quel disastroso esecutivo, non incideranno sulla manovra straordinaria chiesta all’Italia dalla Commissione Europea per il 2017. Lo ha confermato il ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan all’Eurogruppo di ieri a Bruxelles. Si resta a 3,4 miliardi, lo 0,2% in meno del deficit strutturale che ha spinto la Commissione a chiedere la manovra straordinaria. Il deficit strutturale passerà dall’1,6% del 2016 al 2% del 2017, secondo le stime macroeconomiche sul nostro paese. La situazione è nota dallo scorso autunno, con Renzi in carica. All’epoca fece finta di nulla per motivi elettorali: l’ex-premier e segretario del Pd puntava a non irretire un elettorato che invece lo ha sbattuto fuori da Palazzo Chigi il 4 dicembre. Il nuovo governo dovrà invece risolvere la grana. Il dissidio che oppone Roma a Bruxelles è sugli indicatori del Pil. La prima calcola la ricchezza in base al Pil potenziale; la seconda calcola invece il Pil reale, comprensivo dell’inflazione. Calcolando il Pil potenziale, secondo il ministero dell’Economia oggi il deficit strutturale sarebbe sotto controllo. Se, invece, calcolato in base al Pil reale, è fuori controllo. Imponendo la manovra da 3,4 miliardi, Bruxelles ha avuto ragione.

ORA IL GOVERNO GENTILONI trovare le risorse entro aprile, mentre il partito democratico è attraversato da scissioni che rendono difficili le scelte sulle misure da adottare. Ad esempio, quelle sul classico aumento delle accise sulla benzina. Per Renzi è un tabù: dovranno passare sul suo corpo per adottare un provvedimento a suo avviso impopolare. Tutt’al più ci sarà l’aumento su alcol e sigarette, sulle imposte di bollo o di registro. E poi l’ever-green della lotta all’evasione fiscale e soprattutto sui tagli alla spesa pubblica pari a 800-900 milioni di euro. Nelle due lettere inviate a Bruxelles da Padoan (1 e 7 febbraio) si punta a intervenire per i tre quarti sulle entrate e per un quarto sulle uscite. Nello specifico si pensa di intervenire sull’inversione contabile dell’Iva, il cosiddetto «split-payment». Misura dalla quale è difficile ottenere più di un miliardo, sempre che la commissione Ue l’accetti.

L’ALTRO CAPITOLO riguarda gli acquisti della Consip: nel 2016 aveva risparmiato 700 milioni in più rispetto al miliardo preventivato, una cifra che potrebbe trascinarsi in parte anche nel 2017. La leva è quella della centralizzazione degli acquisti per i ministeri. Questa strategia ha permesso di risparmiare nel 2015 fino al 48% per la telefonia mobile, fino al 55% per le stampanti, fino al 25% per i computer fissi e al 15% per i portatili. Si tratta di ottenere una cifra pari a 1,5 miliardi. I tecnici del ministero dell’economia starebbero anche valutando un intervento sui vincitori dei concorsi pubblici. Sembra che uno stop momentaneo potrebbe permettere di evitare un aumento delle accise temuto da Renzi. Ipotesi tutta da confermare, ma certo fa impressione immaginare di “congelare” persone che hanno passato una selezione, ad esempio nella scuola, per evitare l’aumento della benzina. Un testacoda pauroso che finirà per danneggiare tanto gli aventi diritto che il cittadino-automobilista.

SUL TAVOLO c’è anche l’ipotesi di tagliare i bonus fiscali in base al reddito. Si potrebbero ottenere così tra i 300 e i 500 milioni da aggiungere ai 300 milioni che il governo intende ottenere dall’aumento della tassazioni dei giochi. In discussione è anche il momento in cui fare la manovra. Considerate le incertezze politiche in cui naviga il governo Gentiloni non è ancora chiaro se le misure saranno inserite nel Documento di Economia e Finanza (Def) ad aprile o se alcune daranno adottate prima. È anche possibile l’adozione di un provvedimento diviso in due tranche. Per il momento il governo ha ottenuto un mese di rinvio. Il presidente dell’Eurogruppo Dijsselbloem ha rinviato la discussione sui conti al 20 marzo. Se nel frattempo la manovra non avrà acquisito un profilo credibile per i custodi dell’austerità i ministri dell’Eurozona potrebbero decidere per la procedura d’infrazione.

PADOAN non ritiene che prima del rapporto della Commissione sul debito italiano atteso per domani arriveranno grosse novità sull’aggiustamento richiesto. L’appuntamento non sembra promettere buone nuove per l’Italia. Il rapporto non farà sconti anche se forse non porterà a una procedura d’infrazione. Il commissario agli affari economici Pierre Moscovici, che ieri ha incontrato Padoan all’Eurogruppo, ha assicurato che il negoziato Ue-Italia va avanti «per arrivare ad una soluzione comune».

Pubblicato il 14 feb 2017
di Manlio Dinucci
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Mentre i riflettori mediatici erano puntati su Sanremo, dove si è esibita anche la ministra della Difesa Roberta Pinotti cantando le lodi delle missioni militari che «riportano la pace», il Consiglio dei ministri ha approvato il 10 febbraio il disegno di legge che consentirà l’implementazione del «Libro Bianco per la sicurezza internazionale e la difesa» a firma della ministra Pinotti, delegando al governo «la revisione del modello operativo delle Forze armate». Revisione, in senso «migliorativo», di quello attuato nelle guerre cui l’Italia ha partecipato dal 1991, violando la propria Costituzione.
Dopo essere passato per 25 anni da un governo all’altro, con la complicità di un parlamento quasi del tutto acconsenziente o inerte che non lo mai discusso in quanto tale, ora sta per diventare legge dello Stato. Un golpe bianco, che sta passando sotto silenzio. Alle Forze armate vengono assegnate quattro missioni, che stravolgono completamente la Costituzione. La difesa della Patria stabilita dall’Art. 52 viene riformulata, nella prima missione, quale difesa degli «interessi vitali del Paese».
Da qui la seconda missione: «contributo alla difesa collettiva dell’Alleanza Atlantica e al mantenimento della stabilità nelle aree incidenti sul Mare Mediterraneo, al fine della tutela degli interessi vitali o strategici del Paese». Il ripudio della guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali, stabilito dall’Articolo 11, viene sostituito nella terza missione dalla «gestione delle crisi al di fuori delle aree di prioritario intervento, al fine di garantire la pace e la legalità internazionale».
Il Libro Bianco demolisce in tal modo i pilastri costituzionali della Repubblica italiana, che viene riconfigurata quale potenza che si arroga il diritto di intervenire militarmente nelle aree prospicienti il Mediterraneo – Nordafrica, Medioriente, Balcani – a sostegno dei propri interessi economici e strategici, e , al di fuori di tali aree, ovunque nel mondo siano in gioco gli interessi dell’Occidente rappresentati dalla Nato sotto comando degli Stati uniti.
Funzionale a tutto questo è la Legge quadro entrata in vigore nel 2016, che istituzionalizza le missioni militari all’estero, costituendo per il loro finanziamento un fondo specifico presso il Ministero dell’economia e delle finanze. Infine, come quarta missione, si affida alle Forze armate sul piano interno la «salvaguardia delle libere istituzioni», con «compiti specifici in casi di straordinaria necessità ed urgenza», formula vaga che si presta a misure autoritarie e a strategie eversive.
Il nuovo modello accresce fortemente i poteri del Capo di stato maggiore della difesa anche sotto il profilo tecnico-amministrativo e, allo stesso tempo, apre le porte delle Forze armate a «dirigenti provenienti dal settore privato» che potranno ricoprire gli incarichi di Segretario generale, responsabile dell’area tecnico-amministrativa della Difesa, e di Direttore nazionale degli armamenti. Si tratta di incarichi chiave che permetteranno ai potenti gruppi dell’industria militare di entrare con funzioni dirigenti nelle Forze armate e di pilotarle secondo i loro interessi legati alla guerra.
L’industria militare viene definita nel Libro Bianco «pilastro del Sistema Paese» poiché «contribuisce, attraverso le esportazioni, al riequilibrio della bilancia commerciale e alla promozione di prodotti dell’industria nazionale in settori ad alta remunerazione», creando «posti di lavoro qualificati».
Non resta che riscrivere l’Articolo 1 della Costituzione, precisando che la nostra è una repubblica, un tempo democratica, fondata sul lavoro dell’industria bellica.
il manifesto, 14.02.2017

10 febbraio 2017
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INPS – PRC: «STOP DISOCCUPAZIONE A COLLABORATORI E' ALTRO SCHIAFFO A LAVORATORI SENZA TUTELE. E’ ISTIGAZIONE AL SUICIDIO. SERVONO TUTELE E REDDITO MINIMO PER TUTTI DISOCCUPATI»
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Paolo Ferrero, segretario nazionale di Rifondazione Comunista – Sinistra Europea e Roberta Fantozzi, responsabile nazionale Lavoro di Rifondazione Comunista – Sinistra Europea, dichiarano:
«Lo stop all'indennità di disoccupazione per i collaboratori nel 2017 è un nuovo schiaffo per i lavoratori meno garantiti e più precari. Il governo, invece di ampliare e rendere strutturali le tutele, non ha nemmeno prorogato la limitata indennità istituita nel 2015, lasciando altre 50.000 persone senza nessuna risposta.
E’ una vergogna, ed è anche un furto, dati gli attivi della gestione separata a cui da anni i collaboratori versano i contributi.
Chiediamo di ripristinare immediatamente l’indennità e chiediamo di istituire un reddito minimo per tutte le disoccupate e i disoccupati, da finanziarsi con una tassa sulle grandi ricchezze.
Di precarietà si muore. A pochi giorni dal suicidio di Michele, questa vicenda mostra la criminale insensibilità di chi ci governa, una sorta di tragica istigazione al suicidio».

Pubblicato il 6 feb 2017
di Loredana Fraleone

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L’appello dei 600 docenti universitari sul problema della perdita delle capacità linguistiche degli studenti, riguarda un problema vero, che non viene però affrontato come si dovrebbe a partire dalle cause.
Indubbiamente ha il merito di accendere finalmente un faro su una situazione largamente prevista da chi, in questi anni, ha combattuto contro le innumerevoli misure, che hanno tolto progressivamente alla scuola strumenti indispensabili per una formazione di qualità.
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Troppo facile registrare una situazione di deprivazione culturale a valle, che nella fattispecie riguarda il corretto uso della lingua italiana e la comprensione di un testo di media difficoltà, senza denunciare le politiche scolastiche degli ultimi decenni.
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Queste sono state dirette non solo a tagliare risorse materiali e umane, ma a ridurre il tempo scuola nelle discipline formative proprio sulle capacità linguistiche e di comprensione logica, a vanificare tempo pieno e tempo prolungato, a svilire un esame di maturità, che sembra non trovare pace e diventare, con l’ultimo provvedimento del decreto delegato dalla legge 107, detta “Buona scuola”, un proforma accessibile con la media del 6.
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La deriva aziendalistica, con la sottrazione di ore all'apprendimento, per introdurre l’alternanza “scuola lavoro”, uno dei gioielli della 107, favorisce una formazione libera e critica o la piega ai paradigmi dell’impresa?
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Non parliamo poi del modello culturale dominante, che spinge sempre più a una formazione “mordi e fuggi”, favorendo un atteggiamento di svalutazione nei confronti della scuola e della cultura; i mezzi di comunicazione di massa con in testa le televisioni commerciali, sempre più imitate dalle reti pubbliche, incentivano varie forme di passivizzazione, le dipendenze come le ludopatie, la furbizia, anche a scapito di altri, come strumento di emancipazione individuale.
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A tutto questo ha cercato di rispondere un grande e generoso movimento di insegnanti, che ha lottato fin dai tempi della Moratti contro l’impoverimento materiale e culturale della scuola, prevedendone le conseguenze, che in parte vengono oggi denunciate dall'appello dei 600 docenti universitari.
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Quel movimento, che è stato sconfitto e che tenta persino di resistere nella sconfitta, è stato lasciato solo, a partire da chi avrebbe dovuto occuparsene per mestiere: il mondo accademico.
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Sono disposti i 600 firmatari a ragionare sulle cause della situazione che denunciano, a mettere in discussione le politiche scolastiche di tutti i governi degli ultimi venti anni e magari a sostenere la resistenza di chi nelle scuole continua a praticarla?

Pubblicato il 2.02.2017
di Paolo Ferrero

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Che il PD sia diventato un partito liberale di centro con qualche venatura di destra è un fatto. Che la soluzione a questo problema sia la ricostruzione dell’Ulivo o il centro sinistra mi pare una fesseria grande come una casa.
Per un motivo molto semplice: Renzi è il frutto dell’Ulivo e del centro sinistra che nel corso degli anni ha fatto la guerra oltre alle bicamerali e alle privatizzazioni.
L’Ulivo di Bersani e D’Alema è il padre del renzismo, non l’alternativa a Renzi. Il socialismo europeo non è l’alternativa a Renzi ma il suo alveo naturale.
Per questo, per ridare una speranza agli italiani e e alle italiane che non sanno più a che santo votarsi, non serve ricostruire il centro sinistra: occorre costruire una sinistra anti liberista che per avere un minimo di credibilità non può coinvolgere coloro che delle politiche liberiste in Italia sono stati e sono gli alfieri. Fino ad oggi, non fino a ieri!

Pubblicato il 2 feb 2017

Istat. Effetto Jobs Act. Record di senza lavoro tra i giovani fino ai 24 anni. Boom del lavoro a termine e tra gli over 50. Il tasso di disoccupazione generale a dicembreè tornato al 12%. Più del 75% dei nuovi contratti è a tempo determinato, segno che quando si creano nuovi posti di lavoro questi sono fragili ed incerti
L’unico 40 per cento raggiunto dalle politiche di Matteo Renzi è quello della disoccupazione dei giovani tra i 15 e i 24 anni. A dicembre il tasso è nuovamente balzato al 40,1%, in aumento di 0,2 punti percentuali sul mese precedente. È il livello più alto raggiunto da giugno 2015. Quello ufficiale è tornato al 12%, in rialzo di 0,4 punti su dicembre 2015, il più alto da giugno 2015, quando era al 12,2%.
I DATI FORNITI DALL’ISTAT confermano il bilancio della «Renzinomics» a quasi due mesi dalle dimissioni del rottamatore da Palazzo Chigi. La più grande distribuzione di ricchezza pubblica verso le imprese che la storia italiana ricordi – circa 20 miliardi di euro spesi in tre anni per la decontribuzione dei nuovi assunti – hanno prodotto i seguenti risultati: un boom del lavoro a termine sull’anno (+155 mila con una crescita del 6,6%) e dell’occupazione dei lavoratori over 50 (+410 mila). Nello stesso periodo l’occupazione è crollata di 149 mila unità nella fascia teoricamente più «produttiva» tra i 35 e i 49 anni e di 20 mila unità tra i 25 e i 34 anni.
L’AUMENTO DEGLI OCCUPATI pari a 242 mila unità sull’anno va dunque contestualizzato: solo 111 mila sono «permanenti», la maggioranza è precaria e rispecchia la spaccatura tra under 24 e over 50 che caratterizza il mercato del lavoro italiano. Questi dati vanno ribaditi dal momento che dal governo per bocca del ministro del lavoro Poletti (ieri a Parigi dalla collega Miriam El Khomri, autrice della legge più odiata di Francia, la Loi Travail) si continua a fare finta di nulla. A parere di Poletti, da quando esiste il renzismo ci sono «602 mila occupati in più a partire dal febbraio 2014, 440 mila dei quali sono lavoratori stabili».
L’ISTAT CONFERMA anche la forte diminuzione degli inattivi: 478 mila in meno. Questo dato è di solito considerato positivo: significa che chi non cercava lavoro nel 2016 è entrato nelle file dei disoccupati. Questo non significa che ne ha trovato uno, e infatti il tasso di disoccupazione è aumentato. Significa che l’impoverimento medio delle famiglie italiane è aumentato e ha spinto coloro che prima non cercavano lavoro, pur avendone bisogno, a cercarlo. Non è escluso che nei prossimi mesi il tasso dell’inattività tornerà a crescere, dato che sul mercato non si trova occupazione fissa e quella che esiste è sempre più precaria, in nero e voucherizzata.
È IL SEGNO DELLA STAGNAZIONE in cui si trova il mercato del lavoro dopo due anni di trattamento renziano. Il dato che conferma una simile situazione è quello del tasso di occupazione: 57,3%,invariato rispetto a novembre e in aumento di 0,7 punti su dicembre 2015. Sono aumentati i lavoratori dipendenti (+52 mila), e in particolare quelli precari, mentre prosegue il crollo delle partite Iva: meno 52 mila. Uno dei peggiori risultati a livello dell’Eurozona. È l’effetto Jobs Act che può essere considerato uno strumento per la ri-subordinazione del lavoro all’interno del perimetro sempre più ristretto e precario del poco lavoro disponibile nel nostro paese.

Pubblicato il 1.2.2017
di Enrico Perilli
consigliere comunale di Rifondazione comunista all’Aquila

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Centro Italia. I disastri di Enel, Anas e Autostrade dei Parchi, ma la cattiva gestione del territorio è colpa anche di Province e Comuni cui i governi regionali e nazionali danno risposte sbagliate.
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Le Regioni del Centro Italia, in particolar modo quelle attraversate dalla catena montuosa Appenninica con esclusione della zona Tosco-emiliana, stanno vivendo una tragedia epocale. Quanto si poteva evitare di questa tragedia? O meglio, cosa si poteva fare di diverso da quello che abbiamo fatto sia in termini di risposta post-emergenziale sia in termini di prevenzione?
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Vediamo per sommi capi l’atteggiamento dei singoli attori che hanno delle responsabilità primarie di governo e gestione del territorio.
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Enel: la Rete elettrica si è rivelata di una fragilità assoluta, 100.000 persone senza elettricità per più di una settimana credo sia un record. Eppure Enel riceve dai cittadini contribuenti una quota parte della bolletta per la manutenzione e risoluzione dei guasti della linea. Perché centinaia di tralicci erano senza manutenzione da anni? Perché i gruppi elettrogeni non erano in dotazione all’Enel? Sono state chieste dalla conferenza dei capigruppo in Regione le dimissioni dei vertici Enel.
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Anas: un tempo esistevano le case cantoniere con dentro mezzi e personale per l’ordinaria manutenzione viaria e per affrontare la prima emergenza. Furono considerate un residuato di un’epoca arcaica e diseconomiche e quindi dismesse. Da allora la manutenzione delle nostre strade statali non è migliorata, anzi è peggiorata, e in caso di prima emergenza l’Anas raramente è tra le prime ad arrivare sul posto; è del tutto evidente che se si lasciano accumulare sulle strade metri di neve diviene un’opera improba renderle agibili, bisogna intervenire nell'immediatezza delle precipitazioni nevose e per questo è necessario avere dei presidi sul territorio. Nel frattempo però Anas con i suoi rampanti capi dipartimento si è data alle progettazione e agli appalti milionari. Le popolazioni dell’Abruzzo da anni lottano contro i mega progetti Anas, chiedendo più attenzione al rispetto dell’ambiente, delle storie e delle tradizioni dei singoli territori che i progetti Anas andrebbero a colpire. Una delle richieste pressanti dei comitati e dei rappresentanti dei territori è quella di procedere non a nuovi mastodontici progetti ma alla messa in sicurezza dell’esistente.
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La gestione delle strade è carente, le turbine di Anas non c’erano o sono arrivate dopo giorni, i mezzi erano pochi e mal collocati, le «vecchie statali» sono quasi senza manutenzione. Gli amministratori Regionali dovrebbe chiedere anche le dimissioni dei vertici Anas. Il flirt invece continua più appassionato che mai… ponte dopo ponte, tunnel dopo tunnel.
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Autostrade dei Parchi: ai tempi delle case cantoniere esisteva anche la gestione pubblica delle autostrade, compresa la A24. In caso di neve l’autostrada non chiudeva. L’attuale gestione privatistica del Gruppo Toto chiude con cadenza regolare l’autostrada in caso di neve. Due certezze la gestione Toto dà agli utenti: l’aumento delle tariffe e la chiusura in caso di neve. Se nevica i costi di gestione aumentano, i rischi anche e allora è meglio chiudere, isolando l’intera Regione. Recentemente il Gruppo Toto ha presentato al Ministero un progetto di messa in sicurezza dell’autostrada, in cambio ha chiesto la gestione per 99 anni. Il progetto non prevede un potenziamento del sistema operativo in caso di mal tempo o di mezzi e uomini, ma tunnel e ponti di nessuna utilità tanto da essere rifiutato persino dall'allora governo Renzi.
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Se analizziamo il comportamento e la capacità di intervento pre e post emergenza degli Enti Pubblici il risultato in termini di efficacia non cambia, in termini di responsabilità però ci sono delle profonde differenze.
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Le Province, per tre quarti smantellate dalla scellerata riforma Delrio, non hanno più mezzi, personale, competenze per poter intervenire.
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I Comuni, soprattutto quelli di piccole dimensioni, sono stati negli anni colpiti da una feroce politica di tagli che li hanno condannati a un’esistenza precaria.
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I piccoli Comuni, come Farindola (Rigopiano), ai quali si chiede prontezza di intervento sono pressoché spopolati, con un organico di 5 o 6 dipendenti e un bilancio annuale che in caso di acquisto di un mezzo spazzaneve li manderebbe in default. Hanno subito negli anni la chiusura di distretti sanitari, scuole, servizi postali e ridimensionamento dei trasporti. Tutto questo ha causato lo spopolamento e la conseguente incuria dei luoghi (boschi, montagne, colline…) tanto determinante in caso di catastrofi ambientali (incendi, frane).
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La risposta dei governi regionali e nazionali è sempre e solo stata in termini di infrastrutture, non riapro il distretto sanitario e il plesso scolastico ma ti faccio un bel ponte… cui prodest?
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Onestamente va aggiunto che in molti casi la visione dei sindaci dei piccoli centri è assolutamente complice di quanto descritto, si dedicano a tempo pieno a guerre senza quartiere ai Parchi e Riserve naturali e auspicano per i loro territori lottizzazioni e speculazioni modello anni sessanta non comprendendo che è proprio questa prospettiva che porterà ulteriore spopolamento e abbandono dei luoghi.
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Se il contesto è questo è naturale che i cittadini si sentano soli, in balia del destino, destino che la Commissione Grandi Rischi, con il gusto della vendetta, ci dice che potrebbe essere molto cattivo. Per poi salutarci senza neanche farci un in bocca al lupo.

Pubblicato il 25 gen 2017
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La sentenza della Corte sancisce l’incostituzionalità dell’Italicum di Renzi, come abbiamo sempre sostenuto, e ci consegna una legge elettorale immediatamente utilizzabile. Noi siamo proporzionalisti e questa legge che mantiene il premio di maggioranza non ci piace, ma riteniamo che questo parlamento, eletto sulla base di una legge incostituzionale e che ha varato a sua volta una legge elettorale incostituzionale, non è legittimato a fare nulla. Si dia la parola al popolo, vada a votare subito e il governo faccia una legge per permettere il voto quest’anno anche sul referendum contro il jobs act.

Tommaso Di Francesco
da il Manifesto
25.01.2017

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365 giorni fa, alle 19,41, il ricercatore italiano Giulio Regeni veniva rapito al Cairo, barbaramente torturato per giorni e poi ucciso.
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Intorno al suo omicidio il regime egiziano dell’ex generale Al Sisi ha costruito una fitta cortina di nebbie e depistaggi, volta a volta annunciando verità di comodo o falsità. Dal delitto passionale, alla criminalità comune presentata su un «piatto d’argento», il governo egiziano ha indicato falsi colpevoli per allontanare le responsabilità del suo braccio operativo, la polizia e i servizi segreti. Impegnati ora nell'ultimo depistaggio, quello sul corrotto Abdallah capo dei sindacati degli ambulanti, che da solo magari con l’aiuto di «mele marce» avrebbe ordito il crimine. Dei sindacati egiziani Giulio Regeni si occupava. Una questione sensibile, vista la dura repressione dell’opposizione – politica e delle ong dei diritti umani – finita quasi tutta in galera dopo il sanguinoso golpe dell’estate del 2013. Sfacciatamente il regime del Cairo ha insistito – mentre mostra a parole disponibilità verso gli inquirenti italiani – a dichiarare che di «fatto isolato» si sarebbe trattato. Al contrario, in questo lungo e triste anno è sempre più emerso – anche per il nostro contributo, nonostante tante incomprensioni che ci hanno riguardato – che il caso Regeni corrisponde ad una pratica diffusa e consuetudinaria: quella delle sparizioni forzate e violente.
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Delle quali Al Sisi è protagonista da anni. Secondo i dati degli organismi egiziani dei diritti umani dall'estate 2015 all'estate 2016 la sparizioni forzate sono state ben 912. Non è un caso che i giovani egiziani considerino Giulio «uno di noi».
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Su un argomento il manifesto ha voluto sempre rompere il silenzio: quello delle gravi responsabilità del governo italiano.
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È stato infatti l’ex presidente del Consiglio Matteo Renzi il primo leader europeo a sdoganare il golpista Al Sisi prima con un suo viaggio d’affari al Cairo e poi con il ricevimento e l’abbraccio in Italia dove lo ha accreditato come l’«uomo nuovo del Medio Oriente». Così, dopo l’assassinio di Giulio Regeni, quanto ad iniziativa dell’Italia siamo nel limbo. L’ambasciatore è stato ritirato e resta sospeso l’invio del nuovo. È una situazione anormale, ma è meglio che resti così. E manca ancora quella definizione di «Egitto Paese non sicuro» da sempre chiesta dalla famiglia Regeni che oggi rinnova il suo dolore. Mentre gli affari petroliferi non si sono certo fermati. Anzi.
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Questi i contenuti che oggi saranno riaffermati e gridati a Roma, a Fiumicello e in molte città italiane.

La burocrazia ferma gli elicotteri. Mezzi e piloti chiusi nelle basi, «spacchettati» nel limbo tra Vigili del fuoco e Carabinieri
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Matteo Bartocci
da il Manifesto
21.01.2017
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Dopo le polemiche delle ultime ore, gli elicotteristi di Rieti non parlano volentieri. Non ci stanno a passare per piantagrane e tanto meno vogliono criticare i colleghi in prima linea: «Vigili del fuoco, carabinieri, il soccorso alpino, guardia di finanza, stanno facendo un lavoro pazzesco, c’è chi rischia letteralmente la vita per portare un po’ di fieno e di conforto a chi è in difficoltà, scrivetelo questo».
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Serpeggia però tra chi è operativo un malumore, si sussurra di provvedimenti disciplinari, di tentativi di coprire la verità.
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Ma la verità è semplice: gli elicotteri della Forestale, quelli bianchi e verdi per capirci, non volano più. Dal 1 gennaio sono a terra. Chiusi negli hangar. Non per volontà dei comandi o degli equipaggi ma per noncuranza del governo, che non ha ancora firmato i decreti attuativi della riforma Madia in cui uomini e mezzi dell’ex Forestale sono passati un po’ ai Carabinieri e un po’ ai Vigili del fuoco. Né ha approvato una proroga per una riforma che come vedremo è molto complessa.
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Nelle zone terremotate si vedono elicotteri militari, della finanza, della polizia, dei vigili del fuoco ovviamente e perfino della guardia costiera. Ma della Forestale – finora – nessuno.
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«Il problema è politico, siamo tutti demoralizzati, in piena emergenza neve, black out e terremoto non possiamo fare nulla», raccontano alcuni elicotteristi ex Forestale finiti in ferie forzate o chiusi nelle basi a non fare nulla. E dire che fino a dicembre volavano ovunque: dal cratere terremotato di Amatrice fino al servizio antincendio in Sicilia che era finito ai privati e invece è stato affidato alla Forestale a un terzo del costo. Tutto finito a capodanno. Per noncuranza. Per sottovalutazione.
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Chi fa le riforme in parlamento poi non si preoccupa di attuarle sul campo.
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Mercoledì il soccorso alpino – ignaro del problema – aveva chiesto l’intervento degli elicotteri della Forestale per un intervento di soccorso nel teramano. Ma dalla base di Rieti non si è potuto far nulla. Non che fossero di per sé risolutivi ma certo facevano comodo elicotteristi con centinaia di ore di volo alle spalle e decenni di servizio.
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L’Arma fa sapere che 3 elicotteri NH nei giorni scorsi non potevano lavorare per le pessime condizioni meteo, una tesi che gli esperti smentiscono : «Al Rigopiano di sicuro non si arrivava ma nella neve lavoriamo normalmente. Anche per portare fieno o medicinali ad esempio». Altri erano «in manutenzione» e dunque non operativi.
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Ma che tipo di manutenzione? Secondo i tecnici, gli elicotteri non possono stare fermi per più di 5 giorni. In gergo, devono essere «preservati». Dalla base assicurano che è stato fatto e che gli elicotteri possono volare.
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Perché sono fermi allora? «Per la burocrazia», rispondono.
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Perché il passaggio dal «mondo» civile a quello militare impone interventi ad esempio sui sistemi tecnici e di comunicazione. Lavorazioni specializzate e costose, l’agenzia Agenparl stima oltre 2,4 milioni di euro di costi extra solo per l’adeguamento tecnico.
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E poi c’è il personale, che una volta «spacchettato» deve apprendere le «Pos», le procedure operative standard dei nuovi corpi di appartenenza, carabinieri e vigili del fuoco. Un addestramento che non è mai nemmeno cominciato nonostante la riforma sia stata approvata la scorsa estate. E i brevetti di volo Enac, che devono essere omologati dalla Difesa e dal Viminale.
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Nulla di insormontabile o imprevisto. I decreti sarebbero perfino pronti.
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È la burocrazia che ferma mezzi e uomini che fino a tre settimane fa volavano e intervenivano secondo le proprie competenze. Che oggi non esistono più.
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«La Forestale aveva il vantaggio di essere un corpo piccolo, poliedrico, con una catena di comando corta, perciò potevamo intervenire rapidamente in più contesti – spiega un operativo di lungo corso – oggi siamo tutti in un limbo. Il governo o conclude la riforma attuandola o deve prorogare il passaggio di almeno 6 mesi».
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Qualcuno spera ancora di essere impiegato: «Se nei prossimi giorni vedrete volare un elicottero verde e bianco, sarà perché qualche comandante si è assunto la responsabilità del decollo, siamo tutti uomini dello stato, se c’è da partire partiamo».
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Il governo – oltre a elogiarle – ha il dovere di rispondere a queste persone e verificare cosa non ha funzionato.

Pubblicato il 20 gen 2017
di Serena Giannico
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Abruzzo. Tra neve e terremoto, un pezzo di centro Italia in ginocchio. Comuni isolati e senza energia elettrica
Più di centomila famigliesenza corrente in circa 120 comuni dell’Abruzzo, messo in ginocchio dalle perturbazioni che dall’inizio dell’anno stanno martoriando la regione. Stretto nella morsa del freddo. Neve, tanta, tantissima, dai monti alle aree costiere, fino a due metri e mezzo. Temperature glaciali, fino a -21 nell’Aquilano. Laghi ghiacciati. Paesini isolati, dove vivono per lo più anziani, ridotti senza corrente, senza riscaldamento, senz’acqua, talvolta raggiungibili solo con gli elicotteri dei vigili del fuoco e con le staffette dei carabinieri, per portar loro viveri e medicinali.
In migliaia bloccati nelle case, dietro muri bianchi di neve. Stalle crollate: è successo proprio ieri, a Penne (Pescara), con bestiame morto sotto i detriti. Tetti sfondati ovunque e smottamenti. Scuole ed uffici pubblici chiusi, su ordinanze dei sindaci. Autostrade e statali a tratti off limits (sia l’A14 che l’A24 e A25), su decisione dei prefetti. Trasporto pubblico in panne: autobus fermi su quasi tutte le tratte e treni cancellati. È esondato il fiume Pescara, come pure il Saline, con allagamenti e danni ingenti. La Protezione civile nella massima allerta; chiesto, in alcune zone, come nel Teramano, l’ausilio dell’Esercito, per le attività di pronto intervento. Black out elettrici che vanno avanti da giorni, ad intermittenza: le varie ondate di gelo hanno portato caos e una grave emergenza.
L’ultimo bollettino di ieri parlava di «circa 60 mila clienti disalimentati in 40 comuni della provincia di Teramo; 13 mila in 32 centri della provincia di Pescara e di 27 mila clienti in 50 comuni della provincia di Chieti». Centinaia i tralicci, malconci e fatiscenti, franati, accasciati, piegati su se stessi nelle campagne o sull’autostrada, cavi tranciati, gettati a terra dagli alberi che si sono spezzati. Decine di migliaia i guasti che continuano ad essere quotidianamente segnalati, tra mille difficoltà dai cittadini che fanno fatica a farsi ascoltare. In tilt la rete dell’alta tensione di Terna e la rete di media tensione di E-Distribuzione, che fa parte di Enel. Società finite tutte sott’accusa. «Purtroppo – afferma l’assessore regionale alla Protezione civile, Mario Mazzocca – proviamo una fortissima sensazione di deja vù, una spiacevole reviviscenza di alcuni momenti vissuti nel marzo del 2015, allorquando nei tre giorni di piena emergenza meteo, furono 120 mila le utenze Enel, dislocate in oltre 200 comuni, che subirono interruzioni dell’erogazione di energia elettrica anche per più di 24 ore (nel 30% dei casi l’interruzione del servizio perdurò diversi giorni). In questa situazione – aggiunge – oltre al massimo disservizio riscontrato, Enel si trovò costretta ad indennizzare i 120mila clienti per un importo complessivo pari a 26 milioni di euro. Enel deve mantenere gli impegni allora assunti: mettere mano seriamente agli interventi di manutenzione straordinaria della rete infrastrutturale elettrica, operazione ormai irrimandabile e che sta concausando l’ennesima emergenza gravante sulla comunità».
Nel mirino anche Terna. «Ricordiamoci – scrive Maurizio Acerbo del Prc – che si tratta di reti essenziali, di un’infrastruttura equiparata agli ospedali. Dovrebbe funzionare sempre. In Canada, dove vento, neve e basse temperature sono quotidiane, mica non hanno l’energia elettrica per mesi… Aver privatizzato la rete elettrica nazionale, che oggi in parte è di proprietà di fondi di investimento come Blackrock oppure di aziende cinesi, è stata una vergogna voluta dal centro-sinistra. Ovviamente una spa pensa solo ai propri profitti, per cui alla fine non teme praticamente nulla visto che non ci possiamo rivolgere ad altri. Ricordiamoci che in Abruzzo, oltre al contestatissimo elettrodotto Villanova-Gissi, contro cui c’è stata una lunga battaglia, vogliono realizzare la sua prosecuzione, il Gissi-Foggia, e stanno costruendo un cavo dal Montenegro. Costo complessivo: più di un miliardo a gravare sulle nostre bollette. Tutti denari sottratti alla manutenzione straordinaria e ordinaria. Ed ora tutto ciò si è trasformato in #emergenzaabruzzo». «I rimborsi e i danni – spiega il perito Antonio Di Pasquale, da anni impegnato nella difesa del territorio da “inutili elettrodotti” – non devono e non possono ricadere in nessun modo sulla collettività perché causati da imperizia, negligenza e pressapochismo nella gestione del servizio, aggravata dall’utilizzo di risorse pubbliche per realizzare nuovi impianti, in violazioni di legge, dimenticando quelli esistenti necessari e primari per garantire la continuità del servizio». Vicenda sfociata anche in un’interrogazione dei Cinque Stelle al premier Gentiloni.
«Un quadro complicato», secondo il capo della Protezione civile, Fabrizio Curcio, anche perché ieri all’emergenza maltempo si è aggiunta quella del terremoto. E dunque frazioni e piccoli centri isolati, nell’Aquilano, nel Teramano e nel Chietino. La bufera imperversa, incessante – e i prossimi giorni si annunciano durissimi – con i drammi del caso: si cerca un uomo travolto da una slavina ad Ortolano, frazione di Campotosto. A Castel Castagna (Teramo), invece, dalle macerie di una casa è stato recuperato il corpo di un uomo di 83 anni.
Nei giorni scorsi a Montazzoli, borgo in provincia di Chieti, una pensionata di 85 anni è stata uccisa dal freddo. In casa soltanto un camino acceso, mentre fuori la neve superava il metro d’altezza e il termometro era sotto lo zero – fino a toccare i -10 – da troppi giorni. A trovarla, già in condizioni disperate e in stato di incoscienza, è stato il nipote che ha chiamato immediatamente il 118 e i soccorritori sono arrivati con l’eliambulanza. Il decesso, in ospedale, per ipotermia. È stato sepolto dalla tormenta, invece, Nicola Naccarella, barista di 55 anni, di Guardiagrele (Chieti). Era uscito da casa il 5 gennaio scorso per andare nella propria rimessa agricola per dar da mangiare agli animali. Da quel momento si sono perse le tracce. Il corpo è riaffiorato il 14 gennaio da sotto un cumulo di neve.

Giustizia. L’accusa formulata dalla procura di Roma nell’avviso di chiusura delle indagini sulla morte del geometra romano recapitato a tre carabinieri che lo arrestarono nell'ottobre 2009.
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Sette anni. Ci sono voluti più di sette anni, da quel 22 ottobre 2009 quando Stefano Cucchi morì nel reparto penitenziario dell’ospedale Sandro Pertini di Roma, per sentire pronunciare dai rappresentanti dello Stato della Procura di Roma le parole «omicidio preterintenzionale».
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Per l’esattezza è l’ipotesi di reato formulata nell'atto di chiusura delle indagini preliminari che il sostituto procuratore Giovanni Musarò, titolare dell’inchiesta bis aperta nel settembre 2015 su espressa richiesta dei familiari della giovane vittima, ha recapitato ai carabinieri Alessio Di Bernardo, Raffaele D’Alessandro e Francesco Tedesco, gli altri tre rappresentanti dello Stato che arrestarono Stefano Cucchi una settimana prima della sua morte, il 15 ottobre 2009, per possesso di droga. Tedesco, in particolare, è accusato anche, insieme al carabiniere Vincenzo Nicolardi e al maresciallo Roberto Mandolini, di falso e calunnia, per aver coperto e omesso nel verbale d’arresto i nomi di due loro colleghi, Di Bernardo e D’Alessandro, pure presenti alle operazioni di fermo, e per aver testimoniato il falso al processo di primo grado, accusando invece tre agenti della polizia penitenziaria delle evidenti lesioni rinvenute sul corpo di Stefano, pur «sapendoli innocenti».
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Dopo quattro processi conclusisi senza alcun colpevole, e una perizia scritta dal collegio nominato dal Gip che arrivava a formulare quale più probabile ipotesi di morte quella per «epilessia», le nuove indagini volute dal procuratore capo di Roma Giuseppe Pignatone, secondo l’atto recapitato ai carabinieri che precede la richiesta di rinvio a giudizio, arrivano alla conclusione che quella notte, dopo la perquisizione del suo appartamento a Tor Pignattara, Di Bernardo, D’Alessandro e Tedesco presero Cucchi a «schiaffi», «pugni» e «calci», provocando tra l’altro la «rovinosa caduta» a terra del ragazzo, con un «impatto al suolo» che gli ha procurato la rottura delle vertebre sacrali e lombari.
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«Le lesioni procurate a Stefano Cucchi – scrivono i pm – il quale fra le altre cose, durante la degenza presso l’ospedale Pertini subiva un notevole calo ponderale anche perché non si alimentava correttamente a causa e in ragione del trauma subìto, ne cagionavano la morte».
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Dell’ipotesi di decesso per crisi epilettica, come sostenuto dal prof. Introna nella perizia dell’incidente probatorio, nemmeno l’ombra. In particolare, secondo i procuratori, «la frattura scomposta della vertebra S4 e la conseguente lesione delle radici posteriori del nervo sacrale determinavano l’insorgenza di una vescica neurogenica, atonica, con conseguente difficoltà nell'urinare, con successiva abnorme acuta distensione vescicale per l’elevata ritenzione urinaria non correttamente drenata dal catetere». Tutto ciò «accentuava la bradicardia giunzionale con conseguente aritmia mortale».
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I tre militari, allora in forza alla caserma di Via Appia, sono accusati anche di abuso di autorità, per aver sottoposto il geometra 32enne «a misure di rigore non consentite dalla legge», con «l’aggravante di aver commesso il fatto per futili motivi, riconducibili alla resistenza di Cucchi al momento del foto-segnalamento». Mentre per Tedesco, Nicolardi e il maresciallo Mandolini, allora comandante Interinale della stessa stazione Appia, vengono ipotizzati i reati di falso e calunnia perché secondo la procura avrebbero scaricato le colpe su tre agenti di penitenziaria – poi assolti – accusandoli implicitamente di aver pestato Cucchi «nella mattina del 16 ottobre 2009 – scrivono gli inquirenti – nella qualità di agenti preposti alla gestione del servizio delle camere di sicurezza del tribunale adibite alla custodia temporanea degli arrestati in flagranza di reato in attesa dell’udienza di convalida».
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Naturalmente gli indagati respingono ogni accusa: «Riteniamo che tale contestazione non potrà essere provata nel giudizio – sostiene l’avv. Eugenio Pini, legale di uno degli accusati di omicidio preterintenzionale – in quanto gli elementi di fatto su cui fonda non sono riscontrabili in atti e, tanto meno, nella perizia disposta dal Gip con incidente probatorio». Quella del prof. Introna, appunto.
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Esultano invece tutte le associazioni di difesa dei diritti umani e Amnesty International che parla di «verità più vicina». Così come esultano i legali dei poliziotti penitenziari ingiustamente accusati: «Per noi è il momento della verità – dice l’avv. Diego Perugini – Siamo pronti ad affrontare il nuovo processo, questa volta a fianco della famiglia Cucchi, come sin dall'inizio di questa tragedia doveva essere».

Eleonora Martini
18.01.2017
da il Manifesto

Marco Bersani
da il Manifesto
14.01.2017

Sono 47 i miliardi di prestiti «tossici» che hanno affossato il Monte dei Paschi di Siena. Pensionati? Lavoratori col mutuo prima casa? Giovani imprenditori innovativi? Sfogliando l’album dei grandi debitori, nessuna di queste categorie, che di risorse avrebbero bisogno come del pane, compare.

Si scopre invece come a causare il dissesto di Mps sia stato il fior fiore dei poteri forti e relative consorterie, con ovvia trasversalità politica: imprenditori, costruttori, centrali delle cooperative, società partecipate toscane.
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Dal fallimento di Sorgenia della famiglia De Benedetti (1,8 Mld di debiti), su cui Mps si è incagliata per oltre 600 milioni tramutati in azioni (17%) della Nuova Sorgenia, all’immobiliarista Luigi Zunino e la sua società «Risanamento» (sic), con oltre 3 Mld di debito con le banche; da Gianni Punzo, azionista di Ntv ed ideatore dell’ interporto di Nola, la cui società finanziaria, in affanno, è riuscita a coinvolgere Mps, tramutando il prestito in azioni (7%) , alla Btp della Bartolomei-Fusi (sponsor Verdini), finita in diverse inchieste giudiziarie; dalla Fenice Holding, erede del fallimento del contractors delle grandi opere toscane, alla famiglia dei costruttori romani Mezzaroma, passando per il disastroso progetto immobiliare di Casalboccone a Roma (Ligresti) e la ristrutturazione del debito di Unieco (coop ’rosse’). Tra i dossier immobiliari c’è anche il finanziamento di alcuni fondi andati in default, come un veicolo gestito da Cordea Savills, finanziato con eccessiva leva da Mps, che aveva in portafoglio gli ex-immobili del fondo dei pensionati Comit, nonché alcuni dei fondi di Est Capital, società finita in liquidazione che gestiva il progetto del Lido di Venezia.
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E infine c’è il capitolo della partecipate pubbliche, rispetto alle quali Mps si è inguaiata fra titoli e pegni in Scarlino Energia, Fidi Toscana, Bonifiche di Arezzo, Aeroporto di Siena e Terme di Chianciano. Un bello spaccato di capitalismo finanziarizzato e speculativo e del relativo reticolo di interessi, poteri e scambi economico-politici.
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L’elenco potrebbe continuare a lungo, ma ci fermiamo perché ciò che qui preme sottolineare è come tutto questo insieme di disastri finanziari sia stato abilmente scaricato ancora una volta sulle spalle dei cittadini, attraverso l’autorizzazione data al Governo -e approvata in un solo giorno da Camera e Senato poco prima di Natale- a contrarre un maggiore debito fino a 20 miliardi per soccorrere le banche, a partire da Monte dei Paschi di Siena.
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Un debito pubblico da anni utilizzato come alibi per tagliare diritti e salari, per privatizzare tutto il possibile, per imporre le politiche di austerità e i sacri vincoli monetaristi di derivazione europea, improvvisamente può essere aumentato per venire incontro ad un sistema bancario che per decenni ha fatto scorribande dentro l’economia, la finanza e la società.
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«L’unica parte della cosiddetta ricchezza nazionale che entra realmente in possesso della collettività dei paesi moderni è il debito pubblico» scriveva un certo Marx esattamente 150 anni fa.
Impossibile dargli torto, vedendo come è stata costruita in quest’ultimo decennio la trappola del debito pubblico per consegnare ai grandi interessi finanziari tutto ciò che ci appartiene.
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Ma se questo è vero, è possibile continuare a parlare di alternativa senza mettere al primo posto obiettivi sistemici come il non pagamento del debito illegittimo, la socializzazione del sistema finanziario (a partire da Cassa Depositi e Prestiti), la riappropriazione sociale dei beni comuni’ e l’incomprimibilità della spesa necessaria a garantire servizi adeguati e di qualità per tutti?

Roberto Ciccarelli
da Il Manifesto
11.01.2017

Il voucher del padrone. Al Senato il ministro del lavoro ha chiesto "scusa" ai giovani precari costretti ad andare all'estero da lui offesi in una dichiarazione che ha sollevato l'indignazione generale. Gentiloni ha ribadito che il suo incarico non si tocca. L'Ex presidente di Legacoop continuerà a difendere la trincea della riforma renziana. Indiscrezioni sugli interventi del governo sui voucher: si valuta la riduzione del tetto da 7 a 5 mila euro annui e forse dei settori<(strong>

Solo tra i banchi del governo al Senato il ministro del lavoro Giuliano Poletti ha dovuto affrontare la sua personale pre-sfiducia annunciata dal Movimento cinquestelle, dalla Lega e da Sinistra italiana a cui si sono aggiunti Forza Italia e i verdiniani di Ala.
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LA SCENA è stata apparecchiata da una richiesta di informativa giunta dopo la frase sui giovani che vanno a lavorare all’estero: «Conosco gente che è andata via e che è bene che stia dove è andata, perché sicuramente questo Paese non soffrirà a non averli più fra i piedi» ha detto l’ex presidente di Legacoop. Una frase, definita ieri eufemisticamente «un inciso», che ha provocato l’indignazione collettiva. Poletti ha ribadito le sue «scuse» ai giovani da lui offesi e ha fatto capire che il Jobs Act non si tocca. Il premier Gentiloni ha già ribadito che nessuno mette in discussione l’incarico del ministro. Poletti resta a guardia della trincea del governo renziano senza Renzi. La riforma va difesa a ogni costo. Oggi ci sarà il pronunciamento della Corte Costituzionale sull’ammissibilità dei referendum Cgil. Se arriverà il via libera, si andrà alla battaglia nelle piazze in primavera, presumibilmente. Se la Consulta opterà per il «No», Poletti amministrerà il fallimento dell’esistente, in attesa delle elezioni politiche.
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TRONCARE E SOPIRE, è la legge manzoniana della conservazione scelta dal governo. Quello che non funziona nell’attuale mercato del lavoro il ministro lo ha addebitato, per la prima volta dopo mesi, «alla riforma Fornero» che ha trattenuto gli over 50 al lavoro. Le prospettive di lavoro dei giovani sono state compromesse dalla crisi iniziata nel 2008. E non ha aiutato «la lontananza del nostro sistema di istruzione dal mondo del lavoro e dell’impresa».
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ALL’ELENCO DEGLI ALIBI mancavano solo le cavallette e l’invocazione della sfortuna. Tutto per non condurre una seria analisi fattuale su ciò che realmente ha impedito alla «riforma» renziana di funzionare: ad esempio non legare gli incentivi pubblici alle imprese per gli sgravi sui neo-assunti (tra gli 11 e i 18 miliardi in tre anni) alla produzione di nuovi posti di lavoro. Gli incentivi, infatti, sono i principali responsabili del fallimento della politica dei bonus ai privati: una volta tagliati, le assunzioni sono crollate. Le aziende hanno incassato, e risparmiato sul costo del lavoro, senza produrre un significativo aumento generale dell’occupazione. Un classico esempio di assistenzialismo statale alle imprese e di produzione diseguaglianza tra i redditi da lavoro e quelli da capitale. Senza contare che il lavoro che esiste, dati Istat alla mano, riguarda nella stragrande maggioranza gli over 50. Per tutti gli altri aumenta la precarietà, la disoccupazione. Poletti ha anche denunciato, soprattutto sui social media, «una campagna di insulti e minacce che ha colpito me, mia moglie e mio figlio».
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L’ALTRO FRONTE sul quale il ministro del lavoro ha cercato di parare i colpi, in particolare della minoranza del Partito Democratico che con Speranza è sul piede di guerra, è stato quello dei voucher. Ha ribadito l’impegno a rifare il maquillage ai «buoni lavoro», in crescita esponenziale e incontrollabile. Intende aspettare per lo meno febbraio, quando dovrebbe essere pronto l’ormai famoso «monitoraggio» sulla loro «tracciabilità». Sui voucher pende la minaccia – per il governo e la sua maggioranza – del quesito abrogativo della Cgil, oggi anch’esso all’esame della Consulta. Indipendentemente dall’esito della sua pronuncia, il governo ha fatto comunque trapelare gli interventi sui quali si discute da settimane. Sarebbe prevista la riduzione dei tempi di incasso del rimborso per i datori di lavoro da 1 anno a 6-3 mesi; la riduzione del tetto per i lavoratori da 7mila a 5mila euro all’anno e la riduzione dei settori di applicazione o, in alternativa, un intervento che escluda i lavoratori contrattualizzati dalla possibilità di usufruire dei buoni per il lavoro accessorio.
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ALLA MINORANZA Pd di Speranza toccherà valutare quanto queste modifiche saranno efficaci per cambiare orientamento di voto sulla sfiducia a Poletti che sarà calendarizzata in un annunciato incontro della capogruppo al Senato. Restando alle indiscrezioni nessuno di questi accorgimenti ridurrà, in maniera sostanziale, il boom dei voucher. Oltre all’abrogazione richiesta dalla Cgil, l’unico rimedio realistico potrebbe essere quello di tornare alla vecchia disciplina della legge Biagi che limita l’uso dei buoni ai settori del lavoro veramente occasionale, previsto da una proposta di Cesare Damiano (Pd), mentre oggi possono essere usati in tutti i settori del mercato del lavoro. In questa liberalizzazione selvaggia, il governo Gentiloni sembra intenzionato a negare ai datori di lavoro la possibilità di usare voucher con lavoratori già contrattualizzati. L’abuso consiste nel voucherizzare gli straordinari dei dipendenti stabili. La riduzione da 7mila a 5mila euro è irrilevante. Dai voucher non si guadagna più di 500 euro medi annui.
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LA MOZIONE DI SFIDUCIA AL MINISTRO DEL LAVORO è partita dal capogruppo della Lega Gianmarco Centinaio la mozione di sfiducia al ministro del lavoro Poletti è sostenuta dai senatori di Sinistra Italiana, dei Cinque Stelle e alcuni del gruppo Misto. Sarà la prossima Conferenza dei capigruppo a decidere se calendarizzarla o meno. «Se la legge sui voucher non viene modificata e non viene intaccato un meccanismo che ha portato a una distorsione nell’uso, allora non c’è dubbio che, se c’è il referendum, allora io al referendum voto sì» sostiene Roberto Speranza, esponente della minoranza Pd. L’intervento ieri in aula al Senato del ministro del Lavoro Giuliano Poletti non ha convinto le opposizioni a ritirare la mozione di sfiducia. «Il capo cosparso di cenere» non basta a evitare lo «scivolone» di chi continua a difendere le politiche di questi ultimi anni, ha detto la capogruppo M5S Michela Montevecchi.«I voucher hanno impoverito il lavoro», sostiene Giorgio Airaudo (Sinistra Italiana).

di Luigi Ferrajoli
da il Manifesto
10.11.2017
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Il giudizio che domani sarà emesso dalla Corte costituzionale sull'ammissibilità dei tre referendum sul lavoro sarà una delle pronunce più importanti della storia repubblicana. Esso investe le garanzie del lavoro, cioè del valore supremo sul quale, come dice l’articolo 1 della Costituzione, si fonda la Repubblica. Sul piano giuridico l’ammissibilità è assolutamente pacifica. Nel dibattito di questi giorni sono state avanzate due obiezioni al referendum più importante, quello contro i licenziamenti arbitrari: il quesito avrebbe un contenuto eterogeneo e un carattere propositivo anziché abrogativo. Obiezioni infondate.
E’ pur vero che il quesito investe più testi di legge: non solo il decreto legislativo n. 23 del 4 marzo 2015 sul cosiddetto Jobs Act, ma anche l’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori nella parte in cui limita alle imprese con più di 15 dipendenti la garanzia reale della reintegrazione del lavoratore ingiustamente licenziato, richiedendone l’estensione anche alle imprese con più di 5 dipendenti. Ma il contenuto del quesito è perfettamente omogeneo, dato che riguarda unicamente disposizioni che limitano l’applicabilità della garanzia reale introdotta dall’art. 18 dello Statuto. Per talune di queste ulteriori disposizioni la richiesta di abrogazione è addirittura obbligata, dato che si tratta di norme connesse e per così dire conseguenti a quelle su cui principalmente verte il referendum.
Quanto al supposto carattere propositivo che così assumerebbe il referendum, si tratta di un tratto distintivo di gran parte dei referendum abrogativi, che ovviamente finiscono per introdurre una disciplina del tutto nuova rispetto a quella abrogata. Nel caso dell’art. 18 viene semplicemente abrogato il limite numerico dei 15 dipendenti che le imprese devono avere perché la garanzia reale sia ad esse applicabile, con il risultato che a tutte le imprese viene esteso il limite di 5 dipendenti che il vecchio art. 18 prevedeva per le sole imprese agricole. Ben altre abrogazioni manipolative sono state ammesse in passato.
Addirittura, con i referendum abrogativi di Mario Segni del 1993, si produssero la trasformazione del nostro sistema elettorale da proporzionale in maggioritario e il cosiddetto passaggio dalla prima alla seconda Repubblica.
Sulla questione, del resto, la Corte costituzionale si è già pronunciata. Entrambe queste obiezioni furono dichiarate infondate dalla sua sentenza n. 41 del 2003, che ammise un referendum sull'estensione dell’articolo 18 di portata innovativa e propositiva ancor più ampia di quella proposta dalla richiesta attuale.
Il quesito di allora riguardava non due, ma tre leggi: parti dell’art. 18 dello Statuto del 1970, ma anche parti delle leggi n. 108 del 1990 e n. 604 del 1966. Soprattutto, inoltre, esso proponeva la soppressione integrale dei limiti numerici previsti dall’art. 18 per la reintegrazione dei lavoratori illegittimamente licenziati, la cui garanzia veniva così estesa anche all'unico dipendente che fosse licenziato senza giusta causa. Quel referendum, approvato dall’86,74% dei votanti, non raggiunse il quorum.
Ma esso fu ammesso dalla Corte Costituzionale, che riconobbe l’omogeneità, la chiarezza e l’univocità del quesito, certamente minori di quelle del quesito oggi proposto: «Il referendum», dichiarò la Corte, «è rivolto in primo luogo all’estensione della garanzia reale contro i licenziamenti ingiustificati ai lavoratori che attualmente, in conseguenza dei limiti numerici sopra ricordati, godono esclusivamente della garanzia obbligatoria» consistente nel pagamento di un’indennità in denaro.
Ebbene, non si vede come la Corte, di fronte a un quesito di portata addirittura più limitata, possa oggi cambiare la sua stessa giurisprudenza senza esorbitare dalle sue competenze con una pronuncia politica ben più che giurisdizionale.
La Corte, infatti, non ha il potere di sindacare il merito del quesito referendario. Deve solo accertare due condizioni: che le norme oggetto del quesito non appartengano alle materie per le quali l’art. 75 della Costituzione esclude il ricorso al referendum abrogativo (le leggi tributarie e di bilancio, di amnistia, di indulto e di ratifica dei trattati internazionali) e che il quesito abbia un contenuto chiaro, univoco e omogeneo come è esemplarmente quello oggi in discussione. Il giudizio di ammissibilità deve insomma riguardare soltanto questi requisiti della richiesta di referendum, se non vuole risolversi in un’indebita limitazione della sovranità popolare, in ordine oltre tutto a una questione di fondo come è la garanzia della stabilità del lavoro.
Sono dunque questi due principi supremi stabiliti dal primo articolo della nostra Costituzione – il lavoro su cui si fonda la Repubblica e la sovranità appartenente al popolo – che il giudizio della Corte sull’ammissibilità di questo referendum è tenuta a rispettare.
E’ anzitutto in questione, con la garanzia reale della reintegrazione del lavoratore ingiustamente licenziato, la migliore e più rilevante attuazione dell’art. 1 della Costituzione che fa del lavoro il fondamento della Repubblica.
Non si tratta, infatti, di una qualsiasi garanzia. Si tratta di un principio che, in conformità anche con gli artt. 4 e 35 della Costituzione e con l’art. 30 della Carta dei diritti dell’Unione Europea, ha cambiato radicalmente la natura del lavoro, non più trattabile come una merce, ma trasformato in un valore non monetizzabile. Il referendum in discussione intende difendere questo valore su cui si fonda la Repubblica, affidando tale difesa al voto degli elettori, cioè all’esercizio diretto della sovranità popolare.
Di qui l’importanza del giudizio di domani. La sostituzione, operata dalle norme sottoposte al referendum, della garanzia reale della reintegrazione nel posto di lavoro del lavoratore licenziato senza giusto motivo con la garanzia patrimoniale del pagamento di una somma di denaro ha annullato la dignità del lavoro, trasformando il lavoratore da persona in cosa, dotata non già di un valore intrinseco ma di un valore monetario.
Si ricordi la massima di Emanuele Kant: ciò che ha dignità non ha prezzo, ciò che ha prezzo non ha dignità.
Nel momento in cui si dà un prezzo all’ingiusto licenziamento, cioè alla persona di cui il datore di lavoro intende sbarazzarsi come se fosse una macchina invecchiata, si toglie dignità al lavoro e alla persona del lavoratore trasformandoli in merci.
E’ questa operazione, non meno dell’assurda mercificazione e precarizzazione del lavoro attuata con i voucher, che i referendum chiedono di sopprimere. A tutela non solo del lavoro e dei lavoratori, ma della stessa identità democratica della nostra Repubblica.
Sarebbe grave se la Corte, massimo organo di garanzia dei valori costituzionali, respingesse anche uno solo di questi referendum che proprio quei due valori supremi della nostra Costituzione – il lavoro e la sovranità popolare – intendono affermare.

di Raffaele Tecce
Responsabile Enti Locali
della segreteria nazionale PRC-SE
06.01.2017

IL PRC-SE e la RETE delle CITTA’ IN COMUNE SI BATTONO CONTRO LE ELEZIONI TRUFFA PER IL SUFFRAGIO UNIVERSALE E PER L’ IMMEDIATA ABROGAZIONE della LEGGE Del RIO

Una delle ulteriori conseguenze positive della vittoria del NO al referendum costituzionale del 4 gennaio è il fatto che si è evidenziato il carattere truffaldino della legge Del Rio (legge 7 aprile 2014 n. 56 ) di finta abolizione delle Province, ma in realtà di semplice abolizione del voto popolare attraverso un antidemocratico voto di secondo livello da parte dei consiglieri comunali.
L’ 8 gennaio si terranno in molte Province queste elezioni truffa di secondo livello del Consiglio Provinciale e come PRC-SE riteniamo fondamentale in quella occasione trovare forme pubbliche di esplicitazione che, avendo il referendum del 4 dicembre confermato le Province come organi costituzionali, esse DEVONO ESSERE ELETTE A SUFFRAGIO UNIVERSALE, come momento della sovranità popolare sancita dall’ art 1 della Costituzione .
Non vale la pena soffermarsi diffusamente, in questa sede, sul giudizio assolutamente negativo che come PRC-SE esprimemmo sulla legge Del Rio (legge 7 aprile 2014 n. 56 ) e sulla evidente attuale incostituzionalità di una legge, nata come legge ponte – dopo una pronuncia della Corte di incostituzionalità di una legge di abolizione delle Province senza modifica costituzionale – in attesa della deforma costituzionale, oggi bocciata dal voto popolare del 4 dicembre; mi limito ad evidenziare, peraltro, la caotica situazione conseguente alla legge Del Rio per cui molte province dovranno rinnovare solo i consigli provinciali che hanno – a differenza dei Presidenti – durata biennale ed alcune province dovranno rinnovare consigli e presidenti a seguito delle dimissioni o decadenza dei Presidenti Sindaci .
Questa legge che ha finto demagogicamente di abolire le Province in nome dei costi impropri della politica – che noi realmente combattiamo – limitandosi invece ad abolire solo la democrazia dell’elezione popolare dei consigli ha, inoltre, determinato un grave vuoto istituzionale rispetto alle funzioni precedentemente esercitate da questi enti territoriali di area vasta (scuola,strade, urbanistica,tutela dell’ ambiente e del territorio ecc. ) vuoti che, abbinati ai tagli dei trasferimenti, si sono drammaticamente evidenziati, anche nella cronaca giornalistica, rispetto all’ assenza di funzioni in campo di manutenzione stradale e scolastica ecc. e rispetto al destino del personale, ancora incerto e precario.
Ecco perché abbiamo concordato con le nostre federazioni la scelta di fondo di non presentarsi a queste elezioni provinciali di secondo grado, salvo in situazioni particolari legate a processi di rottura in atto nel PD, e condividiamo l’appello partito dalle consigliere e dai consiglieri della Provincia di Pisa della sinistra alternativa al PD (PRC, Possibile, liste di cittadinanza ) di lanciare una campagna, insieme a tutta la rete delle Città in Comune, per “sottoporre al vaglio della Corte Costituzionale il provvedimento raffazzonato, anti democratico e demagogico rappresentato dalla legge Del Rio “ e di battersi per la sua rapida abrogazione, aprendo contestualmente un dibattito fra di noi ed in tutta la sinistra alternativa al PD, politica e sociale, sul tema del rilancio di un ente provincia, eletto a suffragio universale, come ente di governo di area vasta capace di dare risposte ai cittadini sui temi di cui ha competenza.
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Questa scelta di fondo di non presentarsi prevale nella gran parte delle Province tranne dove, come ad esempio a Salerno, proprio partendo dalle medesime motivazioni, si è voluta segnalare una ROTTURA STORICA di molte liste civiche, soprattutto in piccoli Comuni, con il sistema di potere del Governatore Pd De Luca costruendo una lista fra consiglieri della Sinistra alternativa che aderiscono alle “Città in Comune” e decine di liste civiche che si battono per la tutela dei diritti delle cittadine e dei cittadini e per l’ ambiente; una lista provinciale legata ad importanti esperienze di conflitti ambientali e di pratiche sociali di partecipazione popolare. Tale lista ha, infatti, posto a base del suo programma proprio la volontà di tornare al voto popolare partecipando ad ogni iniziativa nazionale contro la Del Rio.
Nei mesi scorsi, peraltro, prima del referendum, in occasione del voto soprattutto in molte città metropolitane, praticammo la stessa impostazione di presentarci con successo solo in quelle realtà come Milano e Napoli dove si riuscì a costruire liste di alleanza fra sinistra alternativa al PD e liste civiche ed ambientaliste, evitando in ogni caso accordi ambigui e pasticciati con il PD, a differenza di Sel che in alcune situazioni si presentò in liste di centro sinistra.
Come PRC proponiamo, quindi, di organizzare per l’ 8 gennaio, giornata in cui si terranno la gran parte delle elezioni truffa, una mobilitazione significativa e visibile sotto tutti i seggi provinciali capace di evidenziare la volontà popolare espressa dal referendum e di chiedere la rapida abrogazione della legge Del Rio e di battersi per una nuova provincia legata ai bisogni ed ai diritti delle cittadine e dei cittadini.
Su questa mobilitazione per l’ 8 gennaio riteniamo utile ed urgente aprire un dibattito con tutta la rete delle Città in Comune – che ho già lanciato rispondendo alle compagne ed ai compagni di Pisa – con L’Altra Europa con Tsipras, Possibile, Sel e con tutte le soggettività politiche e sociali che hanno contribuito alla vittoria del No.

Riccardo Chiari
da il Manifesto
08.01.2017

Diritti del lavoro. Al fuoco di sbarramento contro il sindacato si aggiunge l'Unità, che oggi ospita la replica dalla confederazione ad un attacco "ad personam" contro la segretaria generale.

Nell’attesa della decisione della Consulta – prevista per mercoledì – sull’ammissibilità dei tre referendum sul lavoro, continua ad alzarsi il fuoco di sbarramento contro la Cgil. Di fronte a un attacco “ad personam” verso Susanna Camusso, ad opera del direttore de l’Unità, Sergio Staino, oggi sullo stesso quotidiano sarà pubblicata una lettera firmata da tutti i segretari generali delle dodici categorie della confederazione, dalla segreteria nazionale (con l’eccezione della segretaria generale), e dalla presidente del Direttivo nazionale, Morena Piccinini.

L’oggetto del contendere, va da sé, è la strategia messa in campo alla confederazione per cambiare la legislazione del lavoro, che negli ultimi vent’anni, non solo secondo la Cgil, ha inesorabilmente compresso i diritti.

A partire dal cosiddetto “pacchetto Treu”, che dalla seconda metà degli anni ’90 ha avviato la precarizzazione del lavoro. Peraltro la stessa Cgil ha sempre dichiarato che lo strumento referendario per abolire i voucher e ripristinare l’articolo 18 va inserito in un disegno più generale: “Abbiamo pensato i referendum non solo come fini a sé stessi nonostante siano pienamente compiuti e autonomi – osservava Camusso nei giorni scorsi in più di una intervista – ma come punto di forzatura per la Carta dei diritti universali del lavoro: una riscrittura dei diritti smantellati negli ultimi due decenni, che speriamo la politica vorrà intraprendere”.

Una speranza al momento vana: la proposta di legge di iniziativa popolare “Carta universale dei diritti del lavoro” è stata consegnata ormai da mesi al parlamento, corredata da più di un milione di firme. Ma sull’approfondito testo per il nuovo statuto dei lavoratori e delle lavoratrici, con diritti, tutele, garanzie, discipline attuative, riforma dei contratti e dei rapporti di lavoro, non sembra esserci la volontà politica di una discussione nel merito della proposta di legge.

Ben più facile, per la quasi totalità dell’arco parlamentare con la sola eccezione di Sinistra italiana, la polemica spicciola sui tre referendum. E questo nonostante l’evidenza dei fatti – in proposito i dati Inps sono illuminanti – che vedono i voucher, normati nel lontano 2003 (legge Biagi) con la finalità originaria di “attività lavorativa di natura meramente occasionale a carattere saltuario e di breve durata, svolta da soggetti a rischio di esclusione sociale”, che nel corso degli anni hanno avuto una espansione di utilizzo tale da trasformarli in una ulteriore tipologia contrattuale precaria, estesa a tutti i settori e a tutti i soggetti, in sostituzione di altre adeguate tipologie contrattuali applicabili.

Il risultato è fotografato dai 150 milioni di ore lavorative l’anno “trattate” con i voucher. Un dato che ha portato Camusso a ribadire: “L’istituto, cosi com’è, non può andare bene per regolare tutti i tipi di lavori: per quanto ne restringi il campo con tetti di reddito a 5mila euro mi sembra ancora molto alto, e stiamo parlando di uno strumento che era nato per regolare precise e molto limitate attività accessorie. Il lavoro nero poi non è per niente diminuito in questi anni. lo testimoniano i dati di Inps e Banca d’Italia. Piccoli interventi di maquillage non bastano, a nostro parere si devono abolire e cambiare profondamente strumento, cosa come proponiamo nel quesito referendario. Altrimenti si mette solo una pezza”.

Il problema è che riconoscere l’errore, abolire i voucher, e avviare una discussione che pure riconosca la necessità per pochi soggetti di un lavoro subordinato occasionale, porterebbe nell’agenda politica parlamentare la proposta di legge della Carta universale dei diritti del lavoro.

Giuliano Santoro
da il Manifesto
04.01.2017

La ricerca. La tesi di Grillo sull'Italia al 77mo posto smontata dai dati di Robert McChesney

Nel suo messaggio sui tribunali popolari dell’informazione, Beppe Grillo non ha mancato di evocare un dato che è un pezzo forte delle sue argomentazioni sull’informazione: «L’Italia occupa il settantasettesimo posto nella classifica mondiale per la libertà di stampa». Questo dato, fa riferimento alla graduatoria stilata ogni anno da Reporters Sans Frontières.

Secondo l’organizzazione internazionale che considera parametri quali le minacce e le denunce giudiziarie contro i giornalisti, nel 2016 l’Italia ha perso ben quattro posizioni. Il fatto è che Grillo e i suoi molto spesso utilizzano la difficile posizione d’Italia nella classifica di Rsf per sostenere la posizione che da sempre portano avanti contro i finanziamenti pubblici all’editoria. «La nostra informazione è pessima – dicono – perché dipende dalle sovvenzioni».

Questo sillogismo è dirompente, si diffonde in maniera virale ma è tuttavia ampiamente smentito esattamente dalle tabelle di Reporter Sans Frontières, che andrebbero lette nella loro interezza e comparate con altri dati. È quello che ha fatto Robert McChesney, professore all’Università dell’Illinois che ha dedicato diversi studi ai nuovi media, alle mutazioni del giornalismo e al funzionamento dell’economia digitale.

Nel suo Digital Disconnect (edito nel 2013 da New Press) McChesney incrocia il ranking di Rsf con la classifica dei paesi che destinano più risorse pubbliche ai mass media, scoprendo come ci sia una relazione direttamente proporzionale tra libertà di stampa e sovvenzioni. Se si legge davvero la graduatoria della libertà di stampa, insomma, si scoprirà che dei 180 paesi valutati, quelli in cui le condizioni di lavoro per i giornalisti sono migliori sono Finlandia, Olanda, Norvegia, Danimarca, Nuova Zelanda, Svizzera e Svezia. E si apprenderà che questi paesi sono esattamente quelli che destinano più risorse pubbliche al giornalismo e all’informazione.

A questi dati, McChesney accompagna un excursus dell’impatto delle tecnologie digitali sul giornalismo. Ricostruendo le dinamiche economiche degli ultimi trent’anni, McChesney non considera affatto il digitale di per sé come garanzia di maggiore autonomia. «Internet non allevia le tensioni tra logica del profitto e giornalismo – spiega lo studioso – Le ingigantisce». Così come il Movimento 5 Stelle si è intestato la sacrosanta battaglia per l’acqua bene comune, forse dovrebbe cominciare a pensare che l’informazione, come il servizio idrico, non può essere lasciata al libero mercato.

«Probabilmente non c’è maggiore dimostrazione che il giornalismo sia un bene comune del fatto che nessuno dei geni della finanza statunitense ha idea di come cavarne profitti», scrive ancora McChesney. Il paragone con l’istruzione è lampante: quando i manager applicano la logica del mercato alle scuole, questa fallisce miseramente, perché l’istruzione è un servizio pubblico cooperativo, non un business».

Vincenzo Comito
da il Manifesto
28.12.2016

La decisione troppo tardiva del governo di varare lo stanziamento di 20 miliardi per il salvataggio di alcune banche può far pensare, per qualche verso, alla prima tappa di un Giro o di un Tour. Di frequente il primo tratto è breve, magari a cronometro e serve giusto per riscaldare i muscoli.

In vista invece di un percorso che si rivelerà alla fine molto lungo e impegnativo, pieno di tappe di montagna tra le più dure.

Un a corsa a tappe dura al massimo un po’ meno di un mese, ma quella appena partita potrebbe protrarsi molto più a lungo e il percorso potrebbe essere ripetuto più e più volte tra Roma, Bruxelles, Francoforte, Berlino. E il problema è anche che i nostri corridori non hanno mostrato sino ad oggi grandi doti di scalatori e neanche di velocisti.

Già il secondo passo del tragitto ha portato la prima sorpresa negativa e quelli della Bce hanno mostrato di concentrarsi sulla questione in maniera abbastanza malevola, applicando peraltro alla pratica quella forte dose di discrezionalità che è nel loro diritto. E così l’aumento di capitale richiesto per il Monte dei Paschi (Mps) non è più di «soli» 5 miliardi, ma di 8,8, trattandosi di un intervento di salvataggio con capitale pubblico, ciò che nella logica perversa degli organismi comunitari comporta l’esigenza di imporre maggiori oneri. L’intervento dello Stato, in effetti, a Francoforte e a Bruxelles, oltre che a Berlino, è oggi considerato un male quasi assoluto. Ma anche in Italia c’è chi non scherza. Un importante quotidiano nazionale titolava ieri «Sventiamo la tentazione statalista».

Non è chiaro quanta parte di tali somme spetterà sborsare all’operatore pubblico, trattandosi di questioni legate a formule molto complesse e per di più esoteriche. Qualcuno pensa che potrebbe trattarsi di circa 6,3 miliardi, ciò che lascerebbe ancora abbastanza spazio per gli interventi a favore delle altre banche in difficoltà. Con tale importo, comunque, l’azionista pubblico dovrebbe essere ampiamente in grado, se solo lo vorrà, di imporre in futuro le sue linee strategiche di intervento all’istituto, ammesso che ne metterà a punto qualcuna e che esse siano sensate, tutte cose di cui ci si può permettere di dubitare.

Temiamo inoltre che da parte del governo l’acquisizione di questa e di altre banche sarà considerata come una questione molto imbarazzante, voltandosi ogni volta i responsabili dall’altra parte per non vedere quello che succede e cercando poi di sbarazzarsi appena possibile della palla.

Una delle prime e più dure montagne da scalare è in ogni caso quella di Berlino.

In tale peraltro piacevole città in generale appena si vede muoversi qualcosa dalle parti del Mediterraneo, intanto si comincia subito a sparare; poi si vedrà.

E così, anche in questo caso, si sono ovviamente levate molte voci perplesse.

Hanno cominciato i politici. Da una parte Hans Michelbach, rappresentante Cdu nel comitato finanziario del Bundestag, ha dichiarato che nel caso del Mps le regole dell’Unione europea sono state aggirate e che lo Stato italiano sta varando un aiuto illegale alla banca. Per non essere da meno Carsten Schneider, membro socialdemocratico dello stesso comitato, ha affermato essere del tutto inaccettabile che il contribuente debba salvare una banca che forse dovrebbe essere liquidata.

Poi sono venuti i tecnici. Il presidente della Bundesbank, Jens Weidmann, si è limitato a chiedere il rispetto delle sacrosante regole, suggerendo indirettamente che l’Italia le starebbe violando. Infine si è pronunciata Isabel Schnabel, membro del comitato dei cinque saggi, organismo che consiglia il governo in materia economica e che appare uno dei più forti presidi dell’ideologia ordoliberista nel paese, collocandosi quasi sempre a destra delle posizioni dello stesso governo. In Germania, sia detto en passant, i pochi economisti keynesiani hanno la vita molto dura e sono del tutto emarginati; presto saranno probabilmente estinti.

Ma, oltre che a Berlino, si incontreranno molte difficoltà anche a Francoforte e a Bruxelles, anche se alla fine ci dovrebbe essere uno sbocco positivo, sia pure circondato da molte condizioni. Del resto la stessa Bruxelles è piena di agenti tedeschi, a cominciare dal presidente dell’Eurogruppo, Jeroen Dijsselbloem. Anche costui ha già dichiarato che non sarà semplice portare la pratica al traguardo.
Una questione che anche come italiani non riusciamo a digerire (non è peraltro la sola) riguarda, nel caso del Mps, il trattamento degli obbligazionisti subordinati, come ha sottolineato anche Marcello Esposito ieri su la Repubblica. Appare inammissibile che essi siano trattati in maniera difforme da come è stato a suo tempo fatto con quelli delle quattro banche regionali. Quelli retail questa volta verrebbero interamente rimborsati e quelli istituzionali recupererebbero ben il 75% di quanto a suo tempo investito. Approfitterebbero della manna anche gli speculatori che hanno acquistato a suo tempo a vil prezzo tali titoli sul mercato secondario. E le obbligazioni senior che sarebbero interamente salvate? E’ ragionevole che Bruxelles voglia rivedere l’intera partita dei rimborsi. Ci aspettano dei mesi duri.

Alfonso Gianni
da il Manifesto
22.12.2016

Quo usque tandem abutere, Catilina, patientia nostra? Questa è la celebre e potente apostrofe con la quale Cicerone iniziò la prima delle sue orazioni contro Catilina.

Sostituite al nome di quest’ultimo quello del ministro Giuliano Poletti e abbiamo il quadro della situazione, pur sapendo che l’accostamento nuoce, per evidente sproporzione, alla memoria dell’antico senatore romano.
Ma serve oggi per indicare che ogni limite è stato davvero superato, e con esso la pazienza che solitamente l’accompagna.

Il ministro del lavoro ne ha infilata una dietro l’altra in rapida successione.

Prima ha affermato che bisognava andare a votare subito per evitare i referendum sul Jobs Act.

Che peraltro si potrebbero fare nel 2017, nello stesso anno delle elezioni anticipate, con una semplice leggina di deroga come nel 1987. Poi ha insultato almeno centomila giovani che sono andati a lavorare o a perfezionare gli studi all’estero, compiacendosi che si fossero tolti dai piedi.

Indi ha raffazzonato improbabili correzioni verbali che non hanno convinto nessuno, compresi quelli del suo partito, visto che proprio dai giovani del Pd di diverse città e regioni d’Italia giunge l’invito al ministro a levarsi di torno. Compare anche l’immancabile conflitto di interessi. Già a suo tempo la stampa si occupò di una cena fra il ministro e Salvatore Buzzi, il leader della cooperativa 29 giugno e ora tra i massimi imputati di Mafia Capitale.

In queste ore fa capolino un’altra vicenda, della quale vanno appurate tutte le circostanze. Il figlio del Ministro è direttore di un settimanale che sarebbe stato finanziato con rilevanti contributi pubblici mentre il padre sedeva nel governo.

Ora fioccano in entrambi i rami del Parlamento le mozioni di sfiducia nei confronti del titolare del dicastero del lavoro, visto che il Presidente del Consiglio non può dimissionare i propri ministri, che sono nominati dal capo dello Stato, sebbene su sua proposta. Potrebbe però esercitare una vigorosa moral suasion nei confronti di Poletti ad abbandonare la poltrona, ma vista l’identità di vedute fra Gentiloni e quest’ultimo sull’articolo 18 e il Jobs Act, non c’è da farci conto. Infatti, al termine di interrogazioni a risposta immediata, in cui ha ricantato le lodi alle magnifiche sorti progressive dei suoi provvedimenti, Poletti ha pronunciato un secco e sdegnato no alla ipotesi di dimissioni «volontarie».

A dimostrazione che la precarietà va bene solo per gli altri e con totale disprezzo dell’articolo 54 della nostra Costituzione salvata dal popolo dei No, di cui i giovani sono stati grande parte, che dice a chiare lettere che «i cittadini cui sono affidate funzioni pubbliche hanno il dovere di adempierle con disciplina e onore». A maggiore ragione se sono ministri della Repubblica. Il che non significa soltanto astenersi dal bunga bunga, ma che nei loro atti e nelle loro dichiarazioni devono rispettare il popolo che intendono governare e le manifestazioni democratiche della sua volontà.

Più che opportuna quindi l’ironia corrosiva di quei giovani che sotto il Ministero del Lavoro hanno esposto un enorme biglietto di solo andata per quel paese intestato a Giuliano Poletti.

La sua figura non è solo legata al Jobs Act.

Quando da presidente nazionale della Lega delle Cooperative, incarico ricoperto tra il 2002 e il 2014, Poletti diventò ministro del lavoro nel governo Renzi si distinse subito per l’emanazione di un famoso decreto che estendeva a dismisura la possibilità di assumere a tempo determinato, cancellando ogni obbligo di causale per l’apposizione del termine al contratto.

È bene che questo vero campione della precarietà se ne torni a casa.

Affermazioni choc, poi le scuse. Il ministro del lavoro: «Giovani all’estero?«Conosco gente che è andata via e che è bene che stia dove è andata, perché sicuramente questo Paese non soffrirà a non averli più fra i piedi». «Il Jobs Act è stata una buona legge che ha fatto bene al Paese. Non la cambieremo». Il Jobs Act resta la trincea del governo Renzi senza Renzi.
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Roberto Ciccarelli
da il Manifesto
20.12.2016

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«Conosco gente che è andata via e che è bene che stia dove è andata, perché sicuramente questo Paese non soffrirà a non averli più fra i piedi».
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Sono le parole brutali e violente usate ieri a Fano dal ministro del lavoro Giuliano Poletti per attaccare i giovani italiani («100 mila» a suo dire) che hanno lasciato il paese per cercare lavoro all'estero. «Se 100 mila giovani se ne sono andati dall'Italia – ha proseguito – non è che qui sono rimasti 60 milioni di “pistola”». «Permettetemi di contestare questa tesi (probabilmente allude alla «fuga dei cervelli, [ndr.]). È bene che i nostri giovani abbiano l’opportunità di andare in giro per l’Europa e per il mondo. È un’opportunità di fare la loro esperienza, ma debbono anche avere la possibilità di tornare nel nostro Paese. Dobbiamo offrire loro l’opportunità di esprimere qui capacità, competenza, saper fare».
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Poletti ha una lingua impastata di dilettantismi («pistola» è uno di questi) gergalità burocratiche e tecnicismi, oltre a un’infallibile capacità di dire la cosa sbagliata nel momento sbagliato.
L’affermazione scioccante di ieri si aggiunge a un rosario di uscite. Come quella sull'inutilità della laurea per trovare un impiego sul mercato del lavoro precario: «Prendere 110 e lode a 28 anni non serve a un fico, è meglio prendere 97 a 21» disse ad esempio il 27 novembre 2015. Oppure quella di pochi giorni fa sulla presunta necessità di fare la legge elettorale per andare al voto prima del referendum sul Jobs Act indetto dalla Cgil. Come tutte le altre, anche questo pensiero dal «sen fuggito» ha prodotto rigetto e indignazione.
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«Evidentemente mi sono espresso male e me ne scuso – ha detto Poletti poche ore dopo – mai pensato che sia un bene per l’Italia se i giovani se ne vanno». «Non è giusto affermare che a lasciare il nostro Paese siano i migliori e che, di conseguenza, tutti gli altri che rimangono hanno meno competenze e qualità degli altri». « Ritengo, invece, che è utile che i nostri giovani possano fare esperienze all'estero, ma che dobbiamo dare loro l’opportunità tornare nel nostro paese e di poter esprimere qui le loro capacità e le loro energie».
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Il ministro del lavoro ignora che, nella maggior parte dei casi, questi «100 mila giovani» vanno «all'estero» per trovare un’occasione di lavoro, spesso precaria, anche se molto più tutelata in sistemi sociali che, sempre più, adottano dispositivi di «workfare» e trasformano la vita sociale e lavorativa in un percorso ad ostacoli anche per i cittadini comunitari. Inoltre, i governi che Poletti ha frequentato negli ultimi due anni e mezzo non hanno fatto nulla per istituire un moderno sistema di tutela sociale e di sostegno universalistico al reddito di base per i «60 milioni» di italiani.
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Le «scuse» contenute nella precisazione vanno anch'esse analizzate come un documento vivente del renzismo declinante. Nelle parole di Poletti si nota la confusione tra «opportunità» e «precarietà», tipica dei neoliberisti attardati agli anni Novanta, quando la precarizzazione è stata istituita in cambio di una «sicurezza sociale» che non è mai arrivata.Per il momento, ad attenderli, ci sono solo milioni di voucher. Questa è la cifra del «blairismo» di terza mano rimasticato da Renzi e dai suoi epigoni al governo. Vent’anni dopo, sono davvero pochi coloro disposti a credere a queste promesse che in realtà sono fondate su un inganno in cui pochi credono.
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Nella giornata in cui l’Inps ha confermato il bilancio drammatico del Jobs Act, Poletti ha ribadito che «la riforma è stata una buona legge», «ha fatto bene e fa bene al Paese. Non vedo ragioni per cui dobbiamo intervenire». A parte una vaga, e indeterminata, concessione sui voucher, Poletti ha confermato la linea di Gentiloni: la riforma, dettata dalle compatibilità europee, è l’ultima trincea del renzismo in attesa delle elezioni politiche. Questa chiusura totale rispetto alla realtà è confermata dal suo personale bilancio del «No» al referendum: «È stata l’espressione di un disagio che è troppo semplificato collegare al Jobs Act. È un problema legato al cambiamento della tecnologia che produce incertezze».
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Più che altro il «No» è un rifiuto del renzismo. Ma i renziani, come il Capo, non l’hanno capito. Ancora.
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*** 4 dicembre 2016: chi ha perso la guerra dei dati sul Jobs Act
Un bilancio del governo Renzi. Hanno perso precari, disoccupati, lavoratori poveri. Nulla è stato fatto per cambiare la loro vita. Questo è il racconto di due anni di info-guerriglia sul Jobs Act.

*** Jobs Act, i miti della «post-verità» di Renzi svelati in quattro mosse

Jobs Act. Dal «contratto a tutele crescenti» ai voucher «strumenti di lotta al lavoro nero»

Affermazioni choc, poi le scuse. Il ministro del lavoro: «Giovani all’estero?«Conosco gente che è andata via e che è bene che stia dove è andata, perché sicuramente questo Paese non soffrirà a non averli più fra i piedi». «Il Jobs Act è stata una buona legge che ha fatto bene al Paese. Non la cambieremo». Il Jobs Act resta la trincea del governo Renzi senza Renzi.
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Roberto Ciccarelli
da il Manifesto
20.12.2016

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«Conosco gente che è andata via e che è bene che stia dove è andata, perché sicuramente questo Paese non soffrirà a non averli più fra i piedi».
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Sono le parole brutali e violente usate ieri a Fano dal ministro del lavoro Giuliano Poletti per attaccare i giovani italiani («100 mila» a suo dire) che hanno lasciato il paese per cercare lavoro all'estero. «Se 100 mila giovani se ne sono andati dall'Italia – ha proseguito – non è che qui sono rimasti 60 milioni di “pistola”». «Permettetemi di contestare questa tesi (probabilmente allude alla «fuga dei cervelli, [ndr.]). È bene che i nostri giovani abbiano l’opportunità di andare in giro per l’Europa e per il mondo. È un’opportunità di fare la loro esperienza, ma debbono anche avere la possibilità di tornare nel nostro Paese. Dobbiamo offrire loro l’opportunità di esprimere qui capacità, competenza, saper fare».
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Poletti ha una lingua impastata di dilettantismi («pistola» è uno di questi) gergalità burocratiche e tecnicismi, oltre a un’infallibile capacità di dire la cosa sbagliata nel momento sbagliato.
L’affermazione scioccante di ieri si aggiunge a un rosario di uscite. Come quella sull'inutilità della laurea per trovare un impiego sul mercato del lavoro precario: «Prendere 110 e lode a 28 anni non serve a un fico, è meglio prendere 97 a 21» disse ad esempio il 27 novembre 2015. Oppure quella di pochi giorni fa sulla presunta necessità di fare la legge elettorale per andare al voto prima del referendum sul Jobs Act indetto dalla Cgil. Come tutte le altre, anche questo pensiero dal «sen fuggito» ha prodotto rigetto e indignazione.
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«Evidentemente mi sono espresso male e me ne scuso – ha detto Poletti poche ore dopo – mai pensato che sia un bene per l’Italia se i giovani se ne vanno». «Non è giusto affermare che a lasciare il nostro Paese siano i migliori e che, di conseguenza, tutti gli altri che rimangono hanno meno competenze e qualità degli altri». « Ritengo, invece, che è utile che i nostri giovani possano fare esperienze all'estero, ma che dobbiamo dare loro l’opportunità tornare nel nostro paese e di poter esprimere qui le loro capacità e le loro energie».
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Il ministro del lavoro ignora che, nella maggior parte dei casi, questi «100 mila giovani» vanno «all'estero» per trovare un’occasione di lavoro, spesso precaria, anche se molto più tutelata in sistemi sociali che, sempre più, adottano dispositivi di «workfare» e trasformano la vita sociale e lavorativa in un percorso ad ostacoli anche per i cittadini comunitari. Inoltre, i governi che Poletti ha frequentato negli ultimi due anni e mezzo non hanno fatto nulla per istituire un moderno sistema di tutela sociale e di sostegno universalistico al reddito di base per i «60 milioni» di italiani.
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Le «scuse» contenute nella precisazione vanno anch'esse analizzate come un documento vivente del renzismo declinante. Nelle parole di Poletti si nota la confusione tra «opportunità» e «precarietà», tipica dei neoliberisti attardati agli anni Novanta, quando la precarizzazione è stata istituita in cambio di una «sicurezza sociale» che non è mai arrivata.Per il momento, ad attenderli, ci sono solo milioni di voucher. Questa è la cifra del «blairismo» di terza mano rimasticato da Renzi e dai suoi epigoni al governo. Vent’anni dopo, sono davvero pochi coloro disposti a credere a queste promesse che in realtà sono fondate su un inganno in cui pochi credono.
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Nella giornata in cui l’Inps ha confermato il bilancio drammatico del Jobs Act, Poletti ha ribadito che «la riforma è stata una buona legge», «ha fatto bene e fa bene al Paese. Non vedo ragioni per cui dobbiamo intervenire». A parte una vaga, e indeterminata, concessione sui voucher, Poletti ha confermato la linea di Gentiloni: la riforma, dettata dalle compatibilità europee, è l’ultima trincea del renzismo in attesa delle elezioni politiche. Questa chiusura totale rispetto alla realtà è confermata dal suo personale bilancio del «No» al referendum: «È stata l’espressione di un disagio che è troppo semplificato collegare al Jobs Act. È un problema legato al cambiamento della tecnologia che produce incertezze».
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Più che altro il «No» è un rifiuto del renzismo. Ma i renziani, come il Capo, non l’hanno capito. Ancora.
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*** 4 dicembre 2016: chi ha perso la guerra dei dati sul Jobs Act
Un bilancio del governo Renzi. Hanno perso precari, disoccupati, lavoratori poveri. Nulla è stato fatto per cambiare la loro vita. Questo è il racconto di due anni di info-guerriglia sul Jobs Act.

*** Jobs Act, i miti della «post-verità» di Renzi svelati in quattro mosse

Jobs Act. Dal «contratto a tutele crescenti» ai voucher «strumenti di lotta al lavoro nero»