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SUI PREZZI DEI FARMACI COMANDA LA FINANZA

Alice Cauduro
da il Manifesto
17.08.2017


Se in Italia circa 12 milioni di persone non riescono a curarsi, questo rileva molto più della crisi economica del nostro sistema sanitario: rileva lo stato di salute della nostra democrazia, di quel principio di eguaglianza del 1978. Perché era l’anno in cui con l’istituzione del Servizio sanitario nazionale, è stato declinato come principio di eguaglianza dell’accesso alle cure. Il processo di smantellamento di quel modello si rivela nella “finanziarizzazione del farmaco”.

Nel 2014 l’Agenzia italiana del farmaco ha definito il Sovaldi (un nuovo farmaco in grado di eradicare il virus dell’Epatite C) come un «farmaco dal costo insostenibile». Il prezzo è stato inizialmente negoziato dalla stessa Agenzia e dalla produttrice multinazionale Gilead ad un prezzo stimato di circa 40 mila euro a paziente per ogni ciclo completo di terapia. Ad oggi il Servizio sanitario nazionale non è ancora in grado di garantire l’accesso di tutti i pazienti a questo farmaco innovativo di dimostrata efficacia. Il caso è diventato in questi anni tristemente noto alle cronache per il fenomeno del “turismo sanitario” verso paesi come l’India dove è possibile acquistarlo ad un prezzo di circa 700 euro. E questo fenomeno è destinato a ripetersi in futuro per i nuovi farmaci in arrivo per i quali è immaginabile la negoziazione di prezzi economicamente inaccessibili per l’individuo e insostenibili per la collettività.

La questione (globale) della negazione dell’accesso ai farmaci innovativi ad alto costo viene presentata come una questione di “insostenibilità economica” per il Servizio sanitario nazionale, quando invece ad essere “insostenibile socialmente” è l’assenza di un intervento pubblico. Già nel 1978 la legge espressamente affermava la «funzione sociale del farmaco» e la «prevalente finalità pubblica della produzione»; e oggi l’intervento pubblico a garanzia dell’accesso al farmaco avrebbe l’opportunità di realizzarsi attraverso molteplici strumenti: la concessione di licenze obbligatorie, l’autoproduzione, la trasparenza nella negoziazione dei prezzi dei medicinali rimborsabili, una «corretta metodologia per la valutazione dei costi».

Nel 1978, nello stesso anno in cui veniva disegnato il modello del Servizio pubblico sanitario, la Corte costituzionale italiana dichiarava l’illegittimità della norma che vietava la brevettabilità dei farmaci. Tra le argomentazioni della Consulta: l’assenza di una correlazione tra l’aumento del prezzo e la copertura brevettuale, la presenza di un incisivo intervento pubblico autoritativo e la necessità di garantire all’industria farmaceutica (attraverso il brevetto) di coprire i costi della ricerca. Queste argomentazioni oggi non sarebbero sostenibili. Prendiamo ad esempio lo stesso caso del Sovaldi: la Gilead non ha investito in innovazione ma acquisito l’azienda che aveva brevettato il farmaco (Pharmasset) e la stessa Agenzia italiana del farmaco (che negozia coi produttori il costo dei farmaci innovativi rimborsati) segnala che attraverso il farmaco Sovaldi, la Gilead ha visto crescere in maniera significativa il proprio valore aziendale, proponendo un prezzo (poi negoziato) molto più alto di quello inizialmente immaginato dalla Pharmasset.

Di fronte all’evidenza della negazione dell’accesso al farmaco, nel marzo 2017 una circolare del ministero della salute ha autorizzato “l’importazione ad uso” di farmaci registrati all’estero anche quando «l’accesso al medicinale disponibile in Italia non risulti possibile per il paziente, in quanto lo stesso paziente non rientra nei criteri di eleggibilità al trattamento per l’erogazione del medicinale a carico del Servizio Sanitario Nazionale, ovvero per la sua eccessiva onerosità». La circolare affronta in termini emergenziali il problema della negazione dell’accesso al farmaco innovativo ad alto costo e aumenta le diseguaglianze; incide sui principi e sull’effettività della tutela della salute nel servizio pubblico sanitario.
La questione, che è destinata a riproporsi per altre patologie, diverse dall’epatite C, è rappresentativa di un diverso modo di intendere la tutela della salute e più in generale i diritti della persona. Una tutela sempre più “individuale”, ben diversa da quella che i Costituenti affermarono come diritto fondamentale e interesse della collettività (dunque in una duplice accezione, individuale e collettiva assieme).
La questione non è solo nazionale. Di fronte al mercato globale del farmaco è necessaria una politica farmaceutica europea. L’Agenzia europea dei medicinali (Ema) non ha competenza in materia di negoziazione dei prezzi dei farmaci rimborsabili e non rappresenta “l’Europa del farmaco”. La sua sede è a Londra, ma ancora per poco, in attesa dell’inevitabile trasferimento dopo la Brexit. Diverse le città europee che si stanno candidando per accogliere la nuova sede. Per l’Italia: Milano. La sede immaginata: palazzo Pirelli. Il presidente del consiglio Gentiloni ha presentato la candidatura come «una grande opportunità per il nostro paese». Ci piacerebbe poter sperare che le nostre istituzioni per “grande opportunità” intendano l’opportunità di definire una politica farmaceutica europea, di coordinare le agenzie nazionali e contrastare la negoziazione dei prezzi insostenibili dei nuovi farmaci.

*Università degli Studi di Torino.
Autrice di L’accesso al farmaco,
Milano, Ledizioni, 2017