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"Campagna Stop TTIP"

Il Manifesto

Coccoli Daniela
26.06.2017
da Left

Gli italiani hanno lasciato i loro Comuni nelle mani del centrodestra targato Berlusconi-Salvini, ma hanno rifiutato con uno schiaffo sonante la politica del partito democratico di Matteo Renzi.
Il segretario appena eletto con primarie plebiscitarie è stato “respinto” in modo netto dagli elettori.
Il Pd ha perso Genova, dopo aver perso in precedenza la Regione Liguria. Una sconfitta fondamentale che provocherà reazioni a catena, dentro e fuori il partito. L’ennesima, dopo che alle comunali del 2016, il Pd aveva perso sia Roma che Torino. Ma è stata una frana generale per il partito democratico, soprattutto nelle aree “rosse”.
E’ stata anche la domenica della grande astensione, visto che la media dei votanti è meno del 50 per cento – i primi dati parlano di un 47 % rispetto al 58,9% del primo turno. A Trapani l’affluenza minima, circa il 30%, ha consegnato la città nelle mani del commissario, visto che c’era un solo candidato.
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E al di là del caldo afoso forse ci sono altre ragioni che spiegano un allontanamento dalle urne così clamoroso.
Oltre alla sfiducia degli oltre 4 milioni di cittadini chiamati a esprimersi su 111 Comuni di cui 22 capoluoghi di provincia, gli elettori di sinistra non hanno creduto al partito democratico.
Perché è davvero il centrosinistra la principale vittima di questo turno elettorale. Nelle 22 città capoluogo 13 erano amministrate dal centrosinistra, 4 dal centrodestra, tre da liste civiche e due erano retti da commissari.
Ebbene, ovunque ha dilagato il centrodestra, anche là, come L’Aquila dove il candidato del centrosinistra Di Benedetto si era presentato dopo il primo turno con un notevole risultato, il 47%. E invece ieri la débacle. Lo stesso sindaco uscente Cialente non riusciva a spiegarsi una tale sconfitta. La destra unita ha vinto anche a Sesto San Giovanni, la “Stalingrado” d’Italia, la città “rossa” per eccellenza. Nella città lombarda era arrivato anche Walter Veltroni a tenere un comizio, una delle rare uscite dei big del partito, visto che anche lo stesso Renzi si è defilato dalla campagna elettorale, forse presagendo il clima ostile.
La destra, stando ai risultati delle prime ore dello scrutinio, ha vinto anche a La Spezia, a Oristano, a Como, a Piacenza, Pistoia, Rieti, Monza, Alessandria, Catanzaro. E anche a Verona dove Renzi aveva invitato i suoi a votare per la lista civica dell’ex sindaco Tosi con Patrizia Bisinella.
Per quanto riguarda il M5s ha vinto, nelle città, solo a Carrara dove De Pasquale ha battuto il candidato del centrosinistra. A Parma il successo è andato in maniera netta all’ex M5s Pizzarotti che si è presentato con una sua lista civica. E a proposito di liste “dal basso”, successo di Massaro alla guida di una coalizione di sinistra a Belluno, mentre la lista padovana di Lorenzoni, una delle sorprese del primo turno, ha appoggiato il candidato del centrosinistra Giordani facendolo vincere su Bitonci del centrodestra. Insomma, là dove il centrosinistra ha stabilito un’alleanza con forze di sinistra ce l’ha fatta. Ma sembrano esperienze sporadiche, locali, più che decise dall’alto. Esperienze di sinistra unita e civica. Giordani lo dice, appena dopo il risultato: “Non voglio più divisioni o liti. Il nostro può essere un esperimento politico interessante da esportare anche a livello nazionale”. Il Pd di Matteo Renzi ha perso in tutte le città dell’Emilia Romagna, a Sesto San Giovanni, a L’Aquila. Al Sud è andata meglio per il centrosinistra, a Taranto e a Lecce, e sembra quasi che sia accaduto più per l’influenza di Emiliano che di Renzi.
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A questo punto il Pd di Matteo Renzi appare sempre più isolato in un suo drammatico arroccamento che ha dimostrato l’assenza di rapporto con la realtà dei territori. Non solo. Il Pd paga anche le scelte a livello nazionale, sia del governo Renzi che del suo erede Gentiloni. Dalla riforma costituzionale già sonoramente respinta al mittente al pasticcio della legge elettorale fino ad arrivare al ripristino dei voucher. Insomma, una serie di eventi che alla sinistra non è piaciuta per niente. Al di là del peso degli “scissionisti” del Mdp, sembra proprio che sia stata la base del Pd, la “pancia” del partito, che non ha risposto al suo segretario.
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La destra ha sfruttato questa debolezza e ha stravinto mettendo insieme la Lega e Forza Italia, mentre il M5s rimane l’incognita. Ha vinto solo in otto comuni, ma cosa hanno fatto gli elettori pentastellati? Avranno seguito l’indicazione di Grillo di astenersi o invece hanno dato il loro voto al centrodestra?
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Maurizio Acerbo, segretario nazionale di Rifondazione Comunista – Sinistra Europea, e Raffaele Tecce, responsabile nazionale Enti locali di Rifondazione Comunista – Sinistra Europea, dichiarano:
“I risultati dei ballottaggi di ieri evidenziano la rabbia e la delusione di milioni di cittadine e di cittadini che astenendosi dal voto esprimono un giudizio negativo su gran parte delle amministrazioni uscenti e più in generale su una politica che non offre alternative credibili.
La sconfitta del PD e’ stata più che meritata avendo questo partito per anni condotto politiche antipopolari. Non ha perso la sinistra visto che il PD da anni conduce politiche indistinguibili da quelle della destra. Ha perso chi ha distrutto la sinistra.
I cittadini di sinistra sono stanchi di essere presi in giro e ormai hanno smesso di considerare il PD come il “meno peggio”.
L’unica novità di queste amministrative, evidenziatasi soprattutto al primo turno, è la significativa affermazione di liste civiche e di sinistra alternative al Pd, frutto di iniziative sociali e programmi costruiti dal basso, capaci di aggregare settori popolari e protagonismo giovanile.
Da questa affermazione è necessario partire per costruire alle prossime elezioni politiche una lista civica e della sinistra alternativa al PD ed un programma politico alternativo a tutti i poli esistenti, capace di dare risposte al bisogno di lavoro, di reddito, di qualità ambientale dei territori e di diritti costituzionali dei cittadini e delle cittadine in attuazione della Costituzione, raccogliendo anche l’iniziativa partita il 18 giugno al Brancaccio sulla base dell’ appello di Tomaso Montanari e di Anna Falcone.
Il compito di una sinistra radicale e popolare è quello di costruire un progetto politico che sappia raccogliere il malcontento di milioni di cittadine e cittadine”.

Norma Rangeri
da il Manifesto
24.06.2017

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Caro professore, perché questo sei stato per tanti di noi, ora che ci lasci capiamo ancora di più quanto ci mancherai e quanto mancherai a tutto il paese. Nella nostra vita abbiamo conosciuto poche persone con il tuo profondo senso della democrazia.
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Sarebbe riduttivo sostenere che hai insegnato molto agli italiani nelle battaglie in difesa dei diritti civili e sociali. Perché quel di più che ci hai trasmesso è stata l’importanza della parola «cittadino» accompagnata all’alto senso delle istituzioni. Il binomio cittadino – istituzioni ha caratterizzato il pensiero e l’insegnamento che tu, maestro di libertà, hai portato nella vita politica e culturale, dentro e oltre i confini nazionali.
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Da questo punto di vista il tuo essere di sinistra ha marcato una differenza rispetto alla cultura marxista e a quella radicale che pure ha avuto grande importanza nella tua esistenza. Nella cultura marxista sei riuscito a infondere il valore fondamentale dei diritti civili che, ai tempi del Pci, erano praticamente sotto traccia. Invece al mondo radicale hai saputo trasmettere la necessità di impegnarsi anche per le lotte sociali.
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Senso delle istituzioni, ruolo del cittadino, lotte per il lavoro, temi etici e diritti civili: tutto questo ti appartiene – e grazie a te ci appartiene, rendendoti perciò unico nella cultura democratica italiana.
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Ma c’è un’altra cosa di cui sei stato interprete: il rispetto per l’altro.
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Nella politica nazionale questa disponibilità a capire le ragioni altrui è sempre stata una rarità perché hanno prevalso gli interessi di parte (e di partito), le lotte di potere, gli schieramenti… Da questi giochi preferivi restare lontano scegliendo di impegnarti sui valori, sui principi e sull'interesse generale.
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Per tutte queste ragioni siamo convinti saresti stato un grande presidente della Repubblica, in particolare perché avresti difeso – in nome non di un passato storico, ma di una necessità per il presente e per il futuro – i fondamenti della Costituzione.
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È con dolore che ti diciamo addio, caro professore, consapevoli del fatto che lasci una eredità culturale, giuridica, intellettuale e politica diventata bene comune per la sinistra e per la democrazia.

Alfonso Gianni
23.06.2017

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L’assemblea del Brancaccio ha avuto il merito essenziale di porre con i piedi per terra il tema della costruzione di una «lista di cittadinanza a sinistra». Il percorso è tutto da costruire, né poteva essere preconfezionato.
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Ma alea iacta est, indietro non si deve e non si può tornare. Il percorso non sarà facile e il tempo è breve. Proprio per questo conviene da subito affrontare alcuni nodi. La contraddizione nella quale si dibatte la costruzione della lista di cittadinanza a sinistra è chiara e non va sottaciuta.
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Da un lato si tratta di favorire il massimo dell’unità possibile, perché il risultato elettorale non risulti deprimente e perché la rappresentanza parlamentare che ne consegue sia dotata di forza e consistenza. Dall'altro lato bisogna garantire la sua autonomia in particolare da qualunque sogno di riedizione di un fantomatico centrosinistra, che ucciderebbe la nuova creatura prima del parto. Tenere insieme e conciliare questi due elementi non è semplice, ma neppure impossibile e soprattutto necessario.
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Le ragioni non sono solo elettorali, ma più profonde. Comincerei da queste ultime. Qui non si tratta di (ri)unificare forze di sinistra già esistenti. Non che queste manchino e che non debbano in primo luogo unirsi.
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Sarebbe ingeneroso oltre che autolesionista dimenticarlo o pensare di farne a meno. Ma esperienze comprovate dimostrano che la somma non fa il totale. Anche se lo facesse, rischierebbe di essere troppo poco persino per superare l’inevitabile asticella del quorum, peraltro per ora ignota come il resto della legge elettorale con cui si voterà, ma soprattutto per reggere la sfida della stagione politica che si apre. La quale appare contrassegnata dal fronteggiarsi di diversi e spesso opposti populismi: lo scontro tra destra e sinistra non sparisce affatto – come dimostrano anche le recenti esperienze di voto europee – ma avviene su quel terreno, ovvero nella crisi della politica, entro un senso diffuso di distacco dalle istituzioni e di diffidenza – eufemismo – verso l'establishment politico-istituzionale ai suoi vari livelli.
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L’unico punto fermo sono i valori di fondo della Costituzione, lo abbiamo ben visto con il voto popolare il 4 dicembre, quello stesso però che non si è ripresentato nella stessa misura alle urne delle recenti amministrative facendo lievitare ancora una volta l’astensionismo.
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D’altro canto la recente crisi del M5 Stelle, cui il gruppo dirigente reagisce con una evidente virata destrorsa, può liberare voti a sinistra (e non solo a destra, come sembra stia ora avvenendo) solo se lì vi è una forza in grado di attrarli. Il compito che ci sta di fronte è quindi ben più complesso: costruire senso, più che cercare consenso.
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Infatti va ben al di là dell’appuntamento elettorale. Lo trascende in un auspicabile, ma non predeterminato, processo costituente di un nuovo soggetto di sinistra, senza però poterlo bypassare perché la politica non prevede il salto del turno, ma al contrario che di volta in volta si spenda tutto quello che si ha in tasca.
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Che senso avrebbe anteporre la scelta delle alleanze – il centrosinistra – senza avere dimostrato che una sinistra autonoma e riconoscibile per profilo politico-programmatico e qualità dell’agire, esiste? E poi centrosinistra con chi? Con un centro – il Pd – che guarda a destra (per parafrasare e capovolgere la celebre espressione di De Gasperi) come dimostrano politiche e recenti sostegni parlamentari? Propugnatore del più ambizioso quanto fallimentare progetto di stravolgimento oligarchico dell’ordine costituzionale?
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Non sottovaluto affatto l’importanza delle scissioni e delle diaspore avvenute in campo Pd. Sono il frutto diretto o indiretto delle battaglia politiche e soprattutto referendarie di questi mesi. Queste ultime tanto temute da costruire la truffa del voucher reloaded. Un fatto positivo, dunque. Che andrebbe aiutato a liberarsi definitivamente dai fili vischiosi del bozzolo del passato. Non promuovendo l’abiura, ma una politica senza piombo sulle ali. Se invece si pensa a un centrosinistra senza Renzi, o ci si illude – visti gli esiti delle ultime primarie – o si finisce in bocca ai vagheggiamenti (à la Repubblica) di chi vuole semplicemente cambiare di spalla al fucile, sapendo che un Calenda sparerebbe nella stessa direzione.
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La contraddizione di cui sopra può essere superata solo spostando la definizione, da subito e nei modi necessari, di programmi e candidature ai livelli della partecipazione popolare diretta. Da qui la centralità del carattere «di cittadinanza» della lista, che pratica un diverso agire .nel momento stesso in cui lo proclama.
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Significa costruire la sinistra a partire dalla responsabilizzazione del suo popolo diffuso, che non ha mai smesso di esistere anche se la sua espressione come forza e soggetto politico ancora non c’è.

Pubblicato il 21.06.2017
di Monica Di Sisto e Rosa Rinaldi

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Il mantra della Commissione europea, per difendere la politica commerciale fallimentare che porta avanti da circa vent'anni, fatta di deregulation selvaggia, occupazione in caduta libera, flussi commerciali che crescono ma non come sperato e piccole e medie aziende che chiudono a raffica : vogliamo che il commercio sia più libero e più giusto.
Ma nell'accordo di liberalizzazione degli scambi tra Europa e Canada CETA, che in questi giorni è all'esame al Senato, e che il presidente della repubblica Mattarella vorrebbe portare come regalo di viaggio al premier canadese Justin Trudeau che incontrerà a Montreal dal 25 giugno prossimo, di libero e giusto non c’è proprio niente.
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Un trattato che, secondo uno studio della americana Tuft University potrebbe provocare solo in italia fino a 30 mila posti di lavoro in meno non è certo giusto. Ieri, incontrando i senatori in commissione Affari esteri che vorrebbe chiudere il fretta e furia entro la settimana l’esame del provvedimento, abbiamo cercato di spiegare loro che neanche i presunti vantaggi commerciali (un incremento dello 0,09% annuo del Pil europeo dopo non meno di sette anni dalla sua entrata in vigore), ammette la Commissione europea, e per i pochi settori che potrebbero guadagnarci qualcosa, sono stati correttamente valutati e aggiornati, tanto che sono al lordo della Brexit e che i negoziatori canadesi hanno in questi giorni riaperto il negoziato sulle quote tariffarie.
Si: il Canada per farci digerire il Ceta aveva accettato di allargare le attuali quote
d’importazione di formaggio dall'Europa di altre 18 mila tonnellate circa l’anno a tariffa zero.
Ma qualche giorno fa, rifatti bene i conti, i responsabili commerciali canadesi, hanno spiegato ai loro colleghi europei qualche giorno fa che intendevano che il 60% di questa quota aggiuntiva fosse riservata ai produttori e trasformatori lattiero-caseari domestici. Una fonte interna al team europeo ha spiegato che l’Europa teme che questa quota non verrà mai utilizzata e così sarà poco il formaggio nuovo che insidierà davvero i loro prodotti nazionali.
Se il contingente d’importazione rimarrà inutilizzato, o ci sarà qualche incentivo a ritardare le importazioni, l’Europa potrebbe essere privata in modo efficace di quell'accesso al mercato che ha combattuto per anni per ottenere.
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Insomma siamo stati beffati, ancor prima che il trattato entri in vigori.
Bel commercio libero e giusto, ma c’è di più: Il CETA, secondo 106 parlamentari francesi, è incostituzionale.
Il risultato del ricorso da loro presentato presso la Corte costituzionale francese dovrebbe arrivare nelle prime settimane di luglio, e fino a quella data sarebbe bene che l’Italia stesse a vedere perché quel ricorso evidenzia alcuni profili di incostituzionalità del CETA che potrebbero essere tali anche alla luce del dettato costituzionale italiano.
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I parlamentari francesi contestano il trattato, innanzitutto, sul profilo della sovranità nazionale perché con il CETA (o di seguito “Trattato”), i governi dei Paesi membri non sono solo impegnati a limitare la portata della propria libertà legislativa così da facilitare l’accesso al proprio mercato a “investitori canadesi” (comma del ricorso 1,1), ma anche di associare strettamente il Canada e i suoi cittadini e le imprese nel processo di sviluppo delle norme nazionali (1.2).
Il CETA costituisce anche comitati estranei per l’ordinamento giuridico nazionale ed europeo e in cui gli Stati membri non sono rappresentati, in grado di imporre obblighi agli Stati membri francese nelle aree di applicazione del Trattato (1.3) e di influenzare gli standard nazionali (1,4). Infine, il potere degli Stati nazionali di ritirare unilateralmente l’applicazione del CETA non è certo sia nel caso di applicazione provvisoria (5.1 del Trattato) che di applicazione definitiva (5.2 del Trattato).
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A fronte di queste considerazioni, dobbiamo chiedere a senatori e presidente della repubblica di tornare sui propri passi e affidare il CETA a una riflessione più ampia nel Paese.
Il CETA, come il TTIP, come decine di altri trattati che l’Europa sta negoziando con paesi dell’America Latina, l’Africa e il Mediterraneo, di commerciale non hanno niente.
Sono trattati che vogliono cambiare le regole del gioco democratico e metterle al servizio delle esigenze delle grandi imprese transnazionali che vogliono proiettare le proprie attività attraverso il numero più alto possibile di confini nazionali senza prendersi il disturbo di rispettare le leggi e gli standard di tutti i Paesi, soprattutto se protettivi dei diritti di persone e territori.
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Per questo, come al solito, dobbiamo unirci e opporci insieme, e le prossime ore saranno determinanti-
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Sul sito della Campagna Stop TTIP Italia trovate a questo link
https://stop-ttip-italia.net/2017/06/19/domani-al-via-le-audizioni-stopc...
dossier che spiegano nei dettagli perché fermare il CETA, nomi, cognomi e indirizzi email per contattare i senatori e chiedergli di fermarsi, lettere standard.
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Questo è l’indirizzo email del presidente Mattarella https://servizi.quirinale.it/webmail/ , questo il suo profilo facebook https://www.facebook.com/presidentemattarella/
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Vale tutto.
Facciamoci sentire

20.06.2017
COMUNICATO STAMPA

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Maurizio Acerbo, segretario nazionale di Rifondazione Comunista – Sinistra Europea, e Enrico Flamini, responsabile Lavoro di Rifondazione Comunista -Sinistra Europea, dichiarano:
«Domani si metterà mano alle regole per lo sciopero nei trasporti pubblici. In questi giorni Damiano, Del Rio e l’immancabile Renzi hanno speso parole vergognose contro il diritto sacrosanto e costituzionale allo sciopero.
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Damiano addirittura è arrivato a dire che “i Cobas vanno fermati”. Ovviamente nessuno dei tre ha ricordato che i lavoratori del trasporto pubblico continuano a protestare per diritti, salario e contratto, hanno scioperato cioè, anche venerdì scorso con una larghissima partecipazione, contro quelle liberalizzazioni e quelle privatizzazioni che sono la causa vera del peggioramento del servizio per i cittadini.
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Se la situazione dei trasporti per i cittadini è quella che è non è certo colpa dei lavoratori, bensì da tagli decisi dai governi PD e da una gestione scriteriata del settore da parte del ceto politico e dei privati.
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Si vuole ridurre ulteriormente la possibilità di scioperare in un settore già ampiamente regolato per creare le condizioni per la definitiva privatizzazione. Chiediamo alle forze della sinistra di costruire un fronte unitario di mobilitazione nella società e in Parlamento per opporci tutte e tutti insieme alle proposte di Damiano&c.: giù le mani dal diritto di sciopero».
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Pubblicato il 20 giu 2017
Giovanni Russo Spena

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Una delle disposizioni più odiose e repressive prevista dal regime fascista, quella delle misure personali preventive, sta, non a caso, in una fase di stretta autoritaria della democrazia, come l’attuale, conoscendo un utilizzo preoccupante e ricorrente contro dissenzienti e attivisti politici ( penso ai NO TAV, ai compagni di Bologna, ai compagni colpiti in occasione dell’anti G7 , all'odioso giudizio di Roma contro Di Vetta e Fagiano e tanti casi di repressione quotidiana ).
Si tratta di provvedimenti odiosi e subdoli, che ledono fortemente le libertà personali. Viene di fatto abrogato il diritto di riunione , di espressione, di manifestazione del pensiero. Viene persino limitata la libertà di movimento, con effetti gravissimi sul vissuto stesso delle persone.
Queste misure hanno un fondamento del tutto incostituzionale che nega lo Stato di diritto , con una concezione emergenziale ( da” stato di eccezione ” )del diritto pubblico alla prevenzione.. Esso subisce una torsione, diventa diritto punitivo verso il sospettato. Non esistono più , di conseguenza, né garanzie sostanziali né garanzie processuali. Sono particolarmente evidenti e gravi profili di incostituzionalità delle norme che prevedono il cosiddetto “avviso orale “. Esso viene dal potere utilizzato come uno stigma di pericolosità sociale permanente che colpisce una persona per tutta la vita. Viene prefigurata , come scrive Cesare Antetomaso , esponente nazionale dei Giuristi Democratici , ” la sorveglianza speciale per fattispecie di pericolosità generica , che contrastano con i principi della riserva di legge , della tassatività , della non colpevolezza e dell’eguaglianza , a seguito della recentissima pubblicazione della sentenza De Tommaso della Corte Europea dei Diritti Umani che condanna l’Italia per mancanza di qualità della legge. ” Il terreno di lotta democratica contro questa misure , che colpiscono molti attivisti sociali ma non sono ancora tema di campagna di massa, va aperto con determinazione e scientificità .
Si tratta , infatti, di misure poliziesche e, a volte, giurisdizionali, che diventano , sempre più spesso, strumenti di controllo del dissenso e del conflitto sociale. Inizieremo l’approfondimento con un convegno che si terrà il 22 giugno a Roma alla Fondazione Basso alle 16,30 , con la presenza di attivisti sociali, sindacali, di giuristi democratici, di eminenti e coerenti docenti garantisti.
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Resp. Area Democrazia e Diritti, PRC S.E.

Roma
17.06.2017
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La Cgil, sfilando per le vie della capitale in due cortei con lavoratrici e lavoratori provenienti da tutto il Paese,in 80 mila, ha chiesto “rispetto per il lavoro e la Costituzione”, attaccati dal Governo con la reintroduzione dei voucher. La Confederazione, infatti, ha raccolto milioni di firme per chiederne l’abolizione, ma, con uno schiaffo alla democrazia, il referendum abrogativo indetto non si è mai tenuto: una legge ha impedito agli italiani di esprimersi e ha fatto rientrare dalla finestra ciò che era uscito dalla porta. E “quando si violano le regole democratiche del Paese ci preoccupiamo – ha dichiarato dal palco Camusso – perché certi precedenti sono pericolosi”.
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“La politica non ha avuto il coraggio di fare una battaglia a viso aperto, ha usato furbizie”, ma, ha annunciato il segretario generale della Cgil, “la nostra battaglia non finisce qui. Ricorreremo alla Corte, abbiamo già raccolto più di 150mila firme. Con tutto il rispetto – ha sottolineato – faremo presente al Presidente Mattarella che siamo di fronte a un’esplicita violazione della Costituzione”.

Leo Lancari
Da il Manifesto
16.06.2017

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Giovedì nero. Bagarre al Senato per l’avvio dei lavori sulla legge. Ferita la ministra dell’Istruzione Fedeli
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Alle 13,21 vola anche un «Vaffa» all’indirizzo del presidente del Senato Pietro Grasso, solo che questa volta il tradizionale insulto grillino non arriva dai banchi del Movimento 5 stelle bensì da un senatore leghista, Raffaele Volpi, che per questo si becca una sospensione – seppure temporanea – dal destinatario delle sue attenzioni. Nel frattempo parte la carica del Carroccio ai banchi del governo, con il capogruppo Gianmarco Centinaio letteralmente incollato agli scranni più alti tanto che ci vogliono ben sette-commessi-sette per riuscire a schiodarlo. E mentre le camice verdi scatenano la bagarre all’interno dell’aula fuori, per strada, le camice nere di Casapound e Forza Nuova si scontrano con la polizia: braccia tese e cartelli truculenti da una parte, manganelli e idranti dall’altra (62 i militanti di Forza nuova denunciati).

Che l’avvio della discussione sullo Ius soli temperato non sarebbe stata una passeggiata si sapeva. Così come si sapeva che il Carroccio avrebbe dato spettacolo sia con le solite urla che con una valanga di emendamenti al testo: 48.408 proposte di modifica destinate molto probabilmente a essere «cangurate», e quindi cancellate, nel giro di qualche giorno. La giornata però finisce anche con il ministro dell’Istruzione Valeria Fedeli costretta a ricorrere alle cure dell’infermeria dopo una brutta caduta («spinta dai leghisti», accusa il Pd, ma il Carroccio nega) e lo stesso Centinaio che a sua volta deve far ricorso al ghiaccio fornito dalla bouvette per tamponare almeno un po’ il dolore a una mano.

Se non fosse per l’ennesimo insulto al parlamento e perché in ballo ci sono le vite di un milione di ragazzi figli di immigrati, non varrebbe quasi la pena di parlare di quanto accaduto ieri, tanto le sceneggiate razziste dentro e fuori il Senato si assomigliano tutte. Ad accendere il cerino questa volta ci pensa il M5S, altro gruppo che non digerisce la riforma specie dopo l’ordine di scuderia impartito due giorni fa da Grillo. I senatori pentastellati chiedono di votare prima le pregiudiziali di costituzionalità sul decreto sui vaccini e poi, ma solo poi, lo Ius soli. È un modo per prendere tempo, magari anche facendo mancare il numero legale riuscendo così a impedire che la riforma venga incardinata in aula.

A questo punto però, interviene la senatrice Loredana De Petris. La capogruppo di Sinistra italiana parte al contrattacco e chiede di mettere ai voti l’inversione dell’ordine del giorno: prima l’avvio della discussione sulla cittadinanza e poi i vaccini. Proposta approvata dall’aula con il voto contrario di Lega, centrodestra e M5S (con l’eccezione però della senatrice Paola Taverna che non partecipa alla votazione). L’esito del voto è il gong che dà il via alla bagarre. Insieme alle urla leghiste spuntano cartelli con scritto «No allo Ius soli», «Prima gli italiani», «Stop all’invasione», mentre il presidente Grasso prova senza successo a imporre un po’ di ordine.

Il senatore Salvatore Torrisi, presidente della Commissione Affari costituzionali dove il provvedimento è rimasta ferma per quasi due anni, per un po’ ci prova pure a illustrare la legge ma poi – sommerso dalle urla – ci rinuncia e allega il testo scritto al disegno di legge. E’ a questo punto più o meno che, viste ignorate tutte le sue proteste, il leghista Volpi fa partire il suo «Vaffa» contro Grasso. Che reagisce espellendolo dall’aula. Ma a questo punto a insorgere è il vicepresidente del Senato Roberto Calderoli, che spiega a Grasso come il regolamento preveda che in caso di espulsione i lavori dell’aula vengano interrotti. Ora, a Calderoli si può dire tutto tranne che non conosca a perfezione il regolamento, quindi Grasso ci ripensa e, a sorpresa, decide di sospendere la sospensione. Cosa che fa sbottare Calderoli: «Un precedente così manco l’arbitro Moreno», dice il leghista.

Tra urla e spintoni alla fine però la riforma della cittadinanza viene incardinata, riuscendo così a mettere un primo importante paletto al suo iter. Difficile però che si possa arrivare a un voto prima dei ballottaggi, mentre appare ormai scontato che il governo blinderà la legge con il voto di fiducia, forte anche della tenuta della maggioranza. Riuscendo così a mettere finalmente in salvo una riforma attesa da anni.

Bankitalia
15.06.2017
l'indesiderato

Nuovo record per il debito pubblico: ad aprile è salito a 2.270,4 miliardi, in aumento di 10,1 miliardi rispetto al mese precedente. L’incremento, spiega il fascicolo “Finanza pubblica, fabbisogno e debito” pubblicato dalla Banca d’Italia, è dovuto al fabbisogno mensile delle amministrazioni pubbliche (5,5 miliardi) e all'aumento delle disponibilità liquide del Tesoro (per 3,9 miliardi, a 58,5, mentre erano pari a 64,7 miliardi alla fine di aprile 2016) e all'effetto complessivo degli scarti e dei premi all'emissione e al rimborso, della rivalutazione dei titoli indicizzati all'inflazione e della variazione del tasso di cambio (0,7 miliardi).
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Il debito delle amministrazioni centrali è aumentato di 9,6 miliardi, quello delle amministrazioni locali è aumentato di 0,5 miliardi e il debito degli enti di previdenza è rimasto pressoché invariato.
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Ad aprile le entrate tributarie contabilizzate nel bilancio dello Stato sono state pari a 28,9 miliardi (valore invariato rispetto al 2016); nei primi quattro mesi del 2017 esse sono state pari a 120,9 miliardi, in crescita del 2 per cento rispetto al corrispondente periodo del 2016.
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La notizia mette i brividi ma è vera, ed è forse l’ultimo regalo fatto all'Italia dal risanatore Ministro dell'Economia e delle Finanze Pier Carlo Padoan dal 24 febbraio 2014, prima nel Governo Renzi e poi riconfermato in carica nel Governo Gentiloni.
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Ai primi di giugno 2017 aveva detto:"Il mio compito in questa data condizione politica è di lasciare il paese con i conti pubblici in sicurezza e offrire al Paese conti sempre più in ordine e spazi di utilizzo di risorse pubbliche per il sostegno alla crescita".
Se questi sono i risultati si evidenzia che questo è un ulteriore fallimento della politica renziana con il suo primo ministro Gentiloni il quale ha mantenuto i debiti della Pubblica Amministrazione nei confronti dei privati ad un livello spaventoso che non ha eguali nel resto d’Europa.

Pubblicato il
11.06.2017
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Care compagne e cari compagni,
come avrete letto anche sul sito del Partito come Rifondazione Comunista ho espresso condivisione e apprezzamento per l’appello di Anna Falcone e Tomaso Montanari per costruire dal basso una lista unitaria della sinistra, una lista del popolo del NO che il 4 dicembre ha sconfitto Renzi nel referendum. Come sottolineano Anna e Tomaso una lista della sinistra che si riconosce nella Costituzione e si batte contro le disuguaglianze crescenti non può che darsi un programma di netta rottura con le politiche neoliberiste di destra portate avanti dal Pd.
L’appello prende atto del fatto che ormai destra e Partito Democratico sono indistinguibili e che c’è da costruire uno spazio politico nuovo riunendo partiti, movimenti, liste unitarie, esperienze territoriali.
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IL PRC da anni propone di aggregare un polo unitario della sinistra autonomo e alternativo rispetto al PD, come abbiamo ribadito nel documento conclusivo del recente Congresso di Spoleto; pertanto abbiamo accolto positivamente questo appello e condividiamo l’invito a ritrovarci il 18 giugno a Roma per una grande assemblea che dia inizio al percorso.
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La nostra impostazione e’ stata ribadita nell’ultimo CPN (documento allegato) ed è’ incompatibile con le posizioni di chi propone alleanze col PD.
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Da anni, infatti, siamo impegnati nelle vertenze locali per il lavoro e la valorizzazione dell’ ambiente, nei comitati e nelle iniziative sociali, nelle lotte per la salute ,la conoscenza e per la difesa dei diritti di inclusione sociale a costruire dal basso ed in maniera partecipata una Sinistra “che pone al centro del suo programma politico –come scrivono Anna e Tomaso – la lotta alle diseguaglianze e il ritorno alla giustizia sociale come priorità delle politiche pubbliche.”
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Abbiamo lavorato a questa prospettiva anche costruendo dal basso nei territori liste della sinistra alternativa e civica nelle elezioni comunali – anche quelle di domenica 11 giugno – creando una rete delle “città in comune” capace di dare respiro nazionale a battaglie locali per i diritti delle cittadine e dei cittadini; anche da queste esperienze è necessario partire per costruire in maniera partecipata una lista per le prossime elezioni politiche che si ponga in radicale alternativa a tutti i poli politici esistenti, a partire dal contrasto, prima e dopo le elezioni, delle scelte di austerità ed antipopolari dei governi a guida PD e valorizzando le esperienze locali costruite intorno ai comitati per il NO al referendum costituzionale, che il 4 dicembre scorso hanno contribuito enormemente a sconfiggere il disegno liberista e renziano di attacco ai diritti costituzionali delle cittadine e dei cittadini.
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Per questi motivi ritengo utile ed importante la massima partecipazione possibile, con le nostre posizioni, delle compagne e dei compagni del PRC-SE all’ assemblea, convocata sull’appello Falcone Montanari, che si terrà a Roma al TEATRO BRANCACCIO (via Merulana 244) il 18 giugno dalle ore 9.30.
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Peraltro questa partecipazione può essere legata alla presenza già prevista a Roma di molte compagne compagni per la manifestazione nazionale indetta dalla CGIL sabato 17 giugno contro l’imbroglio sui voucher ordito dal Pd e dalla maggioranza di governo (vedi anche apposita circolare delle/dei compagne/i della segreteria Fantozzi, Flamini e Locatelli, con tutte le relative indicazioni ed informazioni).
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Per ogni ulteriore indicazione ed informazione potete rivolgerVi al coordinatore della segreteria Stefano Galieni (tel. 347-1777846 stefano.galieni@rifondazione.it) o al compagno Raffaele Tecce, responsabile EELL (raffaele.tecce@rifondazione.it e tel. 334-6603135)
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Ribadendo l’invito alla presenza ed alla mobilitazione sia per la manifestazione del 17 e sia per l’incontro al teatro Brancaccio del 18, Vi invio e più affettuosi saluti
Maurizio Acerbo
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Segretario nazionale del Partito della Rifondazione Comunista Sinistra Europea

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