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Il Manifesto

Pubblicato il 23 ott 2017

Il documento di Anna Falcone e Tomaso Montanari rilancia con forza il percorso di costruzione di un’alleanza popolare per la democrazia e l’uguaglianza che era partito con l’assemblea del Brancaccio. Abbiamo con convinzione aderito a quel percorso e accolto positivamente l’idea di una lista che unificasse la sinistra sociale e politica e le tante forme di civismo e partecipazione su un programma di attuazione della Costituzione e di netta alternativa al PD le cui politiche da anni sono “indistinguibili da quelle della destra”. Rinnoviamo dunque l’invito a tutte le compagne e i compagni del PRC-SE a partecipare attivamente e a promuovere le assemblee in tutti i territori.

Condividiamo in particolare che sia “chiusa la stagione del centro-sinistra: perché è giunto il tempo di rovesciare il tavolo delle diseguaglianze, non di venirci a patti”. Il centro sinistra in questi anni, a livello italiano come europeo, è stato il protagonista indiscusso dell’attuazione delle politiche liberiste: dai trattati di Maastricht fino al Fiscal Compact passando per guerre e privatizzazioni. Queste politiche non solo hanno favorito i ceti più ricchi e il grande capitale ma aumentato le diseguaglianze e peggiorato nettamente le condizioni di vita e di lavoro delle giovani generazioni e di larghi settori della popolazione. La precarietà dilagante e le decine di migliaia di giovani emigranti sono la sintesi di queste politiche che il centrosinistra e il centrodestra hanno prodotto e condiviso in questo paese. Il governo Monti, con il pareggio di bilancio in Costituzione e la Legge Fornero, spicca come vero e proprio monumento della contiguità di politiche economiche e sociali tra centrodestra e centrosinistra.

Le politiche del centrosinistra però non hanno solo impoverito e reso più ingiusto il nostro paese: hanno deluso speranze, desertificato i processi di partecipazione democratica, svuotato di significato agli occhi di milioni di persone persino la parola sinistra. Il ritornello secondo cui non c’è alternativa alle politiche europee, all’austerità, alle privatizzazioni, alla massimizzazione della concorrenza ed al peggioramento delle condizioni di vita, ha prodotto sconforto e impotenza, ha aperto la strada alla guerra tra i poveri, al razzismo e alla xenofobia. Le leggi elettorali incostituzionali, il tentativo di manomissione della Costituzione e poi lo scippo attuato dal governo Gentiloni e dalla sua maggioranza parlamentare ai danni del popolo italiano, a cui è stato impedito di pronunciarsi attraverso un referendum sui voucher (ma in realtà sulla precarietà), esplicitano una volontà palese di impedire al popolo di esercitare la propria sovranità.

Per questo “serve costruire la Sinistra che ancora non c’è” e “non ci basta più difendere la Costituzione e lo Stato democratico di diritto, vogliamo attuarli e costruire insieme un fronte politico e sociale alternativo al pensiero unico neoliberista e alle riforme dettate e imposte dal capitalismo finanziario a Parlamenti e governi deboli o conniventi”, come scrivono Anna Falcone e Tomaso Montanari.

Per questo la sinistra che vogliamo costruire deve essere fondata su contenuti chiari a partire dallo smantellamento delle misure liberiste che hanno devastato la condizione di esistenza di milioni e milioni di persone.

Il No al fiscal compact, l’eliminazione del pareggio di bilancio dalla Costituzione, la disobbedienza ai trattati europei che sono in palese contrasto con l’attuazione dei principi e degli obiettivi della nostra Costituzione sono elementi centrali e imprescindibili di un programma di alternativa che non sia solo di enunciazione di buone intenzioni. Dentro la camicia di forza che i governi italiani e l’UE hanno contribuito a determinare non è possibile una svolta.

Una lista di sinistra si costruisce intorno a un programma che sia effettivamente di sinistra e che può raccogliere come negli altri paesi europei un grande consenso popolare: la difesa dei diritti di chi lavora a partire dalla reintroduzione dell’articolo 18 e dall’abolizione del Jobs Act e della legge 30, la redistribuzione del reddito a partire dall’aumento della tassazione sulle grandi ricchezze, la redistribuzione del lavoro a partire dall’abolizione della legge Fornero e dal perseguimento di una drastica riduzione di orario (32 ore settimanali), il rilancio della scuola pubblica a partire dall’abrogazione della Buona Scuola e delle tante riforme che, con diverso segno hanno impoverito il sistema scolastico nazionale e dallo stop al finanziamento delle scuole private, lo stop ai tagli alla sanità e allo smantellamento della servizio sanitario nazionale, il contrasto all’impoverimento crescente a partire dall’istituzione di un reddito minimo garantito e dal rilancio del welfare, una politica per il diritto alla casa, la salvaguardia dell’ambiente e dei beni comuni a partire dall’abrogazione dello Sblocca Italia e dallo stop al consumo di suolo e alle grandi opere inutili come la Tav in Val di Susa o il gasdotto Tap, la ri-pubblicizzazione dell’acqua e dei servizi pubblici in attuazione del referendum del 2011, il rilancio dell’intervento pubblico a partire da un grande piano per il lavoro incentrato sulla messa in sicurezza del territorio, la riconversione ambientale e sociale delle produzioni e dell’economia, lo stop e la messa in discussione delle privatizzazioni di aziende strategiche o che forniscono servizi universali, un impegno senza se e senza me contro la guerra e gli interventi militari che nulla hanno di umanitario, ma perseguono un progetto imperialista e colonialista, per il dimezzamento delle spese militari e la riconversione dell’industria bellica, contro la permanenza di testate nucleari nel nostro territorio e per l’adesione dell’Italia al Trattato sulla proibizione delle armi nucleari.

Tra i prodotti tossici del neoliberismo va evidenziato quello di aver trasformato, anche nell’immaginario popolare, una guerra contro i poveri in una guerra fra poveri, cercando nel migrante, nel richiedente asilo il capro espiatorio. Per una sinistra di alternativa accogliere non si traduce in una semplice seppur necessaria etica antirazzista. Il modello di società a cui dobbiamo tendere è quello che garantisca la parità nell’accesso ai diritti fondamentali e lo smantellamento di ogni atto legislativo – dalla Turco – Napolitano alle leggi Minniti Orlando, passando per la Bossi- Fini che hanno prodotto apartheid e abbassamento generalizzato delle tutele per migranti e autoctoni. La sinistra che vogliamo realizzare considera “nostra patria il mondo intero” rigetta i dogmi della “Fortezza Europa” e aspira verso una società aperta e meticcia in cui i diritti costituzionali, in primis la cittadinanza sostanziale, non siano vincolati da reddito o provenienza ma considerino l’eguaglianza come fondamento e valore comunemente condiviso. Razzismo e scontro fra ultimi e penultimi vengono giustificati e propagandati con il dogma liberista secondo cui non ci sono le risorse, si deve tirare la cinghia e fare sacrifici. Si tratta di una pura e semplice menzogna: i soldi ci sono. Basta prenderli dalle tasche di chi controlla la maggior parte delle risorse del paese, ricchi italiani e multinazionali. Sarebbe sufficiente obbligare la BCE a finanziare con i soldi nostri piani per il welfare e per l’occupazione e non solo le banche private. I soldi ci sono e nostro nemico è chi è ricco non chi scappa dalle guerre. Va contrastato con forza questo impianto ideologico con cui detengono il potere tanto le destre dichiarate quanto quelle che, in nome della “sicurezza” ne copiano gli stessi slogan.

Da troppo tempo manca di visibilità, forza e credibilità un punto di vista che si contrapponga al populismo reazionario e al neoliberismo pseudo-progressista.

Una sinistra che si batte per l’attuazione della Costituzione non contrappone diritti civili e diritti sociali, si batte per l’uguaglianza e la libertà. Consideriamo fondamentale la nuova ondata di mobilitazione delle donne e il suo caratterizzarsi sempre più per un femminismo del 99% con un’agenda inclusiva – allo stesso tempo antirazzista, anti-imperialista, anti-eterosessista, anti-neoliberista – come definita nell’appello per la giornata internazionale di sciopero dell’8 marzo 2017 e più in generale dal movimento “non una di meno”. Libertà significa per noi anche la piena autodeterminazione delle persone nel proprio orientamento sessuale, il rifiuto di ogni forma di omofobia e transfobia, la piena affermazione del valore della laicità.

Tante esperienze europee, dalla Spagna alla Francia alla Grecia alla Gran Bretagna, dimostrano che le posizioni di una sinistra radicale e in netta rottura con classi dirigenti delegittimate possono conquistare consenso popolare, anzi che solo una sinistra nuova e radicale può contrastare il diffondersi nei ceti popolari della destra razzista e xenofoba che cresce proprio in conseguenza delle politiche neoliberiste sostenute in Europa dai governi di centrodestra e centrosinistra. La sinistra si ricostruisce mettendo in discussione non solo le scelte di Renzi ma quelle del complesso del Partito Socialista Europeo e le politiche dominanti nell’Unione Europea che hanno visto la condivisione di liberali, socialisti e popolari.

Non basta dunque invocare genericamente l’unità, bisogna avanzare una proposta credibile ed effettivamente alternativa al PD che faccia delle elezioni un passaggio verso la costruzione di una forza e di uno schieramento popolare che lavori per un’alternativa di società: una sinistra antiliberista, antirazzista, antisessista, democratica e ambientalista che si batta per l’attuazione della Costituzione. Non si tratta dunque di fare una lista per ricostruire il centrosinistra ricontrattando con il PD dopo le elezioni.
Parallelamente la sinistra che vogliamo costruire deve fondarsi su un percorso democratico e partecipato che segnali la più netta discontinuità con la stagione del centrosinistra di cui il PD renziano rappresenta solo la fase terminale. Se si ha l’obiettivo di riportare al voto chi ha scelto l’astensione o chi deluso si è rivolto al M5S, la sinistra non deve essere in alcun modo confusa con gli scampoli della fase precedente e deve essere chiaro che non intende allearsi col PD né prima né dopo le elezioni.

Serve un percorso basato sulla democrazia e la partecipazione, non un accordo pattizio tra vertici politici. Serve un chiaro rinnovamento nella composizione delle liste, con una forte presenza di chi è impegnato nella società e nei movimenti e la scelta chiara che non siano candidati coloro che negli anni e nei decenni scorsi hanno ricoperto responsabilità di governo nel vecchio centrosinistra.

Dobbiamo costruire una lista di sinistra che costruisca l’oggi e il domani, non una lista di reduci chiamati a giustificare gli errori – ingiustificabili – commessi negli ultimi vent’anni e che hanno prodotto la situazione attuale. La sinistra che dobbiamo unire è anzitutto quella che si espressa negli ultimi anni nei conflitti sociali, nelle lotte, nei movimenti per la democrazia, i beni comuni, la giustizia sociale, la solidarietà e la pace. Insomma c’è bisogno di una lista che rappresenti chi ha saputo dire NO.

Serve un codice etico e regole (a partire dalle retribuzioni) per elette/i che renda ben chiara l’alterità della sinistra nei comportamenti concreti e una piattaforma radicale per quanto riguarda la lotta alla corruzione.

Un programma radicale e un profilo di netta discontinuità col passato sono le condizioni che possono determinare l’unità auspicata dall’assemblea del Brancaccio.
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La segreteria nazionale del Partito della Rifondazione Comunista
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Invitiamo compagne e compagni a aderire, se non lo avete già fatto,online sul sito nazionale dell’Alleanza popolare per la democrazia e l’uguaglianza:
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https://www.aderisci.perlademocraziaeluguaglianza.it/events/1/subscripti...
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23.10.2017

Appello per l’adesione al Forum Internazionale
per il diritto alla salute e l'accesso universale alle cure
(4 e 5 novembre a Milano)


Il 5 e il 6 novembre 2017 si svolgerà a Milano l’incontro dei ministri della salute del G7, ultima tappa di una serie di riunioni ministeriali che in questi mesi hanno visto le rappresentanze dei potenti della terra discutere su tematiche come l'ambiente, i trasporti, l'industria, la scienza, il lavoro, l'agricoltura, il cibo.

Anche se l’agenda dell’incontro non è stata ancora resa nota, sembra che i principali temi al centro del dibattito saranno le ricadute sulla salute dei cambiamenti climatici e le politiche sui farmaci.

I potenti della terra discuteranno su come trarre ulteriore profitto dalla nostra salute e dalla devastazione del pianeta.
Decine di associazioni, da anni attive nella difesa della salute collettiva, hanno costituito il comitato " La salute senza padroni e senza confini" che, insieme al GUE/NGL - il gruppo della Sinistra Unita Europea al Parlamento europeo - e al gruppo consiliare "Milano in Comune", organizza il " FORUM INTERNAZIONALE PER IL DIRITTO ALLA SALUTE E ALL' ACCESSO ALLE CURE" che si svolgerà a Milano sabato 4 novembre c/o lo spazio " BASE" in via Bergognone 34, dalle 9 alle 19.

L'11% della popolazione mondiale ha problemi di alimentazione, soprattutto in zone coinvolte da conflitti e da situazioni ambientali disperate. Negli ultimi decenni l'aumento delle concentrazioni di carbonio, conseguenza della deforestazione e della combustione di carbone, petrolio e gas, ha provocato gravissime conseguenze come il surriscaldamento del globo e pericolose alterazioni all'ecosistema con un susseguirsi di eventi climatici estremi, il cui impatto sulla salute è di proporzioni disastrose. Si stima che, a livello globale, nel 2000 si siano verificati circa 150.000 morti a causa del cambiamento climatico. In assenza di cambiamenti decisivi nelle politiche ambientali l'OMS prevede che entro il 2040 si raggiungeranno i 250.000 morti all'anno.
La desertificazione di vaste aree, la privatizzazione e il dirottamento di risorse idriche a beneficio del profitto delle multinazionali privano dell'accesso all'acqua intere popolazioni. Quasi 700 milioni di persone al mondo, secondo l’OMS e l’UNICEF, non possono usufruire di acqua pulita. La disuguaglianza nella disponibilità e nel consumo di acqua tra paesi ricchi e paesi poveri è enorme e sta continuamente aumentando.
L’accesso ai farmaci è determinato dalle logiche di mercato imposte dalle multinazionali che governano il settore e non certo da priorità decise in base a obiettivi di salute pubblica. Mentre viene incentivato il consumismo di prodotti inutili, è ostacolata la diffusione dei più economici farmaci equivalenti e a milioni di malate e malati è negato il diritto di assumere i farmaci necessari perché troppo costosi. In questo quadro va sottolineato il ruolo del capitale finanziario che spinge l'acceleratore sulla commercializzazione della salute a danno di tutte le donne e gli uomini, soprattutto di quelli più poveri. Il prezzo dei farmaci innovativi è in continua ascesa, in quanto le aziende titolari dei brevetti stabiliscono in regime di monopolio prezzi non giustificati dai costi di produzione. Questa situazione è destinata a peggiorare ulteriormente se gli accordi commerciali internazionali allungheranno la durata dei brevetti, già garantiti per 20 anni dagli accordi TRIPs e porranno ulteriori vincoli al potere già debole degli stati di regolare il mercato.
I governi della maggior parte dei paesi, anche di quelli che si sono dotati di un servizio sanitario nazionale, da anni riducono le risorse assegnate alla tutela della salute nei loro bilanci, perseguono politiche di privatizzazione dei servizi e di riduzione dell’accesso universale e gratuito alle cure.
In tutte le regioni sono attivi processi di privatizzazione della sanità. In Lombardia ad es. è in atto uno dei più feroci tentativi di privatizzazione dei servizi sanitari che raggiunge l'apice con la proposta di sostituire, per 3.350.000 concittadine e concittadini affetti da una patologia cronica, il medico di Medicina Generale, con un "gestore" rappresentato spesso da società private finalizzate al profitto.
Questi elementi, presi nel loro insieme, configurano un vero attacco alla salute delle popolazioni di cui le politiche neoliberiste, portate avanti dai potenti della terra rappresentati nel G7, sono la causa determinante. Difendere il diritto alla salute, il libero accesso alle cure e la conservazione del territorio significa contrapporsi in modo chiaro e deciso a queste politiche, a questi trattati, allo strapotere delle multinazionali, assumendo senza ambiguità una posizione di contrasto nei confronti di chi è parte integrante di questo sistema economico.
La soluzione al problema non sta, come hanno tentato di farci credere anche qui in Italia, nell'aumentare di qualche migliaia il numero di malate e malati che possono accedere a terapie specifiche, mentre diverse migliaia di altre cittadine e cittadini ne restano esclusi. Garantire la salute per tutte e tutti significa anche mettere in discussione il ruolo di BIG PHARMA e la complicità delle politiche che ne tutelano, a tutti i livelli, gli interessi.
Per questo il GUE, gruppo parlamentare “Sinistra Unitaria Europea/Sinistra Verde Nordica” in collaborazione col gruppo consiliare “Milano in Comune” e con il Comitato “Salute senza padroni e senza confini”, costituitosi in questa occasione attraverso l’adesione di decine di realtà collettive, chiamano a raccolta associazioni e movimenti operanti nel settore dell'ambiente e del diritto alla salute per organizzare un Forum internazionale per diritto alla salute e l'accesso universale alle cure sabato 4 novembre a Milano presso BASE MILANO, in via Bergognone 34 (MM2 Porta Genova – MM Sant’Agostino) in concomitanza con la riunione dei ministri della salute del G7 e in contrapposizione all'ipocrisia dei partecipanti a questa riunione che anziché proporre soluzioni al bisogno di salute delle popolazioni, confermerà le politiche liberiste che sono la causa reale dello sfruttamento di donne e uomini e del territorio.
L'obiettivo è quello di realizzare due giornate di riflessioni e confronti non solo per denunciare l’attacco durissimo condotto alle condizioni di salute degli esseri umani e del nostro pianeta da parte di chi è al vertice della politica, dell’economia e della finanza mondiale, ma anche per mostrare quali sono le reali priorità nel campo della tutela della salute, indicare le scelte da compiere, mostrare le buone pratiche sperimentate sui territori e organizzare un’agenda globale di lotta con obiettivi precisi contro la privatizzazione della sanità.
In questo contesto non si può prescindere dall'enorme sviluppo della produzione di armi e dalle guerre in corso, che hanno, come prima conseguenza, la diffusione in tutto il globo di malattie e morte, ingiustizie e miseria, povertà e migrazioni di massa.
Il 4 Novembre si terrà un Forum con la presenza di esperte, esperti, attiviste e attivisti provenienti da tutto il mondo che, intrecciando le loro comunicazioni con le testimonianze provenienti dai territori, affronteranno, tra gli altri, i seguenti temi:
-la disuguaglianza sociale e la povertà come determinanti di malattie
-l'accesso ai farmaci e alle cure
-la privatizzazione dei servizi sanitari
-le cause, le conseguenze e le responsabilità dei cambiamenti climatici, la difesa dell'acqua e della terra come beni comuni

Il 5 novembre è previsto, sempre a Milano, un incontro nazionale tra le reti, le organizzazioni e i movimenti attivi sui diversi temi della tutela della salute e dei cambiamenti climatici operanti in Italia. L’incontro si svolgerà c/o il “Residence sociale Aldo dice 26x1”in via Oglio 8 (MM3 Brenta)
Tutte le realtà interessate a partecipare a tale incontro e ad aderire al Comitato “Salute senza padroni e senza confini” ,sottoscrivendo questo appello, possono contattarci all'indirizzo e mail dirittoallasalute2017@gmail.com
Il presente appello può essere inoltre visionato collegandosi alla pagina evento facebook Forum diritto alla salute e accesso universale alle cure e alla pagina facebook di Milano in Comune.
Entrambe le pagine raccoglieranno gli aggiornamenti dell'iniziativa.

Rivolgiamo un appello ai movimenti, alle associazioni, alle organizzazioni non governative, alle/ai rappresentanti delle/dei lavoratrici/lavoratori, alle realtà di base della società civile e alle forze politiche che si riconoscono nella lotta per affermare il diritto alla salute affinché aderiscano al Forum internazionale, partecipandovi attivamente, e diffondendone la notizia attraverso tutti i canali di comunicazione a loro accessibili.

GUE, gruppo parlamentare “Sinistra Unitaria Europea/Sinistra Verde Nordica”
Milano in Comune, Gruppo consiliare al Comune di Milano
Comitato “Salute senza padroni e senza confini”

prime adesioni:
Medicina Democratica, movimento di lotta per la salute; 37,2", la trasmissione di Radio Popolare sulla salute; AIEA Associazione Italiana Esposti Amianto; Rete per il diritto alla salute di Milano e Lombardia; Forum Diritto alla Salute; NAGA; Comitato per l’acqua pubblica; Il sindacato è un'altra cosa-opposizione CGIL; CONUP-coordinamento nazionale unitario pensionati di oggi e di domani; Comitato Nascere a Latisana; A. I. U. T. O. Associazione Italiana Umanitaria Tutela Ospedali; C. N. S. Comitato Nazionale Sanità

Aderiscono:
Partito della Rifondazione comunista - Sinistra europea; Partito della Rifondazione comunista-Sinistra Europea Federazione di Milano; Sial Cobas; ACU associazione consumatori utenti; Associazione culturale Cre-Azione Donne di Cormano; Associazione culturale Mille&Una voce di Cinisello Balsamo; Comitato per il diritto alla salute del Varesotto; Associazione A Sud; Redazione del periodico Lavoro e Salute; Associazione EMC; Sportello TiAscolto; Coordinamento Fiorentino Diritto alla Salute; Rimini in Comune; Mesa en defensa de la sanidad publica de Madrid Medsap; Marea blanca España; Coordinadora Antiprivatizacion De Sanidade Publica – A Coruña, Galicia; Terra Nuova Edizioni

Leo Lancari
da il Manifesto
22.10.2017


C’è il ragazzo che indossa una maschera con la faccia del ministro degli Interni Marco Minniti versione vampiro, con i canini ben appuntiti che spuntano dalla bocca. E poi, poco più avanti, ci sono decine di ragazzi e ragazze che portano stretto alla vita o sulle spalle il telo termico color oro con cui i soccorritori coprono i migranti salvati dal mare. «Questo telo è un segno di solidarietà nei confronti di tutti gli uomini e le donne che rischiano la morte per fuggire», spiega una ragazza.

Non sono i quasi centomila che solo cinque mesi fa, a maggio, hanno riempito le strade di Milano in una grande manifestazione per l’accoglienza dei migranti, ma di questi tempi i circa ventimila (secondo gli organizzatori) che ieri hanno attraversato Roma per manifestare contro il razzismo rappresentano pur sempre un risultato di tutto rispetto. Come sa bene Filippo Miraglia, vicepresidente nazionale dell’Arci, che infatti non nasconde la sua soddisfazione. «Considerato il momento che stiamo attraversando il risultato è molto buono», dice quando il corteo è già arrivato a piazza Vittorio, tappa finale della giornata. «L’iniziativa di oggi fa ben sperare per l’avvio di una stagione di mobilitazioni di cui abbiamo bisogno per dare maggiore spazio a chi non ha voce perché considerato ininfluente dal punto di vista elettorale», commenta Miraglia.

Contro il razzismo, per la giustizia e l’uguaglianza», c’è scritto sullo striscione che dà il via al corteo. Alla manifestazione indetta dall’Arci hanno aderito un centinaio di associazioni e organizzazioni, insieme al vescovo emerito di Caserta, monsignor Raffaele Nogaro, ad Andrea Camilleri, Moni Ovadia e don Luigi Ciotti: «L’immigrazione non è un reato perché non è reato la speranza», ha spiegato ancora ieri il fondatore di Libera e del Gruppo Abele. «Oggi ci troviamo invece a fare i conti con un sistema che garantisce il privilegio di pochi e toglie la speranza a tutti gli altri».

Il razzismo non è l’unico tema del corteo. Negli slogan, sugli striscioni e dagli altoparlanti montati sui camion si lanciano parole d’ordine anche sul diritto alla casa e a favore dello ius soli, la legge che permetterebbe a oltre ottocento mila ragazzi, figli di immigrati, di diventare cittadini italiani. Ma soprattutto contro gli accordi stretti dall’Italia con la Libia e che se finora hanno ridotto drasticamente gli arrivi lungo le coste del paese – come vantava ancora ieri il ministro Minniti – non sono certo serviti a rendere più umane le condizioni di vita dei migranti che si trovano ancora nel paese nordafricano, prigionieri delle milizie e rinchiusi in centri dove subiscono violenze di ogni genere. «Si parla sempre di immigrati, ma mai delle cause che la genera, che sono le politiche dell’occidente che hanno prodotto fame», dice Essane Niagne, nata in Italia ma originaria della Costa d’Avorio.

Dalla Campania sono arrivati sette pullman. Su uno di questi hanno viaggiato i giocatori della Rlc Lions Ska di Caserta, squadra che gioca in terza divisione «Rfc» sta per «Ritieniti fortemente coinvolto», e il messaggio è chiaro. Il 70% dei giocatori è composto da ragazzi immigrati, il 60% dei quali sono richiedenti asilo. Il calcio per loro è un ottimo modo per integrarsi, ma spesso può significare anche sbattere la faccia contro l’ignoranza della gente. «A una partita ci hanno gridato negri di merda», ricorda Makan, che viene dal Mali e nonostante tutto riesce ancora a sorridere. «Purtroppo sono episodi che capitano sempre più spesso. Quest’anno non c’è stata una partita senza insulti», conferma Marco Prato, cofondatore, nel 2011, della squadra.

Un razzismo che non appartiene solo alle curve degli stadi. A piazza Vittorio, da sopra il cassone di un camion trasformato in palco per l’occasione, una ragazza spiega cosa significa sentirsi italiani senza esserlo per colpa dell’ostruzionismo che blocca la riforma della cittadinanza. «Non siamo immigrati eppure non siamo nemmeno cittadini italiani. Vogliamo solo essere riconosciuti per la nostra identità».

Sono già centinaia le adesioni alla manifestazione nazionale contro il razzismo che si terrà il 21 ottobre a Roma. E altre adesioni continuano ad arrivare da associazioni, organizzazioni non governative, forze sociali e politiche.

Il punto di incontro è Piazza della Repubblica da cui il corteo prenderà il via alle 14.30 verso Piazza Vittorio Emanuele, attraversando Viale Einaudi, Piazza dei Cinquecento, Via Cavour, Piazza dell’Esquilino, Via Liberiana, Piazza S. Maria Maggiore, Via Merulana, Viale Manzoni e Via Emanuele Filiberto.

Il corteo sarà aperto dallo striscione «Contro il razzismo, per la giustizia e l’uguaglianza», portato da giovani rifugiati e da richiedenti asilo, seguito dallo striscione di #italiani senza cittadinanza.

Arrivati a Piazza Vittorio, i manifestanti saranno accolti da interventi dal palco, dalla musica e dalle testimonianze di giovani di origine straniere.

Prima della manifestazione, al mattino, nel campo sportivo XXV Aprile a Pietralata si svolgerà un torneo di calcio tra squadre multietniche, formate da ragazzi residenti negli Sprar e ragazzi italiani. A dare il calcio di inizio saranno l’Atletico San Lorenzo e la Rfc Lions di Caserta.

A sostegno della manifestazione, la lettera di personalità come Don Raffaele Nogaro, don Luigi Ciotti, Andrea Camilleri, Toni Servillo, Carlo Petrini, Enrico Ianniello, Luciana Castellina, Moni Ovadia, Giuseppe Massafra.

Andrea Colombo
da il Manifesto
20.10.2017


L'imboscata. Il leader Pd: «Cosa ho toccato? Non so se sono poteri forti, ma tra stare con i cittadini o con i banchieri non ho dubbi». Il ruolo della sottosegretaria nel giallo della mozione tenuta coperta quasi fino alla fine. Palazzo Chigi sempre più in imbarazzo

Altro che raffreddare i toni. Renzi rincara e se fino a ieri si accontentava di apparire come nemico di un governatore di Bankitalia difeso da palazzo Chigi, dal Colle e dall’Europa ma non dal Pd, ora sembra che punti davvero alla testa di Ignazio Visco – trofeo da sventolare in campagna elettorale – magari costringendolo a fare da solo un passo indietro. Ospite di Lilli Gruber va giù come un caterpillar: «Se il governo vuole cambiare il governatore lo farà. Ma si può dire che il funzionamento della Banca non è stato un granché». Poi la mazzata: «Mi sono chiesto il perché di questa levata di scudi a favore di Visco. Cosa ho toccato? Non so se sono poteri forti, ma tra stare con i cittadini o con i banchieri non ho dubbi».

IL NUOVO AFFONDO pone ancora di più Paolo Gentiloni tra l’incudine e il martello. Da una parte c’è il Quirinale che ufficialmente sta «a guardare» ma in realtà si è speso più e più apertamene di quanto Mattarella abbia mai fatto. Dalla stessa parte c’è anche l’Europa, anzi Mario Draghi in persona: da quelle parti la sola idea che un governatore della Banca centrale possa essere sfiduciato dal parlamento fa venire i brividi. Ma dall’altra parte non c’è solo il principale partito che sostiene il governo, e già sarebbe un bel guaio: c’è la grande maggioranza del parlamento. Ieri anche Berlusconi ha tolto la relativa copertura che nei primi giorni della crisi aveva offerto a Visco su spinta di Gianni Letta, che nel partito azzurro è la voce dell’Europa. «Certamente la Banca non ha svolto il controllo che ci si attendeva. Non sono del tutto senza senso le volontà di un controllo», dichiara. Evidentemente il leader azzurro si è reso conto di non poter passare per il difensore delle banche mentre Renzi, Grillo e soprattutto l’alleato/competitor Salvini si spartivano il ruolo di tutori dei risparmiatori contro gli interessi bancari. Dunque ha mollato anche lui Visco, stando attento a non fare il gioco di Renzi:«E’ la solita voglia della sinistra di occupare tutte le posizioni di potere, stavolta prima e non dopo le elezioni».

COME TIRARSI FUORI dal guaio Paolo Gentiloni non lo ha ancora deciso. Ipotizza la nomina di un membro del Direttorio, come segno di fiducia nella banca se non nel suo governatore. Fa assicurare informalmente che il governo si muoverà secondo le «prerogative attribuitegli dalla legge». Ma lui per primo sa che quelle parole saranno credibili solo se confermerà Visco, mettendosi contro il parlamento e soprattutto passando lui per difensore a ogni costo di Bankitalia. Del resto è probabile che tra gli obiettivi di Renzi ci fosse proprio quello di indebolire le posizioni dell’amico che, dopo le elezioni, potrebbe rivelarsi un rivale sulla strada di palazzo Chigi.

COME SE NON FOSSE già abbastanza, Gentiloni deve anche far buon viso a pessimo gioco e fingere che nel suo governo vada tutto bene, glissando sull’imboscata tesagli da Renzi e da Maria Elena Boschi. Ieri le classiche “fonti” di palazzo Chigi hanno fatto sapere che il premier nutre «piena fiducia» nella sua sottosegretaria. Sia pure in modo goffo, il premier cerca così di negare l’evidenza, e cioè di essersi trovato di fronte a un fatto compiuto con una mozione notificatagli all’ultimo momento e senza che neppure la ministra dei rapporti con il parlamento Anna Finocchiaro fosse al corrente di quanto stava per avvenire: un agguato.

Ma le voci che arrivano dal nuovo palazzo dei veleni parlano invece di una tensione da tagliarsi col coltello e il pranzo di mercoledì scorso, con la sottosegretaria autrice del blitz su Bankitalia e il ministro dell’Economia Padoan è stato tra i più imbarazzanti nella storia della politica italiana.

MA, APPUNTO, GENTILONI non può far altro che fingere di non aver notato lo sgambetto della sottosegretaria e di non essersi accorto della ginocchiata vibrata ieri da Renzi in persona: «Il governo non era semplicemente informato della mozione. Doveva anche dare un parere che è stato positivo. Dunque era d’accordo». Il parere positivo era stato dato nella frenesia del momento, quando lo stesso governo ha capito di essere esposto non al rischio ma alla certezza di un voto che lo avrebbe visto battuto. Ma tant’è. Il premier non può smentire il segretario del primo partito di maggioranza senza provocare una deflagrazione e il parere positivo sulla mozione – una «mozione improvvida», la definisce Romano Prodi – resta agli atti. «Dal punto di vista formale non abbiamo intravisto una sfiducia», prova a sostenere il sottosegretario Baretta. Ma sono parole che stridono come sul vetro le unghie di chi prova ad arrampicarsi sugli specchi e l’incidente, invece di sgonfiarsi, diventa ogni giorno di più un vicolo cieco.

Andrea Fabozzi
Il Manifesto
20.10.2017

Al senato. Sfilano i costituzionalisti in prima commissione: «Non si può approvare la legge elettorale con i voti di fiducia». E il governo pensa di chiederne anche di più che alla camera. Qualche malumore e presa di distanza nel Pd

Non si può approvare la legge elettorale con la fiducia, ripete la gran parte dei giuristi ascoltati ieri in commissione affari costituzionali al senato a poche ore dall’arrivo del Rosatellum in aula. E il governo pensa di aumentare le fiducie, non più tre come alla camera e forse neanche quattro come si poteva pensare, ma addirittura cinque. Resterebbe da votare «nel merito» solo l’articolo con la clausola di invarianza finanziaria, al quale non sono ammessi emendamenti. Voto palese che consentirebbe alla Lega e soprattutto a Forza Italia di manifestare il proprio sostegno alla nuova legge elettorale in maniera diretta. L’appoggio alla fiducia delle opposizioni, invece, sarà necessariamente travestito da congedi, missioni e tutto quello che può servire ad abbassare il numero legale.

La decisione finale il governo, ma più precisamente il Pd, la prenderà lunedì sera, quando è già annunciata la brusca conclusione delle votazioni sugli emendamenti in prima commissione (che comincerà solo nel pomeriggio). A quel punto sarà noto il volume e il peso (quanti, cioè, da votare a voto segreto) degli emendamenti per l’aula, visto che la conferenza dei capigruppo ha fissato un termine per la presentazione che addirittura precede la fine dell’esame in commissione. La legge Rosato, dunque, arriverà in aula martedì senza che sia conclusa la fase referente e senza relatore: un altro strappo che però non avrà effetti pratici dal momento che il testo sarà immediatamente blindato. Con quante fiducie dipenderà anche dalla valutazione dei rischi (pochi) legati a questa procedura speciale e anche dei tempi che fatalmente si allungano. Perché la chiama dei senatori non può essere ripetuta più di due volte al giorno (a meno di altre forzature) e questo spiega la prudenza del capogruppo Pd Zanda quando ieri ha detto di non sapere se il Rosatellum sarà approvato definitivamente giovedì. In calendario c’è una possibile seduta venerdì. Lo slittamento spiazzerebbe un po’ la manifestazione che il Movimento 5 Stelle sta organizzando per mercoledì 25 davanti al senato e che si annuncia assai più partecipata di quelle improvvisate davanti alla camera. I grillini organizzano pullman, Grillo stavolta dovrebbe esserci e sul blog a chiesto a tutti di portare una benda bianca per coprire gli occhi.

Zanda ieri ha parlato al termine di una riunione mattutina con i senatori Pd, nella quale ha preso forma un certo disagio per la legge Rosato e soprattutto per il metodo della fiducia, anche se solo il senatore Tocci ha argomentato le ragioni di un voto contrario. Tocci è uno degli undici senatori che non votarono l’Italicum rimasto nel gruppo Pd (in totale furono 24 ma la gran parte è passata a Mdp).
Ieri mattina le audizioni in prima commissione si sono improvvisamente popolate di giuristi favorevoli alla riforma elettorale, dopo un primo calendario diffuso mercoledì che annunciava una prevalenza di critici. Ceccanti, Fusaro, Guzzetta, Caravita, Cariola e Lupo hanno difeso la costituzionalità del Rosatellum e anche del procedimento di approvazione, anche se Lupo si è detto sorpreso che la presidente Boldrini non abbia riunito la giunta per il regolamento prima di ammettere la fiducia. E Fusaro tra gli argomenti in favore della nuova legge ha messo anche che sarà poi agevole modificarla per aumentare il numero dei collegi uninominali. Al contrario hanno argomentato Passigli, Besostri, Spadacini. Azzariti ha previsto che la Corte costituzionale si pronuncerà sulla legge, possibilmente sul procedimento di formazione ma certamente nel merito con un occhio alla coerenza interna (ad esempio, le liste bloccate corte dovrebbero servire per la riconoscibilità dei candidati e invece favoriscono lo slittamento degli eletti). Villone ha aggiunto come elemento di irragionevolezza interna la soglia dell’1% (i voti delle liste che la superano sono salvi per la coalizione) che finisce per incoraggiare la frammentazione. E Pertici ha spiegato che il candidato all'uninominale in realtà è un capolista nascosto (e senza simbolo) di tutti i partiti che lo appoggiano, e cioè di un vero listone bloccato.

Alfonso Gianni
da il Manifesto
19.10.2017


Renzismo. La scadenza del mandato di Visco ha offerto al leader del Pd l’occasione di prendere strumentalmente le distanze dalla massima autorità bancaria italiana e in parte anche da quella europea, contemporaneamente frenando la crescita di consensi attorno al presidente del consiglio e deviando l’attenzione dalle connivenze del suo passato governo con la famiglia allargata dei bancarottieri

Non inganni il fatto che la mozione del Pd sia piombata in aula all’improvviso e buon’ultima. Tutto si può pensare dell’affondo di Renzi contro Ignazio Visco, tranne che si tratti di una mossa estemporanea. Di uno “fuori come un balcone” per dirla alla Bersani. In fondo, e qualche buon giornalista non ha mancato di rilevarlo, Renzi aveva già detto esplicitamente un mese fa, intervistato da una radio esperta di cose economiche, che si trattava di fare una scelta «all'altezza del compito della Banca d’Italia». Più o meno le stesse parole usate nel testo della mozione parlamentare del Pd, seppure con la limatura governativa. Siamo quindi di fronte ad un nuovo tassello di un mosaico con il quale l’uomo di Rignano cerca di ricostruire la sua immagine e la sua credibilità politiche seriamente compromesse dalla sventola del 4 dicembre. E da qualche complicazione con la Magistratura da parte di ministre, ministri e familiari. La trama non è banale. Vediamone i vari passaggi.

Il Pd, all’indomani del crac di Banca Etruria, per levarsi di dosso ogni sospetto, aveva chiesto l’istituzione di una Commissione di inchiesta parlamentare, dotata dei poteri della Magistratura. Poi l’ha tenuta a lungo in surplace. Infine ne ha permesso l’insediamento a presidenza Casini, in limine mortis della legislatura. I suoi compiti non sono solo circoscritti alla insufficiente vigilanza della Banca d’Italia.

Ed è già discutibile che questo compito sia ad essa affidato (chi controlla i controllori?). I suoi compiti riguardano anche gli atti e le omissioni del governo, del ministero dell’Economia, del parlamento, della Commissione europea e della Vigilanza unica. A fronte di questo Renzi scaglia la sua freccia contro Bankitalia, come sappiamo dotata di autonomia in virtù del famoso “divorzio” del 1981. Non sarebbero quindi interessi privati in atti d’ufficio ad avere provocato il disastro, ma la mancata azione degli organi preposti a vigilare che fanno capo a Visco. Quindi quest’ultimo non può essere confermato.

Non sta al Pd indicare un nome. Questa è competenza che coinvolge il presidente del consiglio e lo stesso Capo dello Stato. L’intento di mettere in difficoltà le figure e le istituzioni che stavano guadagnando fiducia – come al solito i sondaggi giocano la loro parte – a scapito della stella renziana assai offuscata, è fin troppo evidente.

Prima Renzi getta tra le gambe di Gentiloni una questione di fiducia fin troppo di dubbia costituzionalità sulla legge elettorale. Il Colle più che approvare, tollera, avendo da tempo insistito che comunque una legge elettorale doveva pur essere fatta – non essendo sufficiente neppure un robusto drafting sul Consultellum per eliminare le troppe differenze tra camera e senato – e potendo scaricare sulla presidenza della camera la responsabilità di ammetterla. Cosa che purtroppo la Boldrini ha fatto, fondandosi su precedenti o inesistenti o male interpretati. Poi sferra l’attacco sul vertice di Bankitalia, fin lì tenuto coperto, ma per tempo preparato.

Ma il quadro non sarebbe completo se non facessimo un passo indietro e non ci trasferissimo nella sala di palazzo Koch dove, il 31 maggio scorso, il governatore Visco tiene le annuali Considerazioni finali. In quell’occasione il Governatore individua quali «problemi principali del paese» la crescita del debito pubblico ed i crediti deteriorati delle banche. La questione dell’occupazione, malgrado il dramma giovanile, passa in terza linea. Un promo della manovra di bilancio licenziata in queste ore. «Una manovra immobile», ha titolato un autorevole quotidiano, benché filogovernativo.

Di fronte ad una situazione che precipita sul fronte occupazionale, su quello dei redditi popolari e delle pensioni, stare fermi non è meno irresponsabile che muoversi nella direzione sbagliata. Né la conferma degli incentivi alle imprese sono una novità e tantomeno un toccasana.

Ma la novità di quella Assemblea fu la presenza inusuale del presidente della Bce, Mario Draghi. Quella sortita aveva il sapore di un endorsement a favore della riconferma di Ignazio Visco. Nello stesso tempo sottolineava che l’Italia restava per Bruxelles una sorta di sorvegliato speciale. Ma questa stretta unità d’intenti e di sentimenti fra vertici di Bankitalia e della Bce, non poteva andare a genio a un Renzi che si era vantato di sapere battere i pugni sui tavoli europei per ampliare i margini di flessibilità che lo stesso ministro Padoan considerava un sentiero stretto, anzi strettissimo.

La scadenza del mandato di Visco ha offerto così a Renzi l’occasione di prendere strumentalmente le distanze dalla massima autorità bancaria italiana e in parte anche da quella europea, contemporaneamente frenando la crescita di consensi attorno al presidente del consiglio Gentiloni e deviando l’attenzione dalle connivenze del suo passato governo con la famiglia allargata dei bancarottieri.

Un’occasione ghiotta per chi si appresta a girare l’Italia in tour elettorale. Sperando di conquistare voti stimolando l’avversione per i banchieri e gli immigrati. L’abbinata non è nuova, anzi è un classico del populismo dall’alto – il passato che non passa mai –, ma purtroppo spesso paga.

Yurii Colombo
EDIZIONE DEL
18.10.2017

Panama papers e altre storie. L’isola mediterranea governata da Joseph Muscat è diventata un mega-affare nelle mani dell'Azeirbaijian guidato dalla famiglia Aliev

La notizia dell’omicidio della giornalista maltese Dauphne Caruana Galizia è giunta come un uragano sulle scrivanie delle redazioni di tutto il mondo. Galizia era conosciuta per la sua tenace attività di denuncia del governo di Joseph Muscat, per il suo rigore e rettitudine tra i giornalisti di tutto il mondo. Un omicidio che sta sconvolgendo in queste ore il mondo politico di Malta e sta commuovendo e mobilitando l’opinione pubblica maltese e internazionale.

NON A CASO lo stesso Joseph Muscat, che era stato oggetto delle inchieste e delle accuse di Galizia, ha sentito la necessità non solo di condannare «l’atto barbaro» ma di chiedere aiuto della sezione europea delI’Fbi per risolvere il caso.
Anche la Chiesa maltese è scesa in campo ieri a suo modo. L’ arcivescovo monsignor Charles Scicluna, dopo aver condannato l’accaduto ha cercato di stendere un pannicello caldo sulla ingombrante vicenda: «Questo non è il momento di innescare guerre tra noi» bensì di «difendere la dignità di ciascuno… il grande valore della democrazia» ha affermato l’alto prelato.

L’ASSASSINIO di Galizia riporta a galla uno dei più importanti scandali politico-finanziari del decennio, i Panama Papers, un fascicolo di oltre 11 milioni di files, reso pubblico nel 2015, che dimostrava come politici, managers e imprenditori di tutto il mondo avessero eluso al fisco o riciclato per molti anni enormi quantità di danaro nei paradisi fiscali, e il cui capitolo maltese porta a Baku e le cui trame si snodano fino a Londra e ad Ankara. Trame invisibili fatte di scatole cinesi finanziarie, riciclaggio, corruzione, business della rendita energetica. Da allora Galizia si mise con testardaggine a studiare i legami inconfessabili che intercorrevano tra il premier maltese e lo Stato azero.

L’AZERBAIJAN, paese ricco di greggio e di gas naturale, è retto da dopo crollo dell’Urss dalla famiglia Aliev, che amministra il paese come una proprietà personale. Dopo la morte nel 2003 di Heidar Aliev, già boss del partito comunista azero, è subentrato alla presidenza il figlio Ihlam che governa il paese con il pugno di ferro, grazie alla onnipresente polizia segreta. Alle due figlie ha affidato la gestione della Socar, una società formalmente statale, che amministra la rendita petrolifera del paese. Spulciando nei files dei Panama Papers Galizia non solo venne a scoprire che le figlie di Alyev attraverso la Socar ammassavano all’estero enormi quantità di gioielli e azioni di aziende minerarie britanniche ma che la FA Invest di Malta aveva acquistato il 6.5% delle azioni della azienda di telecomunicazione azera Azercell, società anch’essa indirettamente controllata dalla famiglia Aliev. Nel gioco delle società offshores la FA maltese risultò poi collegata a società turche che venivano gestite dallo stesso amministratore panamense.

NEL 2014 IL PREMIER maltese Muscat si recò, inusualmente senza informare la stampa, a Baku per firmare alcuni contratti di «collaborazione strategica» per lo sfruttamento di quote di gas azero, con la Socar, la società delle vistose figlie di Aliev. La riservatezza dell’incontro indusse a pensare – anche ai meno maliziosi – che fosse stata favorita nell’accordo una società maltese legata al ministro per l’energia Konrad Mizzi (il quale a sua volte era presente nei Panama Papers in qualità di socio di società offshores). Muscat continuò per lungo tempo a respingere le «insinuazioni» e a negare il «linkage» ma il 20 aprile scorso, Galizia inchiodò il primo ministro maltese pubblicando sul suo blog una serie di bonifici (di cui il più significativo di 1 milione di dollari) a favore della società panamense Egrant di proprietà della moglie di Moscat, provenienti dal conto corrente aperto a Malta presso la Pilatus Bank dalla Al Sahra Fzco, guarda caso, una società che fa riferimento alla primogenita di Aliev, Leyla. Una scoperta costata molto cara.

IL PUZZLE CRIMINALE si compone perfettamente se si aggiunge, cosa che non ha potuto scoprire purtroppo Galizia, che lo Stato azero è azionista della nuova centrale elettrica di Malta e che la Egrant venne fondata proprio negli stessi giorni in cui Aliev ricambiava la precedente visita di Muscat, atterrando a La Valletta.

Antonio Sciotto
da il Manifesto
18.10.2017


Manovra. Cgil, Cisl e Uil scrivono una lettera al premier chiedendo un confronto urgente. Furlan: sul piatto delle pensioni c’è «il vuoto assoluto». Camusso: «La legge di Bilancio favorisce le rendite e mantiene lo status quo». Re David (Fiom) vorrebbe muoversi subito

La legge di Bilancio infiamma le polemiche fin dal mattino: duro botta e risposta ieri tra la segretaria generale della Cgil, Susanna Camusso, e il ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan, che hanno incrociato i microfoni da due differenti trasmissioni radio. La leader sindacale ha spiegato a Circo Massimo di Radio Capital che la finanziaria appena varata «favorisce le rendite e mantiene lo status quo», non escludendo quindi uno sciopero generale. A stretto giro, da Radio anch’io Rai, Padoan ha replicato: «Mi chiedo quale legge di bilancio abbia visto», la nuova manovra «non corrisponde alla descrizione» di Camusso. In serata i tre segretari di Cgil, Cisl e Uil hanno chiesto un incontro urgente sulla manovra al premier: altrimenti non è escluso uno sciopero.

Tra i pro e i contro si sono poi via via inseriti in giornata tutti i principali partiti politici e i sindacalisti, da Di Maio a Renzi, da Brunetta a Salvini, fino a D’Alema e i segretari confederali. Il Pd ha ovviamente offerto pieno sostegno alla legge di Bilancio, mentre le opposizioni l’hanno bocciata senza riserve. Critiche anche da Cisl e Uil, soprattutto sulla parte pensioni. Mentre la Fiom Cgil è netta: la segretaria Francesca Re David chiede lo «sciopero generale».

INTANTO MATTEO RENZI è partito dalla stazione Tiburtina con il suo treno elettorale, con promesse rombanti: dichiarando «pieno sostegno al governo» sulla manovra, l’ex premier ha detto che «nella prossima legislatura dovremo fare un ulteriore Jobs Act», «individuare misure anche per i cinquantenni», e che serve «un’ulteriore riduzione delle tasse». Renzi pensa a una riedizione degli 80 euro: «Vanno individuate – spiega – nuove categorie non necessariamente per gli 80 euro ma per ridurre le tasse al ceto medio, perché non è accettabile che si allarghi la forbice tra chi sta bene e chi non sta».

All’attacco Massimo D’Alema di Mdp: «Gli sgravi fiscali possono incoraggiare a prendere un giovane per tre anni ma poi, quando finiscono, questo viene licenziato».

CGIL, CISL E UIL hanno dunque deciso di inviare una lettera al premier Paolo Gentiloni per chiedere un incontro urgente. In particolare i tre sindacati chiedono di inserire quanto previsto dall’accordo dello scorso anno sulla fase 2 della previdenza e un intervento per bloccare l’aumento dell’aspettativa di vita per le pensioni di vecchiaia. Nel frattempo prosegue la mobilitazione con assemblee nei luoghi di lavoro e iniziative sul territorio, ma per ora non si è presa nessuna decisione di sciopero.

Camusso, dal canto suo, ha così spiegato la sua contrarietà alla legge di Bilancio firmata Gentiloni: «Si è fatta una scelta politica: si poteva intervenire sulla finanza, sul patrimonio e facilitare chi lavora e chi produce e invece si è scelto di usare questo slogan sulle tasse («nessuna nuova tassa», aveva detto il presidente del consiglio, ndr), facendo credere che è una risposta a tutti e invece è una risposta solo ad alcuni, mantenendo la pressione fiscale alta».

SCIOPERO «PER ME non è una parola abrogata», ha poi aggiunto la segretaria generale della Cgil. «Valuteremo insieme a Cisl e Uil la risposta quando non si rispettano gli accordi. Il governo ha fatto una scelta politica. Questa manovra non dà nessuna prospettiva di cambiamento. È solo una sterilizzazione dell’aumento dell’Iva». Lo sciopero generale, insomma, non è affatto escluso, e poco più tardi la stessa Camusso, rispondendo questa volta ad Agorà Rai 3 su possibili proteste aveva aggiunto: «La prima cosa che dovremmo fare è discutere con i lavoratori».

Ma Padoan ritiene di aver fatto il massimo, e respinge le accuse: «Abbiamo messo risorse per gli investimenti pubblici, per gli investimenti privati, risorse per l’occupazione giovanile. Stiamo dando una scossa alla crescita», risponde a Camusso. E sulla previdenza: «Non è vero che non siamo intervenuti sulle pensioni. Ci sono misure come l’Ape sociale e l’Ape donna», ci sono «molti meccanismi introdotti, come per i lavoratori usuranti che hanno diritto ad andare in pensione prima». «C’è una legge concordata in sede Ue che tiene conto dell’allungamento delle aspettative di età», dice infine per spiegare l’impossibilità di modificare la legge Fornero.

Intanto si è saputo che per il 2018 le risorse stanziate per il Rei (reddito di inclusione) verranno incrementate di 300 milioni, portando così il reddito garantito a ciascuna famiglia da 480-490 euro a 530-540 euro (50 euro in più).

IL PIÙ CAUTO DEI SINDACATI resta la la Cisl: per la segretaria generale Annamaria Furlan «non c’è bisogno di rullare i tamburi». «Bene la decontribuzione per le assunzioni e i contratti del pubblico impiego – spiega – anche se la previdenza resta «una nota dolente», perché lì c’è «un vuoto assoluto».

Chi aveva fatto «rullare i tamburi»? Francesca Re David, segretaria generale Fiom, ritiene che «in questa manovra non c’è nulla a favore del lavoro, nulla sulle pensioni. Quest’anno finiscono gli ammortizzatori sociali e cominceranno i licenziamenti e anche su questo il governo non ha previsto nulla. A questo punto la risposta – conclude – può essere una sola, indire uno sciopero generale contro questa manovra». Idea che in serata Camusso commenta così: «La Cgil ha domani (oggi per chi legge, ndr) una discussione nella quale valuterà e farà le sue scelte».

AGGIUNGIAMO IL COMUNICATO STAMPA
sulla Legge di bilancio, PRC: «Inaccettabile la propaganda di Renzi. Un altro Jobs Act? Ci vuole davvero lo sciopero generale»

«Risulta davvero insopportabile la propaganda di Renzi sulla legge di bilancio e sull’operato del governo – dichiarano Maurizio Acerbo e Roberta Fantozzi, segretario nazionale e responsabile politiche economiche di Rifondazione Comunista – Sinistra Europea – . Intanto i conti sul REI non tornano, perché con 300 milioni in più non si coprono affatto 160mila nuove famiglie ma al massimo la metà, continuano a restare fuori i due terzi delle famiglie in povertà assoluta e non si scalfisce neppure la condizione di povertà relativa che colpisce 8 milioni e mezzo di persone. E come non ricordare che si tratta di risorse limitatissime e che di certo 50 euro al mese in più per famiglie di 5 o più componenti non modificano nulla?
Ma è tutto l’impianto della manovra che non va: che continua con la politica degli incentivi e delle risorse a pioggia alle imprese, non investe sul welfare, a partire dalla sanità, dà il via libera al nuovo inaccettabile aumento dell’età pensionabile, continua con le privatizzazioni e la restrizione del ruolo pubblico.

Siamo infine sinceramente atterriti dalla possibilità di un “nuovo Jobs Act”: con quello che c’è già stato è stata sancita la piena “libertà” di licenziamento illegittimo per i nuovi assunti, la massima precarizzazione del lavoro tra acausalità del contratto a termine e voucher vecchi e nuovi, il demansionamento, la videosorveglianza…. Tutto mentre alle imprese si regalavano 18 miliardi solo di decontribuzione, per un totale di oltre 40 nel triennio, tra Irap, Ires e incentivi di ogni tipo.

Molti soldi per le imprese, mentre il lavoro è stato riportato alla condizione servile. Che altro vuole fare Renzi?
E’ decisivo che si determini la più ampia mobilitazione contro la legge di bilancio e che si vada davvero allo sciopero generale per riprendersi i diritti e la dignità del lavoro».

Il 21 ottobre saremo alla manifestazione di Roma. Contro il razzismo e chi lo fomenta, fuori e dentro le stanze del potere.

Abbiamo già aderito con convinzione, alla manifestazione nazionale che si terrà il 21 ottobre prossimo a Roma, contro il razzismo. Saremo in piazza con una presenza in piazza consapevole e diffusa.

Siamo state/i elette/i in consigli comunali di piccole e grandi città, o abbiamo scelto in passato di candidarci, partendo da alcuni valori non negoziabili. Uno di questi è quello di voler rendere le città e i paesi luoghi in cui accoglienza, solidarietà, inclusione sociale non fossero messe in discussione e rappresentassero un valore fondante e non divisivo della comunità.

Viviamo in un Paese in cui questi valori, che dovrebbero caratterizzare prima di tutto la sinistra, e tutti i sinceri democratici, sono messi a dura prova da provvedimenti di legge fondati sul securitarismo, sul rifiuto dell'altro, su logiche di repressione e di espulsione basate sull'idea che esistano diritti riservati solo ad alcuni.
Non accettiamo di sottostare a norme che impongono forme di violenza contro chi è povero, marginalizzato, recluso, tenuto in condizioni che è indegno definire di accoglienza. Vogliamo vivere e far crescere le nuove generazioni in un Paese e in un continente diversi: che non sia fortezza, in cui essere solidali non costituisca di fatto un reato, in cui prevalgano l'incontro e la convivenza, perché siamo certi che questo sia il solo futuro possibile e auspicabile.

Faremo in modo che, anche dai nostri territori, anche distanti dalla capitale, giunga il segnale del nostro sostegno per la manifestazione prossima e per le tante tappe a venire. Un impegno che abbiamo più volte messo al centro della nostra azione istituzionale e politica collettiva, a cominciare dalla giornata nazionale contro i decreti Minniti Orlando dello scorso 8 aprile. Ci riconosciamo quindi nei valori che propugna l'appello e faremo in modo che questi continuino a vivere nelle nostre comunità piccole e grandi, cercando di unire quello che leggi inaccettabili come appunto le recenti "Minniti Orlando" stanno tentando di dividere

Contrasteremo, con ogni mezzo che potremo mettere in campo, il penetrare, in primis negli strati popolari,della logica di "guerra fra poveri", consapevoli che una sola lotta si sta combattendo, che non conosce confini o provenienze. Quella dell'1% della popolazione che pretende di mantenere in uno stato di subalternità il restante 99%. Per noi il 21 ottobre rappresenta una tappa in cui non solo ci sentiamo rappresentati, ma parte di un percorso la cui costruzione, nel futuro, dovremo sempre più rafforzare, insieme.

La Rete delle Città in Comune

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