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UN'ARMA SENZA CONTROLLO

Andrea Fabozzi
da il Manifesto
16.09.2017


L'autonomia nel lavoro di polizia giudiziaria e gli effetti della riforma del 2000. Il "capitano Ultimo" reagisce alle accuse attaccando la politica ed ergendosi a paladino del popolo: "Stiano sereni, l’unico colpo di stato non è quello di pochi carabinieri che lavorano per un tozzo di pane ma quello contro i cittadini"

Accuse di golpe, Watergate, eversione. Era da molti anni che non si vedeva una tempesta del genere sull'arma dei carabinieri, precisamente da quando diciassette anni fa fu riformato il corpo. La riforma significò la promozione dei carabinieri a quarta forza armata, la fine della dipendenza dall'esercito e l’espansione delle funzioni di polizia militare e di polizia giudiziaria. In sintesi una grande autonomia, che all'epoca spaventò la sinistra parlamentare e i vertici della polizia di stato. Di rischi per la democrazia, condizionamenti, ricatti e direttamente di golpe si parlò anche allora, quando a volere la riforma e a condurla in porto in parlamento furono il presidente del Consiglio Massimo D'Alema e due suoi fedelissimi al ministero dell’Interno e ai servizi segreti (e poi alla difesa), Massimo Brutti e Marco Minniti. L’arma che oggi il Pd renziano mette al centro delle accuse è figlia di quella riforma, gode dell’autonomia riconosciuta allora.
Sergio De Caprio, il famoso capitano Ultimo, nel frattempo colonnello, che nel ’93 arrestò Riina, è un ufficiale che si muove in grande autonomia. Nelle interviste compare a volto coperto, di lui sono noti l’impegno filantropico e la passione per la falconeria, ha una sua squadra di uomini fidati che lo ha seguito dal Ros al Noe ai servizi segreti dell’Aise. E poi di nuovo ai carabinieri quando, nel luglio scorso, l’Aise ha spiegato che «è venuto meno il rapporto di fiducia». Conseguenza anche questa del caso Consip: avrebbe continuato a ricevere informazioni sull’inchiesta all’insaputa dei superiori.

A esaltare le gesta di De Caprio nella lotta al crimine è stata dedicata una popolare serie televisiva, Ultimo, in cinque stagioni, mentre una meno popolare, L’uomo sbagliato, tratta di un celebre errore giudiziario di cui è stato partecipe. Nell’estate di due anni fa il comandante generale dell’arma, Tullio Del Sette, firmò una circolare per escludere i vice comandanti dei reparti – De Caprio lo era del Noe – dalle funzioni di polizia giudiziaria. Mossa considerata contra personam, decisa dopo che un’intercettazione relativa all’inchiesta sulla cooperativa Concordia, una telefonata tra il comandante della Finanza e Renzi, era finita in prima pagina sul Fatto quotidiano. E proprio Del Sette è tra gli indagati dalla procura di Napoli per Consip, insieme al comandante della regione Toscana Saltalamacchia.

Nel 2000 a rispondere a chi – sinistra e polizia – vedeva i rischi della riforma dell’arma, era il Cocer dei carabinieri, allora guidato dal colonnello Pappalardo (una «relazione sullo stato del morale dei cittadini» descriveva un paese allo sfascio e una condizione «aberrante» della popolazione «inerme»). Oggi è direttamente Ultimo ad auto difendersi, con parole non troppo diverse consegnate all’agenzia Ansa: «Leggo che illustri esponenti politici paventano colpi di stato e azioni eversive da parte del capitano Ultimo e di pochi disperati carabinieri che lavorano per un tozzo di pane. Stiano sereni tutti, perché mai abbiamo voluto contrastare Matteo Renzi o altri politici, mai abbiamo voluto alcun potere, mai abbiamo falsificato alcunché. L’unico golpe che vediamo è quello perpetrato contro i cittadini della repubblica, quelli che non hanno una casa, quelli che non hanno un lavoro e quel golpe non lo hanno fatto e non lo fanno i carabinieri». E alla pm Musti che, secondo quando riferito al Csm e trasmesso alla procura di Roma, sospettava che gli ufficiali del Noe Scarfato e De Caprio agissero come «esagitati» contro Renzi, Ultimo risponde che «non ho mai avuto esaltazioni o esagitazioni neanche quando abbiamo arrestato Riina, non abbiamo mai esultato, non abbiamo esploso colpi in aria, mai festeggiato», allusione velenosa a quello che invece fece la polizia di stato quando, sette anni dopo, catturò Giovanni Brusca.
Lette le dichiarazioni del capitano Ultimo, è intervenuta la ministra della difesa Pinotti secondo la quale quelle parole «sono da attribuire a De Caprio personalmente e non certo all'arma dei carabinieri che ha sempre dimostrato, e continua a dimostrare, grande fedeltà al proprio ruolo. Credo che dovranno anche essere valutate dal comando generale per capirne l’opportunità». Un invito che il comando generale ha fatto sapere sarà raccolto prontamente (il generale Del Sette prima di assumere la guida dei carabinieri era stato capo di gabinetto della stessa Pinotti). A questo punto sono assai probabili nuove iniziative, dopo la recente espulsione dall'Aise, per restringere l’autonomia di cui godono il capitano Ultimo e la sua squadra. Nuovi tentativi.