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LA TRUFFA DELL’ATTESA DI VITA

30.10.2017
Salvatore Allocca


Alla notizia che l’attesa di vita è aumentata di circa 5 mesi, Tito Boeri ha festeggiato ribadendo la necessità di allungare ulteriormente l’età anagrafica di pensionamento portandola a 67 anni.

In realtà dietro tale conteggio c’è una “truffa colossale” ai danni delle classi economicamente più deboli. Infatti il dato pubblicizzato si riferisce ad una “media” che non restituisce la concreta realtà della nostra società così come è divisa in classi e non solo per il fattore reddito, ma anche sotto il profilo della salute e quindi della attesa di vita.

Insomma in Italia, come nel resto del mondo capitalistico, nemmeno la morte costituisce la “livella” che supera steccati di censo, di ruolo sociale e di vita lavorativa. È insomma un po’ come sul Titanic dove la media dei passeggeri annegati era complessivamente del 52% ma la differenza tra la I e la III classe era di oltre 25 punti. ( per la precisione annegarono il 68% dei passeggeri di III classe ed il 40%di quelli di I).

Allo stesso modo con il calcolo della attesa di vita che ha fatto brindare Boeri, ci viene restituita la realtà come se fosse pressoché uguale per tutti mentre presenta differenze sostanziali tra un classe e l’altra.

In realtà l’ISTAT non studia l’attesa di vita per condizione lavorativa e reddito, come sarebbe opportuno ai fini di una valutazione del sistema pensionistico, ma esclusivamente in riferimento al livello di istruzione che comunque, anche se non direttamente, rappresenta una “differenza di classe”.

Allora sarà bene sapere che tra l’attesa di vita residua all’età di 65 anni (vecchio limite di pensione) c’è una sostanziale differenza tra un laureato ed un bracciante con la licenza elementare.
Insomma un laureato che ha tagliato il traguardo dei 65 si aspetta di vivere altri 20 anni tondi tondi, mentre chi ha la sola licenza elementare morirà “statisticamente” 2 anni e 4 mesi prima.

Non ostante ciò vanno tutti e due in pensione alla stessa età per far quadrare i conti dell’INPS, ma non certo quelli della giustizia sociale.

Se poi si ricorre ai dati del 2000, riferiti direttamente alla attività lavorativa, gli anni di differenza tra un operaio generico ed un professionista salgono a 4 anni e 6 mesi e ciò che più ci fa rizzare i capelli in testa è che nell'universo femminile, che ha subito sul terreno pensionistico l’attacco più pesante, i livelli di retribuzione più bassa hanno subito un peggioramento della attesa di vita in valori assoluti e che quindi per loro, mentre l’attesa di vita si accorcia l’attesa della pensione si allunga. Ma ovviamente per il concetto di giustizia di Boeri vanno tutti in pensione alla stessa età.

E Boeri continua a ritenersi soddisfatto aggiungendo un’ultima perla ai suoi ragionamenti affermando che tutto sommato, in Italia, la durata della vita lavorativa non è più lunga che negli altri paesi visto che si comincia a lavorare più tardi e che se si va in pensione troppo presto le pensioni risulterebbero troppo basse.

Non sfiora neppure il cervello di questo grande manager pubblico che questo sarebbe un motivo in più per far lavorare meno gli anziani e prima i giovani?