Acqua:


Il Parlamento europeo ha fatto propria la proposta dei movimenti per l’acqua

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Il Manifesto

Il nostro cordoglio per le vittime di Bruxelles. Per combattere l’Isis non dobbiamo comportarci come l’Isis
22 mar 2016 di Paolo Ferrero
Voglio esprimere il mio cordoglio e quello di tutto il Partito della Rifondazione Comunista ai familiari delle vittime della strage di Bruxelles. Voglio esprimere il mio orrore per la strage terroristica: lascia senza parole questa allucinante pulsione di morte, totalizzante, che coinvolge se stessi e le altre persone, che riduce tutti e tutte a simboli da annientare. Da ultimo voglio dire con chiarezza che questa barbarie si combatte non accettando il terreno della guerra di civiltà: per combattere l’ISIS, non dobbiamo comportarci come l’ISIS.
Per questo l’unico modo di vincere questa guerra è quella di costruire ponti di dialogo, corridoi umanitari per i profughi, è quella di costruire la pace smettendola di provocare, finanziare e alimentare la guerra nel Mediterraneo.

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di Rossella Muroni
da Il Manifesto 17.03.2016

Il 17 aprile gli italiani saranno chiamati al voto per un referendum che riguarda le attività di ricerca ed estrazione di idrocarburi in mare, più precisamente nelle acque territoriali italiane entro le dodici miglia dalla costa. Ma questo referendum va ben oltre il tema delle trivellazioni.

Questo voto, ostacolato dai tempi imposti dal governo e dalla complessità del quesito, è anche una straordinaria occasione per mettere finalmente al centro del dibattito pubblico il tema energetico e ambientale. Un’occasione per ricordare al nostro governo l’urgenza e l’importanza di dotare questo paese di una strategia energetica nazionale all’altezza delle sfide attuali in linea con gli impegni presi a livello internazionale, a partire dalla Cop 21.

C’è infatti una cosa che Renzi non ci ha ancora detto dopo aver sottoscritto gli accordi di Parigi: come intende portare il Paese fuori dall’era dei fossili e verso un futuro 100% rinnovabile? Dopo i proclami quali sono le politiche concrete che intende adottare? Sì, perché il tema energetico, e quello ambientale più in generale, sono ormai questioni centrali nella guida di un paese e rimandano direttamente alle dimensioni dello sviluppo economico e occupazionale.

Ci sono due fantasmi che in questi giorni i detrattori del referendum stanno agitando: uno è quello della perdita dei posti di lavoro, l’altro è l’indipendenza energetica del Paese. E allora vale la pena sfatare subito il primo di questi miti: il 17 aprile, una vittoria del Sì non farebbe perdere alcun posto di lavoro: neppure uno. A rischio sono invece i 3 milioni e 350mila posto di lavoro che i comparti di turismo e pesca garantiscono all’Italia: non c’è compatibilità infatti tra attività inquinanti e a rischio e sviluppo territoriale. Speravamo, ormai, che i casi come l’Ilva di Taranto lo avessero dimostrato. Un esito positivo del referendum non farebbe cessare immediatamente, ma solo progressivamente, ogni attività petrolifera in corso. Infatti, prima che il Parlamento introducesse la norma dello SbloccaItalia sulla quale gli italiani sono chiamati alle urne, le concessioni per estrarre avevano normalmente una durata di trenta anni (più altri venti, al massimo, di proroga). E questo ogni società petrolifera lo sapeva al momento del rilascio della concessione.

Con lo SbloccaItalia è stato introdotto un meccanismo unico al mondo: la possibilità di estrarre fino ad esaurimento di un giacimento con una concessione senza fine. Ed è proprio a questo che gli italiani dovranno porre rimedio votando Sì e chiedendo l’abrogazione di questa norma.

L’altro tema caldo è quello dell’indipendenza energetica del Paese: non è estraendo in casa irrisorie quantità di fossili che saremo indipendenti dalle dinamiche geopolitiche e dei mercati internazionali. Solo liberandoci dalla dipendenza dei fossili e puntando verso l’efficienza energetica, il risparmio, l’autoproduzione distribuita e democratica, la produzione da fonti rinnovabili, noi potremo essere liberi dalle tensioni dei mercati internazionali e soprattutto mettere fine al nostro «contributo da consumatori» alle guerre del petrolio che devastano ormai ampie zone del nostro pianeta.

Va aggiunto che il gas e il petrolio estratto nei nostri mari sono di proprietà delle compagnie petrolifere estrattrici, la maggior parte dalle quali straniere, che scelgono il nostro paese perché qui, di nuovo, ci sono condizioni economiche uniche al mondo: sono diversi gli aiuti indiretti e gli sconti applicati a coloro che sfruttano le risorse fossili nel territorio italiano. A partire proprio dalle royalties irrisorie – pari al 10% per la terraferma e il 7% per il petrolio in mare. Inoltre in base alle leggi italiane, sono esenti dal pagamento di aliquote allo Stato le prime 20 mila tonnellate di petrolio prodotte annualmente in terraferma, le prime 50 mila tonnellate di petrolio prodotte in mare, i primi 25 milioni di metri cubi standard di gas estratti in terra e i primi 80 milioni di metri cubi standard in mare. Addirittura gratis, cioè esentate dal pagamento di qualsiasi aliquota, le produzioni in regime di permesso di ricerca.

Insomma estrarre petrolio a noi italiani non conviene e mette a rischio l’ecosistema marino-costiero e un sistema economico fatto di territorio, qualità e ambiente. La nostra sfida, quella di vincere il referendum del 17 aprile, è paragonabile a quella di Davide contro Golia. Ma ce la metteremo tutta anche per dimostrare che non è passando sopra la testa delle comunità locali e delle istanze territoriali che si può governare un Paese.

* presidente nazionale di Legambiente

AL REFERENDUM DEL 17 APRILE 2016
VOTA SI

7 buone ragioni per farlo:

1 Il tempo delle fonti fossili è scaduto: in Italia il nostro Governo deve investire da subito su un modello energetico pulito, rinnovabile, distribuito e democratico, già affermato nei Paesi più avanzati del nostro Pianeta.

2 Le ricerche di petrolio e gas mettono a rischio i nostri mari e non danno alcun beneficio durevole al Paese. Tutte le riserve di petrolio presenti nel mare italiano basterebbero a coprire solo 7 settimane di fabbisogno energetico, e quelle di gas appena 6 mesi.

3 L’estrazione di idrocarburi è un’attività inquinante, con un impatto rilevante sull’ambiente e sull’ecosistema marino. Anche le fasi di ricerca che utilizzano la tecnica dell’airgun (esplosioni di aria compressa), hanno effetti devastanti per l’habitat e la fauna marina.

4 In un sistema chiuso come il mar Mediterraneo un eventuale incidente sarebbe disastroso e l’intervento umano pressoché inutile.
Lo conferma l’incidente del 2010 avvenuto nel Golfo del Messico alla piattaforma Deepwater Horizon che ha provocato il più grave inquinamento da petrolio mai registrato nelle acque degli Stati Uniti.

5 Trivellare il nostro mare è un affare per i soli petrolieri, che in Italia trovano le condizioni economiche tra le più vantaggiose al mondo. Il “petrolio” degli italiani è ben altro: bellezza, turismo, pesca, produzioni alimentari di qualità, biodiversità, innovazione industriale ed energie alternative.

6 Oggi l’Italia produce più del 40% della sua energia da fonti rinnovabili, con 60mila addetti tra diretti e indiretti, e una ricaduta economica di 6 miliardi di euro.

7 Alla Conferenza ONU sul Clima tenutasi a Parigi lo scorso dicembre, l’Italia - insieme con altri 194 paesi - ha sottoscritto uno storico impegno a contenere la febbre della Terra entro 1,5 gradi centigradi, perseguendo con chiarezza e decisione l’abbandono dell’utilizzo delle fonti fossili. Fermare le trivelle vuol dire essere coerenti con questo impegno.
Seguici su: Ferma le trivelle, Vota SI Ferma le trivelle #stoptrivelle

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E così, dopo oltre 60 anni di lavoro, anche la “Ferramenta Bianchini” di Bagnore ha dovuto alzare bandiera bianca.
Un’altra attività si aggiunge alla lunga lista di imprese commerciali, edili, professionali travolte da questa immane crisi economica che imperversa nel paese ma che, nel nostro Comune, sembra ora produrre conseguenze ancor più devastanti.
In effetti, dentro il gorgo della crisi, ci siamo entrati più tardi rispetto ad altre realtà territoriali (si pensi alle grandi aree industriali del Nord-Est) ma ora, mentre al di fuori si intravedono timidi segnali di ripresa (?), noi sprofondiamo ancora di più, senza alcuna speranza di riscatto.
Tutto ciò è dovuto indubbiamente alla estrema fragilità del tessuto economico locale, ma non possiamo tacere le responsabilità di chi svolge un ruolo dirigente, anche a livello amministrativo.
In questi anni abbiamo preso più volte posizione contro la superficialità ed i ritardi con cui il nostro Comune ha trattato la questione degli strumenti urbanistici, non ancora operativi dopo l’approvazione del Piano Strutturale che risale ormai all’inizio del 2011, dal momento che in realtà come le nostre il blocco dell’edilizia rappresenta un freno assoluto per tutta un’altra serie di attività economiche.
Anche la chiusura dello stabilimento di Fornacina, cui l’Amministrazione comunale si è docilmente adeguata, ha assestato un altro colpo micidiale al tessuto economico, per non parlare dei tanto sbandierati investimenti dell’ENEL nel settore geotermico che, una volta terminata la costruzione della centrale, si sono trasformati in un pugno di mosche.
E’ chiaro che in un quadro così composto le piccole imprese commerciali si trovino ad essere le più esposte, in quanto direttamente a contatto con la disponibilità economica dei cittadini e per di più sottoposte ad adempimenti burocratici e scadenze fiscali spesso non commisurate al livello economico.
In questo senso un intervento dell’Amministrazione, indirizzato alla fornitura di consulenze ed agevolazioni, rappresenterebbe sicuramente un sostegno al mantenimento in vita di imprese che l’impietosa legge del mercato tenderebbe a spazzare via dal contesto locale.

Ferrero:«ITALIA RITIRI AMBASCIATORE IN EGITTO»

Basta manfrine: il governo deve prendere una posizione di dignità di fronte al fatto che l’Egitto non fornisce spiegazioni nemmeno lontanamente verosimili sull’atroce delitto di Giulio Regeni.
Il governo deve ritirare immediatamente l’ambasciatore italiano al Cairo. Non solo la famiglia del ricercatore ma tutto il Paese chiede verità e giustizia per quell’omicidio, i depistaggi, le continue bugie e l’ignavia del governo italiano non fanno che infangare la sua memoria.

Siamo vicini, profondamente, ai parenti e agli amici di Giulio Regeni.

Tra il ponte sullo Stretto e la Salerno-Reggio non si sa se Renzi faccia ridere o piangere…»
di Paolo Ferrero Pubblicato il 3 mar 2016

Renzi dice che vuole fare il Ponte sullo Stretto e che il 22 dicembre “inaugura” la Salerno-Reggio Calabria: non si sa se ridere o piangere di fronte alle sue quotidiane boutade.
In confronto Berlusconi sembra uno serio!
Al di là delle battute che sorgono purtroppo spontanee, a Renzi diciamo che l’Italia ha bisogno di una sola grande opera: il riassetto idrogeologico del territorio. Quanto alla Salerno-Reggio, i cittadini di tutto il Sud la aspettano da troppi anni, tra ruberie e quant’altro, perciò noi siamo con loro e speriamo si avveri questo miracolo.
Dubitiamo che sia “Babbo Natale” Renzi a farlo il 22 dicembre ma non vediamo l’ora di assistere alla nuova, mirabolante, supercazzola che non si realizzerà.

Fantozzi e Ferrero:.«Primo risultato delle proteste contro l’arroganza del governo».
Roberta Fantozzi, Paolo Ferrero
Pubblicato il 3 mar 2016
L’indignazione sollevata dal decreto del governo sui mutui ha ottenuto il risultato di modificarne alcune parti, smentendo di fatto la motivazione per cui il provvedimento sarebbe stato obbligato dal recepimento della direttiva UE.
Andrà visto il testo ma l’allungamento da 7 a 18 rate di mutuo non pagato prima che le banche possano entrare in possesso delle case e l’eliminazione della possibilità di inserire la clausola per i mutui già stipulati, se confermate, sono frutto del clamore e del contrasto al provvedimento vergognoso che il governo si disponeva ad applicare.
Resta tuttavia il potere di ricatto della banca per la possibilità di inserire alla stipula del mutuo la clausola in una situazione in cui è evidente l’asimmetria di poteri tra le banche e i cittadini, con l’eliminazione del ruolo di garanzia dei tribunali. Un pasticciaccio in cui il governo fa una parziale retromarcia e su cui è necessario che si mantenga la massima attenzione e iniziativa

Aggiorniamo la situazione sugli incentivi statali alle centrali geotermiche amiatine alla fine 2015, con qualche riflessione sulla situazione occupazionale dell’Amiata.
Ricapitoliamo i tipi di incentivi statali per la produzione di energia elettrica mediante fonte geotermica:
1)Certificati verdi per le centrali costruite fino al 2012 (nel nostro caso PC3-PC4-PC5 e Bagnore 3).
2)Tariffe incentivanti definite dal D.M. 6 luglio 2012 per le nuove centrali (nel nostro caso Bagnore 4).
Gli incentivi sono erogati in base alla produzione di energia elettrica di queste centrali; il loro valore viene definito di anno in anno secondo parametri che fanno riferimento al prezzo medio di cessione dell’energia elettrica.
I certificati verdi (CV) sono erogati per la produzione di 1 MWh di energia elettrica; il prezzo di ritiro, definito dall’Autorità per l’energia elettrica e il gas, è stato di 89,28 €/CV per il 2013, di 97,42 €/CV per il 2014 e di 100,08 €/CV per il 2015.
Le tariffe incentivanti hanno un meccanismo di calcolo diverso dai certificati verdi (vedi D.M. 6 luglio 2012); per quanto riguarda Bagnore 4, secondo i dati del 2015, l’incentivo è pari a 48,31 €/MWh.

Vediamo di calcolare quanti incentivi statali, (scaricati sulle bollette dei cittadini), sono stati erogati nel 2013, nel 2014 e nel 2015 alle centrali Enel dell’Amiata.
La produzione di energia elettrica delle centrali amiatine, secondo dati Enel, è stata nel 2013 di 521GWh, per l’anno 2014 la produzione è stata 661 GWh . Nel 2015 si devono aggiungere i 300 GWh prodotti dalla nuova centrale Bagnore 4.

Anno 2013
Produzione: 521 GWh (PC3, PC4,PC5 e Bagnore 3)
Incentivi (Certificati verdi): 521.000 MWh x 89,28 €/CV = 46.514.880 €

Anno 2014
Produzione : 661 GWh (PC3, PC4,PC5 e Bagnore 3)
Incentivi (Certificati verdi): 661.000 MWh x 97,42 €/CV = 64.394.620 €

Anno 2015
Produzione : 663 GWh (PC3, PC4,PC5 e Bagnore 3) + 300GWh (Bagnore 4)
Incentivi (Certificati verdi): 663.000 MWh x 100,08 €/CV = 66.353.040 €
Incentivi (Tariffa incentivante): 300.000 MWh x 48,31 €/MWh = 14.493.000 €

Quindi l’Enel ha incassato come incentivi statali più di 46,5 milioni di € nel 2013, circa 64,4 milioni di € per il 2014 e 80,8 milioni di € nel 2015.
Praticamente in 3 (tre!)anni ENEL “Green Power”, con i soli incentivi statali della geotermia si è più che ripagata la centrale Bagnore 4, che è costata circa 130 milioni di €.

Oltre a questi incentivi annuali ci sono gli incassi derivanti dalla vendita dell’energia elettrica prodotta; il prezzo di vendita è variabile e, con buona approssimazione, può essere compreso nella fascia tra 50 e 65 €/MWh.
Una prima considerazione che si può fare è quanti salari annuali, con attività produttive più rispettose del territorio amiatino, si sarebbero potuti garantire con questi incentivi statali.Ipotizzando un costo lordo annuale di 40.000 € per ogni posto di lavoro si sarebbero potuti garantire 1163 occupati nel 2013 , 1610 occupati nel 2014 e 2021 occupati nel 2015. Altro che qualche decina di occupati all’Enel!!
Mentre l’Amiata si dibatte in una crisi occupazionale drammatica, i nostri amministratori si baloccano con la piscina geotermica gentilmente promessa dall’Enel e la piccola riduzione del prezzo dell’energia a qualche azienda, il tutto però a carico delle bollette elettriche pagate da tutte le famiglie italiane: il costo degli incentivi rappresenta circa 24% delle tariffe elettriche. Per le famiglie dell’Amiata oltre al danno economico vi è la beffa delle emissioni di Ammoniaca, Mercurio, Acido Solfidrico, Arsenico, Boro, Metano, Radon, ecc. che devono sorbirsi quotidianamente dalle torri di raffreddamento delle centrali amiatine.
Circolo PRC “Raniero Amarugi” di S.Fiora /Amiata
Santa Fiora, 1 marzo 2016

Rifugiati, Ferrero: «Governo finanzi subito corridoi umanitari. 1 marzo in piazza per i diritti dei migranti»
Pubblicato il 29 feb 2016
di Paolo Ferrero -

Oggi sono arrivate in Italia dalla Siria decine di persone attraverso un corridoio umanitario realizzato anche grazie alla cooperazione delle comunità valdesi. Questo progetto pilota dimostra che i corridoi umanitari per le persone che fuggono dalla guerra sono possibili e che le chiese e le associazioni riescono là dove falliscono i governi. Vergognoso che nelle stesse ore lo “spettacolo” di Calais e al confine macedone ci consegna un’Europa canaglia che non fa altro che stendere filo spinato e prendersela con i profughi, completando l’azione dell’ISIS. I soldi per fare corridoi umanitari per i profughi ci sono: basterebbe ritirare i militari dall’Afghanistan e smetterla di progettare guerre su tutto il bacino del Mediterraneo. Cosa aspetta il governo Renzi a dar vita ad i corridoi umanitari? Domani, 1 marzo ,in tutta Italia ci saranno mobilitazioni perla giornata internazionale per i diritti dei migranti: Rifondazione aderisce e invita a partecipare, contro questa barbarie non possiamo tacere.

Pubblicato il 28 feb 2016
di Elena Sirianni

Rivolto alle forze progressiste europee: «Contro i muri della vergogna e dell’intolleranza innalziamo il muro dell’umanesimo e della solidarietà»

I nostri Tg lo accennano appena ma in Grecia è emergenza umanitaria. Austria, Macedonia, Slovenia, Serbia, Croazia hanno chiuso le frontiere. Il flusso dei profughi in arrivo dalla Turchia nelle isole greche che finora defluiva dalla Grecia verso i paesi del centro Europa, ora non ha più uno sbocco. Migliaia e migliaia di profughi restano bloccati nelle isole, altre migliaia sono accampati al Pireo e nelle piazze di Atene, altre migliaia ancora stanno risalendo a piedi l’autostrada in direzione nord nella speranza di riuscire comunque a trovare un varco per passare la frontiera, 5.500 sono bloccati ad Idomeni, zona di confine con la Macedonia.Sono uomini, donne, bambini, tanti bambini. Ci sono anziani, donne incinte, invalidi in carrozzella ο trasportati a spalla dai più giovani. La Grecia fa quello che può, ma non è attrezzata per accogliere ed assistere questa enorme marea umana.
Le strutture di accoglienze sono strapiene ed inoltre molti profughi si rifiutano di ricorrervi per non essere registrati e costretti poi a restare in Grecia in base a quanto prevede il trattato di Dublino. Per questo preferiscono proseguire la loro marcia a piedi oppure accamparsi all’aperto. Tutto il paese si sta mobilitando per dare una mano, sindaci, forze dell’ordine, strutture sanitarie, organizzazioni umanitarie, gente comune. I rifugiati hanno bisogno di tutto, nella disperata fuga molti hanno perso o consumato scarpe, vestiti, soldi. Molti si sono ammalati, specialmente anziani e bambini.
I medici che li visitano riferiscono, oltre a stati influenzali e malattie da raffreddamento, anche infezioni alla pelle e problemi agli arti inferiori dovuti alle decine di chilometri percorsi a piedi.
I Greci, dice il primo ministro Alexis Tsipras, stanno salvando la dignità dell’Europa. Il loro slancio generoso ha una valenza ancora più grande se si considera che la Grecia è un paese impoverito e piagato da una profonda crisi economica e quello che offre ai rifugiati proviene dalle sue “privazioni”. Sul web sono stati segnalati però anche alcuni isolati casi di speculazione a danno dei profughi . L’associazione “Iniziativa Antirazzista di Larisas” denuncia che un posto di ristoro nella zona di Tebe e’ arrivato a vendere le bottigliette d’acqua da mezzo litro a 2 euro (in Grecia per legge non possono essere vendute a più di 50 centesimi) e a chiedere 8 euro per l’uso del bagno. Luben TV riferisce che il consigliere regionale della Tessaglia del Partito Ecologista, Nikos Poutsakas, è stato addirittura aggredito dai proprietari del suddetto negozio mentre insieme ad un gruppo di volontari distribuiva acqua e cibo ai profughi. Comunque si tratta di qualche caso isolato, perchè sia le autorità sia i volontari si stanno facendo in quattro per non far mancare ai profughi i beni di prima necessità.
Il notiziario serale dell’ERT ha lanciato ieri l’allarme: l’emergenza umanitaria è gravissima e rischia di diventare incontrollabile se non vengono prese misure immediate dalla Commissione Europea. A Berlino si teme che nei prossimi giorni in Grecia, insieme alla crisi umanitaria, scoppi anche un’emergenza sicurezza.
Il flusso dei profughi dalla Turchia verso la Grecia non si è mai fermato, neanche durante i mesi invernali e le brutte condizioni climatiche. La situazione è però precipitata ed è divenuta emergenza umanitaria da due giorni, dopo la decisione unilaterale dell’Austria e dei paesi balcanici occidentali di chiudere le frontiere. Su iniziativa dell’Austria è stato inoltre convocato un vertice balcanico (a cui sono stati invitati anche paesi extracomunitari) con esclusione della Grecia, colpevole di non controllare adeguatamente le sue frontiere. Dopo le proteste della Grecia e la sua decisione di ritirare l’ambasciatore da Vienna, la ministra degli Esteri austriaca, Johanna Mikl-Leitner (del Partito popolare), ha chiesto di andare ad Atene per spiegare la posizione austriaca in materia di migranti. Richiesta respinta dal governo greco che ha risposto che non ci sarà nessun incontro fra i due paesi finché l’Austria continuerà a prendere misure unilaterali.
La mossa della ministra degli Esteri austriaca ha colto di sorpresa lo stesso presidente dell’Austria, il socialdemocratico Heinz Fischer, che in passato è più volte intervenuto in sostegno della Grecia e per il taglio del suo debito pubblico. Fischer ha dichiarato in televisione di non essere stato informato che dal vertice balcanico era stata esclusa la Grecia. Forse anche questo è da leggere come una conferma di quanto ha affermato ieri Tsipras, che sulle politiche immigratorie (ma anche su altri temi) in Europa ormai c’è uno scontro politico più che fra nazioni.
Per la prima volta sul problema dei rifugiati in Europa è intervenuto anche il Segretario Generale delle Nazioni Unite, Ban Ki-moon, che ha sollecitato l’Austria e i paesi balcanici ad aprire le frontiere e ad agire con responsabilità e solidarietà, sottolineando che stanno contravvenendo alla convenzione internazionale per i rifugiati del 1951.
Da parte della Commissione Europea è intervenuto invece il commissario per l’Immigrazione, Dimitris Avramopoulos che ha detto che “restano solo dieci giorni” per evitare che il sistema Schengen “collassi”.
Il governo greco intanto cerca di rompere l’isolamento in cui di fatto si è trovato il paese dopo la chiusura delle frontiere. Direttamente dal parlamento europeo ieri è giunto ad Atene il capogruppo dell’Alleanza Progressista dei Socialisti e dei Democratici (S&D) al Parlamento Europeo Gianni Pittella che si è recato a visitare il centro di accoglienza di Schistò, alle porte di Atene. Nella conferenza stampa congiunta con il primo ministro Alexis Tsipras, ha espresso solidarietà alla Grecia, riconoscendo gli sforzi enormi che sta facendo e l’impossibilità che possa da sola gestire questa crisi umanitaria. « Ci fa piacere che Polonia , Slovacchia, Ungheria, Cechia facciano parte dell’Unione Europea, ma non è possibile che le regole debbano essere rispettate solo da alcuni membri di questa famiglia. Altrimenti non c’è nessuna famiglia » ha detto Pittella.
Nella stessa conferenza stampa Tsipras ha detto che ci troviamo di fronte al più grande flusso migratorio dopo la fine della seconda guerra mondiale e non è pensabile che il problema riguardi solo i paesi che accolgono i rifugiati. La Grecia ha fatto e farà la sua parte e rispetterà gli impegni presi ma non accetterà le critiche di paesi che finora non hanno accolto un solo rifugiato. Al prossimo incontro di vertice dei paesi UE, previsto per il 7 marzo, la Grecia pretenderà che le responsabilità siano suddivise fra i paesi membri in maniera equa e proporzionale.
Ma anche la Turchia, paese da dove si imbarcano i profughi, dovrà fare la sua parte per intercettare e bloccare la rete dei trafficanti che alimenta i flussi verso la Grecia.
«I profughi vedono un’Europa in preda a una crisi di nervi che chiude le frontiere, una retorica intollerante dalle forze di estrema destra. Per questo è necessario che le forze progressiste europee innalzino il loro muro di fronte ai muri della vergogna che vengono innalzati dalle forze influenzate dalla retorica di estrema destra. Il motivo per cui la retorica estremista di destra trova terreno fertile sono le politiche di austerità adottate negli ultimi anni in Europa che hanno generato povertà ed emarginazione. Oggi più che mai è necessario che l’Europa cambi rotta e perchè questo avvenga bisogna che cambino i rapporti di forza politica. Non è uno scontro fra nazioni, ma uno scontro politico fra le idee, fra forze progressiste e forze della conservazione, fra destra e sinistra…Syriza e le altre forze progressiste europee di ogni provenienza devono iniziare un dialogo politico sulla necessità che l’Europa ritrovi i principi e i valori su cui è stata fondata. E’ necessario che rifondiamo l’Europa sulla base dei principi dell’umanesimo, della democrazia, della solidarietà, della giustizia e della coesione sociale. E naturalmente sulla base della parità fra i paesi membri dell’Unione Europea. Credo profondamente che non può esistere una Europa unita senza il rispetto assoluto delle regole comuni, delle responsabilità comuni e degli impegni comuni. La solidarietà in Europa non può finire perchè iniziano i sondaggi e le consultazioni elettorali. Non può essere un discorso retorico che interrompiamo in prossimità di un importante test elettorale. Le forze progressiste e democrariche hanno solo da perdere nell’adottare le retorica dell’estrema destra nel tentativo di impedire l’avanzata dell’estrema destra. Quando adotti l’agenda della estrema destra gli fai il più grande regalo. Credo che le forze progressiste europee possono ritrovare un passo comune, un terreno comune per un obiettivo comune. Come ho detto prima, dobbiamo ergere muri contro le forze che innalzano muri e dividono l’Europa »
Tsipras ha sottolineato che le iniziative unilaterali e le violazioni del diritto europeo corrodono le fondamenta e le procedure di unificazione.
Ha detto che in questo momento l’Europa deve affrontare contemporaneamnte tre crisi, quella economica, quella dei rifugiati e quella sulla sicurezza. Negli anni passati, quando la crisi da affrontare era solo economica, non si è dimostrata all’altezza. Come spera di riuscire oggi a dare soluzioni se non unendo le forze? «Non andremo avanti se ogni stato membro viene abbandonato a sè stesso. L’Europa avrà futuro solo se si suddividono in modo equo e proporzionale i pesi e le responsabilità nei momenti buoni ma anche in quelli difficili. Quello di oggi è un momento difficile. O lo superiamo tutti insieme o falliamo tutti insieme».

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