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Il Parlamento europeo ha fatto propria la proposta dei movimenti per l’acqua

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Il Manifesto

"Riforma figlia della cultura della fretta, l'intento è l'elezione diretta del premier"
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Alle battute polemiche di Matteo Renzi preferisce non rispondere. “Io replico agli argomenti, non alla propaganda elettorale”. E se il premier dice che “i grandi professori hanno perso anche di fronte al Tar”, l’ex presidente della Corte Costituzionale, Valerio Onida, si limita a ricordare che il ricorso da lui presentato insieme alla professoressa Barbara Randazzo è in realtà un altro. Dietro le schermaglie, il nodo del contendere è in punta di diritto e riguarda il quesito del referendum costituzionale del 4 dicembre. Onida, in realtà, di ricorsi ne ha presentati due: uno al Tar del Lazio (che dovrebbe esaminarlo il 17 novembre), l’altro al tribunale civile di Milano, che dovrebbe decidere il 27 ottobre. La scorsa settimana, però, il Tar ha già bocciato le richieste avanzate da M5s e Sinistra italiana per stoppare il quesito. “Si tratta di due cose diverse”, sottolinea Onida, che critica una riforma "figlia della cultura della fretta e dello scontro", dietro cui si cela l'intento di traghettare il paese verso "l'elezione diretta del premier".

In cosa consiste la differenza e perché pensa che i due ricorsi possano avere esiti diversi?
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Quel ricorso puntava sul fatto che il quesito sia ingannevole. Quello che abbiamo presentato noi, invece, solleva essenzialmente il problema della disomogeneità del quesito stesso, che si riferisce ad oggetti e contenuti multipli e molto diversi tra loro. Questo lo rende lesivo della libertà di voto dell'elettore perché gli viene sottoposta un’unica domanda a cui può rispondere con un Sì o con un No, mentre ad essere oggetto di modifiche costituzionali sono molti aspetti diversi ed eterogenei: per citarne alcuni, la riforma del Senato, i rapporti tra Stato e Regioni, l'elezione del presidente della Repubblica, la disciplina del referendum. In tal modo, come ha detto la Corte costituzionale a proposito del referendum abrogativo, si verrebbero “in sostanza a proporre plebisciti o voti popolari di fiducia, nei confronti di complessive inscindibili scelte politiche dei partiti o dei gruppi organizzati che abbiano assunto e sostenuto le iniziative referendarie”.
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Nel respingere il ricorso di Sinistra italiana e M5S, però, il Tar ha spiegato che c’era un “difetto di giurisdizione”. In pratica che non era di sua competenza. Perché nel suo caso dovrebbe essere diverso?
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Nella sentenza il Tar rinvia la questione alle decisioni adottate o che potrebbero essere adottate dall’ufficio centrale della Cassazione. Ma noi abbiamo fatto ricorso come semplici elettori. Dal momento che non siamo promotori del referendum, non potevamo e non potremmo interloquire direttamente con l’ufficio centrale e chiedere ad esso di sollevare questione di costituzionalità della legge davanti alla Corte costituzionale: che è ciò che noi chiediamo al Tar di fare.
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Torniamo al merito della riforma. Quali sono i punti su cui la ritiene sbagliata?
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Sul Senato la mia tesi è che l’idea di partenza fosse buona ma sia stata realizzata male, perché non si dà luogo a una vera ed efficace rappresentanza delle istituzioni regionali. I senatori sarebbero espressione di un voto proporzionale da parte del consiglio regionale e dunque porterebbero in Senato la voce non della Regione ma dei rispettivi partiti. I sindaci che dovrebbero essere eletti senatori non rappresenterebbero né i Comuni, non essendo scelti da essi, ma dai consigli regionali, né la Regione. Inoltre il nuovo Senato avrebbe funzioni debolissime e avrebbe poca possibilità di incidere proprio sulla legislazione che interessa di più le Regioni, in ordine alla quale invece avrebbe dovuto avere una funzione rilevante.
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Non è positiva la fine del bicameralismo perfetto?
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Che la doppia fiducia al Governo sia inutile e ripetitiva è vero. Non è vero invece che il bicameralismo sia responsabile di un procedimento legislativo troppo lungo e complicato. Qui è la diagnosi ad essere sbagliata. Il problema dell’Italia è che si approvano troppe leggi, fatte spesso troppo in fretta e male. I ritardi, quando ci sono, sono dovuti a fattori politici, non costituzionali e procedimentali. Il punto più critico di questa riforma è poi nel rapporto tra Stato e Regioni.
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Perché?

.La scelta sbagliata sta nell’aver voluto rovesciare l’impostazione del 2001 e di aver voluto trasferire alla competenza esclusiva dello Stato non solo quelle due o tre materie che sono di indubbio carattere nazionale come le grandi infrastrutture di trasporto o energetiche, ma tutte le materie tipicamente di interesse regionale, come sanità, assistenza o governo del territorio, sostenendo che le Regioni intralciano e creano incertezze e conflitti. Questi nascono più spesso dalla pretesa dello Stato di legiferare su tutto fin nei minimi particolari. Abolire le competenze legislative “concorrenti”, in cui lo Stato detta i principi, la Regione legifera nel dettaglio, è un errore. E’ un ritorno al centralismo, un enorme passo indietro. Senza dire della clamorosa contraddizione per cui le nuove norme sulle Regioni non varrebbero per le Regioni a statuto speciale, per le quali si rimanda agli statuti da rivedere in un futuro indeterminato.
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Una delle obiezioni più frequenti contro questa riforma è il problema del famoso “combinato disposto” con la legge elettorale. Lei pensa che invece i due temi vadano scissi?
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Questa riforma non va bene di per sé, per le motivazioni che ho accennato. Tra essa e la legge elettorale il nesso non è tecnico-giuridico, visto che parliamo di una revisione costituzionale e di una legge ordinaria distinta dalla prima. Tuttavia, il nesso è nell’ispirazione che c’è dietro: la cultura della fretta - dove la parola d’ordine non è fare meglio, ma ‘semplificare’ ad ogni costo, anche dove questa esigenza non c’è - la cultura dello scontro, per cui il Parlamento viene visto come un luogo in cui si perde tempo o in cui una maggioranza monocolore ed una opposizione dai molti volti si limitano a scontrarsi, mentre le decisioni politiche devono essere prese dall’esecutivo, o meglio dal premier e dai suoi collaboratori. L’intento è quello di arrivare sostanzialmente all’elezione diretta del premier: si prevede infatti, nella legge elettorale, che debba vincere un solo partito ottenendo la maggioranza assoluta, quale che sia il livello di partenza del suo consenso, e che presentando la sua lista il partito debba indicare nome e cognome del ‘capo della forza politica’, destinato quindi, in caso di vittoria, ad essere presidente del Consiglio. In pratica, è una elezione diretta del premier introdotta in maniera surrettizia.
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Renzi non rinuncia a mandare frecciatine ai “professori”, da ultima, proprio quella sul ricorso bocciato dal Tar. Cosa gli risponde?
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Io rispondo agli argomenti, non alle polemiche, non mi interessano. Quella è solo propaganda elettorale. Peraltro, constato che nella propaganda del Sì molti argomenti sono quelli dell’antipolitica. Come ‘tagliare le poltrone’, ridurre i ‘costi della politica’. Il numero dei componenti delle assemblee elettive non si stabilisce in base al costo, ma in base a criteri di rappresentatività e di efficienza. Se poi si vuole parlare della misura delle indennità, questa non è materia costituzionale, ma delle leggi relative. Le si modifichino: la riforma non riduce il numero dei deputati, e non dice nulla sulla misura delle loro indennità.
Intervista
da L'Huffington Post |
Di Barbara Acquaviti
24.10.2016

Riforma del lavoro. Dati Inps, i risultati della cancellazione dell’articolo 18 da gennaio ad agosto 2016: +28 % licenziamenti «disciplinari» (per giusta causa e giustificato motivo). Prosegue il calo assunzioni stabili: -33 %. Boom dei voucher: +36%
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da il Manifesto
Roberto Ciccarelli
del 19.10.2016

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Il Jobs Act è scoppiato come una bolla di sapone. Secondo i dati di agosto pubblicati ieri dall’Osservatorio sul precariato dell’Inps, la bandiera che il governo Renzi sventola nei consessi internazionali per dimostrare che le riforme in Italia sono «impressionanti» (il copyright è della cancelliera Merkel che lo disse già a Monti) serve in realtà a coprire questa situazione: il mercato del lavoro è stagnante, anzi le attivazioni e le cessazioni dei contratti diminuiscono; crollano del 33% i rapporti di lavoro a tempo indeterminato con il contratto «a tutele crescenti», dove l’unica cosa che cresce è la libertà di licenziare i lavoratori.

I licenziamenti sono aumentati tra gennaio e agosto 2016. Quelli sui contratti a tempo indeterminato sono passati da 290.656 del 2015 a 304.437 (+4,7%). Sono cresciuti soprattutto i licenziamenti individuali per ragioni disciplinari sui quali è intervenuto il Jobs act eliminando la possibilità di reintegra sul posto di lavoro in caso di licenziamento ingiustificato dei nuovi assunti dal 7 marzo 2015, data di entrata in vigore della riforma. In otto mesi i licenziamenti per giusta causa e giustificato motivo soggettivo sono passati da 36.048 a 46.255 con un aumento del 28%. Nello stesso periodo le dimissioni sui contratti a tempo indeterminato, sono passate da 599.248 a 510.267 con un calo del 14,8%.

Per il presidente dell’Inps Tito Boeri questa crescita dei licenziamenti rispetto al 2015 «è agli stessi livelli del 2014». «Dicono che il Jobs act ha aumentato i licenziamenti – ha precisato – ma le tutele crescenti c’erano già nel 2015». «Si cominciano a vedere gli effetti concreti dell’aver abolito la tutela nei confronti del licenziamento, con particolare riferimento a quelli individuali o disciplinari – ha detto invece il segretario generale della Cgil, Susanna Camusso – in mancanza di tutele nei confronti dei licenziamenti e in mancanza di ammortizzatori sociali, le nostre preoccupazioni si stanno dimostrando più che fondate». «dovremo gestire questi licenziati in più proprio a causa della riduzione delle tutele generata dal Jobs Act – ha aggiunto Carmelo Barbagallo (Uil).Qual è la soluzione per queste altre persone che, ora, si ritrovano senza occupazione?». Una domanda, al momento, senza risposta.

I numeri dimostrano che il Jobs Act non ha scalfito la struttura del mercato del lavoro fondato sul contratto a breve e brevissimo termine e, oggi, su un’alluvione di voucher. Questo è il risultato dell’ulteriore liberalizzazione dei «buoni lavoro» che si comprano in tabaccheria voluta dal governo Renzi. Ad agosto ne sono stati venduti 96,6 milioni in più, il 35,9% in più rispetto ai primi otto mesi del 2015. La regione che ha registrato il maggior aumento di ticket-lavoro è la Campania (+55,6%), seguita dalla Sicilia (+50,7%).

*** Il girone infernale del popolo dei voucher

Questa ondata di ticket influisce sui dati complessivi dell’occupazione e si riverbera sulla crescita che il governo continua a rivendicare. Questa crescita trainata dagli over 50 obbligati a restare al lavoro dalla legge Fornero. Tra queste persone si registra l’aumento maggiore dell’occupazione dovuta a una quota più alta di trasformazioni dei contratti precari nel nuovo a «tutele crescenti». Ne sono esclusi i giovani e gli under 49.

Il nuovo monitoraggio dell’Inps conferma inoltre il legame tra i fondi pubblici erogati alle imprese per la decontribuzione sui neoassunti con il «contratto a tutele crescenti»: tra i 14 e i 22 miliardi in tre anni e l’aumento relativo dell’occupazione. Erano oltre 8 mila euro nel primo anno del Jobs Act, ora sono a poco più di 3 mila euro, e sono destinati a scomparire, a parte alcuni incentivi mirati per le assunzioni a Sud.

Le statistiche registrano un crollo clamoroso degli assunti con questa formula. L’andamento era già evidente da un anno al punto che lo stesso governo sembra, oggi, avere rinunciato a rifinanziare i costosissimi sgravi. La droga degli incentivi non ha tuttavia risolto uno dei problemi che gli ideatori del Jobs Act speravano di avere risolto: il costo del lavoro per i contratti a tempo indeterminato. Invece di tagliarlo effettivamente, il governo ha abbassato i salari e dato incentivi alle imprese. È difficile tuttavia assumere qualcuno quando non esiste una domanda e non si sa bene cosa produrre. Chi ha concepito questa strategia ha ignorato un problema fondamentale. I fondi generosamente elargiti sarebbe stato più utile investirli in un reddito minimo, ad esempio. Le perdite sono pubbliche. I guadagni sono dei privati.

Pubblicato
il 14 ott 2016

Paolo Ferrero, segretario nazionale di Rifondazione Comunista – Sinistra Europea, dichiara:
«L’invio di soldati italiani in Lettonia è una pura, gravissima provocazione. I ministri Gentiloni e Pinotti sono due irresponsabili che, con questa decisione, riaprono il peggio della guerra fredda.
Quando Gentiloni dichiara che non si tratta di un’aggressione mente sapendo di mentire. Se Putin schierasse l’esercito al confine tra Usa e Messico cosa direbbe Obama, quale sarebbe la reazione degli Stati Uniti?
Chiediamo che il governo italiano ritiri questo suo impegno e non invii alcun contingente, l’Italia non partecipi a operazioni Nato che hanno come unico obiettivo quello di ricostruire la cortina di ferro e l’odio tra Russia ed Europa.
Sono dei criminali, il governo italiano è supino ai voleri della Nato»
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Vincenzo Vita
12.10.2016
da il Manifesto

Ri-Mediamo. Venti passaggi al giorno per sette giorni (per ora) fanno circa due milioni di euro, se parlassimo di spot pubblicitari. E in verità ne stiamo parlando, perché la comunicazione cosiddetta istituzionale del governo sul referendum è un’inserzione commerciale pura e semplice. E ha inondato le reti della Rai sotto specie di comunicazione di utilità sociale

Venti passaggi al giorno per sette giorni (per ora) fanno circa due milioni di euro, se parlassimo di spot pubblicitari. E in verità ne stiamo parlando, perché la comunicazione cosiddetta istituzionale del governo sul referendum è un’inserzione commerciale pura e semplice. E ha inondato le reti della Rai sotto specie di comunicazione di utilità sociale, secondo la dizione prevista dalla legge. Quest’ultima è bellamente aggirata, per trarre vantaggio dalla bulimia propagandistica. Tra l’altro, se fossero spot, questi che tratteggiano estasiati il quesito furbamente apposto in testa alla legge di revisione della Carta, sarebbero bloccati dal codice di autosciplina : scorretti e ingannevoli. Si chiuda simile pagina indecorosa, sintomo se mai delle difficoltà del fronte del sì, se ricorre a tali pratiche mendaci.

Si tratta di una delle mosse spericolate per tentare di vincere domenica 4 dicembre, quando Renzi ha convocato il plebiscito su di sé. Malgrado i tentativi di attenuare la prima indicazione a la De Gaulle, il voto referendario ha mantenuto il tono e la cifra iniziali, che poco pagano in termini di consenso reale, almeno stando ai sondaggi. Di qui l’abbuffata mediatica.

La presenza del Presidente del consiglio a ciclo continuo è impressionante e non ha precedenti, neppure nel e del periodo berlusconiano. Da ultimo, le partecipazioni a Politics e, soprattutto, all'Arena di Giletti. È bene ricordare che la legge sulla par condicio è in vigore, essendo andata in Gazzetta ufficiale on line la decisione della data già lo scorso 27 settembre. Tanto è vero che in questi giorni sia l’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni sia la Commissione parlamentare di vigilanza hanno varato i rispettivi regolamenti, con un certo ritardo.

Infatti, le regole generali valgono dal momento della convocazione dei comizi elettorali, mentre nell'ultimo mese si applicano le norme sulla rigorosa presenza dei diversi soggetti nei confronti e nelle tribune. L’apparizione sulle onde herziane è, però, strutturata prima, dalla pubblicazione della data. E uno dei tratti dello spirito della legge riguarda proprio le presenze dei rappresentanti istituzionali nelle trasmissioni – contenitore, dove è lecita solo se è inerente alla mera attività ufficiale. Senza uscire dal seminato o sfociare anche indirettamente nella sfera elettorale. Insomma, perché Renzi è andato da Giletti? Tra l’altro, il servizio pubblico ha obblighi specifici, che richiedono una particolare sensibilità.

Se non viene chiarita la questione, è fin troppo facile prevedere l’invasione barbarica delle reti e delle testate fino al 4 novembre. Sarebbe come giocare una partita ad armi clamorosamente impari e con regole stabilite in via di fatto da uno dei due contendenti.

Si apre, dunque, una fase di estrema delicatezza, che farà precedente laddove si verificheranno altri casi di referendum oppositivo o confermativo che dir si voglia.

I regolamenti approvati sono meglio di niente, ma eludono la necessità di rendere neutra la comunicazione di pubblica utilità e sono troppo conservativi nella previsione dei soggetti aventi diritto a partecipare agli spazi. Una logica troppo partitica, quando il referendum è il regno di comitati e associazioni mobilitati su uno specifico obiettivo. Ancora una volta è prevalsa l’impostazione classica e meno creativa, copia conforme dei testi sulle scadenze politiche e amministrative.

La legge 249 del 1997 ha attribuito all’Agcom compiti rilevantissimi, a cominciare dalla pubblicazione tempestiva e ravvicinata dei rilevamenti quantitativi sulle due parti. Il Comitato del no si è organizzato autonomamente. A pensar male.

Roberto Ciccarelli
dal Il Manifesto
09.10.2016

Due mondi distanti e in conflitto sul Jobs Act, la legge di bilancio e, entro certi termini, sul referendum costituzionale del 4 dicembre. Ieri, la seconda giornata della Biennale dell’economia cooperativa a Bologna, lo scontro a distanza tra la segretaria generale della Cgil Susanna Camusso e l’ex presidente di Legacoop e Alleanza delle cooperative, ora ministro del lavoro, Giuliano Poletti si è acceso sul Jobs Act. Come sempre a dividere sono i numeri della riforma sulla quale Renzi ha puntato per farsi accreditare come interlocutore da Bruxelles. La Cgil fa un’analisi realistica e precisa dei magri risultati governativi. Poletti ripropone la logica aritmetica del male minore: meglio pochi posti di lavoro che nulla in una crisi che ha imposto due leggi: quella della crescita «anemica» e quella della crescita senza occupazione fissa.
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L’INTERPRETAZIONE DEI NUMERI rinvia a un problema molto sostanzioso: il governo ha affidato «18 miliardi di euro» pubblici in tre anni alle imprese « per poter permettere al presidente del Consiglio di dire che ha qualche centinaia di migliaia di occupati in più. Se facciamo due conti, una spesa straordinaria con un risultato minimo – sostiene Camusso – Con tutto il rispetto per le persone, riguarda prevalentemente la fascia degli over 50. Non ha cambiato significativamente la condizione dei giovani. A una parte dei giovani, anzi, l’ha peggiorata: sono passati dall’avere dei rapporti atipici a essere» pagati «a voucher, cioè all’inseguimento di un buono del tabaccaio. Sul piano generale, i dati del nostro Paese si muovono sullo zero virgola qualcosa». Sui voucher «ci muoviamo sull’aumento del 100% ogni anno».
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L’ATTACCO AL GOVERNO non si ferma qui, a riprova che il clima generale – che vedrà molti segmenti della sinistra e dei sindacati di base in piazza – si sta surriscaldando. Camusso ritiene insufficiente un tavolo «specifico» sulle pensioni di cui tra l’altro non condivide la principale proposta: la pensione con il mutuo – l’Ape. Nemmeno sulla legge di bilancio Corso Italia fa sconti: «Mi pare di capire che la sua nuova filosofia sarà la riduzione del costo del lavoro – ha aggiunto Camusso – Il vero crollo, però, non è stato l’aumento del costo del lavoro ma la diminuzione degli investimenti sia pubblici che privati. Continuano a ripetere la ricetta dell’austerità, quella che pensa che basti ridurre i costi, poi salari, poi i diritti dei lavoratori». Interrogata sul referendum Camusso ha escluso un legame con l’economia – al contrario di quanto va dicendo il ministro Padoan – e ha ribadito che la Cgil non aderirà a nessun comitato. In compenso ha ricordato il suo documento per il «No», non proprio un messaggio conciliante per il governo. «Se vincesse il No al referendum – ha detto – non ci sarà l’invasione delle cavallette».
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POLETTI SI È DIFESO con il vangelo di circostanza usato dall'esecutivo: da quando è in carica ci sono 585 mila occupati in più, cifra ben più alta degli occupati registrati da quando il Jobs Act è entrato in vigore il 7 marzo 2015: «Sono un risultato importante non fosse altro perché ne abbiamo persi un milione negli anni precedenti: piccolo o grande è una misura per ognuno di noi relativa» ha detto Poletti. Il ragionamento attribuisce al Jobs Act un ruolo più ampio di quello che ha avuto: la quota dei neoassunti con il «contratto a tutele crescenti» è una piccola percentuale in un oceano di contratti a termine e lavori occasionali. Tra l’altro, trascura i saldi tra i contratti, la tipologia dell’occupazione, oltre al fatto che il totale dei nuovi occupati è inferiore al 2014, quando il Jobs Act non c’era.
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SUI VOUCHER Poletti si è limitato ad affermare che «il problema lo abbiamo affrontato con una norma che obbliga alla tracciabilità. Se risolverà il problema saremo felici se è, invece, non lo risolverà siamo pronti a mettere le mani su questa vicenda». Il piccolo cabotaggio di governo non rassicurerà la maggioranza del milione e 380 mila percettori dei buoni lavoro nel 2015 che opera in nero e, solo in parte, viene pagata con i voucher. Il governo pensa di sconfiggere il mostro che ha contribuito a creare con un Sms dei committenti.

Secondo il rapporto Migrantes l'anno scorso si sono trasferiti all'estero oltre 100mila connazionali. L'incremento di emigranti è del 3,7 per cento
Il rapporto Migrantes ci dice che aumentano gli italiani che espatriano e che più di un terzo delle persone che se ne sono andate dall’Italia nel 2015 è composto da giovani. Con ogni evidenza l’Italia di Renzi non è un paese per i giovani che infatti sono costretti a fuggire per cercare una opportunità. Dopo Berlusconi, Monti e Letta, Renzi sta continuando nell’opera di distruzione del paese per questo diciamo al premier: Renzi vattene anche tu, invece di continuare a fare danni con il sorriso sulle labbra!
Paolo Ferrero, segretario nazionale di Rifondazione Comunista – Sinistra Europea, dichiara:
«I poveri in Italia sono in crescita esponenziale a causa delle misure politiche degli ultimi governi e oggi ammontano a 4,6 milioni di persone: è quanto emerge dal rapporto della Caritas italiana presentato oggi. Di fronte a dati del genere, occorre istituire subito il reddito minimo per i disoccupati, in modo da aiutare chi è in gravi difficoltà economiche. I soldi per finanziare questa misura ci sono, basta prenderli dalle tasche dei ricchi, facendo una tassa patrimoniale sulle grandi ricchezze. In una condizione in cui 4,6 milioni di persone non hanno da mangiare è vergognoso che il governo non faccia nulla per redistribuire i soldi dai ricchi verso i poveri. Questo governo si sta assumendo la responsabilità di non fare nulla contro questa situazione vergognosa, ma anzi di peggiorarla con misure come il jobs act e il mantenimento della riforma Fornero».
ROMA - Anche per i millennials arriva l'ora di emigrare dall'Italia. Nei dati del rapporto 'Italiani nel mondo 2016' redatto dalla Fondazione Migrantes e presentato oggi, fanno irruzione i giovani che erano appena nati o adolescenti allo scoccare del Duemila. Oggi che hanno tra i 18 e i 32 anni si trovano protagonisti dei nuovi flussi migratori. Ma a differenza della generazione precedente rivendicano che non è una fuga ma "una scelta per coltivare ambizioni e nutrire curiosità".

Di certo, la fascia anagrafica che va tra la maggiore età e i 34 anni è quella che è più soggetta all'emigrazione. Raccoglie infatti oltre un terzo degli italiani residenti all'estero ed è quella in cui si registra il picco di partenze anche nel 2015. E a seguire, nella graduatoria di chi è emigrato nell'ultimo anno, c'è la fascia appena superiore, che arriva ai 49 anni: sommandole, si scopre che le persone maggiorenni con meno di 50 anni costituiscono la metà degli italiani che hanno portato la residenza oltre confine da gennaio a dicembre 2015. “Il grave problema dell'Italia di oggi è proprio l'incapacità di evitare il depauperamento dei giovani e più preparati a favore di altri Paesi”, commenta la Fondazione Migrantes nella premessa del rapporto.

UN ITALIANO SU 12 VIVE ALL'ESTERO - In totale, il conteggio dei connazionali residenti all'estero ha raggiunto al 31 dicembre 2015 quota 4.811.163 (in dieci anni la mobilità italiana è aumentata del 54,9%), un dato che rispetto all'anno precedente è più alto del 3,7 per cento. Significa che poco più di un italiano su 12 è emigrato. E il 50 per cento di questa diaspora ha origini meridionali: ci sono comuni come Licata e Favara, entrambi in Sicilia, nei quali più del 40 per cento dei cittadini è ormai residente all'estero. Nell'ultimo anno, 107.529 italiani hanno lasciato il Paese, diecimila in più rispetto all'anno prima. Aumenta poi la percentuale di chi parte per non tornare: il saldo migratorio tra chi rimpatria e chi parte, che era rimasto quasi costante nel primo decennio del millennio, sta subendo una brusca virata in negativo.

NEL REGNO UNITO PER STUDIARE – Tra le destinazioni predilette dai più giovani c'è il Regno Unito, meta preferita per chi vuole studiare. Ma la terra d'Oltremanica prima della Brexit conservava una capacità attrattiva anche per le altre fasce d'età, attestandosi al terzo posto nel conteggio della crescita annuale e al settimo posto complessivo nella graduatoria degli iscritti all'anagrafe degli italiani residenti all'estero, preceduto da Germania, Svizzera, Francia, Brasile e Belgio. A prevalere è invece l'Argentina, che risulta aver ospitato nel 2015 783mila italiani con un aumento record di ventinovemila unità rispetto all'anno precedente. Impennata alla quale tiene testa solo il Brasile, dove – allargando l'orizzonte temporale – si scopre che in dieci anni gli italiani sono aumentati del 151 per cento arrivando a contare 373mila residenti. E sempre nell'arco di un decennio è imponente anche il dato della Spagna che ha visto aumentare la presenza italica di oltre due volte e mezzo, anche se in termini assoluti si tratta di 143mila cittadini.

In questo senso, però, proprio i millennials segnano una novità: “La loro mobilità – fa rilevare il rapporto Migrantes – è in itinere e può modificarsi continuamente perché non si basa su un progetto migratorio già determinato ma su opportunità lavorative sempre nuove”. I millennials, sottolinea la fondazione che fa capo ai vescovi italiani, “cercano di mettersi alla prova, hanno voglia di nuove e migliori condizioni lavorative, puntano a conoscere e scoprire”. Sono, insomma, la “prima generazione mobile”. E il 43 per cento di loro afferma di considerare questo status come “unica opportunità di realizzazione”.

I DOPPI MIGRANTI – Se i millennials sono l'immagine dell'emigrante single, l'altra faccia nuova dell'emigrazione dall'Italia è costituita dai padri di famiglia che il rapporto Migrantes definisce “doppi migranti”: si tratta di coloro che sono arrivati in Italia da altri Paesi, si sono fermati almeno dieci anni acquisendo la cittadinanza e ora però decidono di partire per cercare fortuna altrove. Si tratta in particolare di persone originarie del Bangladesh. E la loro meta prediletta è ancora il Regno Unito.

06.10.2016

Da il Manifesto
del 06.10.2016
Norma Rangeri

Per vincere il referendum e scongiurare i cattivi presagi di sconfitta forse non basta avere a fianco il grande Roberto Benigni rapidamente convertito al Sì renziano.

Le sonore smentite venute dai guardiani dell’austerità (dal Fmi, all'Ocse, al nostro ufficio parlamentare di bilancio) e il dietrofront del Financial Times indicano un cambio di umore e forse anche di cavallo della finanza internazionale rispetto al governo italiano. Del resto anche sulle colonne dei giornaloni i cori di osanna all'uomo nuovo della politica italiana stanno ripiegando su toni più bassi e assai più accorti via via che l’esito referendario del 4 dicembre si fa più incerto.

Ieri, in senato, il gruppo di Verdini ha salvato la maggioranza perché grazie ai suoi voti è stato approvato il rendiconto del bilancio 2015 e l’assestamento di quello del 2016. Un altro pronto soccorso a salvaguardia dell’amico premier (a buon rendere). Ma nonostante il soccorrevole Verdini, la barca non va.

I dieci miliardi finiti nella pioggia elettorale degli 80 euro, circa il doppio messi sugli sgravi fiscali alle imprese per il jobs act, i 2 previsti per i pensionati nella prossima legge di bilancio non producono i risultati sperati. Il paese arranca e il ministro Padoan ha dovuto sparare quell'1% di crescita che gli ha fatto guadagnare la poco commendevole qualifica di scarsa affidabilità spingendolo in difesa «i mie dati non sono una scommessa».

Anche per questi spifferi fastidiosi che cominciano a soffiare su Palazzo Chigi e dintorni è obbligatorio per il presidente del consiglio vincere il referendum e tornare saldamente in sella a quel partito unico e trasversale che con la riforma costituzionale e la nuova legge elettorale dovrebbe blindare questa e la prossima legislatura.

Per riuscire nell'impresa Renzi non bada a spese. E’ vero che avere molti soldi non sempre fa vincere le elezioni. Per dire, la sindaca Appendino ha usato meno di 100mila euro per la campagna elettorale, contro i milioni di Fassino, eppure ha conquistato la città di Torino.
Rovesciare tre milioni di euro, di cui circa 400mila nelle tasche del guru americano del porta a porta, non è detto che equivalga a firmare l’assicurazione sulla vittoria referendaria ma è sicuro che questo fiume di denaro darà potenza alla propaganda governativa consentendole di raggiungere la grande platea degli indecisi.

E certo non è indifferente avere a fianco un testimonial del Sì come Roberto Benigni anche se la sua audience non è più quella di una volta quando prendeva in giro Berlusconi e decantava la “Costituzione più bella del mondo”. Adesso l’irriverente folletto fa una acrobatica capriola e si associa alla campagna per il Sì alla rottamazione di un bel pezzo della Carta, con qualche difficoltà a risultare credibile proprio per averci convinto ad amarla e a difenderla. Oltretutto l’impressione è che nella guerra dei comici, il favore del pubblico del piccolo schermo sia più dalla parte del popolare Maurizio Crozza che dalla sua. Anche perché mentre Benigni prende a prestito un brutto slogan di altri («Se vince il No è peggio della Brexit»), cercando in qualche modo di giustificarsi («Nella riforma c’è qualcosa da rivedere…»), Crozza ne ha appena sfornato uno assi più brillante e divertente: «Sulla riforma di Renzi il paese è diviso a metà tra chi voterà Sì e chi l’ha capita».
L'immagine sottostante dice tutto

Da il Manifesto
del 04.10.2016
di Rachele Gonnelli

Sciopero generale delle donne, domani in Polonia, quasi una prima assoluta: perché l’astensione tanto i compiti di riproduzione, quanto quelli di produzione. Non porteranno i bambini a scuola, non faranno la spesa, non caricheranno lavatrici, l’indicazione è: «state con i vostri figli, donate il sangue, fatevi portare il caffè a letto». Una protesta simile fu tentata nel 1975 nella lontana e progredita Islanda, e paralizzò il paese dei geyser. Ora ci proveranno le polacche, come estrema forma di rivolta dopo che ieri- e già una settimana fa – sono scese in piazza in massa, vestite di nero, a Varsavia, sempre per protestare contro la proposta di legge oscurantista sull'aborto che proprio domani dovrebbe andare in discussione in Parlamento.

La legge polacca, risultato di un compromesso tra Chiesa e Stato risalente al 1993, vieta l’interruzione volontaria di gravidanza, eccetto che in caso di stupro, incesto, gravissime malformazioni del feto e seri rischi per la vita della madre entro la 12esima settimana di gestazione.

La proposta depositata nella primavera scorsa in Parlamento su iniziativa del movimento fondamentalista cattolico pro-life Ordo Iuris con l’appoggio delle forze della destra mira a stralciare anche queste poche eccezioni, portando il divieto in un assoluto cosmico degno della gnosi trascendentale, comunque in uno spazio non abitato da corpi. Una proposta di legge concorrente in direzione di una regolamentazione meno restrittiva è stata boicottata, mentre questa oltranzista prosegue il suo iter.

E così le donne hanno deciso di indossare abiti da guerriere punk, a cominciare dal video che ha iniziato a circolare sui social nell'aprile scorso realizzato dalla attivista Angela Cekin. Perciò l'hashtag della protesta davanti al Parlamento è Black Protest e sempre perciò le decine di migliaia di partecipanti, così come le attrici e opinioniste che sono comparse nei talk show in tv, erano vestite di nero.

Dai filmati della televisione Tvn24, la piazza di Varsavia che ospitava la manifestazione di ieri era stracolma di gente, in maggioranza donne di tutte le età. «Vogliamo amare, non morire», «Stop ai fanatici della destra», «Ogni donna deve avere il diritto di scegliere», alcuni degli slogan scritti sui cartelli. O anche: «Girls just have rights». «Il Pis (il partito conservatore Diritto e giustizia del leader Jaroslaw Kaczynski che detiene la maggioranza assoluta in Parlamento, ndr) tiene in poco conto le opinioni dei cittadini. Questi fanatici devono essere fermati», ha gridato al microfono Barbara Nowacka, del gruppo di organizzatori della manifestazione, «Iniziativa polacca», come si leggeva sullo striscione su fondo rosso che campeggiava sul palco.

La battaglia dei numeri sulla partecipazione è intanto più surreale del solito. Secondo il portavoce della polizia di Varsavia le manifestanti in piazza ieri non erano più di 5 mila, addirittura 3 mila a sentire il portavoce del municipio. Mentre dalle panoramiche aeree sembra più probabile che questi numeri debbano moltiplicarsi almeno per dieci. E comunque la proposta di legge di iniziativa popolare «Save Women» – che poi è stata insabbiata al Sejm, la Camera bassa – aveva raccolto oltre 250 mila firme.

Il numero degli aborti legali in Polonia finora ha oscillato, in base alla legge del ’93, tra i 600 e i mille all'anno, una delle cifre più basse d’Europa. Ma le organizzazioni femministe stimano gli aborti effettivamente praticati dalle donne polacche tra i 100 e i 150 mila l’anno: praticati o clandestinamente in patria o privatamente all’estero, specialmente in cliniche slovacche, ceche, austriache e tedesche.

Nella legge proposta da Ordo Iuris, e che i conservatori minacciano di approvare, per aver abortito una donna rischia fino a cinque anni di detenzione.

Lo scorso giugno per far arrivare pillole abortive in Polonia le attiviste estere hanno utilizzato persino un drone. Ora una ong olandese si dice pronta a inviare una nave-clinica a largo di Danzica.

In un opuscolo del governo per attrarre gli investimenti esteri il Ministero dello Sviluppo Economico “confessa” il vero effetto di vent'anni di riforme del lavoro: salari bassi e che crescono meno della media europea.

“Se Scalfarotto fosse stato leader del movimento di liberazione dei neri invece di quello LGBT, oggi sarebbero ancora a raccogliere il cotone, ma con l'iPhone”.

Questa battuta di qualche tempo fa raccoglieva l'efficacia del politico PD nel promuovere e difendere i diritti della comunità di cui si era fatto in qualche modo portavoce all'interno delle istituzioni, durante la discussione sui matrimoni omosessuali che con gran squilli di trombe diventò la simbolica Unione Civile, con molta soddisfazione di Scalfarotto che definiva la legge l'unica cosa che si potesse fare al momento, e che quindi bisognasse accontentarsi. Forse però la battuta era riduttiva, perché a leggere l'opuscolo pubblicato sul neo-portale www.investinitaly.com si potrebbe pensare che Scalfarotto avrebbe potuto avere una parte ben più attiva nella compravendita di schiavi, esaltando la forza e l'economicità della merce lavoro in vendita.

Se infatti si sfoglia la brochure, dopo il solito elenco di motivi per cui le aziende straniere dovrebbero venire a investire i loro soldi da noi, tra cui le “eccellenze italiane” e gli incentivi fiscali, si arriva alla sezione HUMAN CAPITAL & TALENT, in cui non si esalta tanto l'alta specializzazione dei lavoratori qualificati italiani, ma il loro basso costo, o meglio proprio il rapporto costo/qualità.

“L'Italia offre un livello salariale competitivo (che cresce meno che nel resto della UE) e una forza lavoro altamente qualificata”. Così recita il sottotitolo. Un esempio? “Un ingegnere in Italia guadagna in media un salario annuale di 38.500 €, mentre negli altri paesi europei lo stesso profilo guadagna in media 48.500 € all'anno”. Investitori, guardate qua! I nostri ingegneri costano 10.000 euro all'anno meno di quegli altri!

Ma non è finita: con tanto di grafici vengono presentati altri due dati, che possono apparire esaltanti o deprimenti a seconda che voi siate il Ministro per lo Sviluppo o un giovane laureato in cerca di lavoro: non solo la media dei salari è più bassa, ma cresce anche meno che negli altri paesi (+1,18% dal 2011 al 2014 contro il +1,69% inglese o il +2,32% tedesco), mentre un raffronto fra veri settori mostri che i salari italiani sono più bassi nel Chimico, nel Civile, nell'Elettronico e anche nel Meccanico. “Il costo del lavoro è ben al di sotto di economie simili come la Germania e la Francia” chiude trionfale il capitolo. Poi Renzi fa gli spot per il referendum costituzionale con il bambino che vuole fare “l'inventore” ma non vuole emigrare, come se la ragione del “furto di cervelli” da parte degli Stati centrali della UE (già da tempo abbiamo rifiutato la visione di una spontanea “fuga” visto che come dimostrano anche i dati c'è un disegno criminale per fare sì che i lavoratori più qualificati se ne vadano) sia dato dalla struttura istituzionale piuttosto che da quella del mercato del lavoro.

Al di là dell'effetto comunicativo che può fare storcere il naso anche ad alcuni liberali, perché certe cose è meglio farle ma non dirle, il governo ha ben ragione di festeggiare questo risultato.
Il Jobs Act insieme all'introduzione del sistema di sfruttamento legalizzato dei Voucher si sono inseriti perfettamente in un percorso di smantellamento dei diritti del lavoro e degli stipendi iniziato nel 1997 con il Pacchetto Treu e perfezionato dalle varie leggi Brunetta e Fornero, fino a quelle ultime.
Queste riforme pubblicizzate anche dalla maggior parte dell'informazione nazionale come necessarie per rendere il mondo del lavoro più “dinamico” però finalmente mostrano il loro vero volto. Non erano certo bastati decine e decine di articoli scientifici su tutte le riviste economiche mondiali che dicevano che la liberalizzazione del mondo del lavoro ha come primo obiettivo ed effetto la riduzione del potere contrattuale e quindi dei salari. Ecco, ora lo dice anche il Governo: siamo a tutti gli effetti i più competitivi di tutta Europa. Evviva!

Articolo
di Riccardo Rinaldi
da CONTROPIANO

Pubblicato
il 30 set 2016

Gli ultimi dati Istat confermano il fallimento ormai conclamato del Jobs Act rispetto alla creazione di nuova occupazione, in particolare per quel che riguarda i giovani. Su base annua, da agosto 2015 ad agosto 2016 gli occupati complessivi aumentano di 162mila ma la crescita è integralmente attribuibile alle persone con oltre 50 anni di età. L’aumento di 401mila occupati in questa fascia di età sta insieme alla diminuzione di 74mila occupati nella fascia tra 25 e 34 anni e di 164mila occupati nella fascia tra 35 e 49 anni. Nonostante la gigantesca quantità di risorse regalate alle imprese, i dati sono un disastro con i nuovi occupati che sembrano dipendere assai più dalla controriforma Fornero delle pensioni che dalle politiche del lavoro.
Nel frattempo il Jobs Act ha abbassato micidialmente i diritti delle lavoratrici e dei lavoratori e incrementato solo la precarietà con i voucher, i contratti a termine senza causale e la cancellazione dell’articolo 18 che rende precaria anche l’occupazione “permanente” giacchè i nuovi assunti sono tutti licenziabili.
La sua abrogazione è necessaria e sono di decisiva importanza i referendum sul lavoro promossi dalla CGIL.
http://www.cgil.it/admin_nv47t8g34/wp-content/uploads/2016/03/Referendum...
Paolo Ferrero
segretario nazionale di Rifondazione Comunista – Sinistra Europea

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