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IL RISCHIO BOLLA DELLA FINANZA "ROSSA". INCOGNITE SU 9 MILIARDI DI PRESTITI DEI SOCI.

Gianluca Paolucci
da la Stampa
17/09/2017


Dalla Unipol alle banche, i valori gonfiati delle partecipazioni finanziarie rendono difficile garantire i soldi degli associati. Legacoop: “Ma non sono risparmi”

Sono almeno 9 miliardi di risparmi degli italiani e si appoggiano su gambe che mostrano qualche incrinatura. Si tratta del prestito sociale delle Coop e la colpa non è solo della crisi dei consumi e di una concorrenza sempre più aggressiva, ma anche di un legame tra Coop e finanza che tra impegni «di sistema» e avventure azzardate nell’azionariato di grandi banche (Mps e Carige principalmente) rischia di diventare insopportabile.

Risparmi o finanziamenti
Tutto il problema finanziario sarebbe solo un affare interno alle Coop, se non fosse appunto per il prestito sociale. I soci prestano soldi alle Coop che pagano un interesse. A fissare le regole sono la legge e una serie di circolari Bankitalia, che però non ha poteri di vigilanza sulle coop. In passato ci sono stati almeno due casi (Coop Carnica e Trieste) che hanno lasciato un buco di alcune decine di milioni nelle tasche dei risparmiatori. «Il problema è che i tassi sono inferiori ai rischi che si corrono - dice Alessandro Pedone di Aduc, una delle associazioni di consumatori che si è occupata dell’argomento -. Se queste coop emettessero obbligazioni sul mercato dovrebbero pagare tassi due o tre volte più alti».
Di parere opposto Stefano Bassi, presidente dell’Associazione nazionale delle Coop di consumo. «Il prestito non è raccolta pubblica di risparmio, come ha chiarito Bankitalia. È un istituto legittimo, remunerativo per i soci che soggiace ad una regolamentazione rigorosa», spiega. Le coop, aggiunge, «non si sottraggono a eventuali nuovi confronti normativi. È intenzione delle coop procedere ulteriormente con altri strumenti sul fronte della vigilanza, controlli e garanzie».

Valori e prezzi
Tra i vincoli posti da Bankitalia c’è quello che l’ammontare del prestito sociale non può superare tre volte il patrimonio netto. Ed è qui che tutto s’ingarbuglia. L’esempio più eclatante è quello della catena di controllo di Unipol. Risalendo lungo la catena di controllo del gruppo assicurativo (vedi grafico) i valori in bilancio lievitano fino a quasi cinque volte il valore in Borsa del titolo Unipol Gruppo Finanziario (Ugf), la capogruppo delle attività assicurative e bancarie. Nello stesso bilancio si trovano almeno tre prezzi diversi. È il caso di Holmo holding delle coop e azionista di Finsoe, che a sua volta controlla Ugf con il 31,4%. A farlo presente, durante l’assemblea che ha approvato i conti di Holmo nel giugno scorso, è Giorgio Pellacini, commercialista emiliano nonché liquidatore di Coopsette, coop edile finita in dissesto. Fatti due conti, la partecipazione in Unipol ha almeno quattro valori diversi. Nel bilancio di Finsoe vale 9,95 euro per azione, nel bilancio di Holmo a 12,61 euro. Poi però Holmo vende il 2,28% di Finsoe ad un prezzo che è pari alla quotazione di Unipol ma quello che resta in bilancio vale sempre uguale. Quindi di fatto rivaluta Finsoe e conseguentemente Unipol, che adesso viene valorizzata 13,22 euro per azione. Il tutto mentre il titolo Unipol viaggia in Borsa intorno a 3,8 euro, con una oscillazione tra 2,26 e 4,3 euro nell’ultimo anno. Com’è possibile, chiede Pellacini? Semplice: quei valori sono giustificati da una serie di perizie, risponde Holmo.

Perdite latenti
Questi valori si riverberano sulla galassia delle coop che controllano Unipol, che si portano dietro pesanti perdite latenti. Alleanza 3.0 è la più grande coop di consumo italiana. Un vero colosso, gestisce i supermercati Coop tra Emilia, Lombardia e Veneto. È anche il primo socio di Finsoe e, se portasse il valore della partecipazione al prezzo di mercato, dovrebbe registrare in bilancio una perdita di 643 milioni di euro. Sommando a questa altre partite latenti (Spring 2, un veicolo liquidato nei mesi scorsi, la società immobiliare Igd e altri) si troverebbe il patrimonio netto abbattuto di circa 1 miliardo, da 2,4 a 1,5 miliardi. A bilanciare in parte l’ammanco ci sono circa 93 milioni di plusvalenze latenti dalla partecipazione diretta in Unipol (9,6%). «Non esistono minusvalenze latenti - dice Adriano Turrini, presidente di Alleanza 3.0 -. Le azioni che abbiamo in carico dirette sono a 2,5 euro, ampiamente al di sotto al valore di Borsa. Per la restante parte abbiamo azioni Finsoe, che ha un valore di carico che deriva dalla storia e dei risultati del gruppo. Ci sono le perizie di soggetti terzi, che tengono conto dei rendimenti attesi e di un premio di maggioranza».

E veniamo alle perizie. Ne abbiamo visionata una, quella per giustificare il valore di carico di Unipol in Finsoe nel bilancio 2015. L’autore è Deloitte, che dopo una serie di avvertenze (il rapporto «non potrà essere distribuito a terzi» senza il consenso scritto di Deloitte, che «non risponderà di eventuali danni che i soggetti che avranno accesso al presente documento o altri soggetti potranno subire in caso di uso improprio» del rapporto stesso), esclude esplicitamente il valore di Borsa come base di calcolo, utilizza il valore degli utili attesi e si lancia in una serie di assunti. Ad esempio, considera gli utili al 2018 il risultato previsto al 2015 nel vecchio piano industriale di Unipol, considerando «la graduale ripresa prevista» nel 2016 e 2017. Ma non basta. Allora applica un premio di controllo, calcolato sulla base delle transazioni di pacchetti quotati avvenute nel mercato bancario e assicurativo tra il 2001 e il 2006. Ovvero, quando il mercato tirava e le valutazioni del settore hanno raggiunto il loro picco storico. Sulla base di tutto questo si aggiunge un altro 25%/35% e si arriva a valori ancora più elevati. Tra 14,21 e 15,35 euro per azione Ugf.

Fuga dal prestito
Il caso più delicato è quello di Unicoop Tirreno, attiva nella Costa toscana e nel Lazio. Lo scorso anno è stata salvata da un intervento «di sistema» dalle altre grandi coop che hanno sottoscritto degli «strumenti finanziari partecipativi» per 175 milioni di euro, erogati però alla coop solo in parte. Unicoop Tirreno è nel mezzo di una complicata ristrutturazione, ha ridotto le rete di vendita, chiuso negozi e imposto sacrifici al personale. Ma nonostante questo la sola valorizzazione a prezzi di mercato della partecipazione Finsoe porterebbe una nuova perdita di 113 milioni, facendo saltare il parametro Bankitalia per i 750 milioni di prestito sociale. Prima dell’allarme, il prestito sociale era arrivato a 1,4 miliardi. Una vera e propria corsa allo sportello, in qualche modo lanciata dalla stessa coop per ridurre i rischi.