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Yurii Colombo
EDIZIONE DEL
18.10.2017

Panama papers e altre storie. L’isola mediterranea governata da Joseph Muscat è diventata un mega-affare nelle mani dell'Azeirbaijian guidato dalla famiglia Aliev

La notizia dell’omicidio della giornalista maltese Dauphne Caruana Galizia è giunta come un uragano sulle scrivanie delle redazioni di tutto il mondo. Galizia era conosciuta per la sua tenace attività di denuncia del governo di Joseph Muscat, per il suo rigore e rettitudine tra i giornalisti di tutto il mondo. Un omicidio che sta sconvolgendo in queste ore il mondo politico di Malta e sta commuovendo e mobilitando l’opinione pubblica maltese e internazionale.

NON A CASO lo stesso Joseph Muscat, che era stato oggetto delle inchieste e delle accuse di Galizia, ha sentito la necessità non solo di condannare «l’atto barbaro» ma di chiedere aiuto della sezione europea delI’Fbi per risolvere il caso.
Anche la Chiesa maltese è scesa in campo ieri a suo modo. L’ arcivescovo monsignor Charles Scicluna, dopo aver condannato l’accaduto ha cercato di stendere un pannicello caldo sulla ingombrante vicenda: «Questo non è il momento di innescare guerre tra noi» bensì di «difendere la dignità di ciascuno… il grande valore della democrazia» ha affermato l’alto prelato.

L’ASSASSINIO di Galizia riporta a galla uno dei più importanti scandali politico-finanziari del decennio, i Panama Papers, un fascicolo di oltre 11 milioni di files, reso pubblico nel 2015, che dimostrava come politici, managers e imprenditori di tutto il mondo avessero eluso al fisco o riciclato per molti anni enormi quantità di danaro nei paradisi fiscali, e il cui capitolo maltese porta a Baku e le cui trame si snodano fino a Londra e ad Ankara. Trame invisibili fatte di scatole cinesi finanziarie, riciclaggio, corruzione, business della rendita energetica. Da allora Galizia si mise con testardaggine a studiare i legami inconfessabili che intercorrevano tra il premier maltese e lo Stato azero.

L’AZERBAIJAN, paese ricco di greggio e di gas naturale, è retto da dopo crollo dell’Urss dalla famiglia Aliev, che amministra il paese come una proprietà personale. Dopo la morte nel 2003 di Heidar Aliev, già boss del partito comunista azero, è subentrato alla presidenza il figlio Ihlam che governa il paese con il pugno di ferro, grazie alla onnipresente polizia segreta. Alle due figlie ha affidato la gestione della Socar, una società formalmente statale, che amministra la rendita petrolifera del paese. Spulciando nei files dei Panama Papers Galizia non solo venne a scoprire che le figlie di Alyev attraverso la Socar ammassavano all’estero enormi quantità di gioielli e azioni di aziende minerarie britanniche ma che la FA Invest di Malta aveva acquistato il 6.5% delle azioni della azienda di telecomunicazione azera Azercell, società anch’essa indirettamente controllata dalla famiglia Aliev. Nel gioco delle società offshores la FA maltese risultò poi collegata a società turche che venivano gestite dallo stesso amministratore panamense.

NEL 2014 IL PREMIER maltese Muscat si recò, inusualmente senza informare la stampa, a Baku per firmare alcuni contratti di «collaborazione strategica» per lo sfruttamento di quote di gas azero, con la Socar, la società delle vistose figlie di Aliev. La riservatezza dell’incontro indusse a pensare – anche ai meno maliziosi – che fosse stata favorita nell’accordo una società maltese legata al ministro per l’energia Konrad Mizzi (il quale a sua volte era presente nei Panama Papers in qualità di socio di società offshores). Muscat continuò per lungo tempo a respingere le «insinuazioni» e a negare il «linkage» ma il 20 aprile scorso, Galizia inchiodò il primo ministro maltese pubblicando sul suo blog una serie di bonifici (di cui il più significativo di 1 milione di dollari) a favore della società panamense Egrant di proprietà della moglie di Moscat, provenienti dal conto corrente aperto a Malta presso la Pilatus Bank dalla Al Sahra Fzco, guarda caso, una società che fa riferimento alla primogenita di Aliev, Leyla. Una scoperta costata molto cara.

IL PUZZLE CRIMINALE si compone perfettamente se si aggiunge, cosa che non ha potuto scoprire purtroppo Galizia, che lo Stato azero è azionista della nuova centrale elettrica di Malta e che la Egrant venne fondata proprio negli stessi giorni in cui Aliev ricambiava la precedente visita di Muscat, atterrando a La Valletta.

Antonio Sciotto
da il Manifesto
18.10.2017


Manovra. Cgil, Cisl e Uil scrivono una lettera al premier chiedendo un confronto urgente. Furlan: sul piatto delle pensioni c’è «il vuoto assoluto». Camusso: «La legge di Bilancio favorisce le rendite e mantiene lo status quo». Re David (Fiom) vorrebbe muoversi subito

La legge di Bilancio infiamma le polemiche fin dal mattino: duro botta e risposta ieri tra la segretaria generale della Cgil, Susanna Camusso, e il ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan, che hanno incrociato i microfoni da due differenti trasmissioni radio. La leader sindacale ha spiegato a Circo Massimo di Radio Capital che la finanziaria appena varata «favorisce le rendite e mantiene lo status quo», non escludendo quindi uno sciopero generale. A stretto giro, da Radio anch’io Rai, Padoan ha replicato: «Mi chiedo quale legge di bilancio abbia visto», la nuova manovra «non corrisponde alla descrizione» di Camusso. In serata i tre segretari di Cgil, Cisl e Uil hanno chiesto un incontro urgente sulla manovra al premier: altrimenti non è escluso uno sciopero.

Tra i pro e i contro si sono poi via via inseriti in giornata tutti i principali partiti politici e i sindacalisti, da Di Maio a Renzi, da Brunetta a Salvini, fino a D’Alema e i segretari confederali. Il Pd ha ovviamente offerto pieno sostegno alla legge di Bilancio, mentre le opposizioni l’hanno bocciata senza riserve. Critiche anche da Cisl e Uil, soprattutto sulla parte pensioni. Mentre la Fiom Cgil è netta: la segretaria Francesca Re David chiede lo «sciopero generale».

INTANTO MATTEO RENZI è partito dalla stazione Tiburtina con il suo treno elettorale, con promesse rombanti: dichiarando «pieno sostegno al governo» sulla manovra, l’ex premier ha detto che «nella prossima legislatura dovremo fare un ulteriore Jobs Act», «individuare misure anche per i cinquantenni», e che serve «un’ulteriore riduzione delle tasse». Renzi pensa a una riedizione degli 80 euro: «Vanno individuate – spiega – nuove categorie non necessariamente per gli 80 euro ma per ridurre le tasse al ceto medio, perché non è accettabile che si allarghi la forbice tra chi sta bene e chi non sta».

All’attacco Massimo D’Alema di Mdp: «Gli sgravi fiscali possono incoraggiare a prendere un giovane per tre anni ma poi, quando finiscono, questo viene licenziato».

CGIL, CISL E UIL hanno dunque deciso di inviare una lettera al premier Paolo Gentiloni per chiedere un incontro urgente. In particolare i tre sindacati chiedono di inserire quanto previsto dall’accordo dello scorso anno sulla fase 2 della previdenza e un intervento per bloccare l’aumento dell’aspettativa di vita per le pensioni di vecchiaia. Nel frattempo prosegue la mobilitazione con assemblee nei luoghi di lavoro e iniziative sul territorio, ma per ora non si è presa nessuna decisione di sciopero.

Camusso, dal canto suo, ha così spiegato la sua contrarietà alla legge di Bilancio firmata Gentiloni: «Si è fatta una scelta politica: si poteva intervenire sulla finanza, sul patrimonio e facilitare chi lavora e chi produce e invece si è scelto di usare questo slogan sulle tasse («nessuna nuova tassa», aveva detto il presidente del consiglio, ndr), facendo credere che è una risposta a tutti e invece è una risposta solo ad alcuni, mantenendo la pressione fiscale alta».

SCIOPERO «PER ME non è una parola abrogata», ha poi aggiunto la segretaria generale della Cgil. «Valuteremo insieme a Cisl e Uil la risposta quando non si rispettano gli accordi. Il governo ha fatto una scelta politica. Questa manovra non dà nessuna prospettiva di cambiamento. È solo una sterilizzazione dell’aumento dell’Iva». Lo sciopero generale, insomma, non è affatto escluso, e poco più tardi la stessa Camusso, rispondendo questa volta ad Agorà Rai 3 su possibili proteste aveva aggiunto: «La prima cosa che dovremmo fare è discutere con i lavoratori».

Ma Padoan ritiene di aver fatto il massimo, e respinge le accuse: «Abbiamo messo risorse per gli investimenti pubblici, per gli investimenti privati, risorse per l’occupazione giovanile. Stiamo dando una scossa alla crescita», risponde a Camusso. E sulla previdenza: «Non è vero che non siamo intervenuti sulle pensioni. Ci sono misure come l’Ape sociale e l’Ape donna», ci sono «molti meccanismi introdotti, come per i lavoratori usuranti che hanno diritto ad andare in pensione prima». «C’è una legge concordata in sede Ue che tiene conto dell’allungamento delle aspettative di età», dice infine per spiegare l’impossibilità di modificare la legge Fornero.

Intanto si è saputo che per il 2018 le risorse stanziate per il Rei (reddito di inclusione) verranno incrementate di 300 milioni, portando così il reddito garantito a ciascuna famiglia da 480-490 euro a 530-540 euro (50 euro in più).

IL PIÙ CAUTO DEI SINDACATI resta la la Cisl: per la segretaria generale Annamaria Furlan «non c’è bisogno di rullare i tamburi». «Bene la decontribuzione per le assunzioni e i contratti del pubblico impiego – spiega – anche se la previdenza resta «una nota dolente», perché lì c’è «un vuoto assoluto».

Chi aveva fatto «rullare i tamburi»? Francesca Re David, segretaria generale Fiom, ritiene che «in questa manovra non c’è nulla a favore del lavoro, nulla sulle pensioni. Quest’anno finiscono gli ammortizzatori sociali e cominceranno i licenziamenti e anche su questo il governo non ha previsto nulla. A questo punto la risposta – conclude – può essere una sola, indire uno sciopero generale contro questa manovra». Idea che in serata Camusso commenta così: «La Cgil ha domani (oggi per chi legge, ndr) una discussione nella quale valuterà e farà le sue scelte».

AGGIUNGIAMO IL COMUNICATO STAMPA
sulla Legge di bilancio, PRC: «Inaccettabile la propaganda di Renzi. Un altro Jobs Act? Ci vuole davvero lo sciopero generale»

«Risulta davvero insopportabile la propaganda di Renzi sulla legge di bilancio e sull’operato del governo – dichiarano Maurizio Acerbo e Roberta Fantozzi, segretario nazionale e responsabile politiche economiche di Rifondazione Comunista – Sinistra Europea – . Intanto i conti sul REI non tornano, perché con 300 milioni in più non si coprono affatto 160mila nuove famiglie ma al massimo la metà, continuano a restare fuori i due terzi delle famiglie in povertà assoluta e non si scalfisce neppure la condizione di povertà relativa che colpisce 8 milioni e mezzo di persone. E come non ricordare che si tratta di risorse limitatissime e che di certo 50 euro al mese in più per famiglie di 5 o più componenti non modificano nulla?
Ma è tutto l’impianto della manovra che non va: che continua con la politica degli incentivi e delle risorse a pioggia alle imprese, non investe sul welfare, a partire dalla sanità, dà il via libera al nuovo inaccettabile aumento dell’età pensionabile, continua con le privatizzazioni e la restrizione del ruolo pubblico.

Siamo infine sinceramente atterriti dalla possibilità di un “nuovo Jobs Act”: con quello che c’è già stato è stata sancita la piena “libertà” di licenziamento illegittimo per i nuovi assunti, la massima precarizzazione del lavoro tra acausalità del contratto a termine e voucher vecchi e nuovi, il demansionamento, la videosorveglianza…. Tutto mentre alle imprese si regalavano 18 miliardi solo di decontribuzione, per un totale di oltre 40 nel triennio, tra Irap, Ires e incentivi di ogni tipo.

Molti soldi per le imprese, mentre il lavoro è stato riportato alla condizione servile. Che altro vuole fare Renzi?
E’ decisivo che si determini la più ampia mobilitazione contro la legge di bilancio e che si vada davvero allo sciopero generale per riprendersi i diritti e la dignità del lavoro».

Il 21 ottobre saremo alla manifestazione di Roma. Contro il razzismo e chi lo fomenta, fuori e dentro le stanze del potere.

Abbiamo già aderito con convinzione, alla manifestazione nazionale che si terrà il 21 ottobre prossimo a Roma, contro il razzismo. Saremo in piazza con una presenza in piazza consapevole e diffusa.

Siamo state/i elette/i in consigli comunali di piccole e grandi città, o abbiamo scelto in passato di candidarci, partendo da alcuni valori non negoziabili. Uno di questi è quello di voler rendere le città e i paesi luoghi in cui accoglienza, solidarietà, inclusione sociale non fossero messe in discussione e rappresentassero un valore fondante e non divisivo della comunità.

Viviamo in un Paese in cui questi valori, che dovrebbero caratterizzare prima di tutto la sinistra, e tutti i sinceri democratici, sono messi a dura prova da provvedimenti di legge fondati sul securitarismo, sul rifiuto dell'altro, su logiche di repressione e di espulsione basate sull'idea che esistano diritti riservati solo ad alcuni.
Non accettiamo di sottostare a norme che impongono forme di violenza contro chi è povero, marginalizzato, recluso, tenuto in condizioni che è indegno definire di accoglienza. Vogliamo vivere e far crescere le nuove generazioni in un Paese e in un continente diversi: che non sia fortezza, in cui essere solidali non costituisca di fatto un reato, in cui prevalgano l'incontro e la convivenza, perché siamo certi che questo sia il solo futuro possibile e auspicabile.

Faremo in modo che, anche dai nostri territori, anche distanti dalla capitale, giunga il segnale del nostro sostegno per la manifestazione prossima e per le tante tappe a venire. Un impegno che abbiamo più volte messo al centro della nostra azione istituzionale e politica collettiva, a cominciare dalla giornata nazionale contro i decreti Minniti Orlando dello scorso 8 aprile. Ci riconosciamo quindi nei valori che propugna l'appello e faremo in modo che questi continuino a vivere nelle nostre comunità piccole e grandi, cercando di unire quello che leggi inaccettabili come appunto le recenti "Minniti Orlando" stanno tentando di dividere

Contrasteremo, con ogni mezzo che potremo mettere in campo, il penetrare, in primis negli strati popolari,della logica di "guerra fra poveri", consapevoli che una sola lotta si sta combattendo, che non conosce confini o provenienze. Quella dell'1% della popolazione che pretende di mantenere in uno stato di subalternità il restante 99%. Per noi il 21 ottobre rappresenta una tappa in cui non solo ci sentiamo rappresentati, ma parte di un percorso la cui costruzione, nel futuro, dovremo sempre più rafforzare, insieme.

La Rete delle Città in Comune

15.10.2017
Maurizio Acerbo


In tutta Italia la Rete dei Numeri Pari ha organizzato iniziative mettendo al centro "casa, lavoro, conoscenza, costituzione, reddito, dignità, terra, welfare". Diritti che dovrebbero essere garantiti per tutte e tutti secondo la nostra Costituzione e sempre più non lo sono. Se secondo i dati ISTAT ci sono quasi 4.800.000 persone in Italia in condizioni di povertà assoluta e se circa una persona su 4 è a "rischio povertà", non lo si deve al caso o a responsabilità di chi non sopravvive neanche avendo uno stipendio.

Lo si deve a due decenni di politiche economiche che hanno aumentato il divario fra poveri e ricchi. Lo si deve alle politiche neoliberiste condivise da centrodestra e centrosinistra e a chi le ha applicate con scientifico cinismo, dall’Unione Europea fino ai governi che si sono succeduti. Le manifestazioni di oggi ci ricordano dati e fatti che rendono evidente la necessità di un cambiamento radicale nel nostro paese e in Europa. Se non si mettono al centro del dibattito e dello scontro politico questi temi i ceti popolari saranno inevitabilmente arruolati sempre più largamente nella guerra fra poveri, con migranti e richiedenti asilo come capro espiatorio.

Il Def e la manovra da questo punto di vista rappresentano una presa in giro rispetto a questa situazione di palese ingiustizia e sofferenza sociale.
Neanche lontanamente sono previste misure e risorse per affrontare le reali emergenze di questo paese: si continua a negare l'istituzione di un "reddito di dignità" per milioni di poveri, intermittenti e senza lavoro, nessuna risposta alla crescita degli sfratti per morosità incolpevole e nessun programma per garantire il diritto alla casa, nessun adeguato stanziamento per il Fondo Nazionale Sociale in grado di garantire un livello di assistenza omogeneo su tutto il territorio nazionale, invece della garanzia del diritto allo studio abbiamo una ridicola alternanza scuola-lavoro. Alla richiesta di mettere la “spesa sociale fuori dal patto di stabilità” si risponde con l’impegno all’ultimo vertice di Taormina del G7 a raddoppiare spesa militare per la quale l’UE concorda che si possano sforare gli altrimenti sacri parametri di Maastricht.

Le classi dirigenti italiane e europee non solo con le politiche neoliberiste producono un crescente impoverimento, altissimi tassi di disoccupazione e un aumento esponenziale dei lavori sottopagati e dei working poors ma non sentono nemmeno il dovere di far corrispondere a questi fenomeni un welfare più forte.

Siamo da troppi anni di fronte all’aperta delegittimazione del programma di lotta alle disuguaglianze contenuto nell’articolo 3 della Costituzione e alla negazione di fatto dei diritti sanciti dalla Carta.
La storia insegna che la povertà si riduce e la sfera dei diritti si allarga soltanto quando chi sta in basso e vive sulla propria pelle le conseguenze delle ingiustizie e delle disuguaglianze prende la parola sulla scena pubblica e impone la propria agenda attraverso l’azione collettiva.

Le associazioni giustamente pongono questioni ineludibili e indicano provvedimenti indispensabili.
Difficilmente però questi obiettivi potranno concretizzarsi senza una forza materiale che si raccolga intorno a un programma di attuazione della Costituzione.

Da troppi anni in questo paese le classi subalterne sono prive nel sistema politico di una voce e di una forza per difendere i propri diritti subendo gli effetti di pseudo-riforme che si susseguono peggiorando le condizioni di vita della stragrande maggioranza del paese. E’ ora di costruirla e ci pare l'unico progetto di sinistra di cui ci sia bisogno e per il quale un appuntamento elettorale possa essere occasione che non debba andare sprecata.

13.10.2017
Franco Astengo


La Camera dei deputati ha appena approvato la nuova legge elettorale mista maggioritario / proporzionale con il voto automaticamente trasferito da una parte all’altra della scheda senza possibilità di disgiunzione (almeno così può essere definita tecnicamente).

Il testo adesso passa al Senato dove probabilmente il percorso sarà molto più complicato di quanto non sia avvenuto nella Camera bassa. Non è questo però il punto da rimarcare in questo frangente. Piuttosto dall’ascolto del dibattito è emerso un elemento da rimarcare: l’assoluta strumentalità dei passaggi di ricostruzione storica al riguardo delle vicende relative alla legge elettorale che si sono ascoltati nei vari interventi.

Nessuno ha ammesso le gravi responsabilità che le forze politiche hanno accumulato su questo delicato terreno contribuendo ad una vera e propria caduta di credibilità dell’intero sistema e alla rilevante flessione fatta registrare nella partecipazione elettorale, indicatore di una vera e propria crisi democratica che attanaglia il Paese.

Un parlamento che ha approvato di seguito due leggi elettorali entrambe bocciate dalla Corte Costituzionale, a cui si è avuto accesso soltanto grazie al generoso impegno di un gruppi di cittadine e cittadine e non certo grazie all’operato di chi questa sera ha in maniera roboante rivendicato quell’esito.

Questa legge per ora parzialmente approvata da un solo ramo del Parlamento presenta nel suo testo ancora i principali elementi per i quali per ben due volte la Corte Costituzionale ha bocciato i precedenti testi del cosiddetto Porcellum nel 2014 e dell’altrettanto cosiddetto Italikum nel 2017.

Una continuità che si esplicita essenzialmente su di un punto preciso; quello del Parlamento dei “nominati”.

Era proprio la continuità del “Parlamento dei Nominati” la questione che interessava alle forze politiche che hanno trascurato perfino la tanto decantata governabilità, oltre ad ignorare – come accade da tempo – quell’elemento della rappresentatività politica che pure rappresenta l’indicazione più rilevante presente, sulla materia, nella Costituzione Repubblicana.

Il trasferimento automatico del voto dal candidato uninominale a quello dei listini bloccati nel proporzionale rappresenta infatti il meccanismo concreto perché sicuramente i 2/3 dei componenti delle future Camere siano semplicemente indicati dall’alto senza alcuna possibilità di scelta da parte delle elettrici e degli elettori.

La quota dei nominati risulterà comunque sicuramente più elevata dei 2/3, al di là delle fole sul collegio uninominale e la vicinanza tra eletto ed elettore (davvero una favola incredibile) con un bel numero di “paracadutati” nei tanti collegi considerati “sicuri” nella apparente contesa tra le diverse forze politiche.

Nel caso malaugurato di approvazione definitiva della legge aspettiamo con ansia il disegno dei collegi che, detto per inciso, è stato delegato al governo nel testo della legge.

Sicuramente nell’esaminare i dettagli dei confini dei singoli collegi ci sarà di divertirci, come già accadde nel Mattarellum.

In sostanza ci sono tutte le ragioni per continuare la battaglia contro il “Parlamento dei nominati” in ogni sede, dentro e fuori il Parlamento.

Infine qualcuno dovrebbe ricordare a queste signore e signori che con apparente passione discettano di “democrazia” e “interesse del Paese” che non sono mai stati eletti da nessuno e che la loro temporanea posizione di parlamentari deriva dal dato di promessa fedeltà d a qualche cordata interna alle varie consorterie politiche che hanno semplicemente deciso una certa posizione piuttosto di un’altra all’interno di una lista la cui esatta composizione è stata letta per intero da una quota sicuramente minoritaria di elettrici ed elettori.

Un Parlamento delegittimato dalla Corte Costituzionale ha tentato di modificare la Costituzione (e qui ci hanno pensato le espressioni voto “vero”) e hanno varato ben due leggi elettorali: la prima smontata dalla Corte Costituzionale, la seconda di vedrà.

12.10.2017

La legge elettorale in discussione in Parlamento concordata tra PD e Forza Italia con la benedizione degli alfaniani e della Lega Nord è un peggioramento delle leggi attuali uscite dalle sentenze che hanno dichiarato parzialmente incostituzionali il Porcellum e l’Italicum. L’armonizzazione delle due leggi poteva essere realizzata uniformando la soglia di sbarramento tra le due Camere al 3% e cancellando per la Camera dei deputati l’abnorme premio di maggioranza alla prima lista (diventato anche inutile perché nessuna otterrà il 40% dei voti) e l’obbrobrio dei capilista bloccati.

Al contrario la nuova legge colpisce come quelle precedenti il diritto degli elettori di scegliere i parlamentari e il principio di rappresentanza. Infatti impone liste bloccate per quasi i due terzi dei deputati e dei senatori, cancellando del tutto le preferenze e attribuendone la scelta interamente ai capipartito. Inoltre per circa un terzo dei parlamentari da eleggere nei collegi uninominali prevede delle coalizioni di cartone senza indicazione di un simbolo, di un programma, quindi buone come specchio per le allodole e pronte ad essere disfatte il giorno dopo le elezioni per dare vita ad un’ammucchiata trasversale. Infine agli elettori è imposto un voto unico per il candidato nel collegio uninominale e una o più liste a questo collegate: se votano per una lista lo fanno anche per il candidato. Il voto per il candidato si trasferisce automaticamente a tutte le liste collegate, in rapporto percentuale ai loro voti.

Anche il principio di rappresentatività viene stravolto. Non vi è un premio di maggioranza esplicito, ma sono privilegiate le coalizioni o i partiti maggiori che conquisteranno gran parte dei seggi nei collegi uninominali e, grazie al voto unico, potrebbero utilizzare la propaganda del “voto utile” anche per i seggi attribuiti alle liste. Inoltre la soglia di sbarramento del 3% non impedisce alle liste civetta coalizzate che ottengano l’1% dei voti di far conteggiare i propri voti a vantaggio della coalizione, ottenendo in cambio qualche seggio parlamentare.

In realtà il nuovo sistema è stato escogitato per soddisfare le convenienze politiche dei partiti proponenti e dei loro leader e per danneggiare una lista unitaria di sinistra e il Movimento 5 Stelle, in vista di un nuovo patto governativo tra Pd e Forza Italia da realizzare dopo le elezioni.

Diciamo NO a questa nuova porcheria e rimettiamo al centro del sistema elettorale i cittadini senza imposizioni dall'alto e senza distorsioni della loro volontà.

Scheda

Collegi maggioritari.

Saranno 231 collegi, pari al 36% dei Seggi della Camera. I partiti si potranno coalizzare per sostenere un comune candidato.

Proporzionale.

Dei restanti 399 deputati, 12 continueranno a essere eletti nelle Circoscrizioni Estere, con metodo proporzionale. In Italia un deputato è eletto in Valle d’Aosta in un collegio uninominale; i restanti 386 deputati saranno eletti con metodo proporzionale in listini bloccati di 2-4 nomi. Le liste proporzionali sono bloccate, vale a dire che l’elettore non ha nessuna possibilità di scelta cosicché i candidati saranno eletti secondo l’ordine deciso dai capi dei partiti. Poiché sono possibili le pluricandidature, fino a cinque, i capi dei partiti e delle correnti sono praticamente certi della loro rielezione.

Il testo delega il governo a definire questi collegi plurinominali.

Le Circoscrizioni, importanti per il recupero dei resti, saranno 28. In Senato saranno 20.

Soglia.

Nella parte proporzionale la soglia a cui dovranno fare riferimento i partiti sarà il 3% sia alla Camera che al Senato. Per essere eletti a Palazzo Madama lo sbarramento si calcola su base nazionale e non più solo regionale.

Le (finte) coalizioni, vere protagoniste della legge, devono superare il 10%. I partiti che superano l’1% ma non il 3% regalano i loro voti all’intera coalizione.

Una scheda, voto unico.

Diversamente dal Mattarellum, in cui c’erano due schede (una per il collegio ed una per il listino proporzionale, con la possibilità di un voto disgiunto), con il “Rosatellum 2.0” ci sarà una scheda unica. In essa il nome del candidato nel collegio sarà affiancato dai simboli dei partiti che lo sostengono, così l’elettore non è più pienamente libero di esprimere la sua volontà .

Voto disperso.

I voti degli elettori che avranno barrato il nome del solo candidato del collegio uninominale saranno distribuiti proporzionalmente ai partiti che sostengono il candidato del collegio.

Barrando sul simbolo del partito il voto andrà al candidato del collegio e al partito per la parte proporzionale. Dunque gli elettori non avranno due voti, ma uno solo. Quindi, non potranno scegliere il candidato che preferiscono nel collegio uninominale e una lista di un altro partito nella parte proporzionale com’è non solo possibile e desiderabile, ma ampiamente praticato con la legge proporzionale vigente in Germania.

Sotto la soglia dell’1% i voti andranno dispersi.

Scorporo.

Non è previsto lo scorporo come accadeva invece nel Mattarellum.

In caso di pareggio il candidato più giovane vince.
Nel caso in cui due candidati in un collegio uninominale ottengano lo stesso numero dei voti «è eletto il più giovane d’età».

Le firme.

Viene dimezzato rispetto al testo originario il numero delle firme da raccogliere per tutti quei partiti o nuove formazioni che non sono in Parlamento o non hanno un proprio gruppo. Il numero di firme da raccogliere passa, dunque, da 1.500-2.000 a circa 750. Pure in questo caso solo per le prossime elezioni, anche gli avvocati abilitati al patrocinio in Cassazione potranno autenticare le firme per la presentazione delle liste elettorali.

Incontestabile il commento di Gianfranco Pasquino:

“Questa legge elettorale, che non esiste da nessuna parte al mondo, dicono che garantirebbe la governabilità. Non è affatto chiaro perché lo farebbe né che cosa sia la governabilità per i suoi sostenitori, a meno che si riferiscano alla fabbricazione di una maggioranza parlamentare ampia a sostegno di un governo. Tutto questo, però, sarà affidato alla formazione di coalizioni, difficilmente prima del voto, inevitabilmente dopo, in Parlamento che è quello che avviene normalmente in tutte le democrazie parlamentari, ma è stato a lungo demonizzato come “inciucio”, consociazione, Grande Coalizione, addirittura paventando, del tutto a sproposito, l’esito tragico di Weimar (1919-1933).

Nelle democrazie parlamentari la governabilità dipende e discende da una buona rappresentanza parlamentare delle preferenze e degli interessi, delle aspettative e degli ideali degli elettori. Stabile e efficace sarà quel governo prodotto da partiti e da parlamentari che rappresentano effettivamente i loro elettorati. Con la legge Rosato, gli elettori non avranno nessuna possibilità di scegliere i parlamentari, i quali, a loro volta, non avranno nessun interesse a rapportarsi ad elettori che non li hanno votati e dai quali non dipende la loro rielezione, tutta nelle mani dei dirigenti di partito che li hanno messi in testa nelle liste oppure in collegi uninominali “sicuri”. Credo che una legge elettorale che dà ai partiti e ai loro dirigenti più potere che ai cittadini-elettori sia sbagliata e, poiché democrazia significa “potere del popolo”, molto poco democratica. Darà cattiva e inadeguata rappresentanza politica e non contribuirà affatto alla governabilità.”

Andrea Fabozzi
da il Manifesto
12.10.2017


Legge elettorale. Il segretario del Pd scarica sul potenziale rivale la responsabilità dello strappo sul Rosatellum: è discutibile, a me la questione non appassiona. Passano con il minimo dei voti le prime fiducie alla camera. Tra stasera e domani il voto finale a scrutinio segreto. Ma i grillini spostano la battaglia al senato: bloccheremo l'aula. Ci sarà anche Napolitano

«La fiducia è prevista dal diritto parlamentare. Si può discutere dell’opportunità, io non sono particolarmente appassionato al tema. Il Rosatellum non è la nostra legge elettorale, è solo un po’ meglio del Consultellum». Non parla il presidente il Consiglio che ha messo la fiducia sulla legge elettorale, parla il segretario del Pd che lo ha spinto a farlo. Nel silenzio prolungato di Gentiloni, Renzi incassa subito i bonus che accompagnano la fiducia. Il governo si è logorato ed è più difficile ipotizzare un finale lungo della legislatura; il presidente del Consiglio ha improvvisamente perso quel patrimonio di pacatezza e moderazione che ne faceva un possibile leader non divisivo.

Per il segretario Pd sono due ottimi vantaggi collaterali del Rosatellum, una legge studiata per rovesciare i sondaggi e consentire a Pd e centrodestra di scavalcare il Movimento 5 Stelle. Rendendo più facili le larghe intese post voto tra Renzi e Berlusconi.

A questo punto manca poco per il bersaglio grosso del segretario, ma è ancora presto per dire che la missione legge elettorale è compiuta. Al senato si annunciano passaggi più difficili e giornate anche più incandescenti.

Con il governo praticamente assente dall’aula (solo un sottosegretario), a sottolineare l’entusiasmo dell’esecutivo, ieri la camera ha votato le prime due fiducie sul testo del Rosatellum. Entrambe sono passate con un quasi record negativo: 307 sì la fiducia sull’articolo 1 e 308 sì la fiducia sull’articolo 2. In dieci mesi il governo Gentiloni ha fatto peggio una sola volta, a fine luglio sul decreto vaccini. Forza Italia e Lega non hanno partecipato al voto ma torneranno provvidenzialmente in campo per il voto finale previsto a scrutinio segreto.

Non sono particolarmente appassionato alla legge elettorale, il Rosatellum non è quello che proponeva il Pd. È solo un po’ meglio del Consultellum.
Matteo Renzi

I numeri delle fiducie, per quanto bassi, non autorizzano a farsi illusioni sull’eventualità che la legge venga affondata. Le votazioni di oggi già scontano una quota di deputati Pd dissidenti che non hanno risposto alla chiama (Cuperlo, Pollastrini, Monaco) e solo Rosi Bindi ha annunciato il suo no nel voto finale.

Franchi tiratori ce ne saranno sicuramente in tutti i gruppi, anche in quello dei democratici. Ma per avere successo dovrebbero essere un centinaio, visto che oltre cento voti in più sono quelli annunciati tra berlusconiani, salviniani e piccole formazioni di centrodestra.

Stamattina si comincia con la terza fiducia sul terzo articolo della legge elettorale, poi dal pomeriggio gli emendamenti agli articoli 4 e 5, non coperti dalla fiducia perché considerati dalla maggioranza pro Rosatellum non esposti alle rischiose votazioni segrete.

Almeno un emendamento, però, ed è l’unica modifica che il relatore concede all’aula, sarà approvato per correggere una norma del voto all’estero – non quella che d’ora in poi consentirà anche i residenti in Italia di candidarsi nelle circoscrizioni estere (pare interessi a Verdini). Gli ordini del giorno e le dichiarazioni di voto finali allungheranno di certo i lavori fino a sera. I grillini vorrebbero arrivare a venerdì e hanno organizzato una veglia di protesta al calar del sole.

Sono già occasioni di campagna elettorale, generosamente offerte dal Pd. Dal punto di vista pratico non cambia nulla, visto che la legge arriverà comunque in prima commissione al senato martedì prossimo. E da lì partirà una nuova corsa.

La maggioranza al senato è più ristretta, ma comunque con Forza Italia e Lega sufficientemente solida. Non sono previsti voti segreti, con l’eccezione di quelli sulle norme che riguardano minoranze linguistiche – una di queste però è proprio il famoso emendamento sul Trentino Alto Adige che ha affondato il «Tedeschellum» a giugno. La fiducia si giustifica soprattutto con la volontà del Pd di approvare definitivamente la legge prima dell’inizio della sessione di bilancio (i primi di novembre).

Una o più fiducie potrebbero essere presentate come la reazione al prevedibile ostruzionismo della sinistra e dei 5 Stelle. Soprattutto i grillini già annunciano l’intenzione di bloccare l’aula di palazzo Madama (prima di tutto c’è la legge sui vitalizi, dicono, stravolgendo completamente le priorità della maggioranza). Avranno maggiori margini di intervento visto che in questo caso la discussione parte da zero e non ha i tempi contingentati della camera.

C’è anche Giorgio Napolitano che annuncia un intervento polemico sulla norma che prevede l’indicazione del capo della forza politica, norma che adesso lo vede contrarissimo. L’ex presidente è contrario anche alla fiducia, che pure incoraggiò ai tempi dell’Italicum. Se non ci sarà discussione in aula, Napolitano potrebbe intervenire in commissione.

Per Renzi è ormai un avversario dichiarato e ieri, senza citarlo, lo ha attaccato per quello che disse contro il «Tedeschellum». Dimostrando una volta di più di appassionarsi alla legge elettorale.

Vincenzo Comito
da Il Manifesto
10.10.2017


Al Corriere della Sera, forse stanchi di registrare ogni giorno tutti i malanni del mondo, hanno inaugurato un supplemento del loro quotidiano dedicato alle «buone notizie»; al di là della statura del giornalista che si occupa dell’iniziativa, figura certamente stimabilissima, l’idea non sollecita il nostro entusiasmo.

Ad ogni modo c’è una buona notizia che vogliamo segnalare al giornale sopra citato: i giudici hanno respinto la richiesta di patteggiamento avanzata da Fabio e Nicola Riva, due componenti della famiglia già proprietaria dell’Ilva, rispetto al procedimento a loro carico in corso nei tribunali.

Ma le buone novità sul gruppo siderurgico si fermano certamente a questo punto. Quelle negative sovrastano certamente quelle favorevoli. Ieri, in effetti, come è noto, c’è stata una giornata di sciopero in tutti gli stabilimenti per protestare contro il piano presentato dalla cordata vincitrice della gara per la gestione del complesso siderurgico.

E il governo, nella figura del ministro Calenda, con una mossa di cui non lo credevamo forse capace (peraltro è plausibile che con le elezioni alla porte non se la sia sentito di dare un’altra botta ai lavoratori, attività cui questo come il precedente esecutivo, bisogna dire, si sono dedicati con molta applicazione), ha annullato il tavolo tra le parti sociali previsto al Mise; il ministro ha fatto sapere alla cordata vincitrice che non era possibile aprire un confronto senza il rispetto delle condizioni già concordate per quanto riguardava i dipendenti.

I tempi per la soluzione della questione Ilva, che si trascina ormai da parecchi anni, si allungano così ulteriormente, come da tradizione tipica del nostro paese. Ricordiamo tra quelle più recenti anche la vicenda Alitalia. Nel caso dell’Ilva, dopo una storia molto lunga, come è noto a suo tempo il governo ha assegnato la gestione del complesso alla cordata AM InvestCo, di cui è capofila l’indiana Arcelor Mittal e a cui partecipa anche la Marcegaglia. Si è trattato di una decisione largamente contestabile.

Intanto Arcelor Mittal è già largamente presente in Europa e c’è il rischio che l’acquisizione del complesso italiano, in una situazione di sovraccapacità produttiva del settore a livello mondiale, sia da loro vista soprattutto come un mezzo per bloccare velleità espansive di altri, o, anche, per arrivare con il tempo ad una chiusura pilotata dello stesso. La presenza poi di un’impresa come la Marcegaglia, i cui risultati economici e finanziari degli ultimi dieci anni non sembrano essere stati molto brillanti, è solo la classica foglia di fico.

Manca poi qualsiasi piano di lungo termine su quello che si vuol fare veramente con un gruppo una volta orgoglio dell’industria nazionale, mentre tante altre grandi imprese del nostro paese sono finite in maniera ignominiosa.

Infine, il governo accetta di procrastinare ancora sino al 2023 la presunta soluzione del drammatico problema dell’inquinamento ambientale.

Ora la nuova proprietà vorrebbe lasciare a casa circa 4000 dipendenti su 14.000; essi sarebbero assorbiti dall’amministrazione straordinaria in lavori di bonifica del sito, gli stipendi dei 10.000 addetti «salvati» verrebbero fortemente ridimensionati sino a 6000 euro all’anno, somma certamente non trascurabile per delle remunerazioni già ridotte.

Mentre essi verrebbero riassunti senza la protezione dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori. Ancora più grave poi, forse, la situazione di circa 7.600 lavoratori dell’indotto, di cui si preferisce tacere del tutto la sorte. Certo l’intera questione dell’Ilva è comunque assai emblematica dell’incapacità del nostro paese di risolvere un problema complesso, anche se in questo caso il sentiero è stato comunque sin dall’inizio molto stretto.

Una parte della popolazione di Taranto, esasperata dalla drammatica situazione sanitaria dell’area, mentre anche altri importanti impianti produttivi locali presentano grandi problemi da anni, preferirebbe ormai la chiusura dell’impianto, sperando magari nell’avvio di un grande programma di riconversione dell’area verso nuove attività industriali.

Ma nella situazione in cui versano ormai il governo del paese e le amministrazioni pubbliche ci sembra un’idea del tutto irrealistica da realizzare.

D’altro canto, la questione della salute è irrinunciabile e la soluzione prospettata a suo tempo su di essa nell’accordo del governo con la Arcelor Mittal ci sembra contestabile.

Vogliamo ricordare che nel mondo ci sono ormai molti esempi di impianti siderurgici che funzionano riuscendo a tutelare la salute dei dipendenti e delle popolazioni circostanti. Bisognerebbe cercare di continuare a lottare in questa direzione anche le soluzioni tecniche appaiono complicate, se la stanchezza prende ormai alla gola e se chi abita vicino all’impianto non crede più a nessuna ipotesi salvifica.

Sono in ogni caso soprattutto gli operai di Taranto e la popolazione locale che devono decidere della sorte dell’impianto, anche se sono in ballo diversi siti produttivi del gruppo in altre località della penisola.

SCIOPERO ILVA , RIFONDAZIONE COMUNISTA: SIAMO CON I LAVORATORI E SINDACATI
Maurizio Acerbo, segretario nazionale di Rifondazione Comunista – Sinistra Europea, ed Enrico Flamini, responsabile Lavoro di Rifondazione Comunista – Sinistra Europea, dichiarano:


«I lavoratori e i sindacati di tutti i stabilimenti Ilva con la pressoché adesione totale allo sciopero e alle mobilitazioni di oggi hanno detto chiaramente no al piano annunciato da ArcelorMittal, un piano che non propone nulla sul versante della riconversione ambientale e che annuncia oltre 4 mila esuberi in tutta Italia, determinando inoltre il licenziamento per gli altri 10 mila dipendenti con la successiva riassunzione senza le tutele dell’articolo 18.
Questi sono i veri risultati delle politiche economiche e del lavoro degli ultimi venti anni, questi sono i risultati del Pd, dell’assenza di una politica industriale e del Jobs Act.
Rifondazione comunista è e sarà a tutti i livelli a sostegno di lavoratori e sindacati perché l’unica sinistra che serve al paese è quella in grado di ridare valore e dignità al lavoro. Per salvaguardare lavoro e territorio in Francia si nazionalizza. Anche in Italia bisogna difendere le aziende strategiche e imporre la salvaguardia dei posti di lavoro e del risanamento ambientale. I lavoratori che oggi stanno scioperando a Taranto e Genova non vanno lasciati soli».

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