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SI FA PRESTO A PARLARE DI ACCOGLIENZA

01.04.2017
Stefano Galieni
Responsabile nazionale migranti PRC

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Si fa presto a parlare di accoglienza. Spesso, soprattutto dalle pagine locali dei locali dei quotidiani come dalle commissioni ministeriali, si capisce poco, altrettanto spesso gli stessi amministratori locali si ritrovano la "patata bollente" di una decisione senza comprenderne gli effetti e senza saperli - o a volte volerli - comunicare alla propria cittadinanza.
Proviamo a fare un po' di chiarezza. Per chi arriva ed attende di poter veder esaminata la propria domanda di asilo o di protezione umanitaria si aprono in un paese complicato come il nostro, diverse strade. Due sono le principali. La prima è essere immessi in un progetto Sprar (Sistema protezione richiedenti asilo e rifugiati). Un sistema che attualmente ospita un quarto dei richiedenti asilo ma che ha sia dei pro che dei contro. Negli Sprar non si creano grandi concentramenti di persone - al massimo poche decine - e proporzionate al numero di abitanti della località prescelta. Il responsabile è l'ente locale che deve fornire le strutture, può scegliere chi si occuperà di gestire il progetto che quindi permetterà la creazione di pochi ma preziosi posti di lavoro, deve rendicontare ogni spesa fatta e soprattutto deve avviare chi ne beneficia ad una inclusione socio economica nel territorio: insegnamento della lingua, favorire tirocini atti a trovare lavoro, garantire la scuola se ci sono minori o se c'è richiesta, assistenza sanitaria e abitazione dignitosa. I Comuni che attuano questi progetti ricevono sia compensi dal Servizio Centrale dello Sprar sia possono derogare al patto di stabilità che spesso impedisce spese. Le spese sostenute vengono tolte dai limiti del bilancio. Certo il Comune e l'ente attuatore (cooperativa o altro) devono impegnarsi a garantire a chi arriva e a chi ospita, la possibilità di conoscersi e di evitare ghettizzazioni. Quando funziona si sono realizzate esperienze - di cui si parla poco - estremamente positive. Meno paure per chi ospita, una prospettiva di vita decente per chi si è sobbarcato un viaggio orribile per fuggire dal proprio paese. Lo Sprar però spesso non viene accettato dal Comune per una ragione carica di cinismo. L'amministrazione si assume una responsabilità politica e chi è contrario, a prescindere, all'arrivo di profughi, utilizza tale scelta per cavalcare ogni forma di malcontento ed erodere consenso alla maggioranza che fa questa scelta. "Ci sono gli immigrati?" "Colpa del sindaco che non pensa a noi". Questa è la classica frase. E pensare che ci sono paesi, soprattutto nel Meridione in cui, il realizzarsi di progetti Sprar ha portato occupazione nei progetti, risistemazione degli stabili abbandonati, riapertura delle scuole, maggiore partecipazione sociale nella vita del paese. Ma di questo sui quotidiani si parla poco.
Si diceva che esiste un altro percorso, il più battuto e per certi versi fallimentare. Laddove i Comuni rifiutino ogni arrivo la prefettura può disporre l'apertura di un CAS (Centro di Accoglienza Straordinaria), utilizzando strutture disponibili, caserme, alberghi vuoti, caseggiati in disuso. Nei CAS la responsabilità è totalmente in mano alle prefetture che, in quanto organi del governo, possono decidere a chi assegnare la gestione, quante persone portare e che sono tenute ad un rapporto con l'ente locale solo per ragioni di cortesia. Nei CAS di fatto non è garantita una rendicontazione delle spese effettuate (non c'è bisogno di spiegare come vengono spesi i famosi 35 euro giornalieri per richiedente asilo) e questo facilita una forte disparità di trattamento nonché speculazioni perché più persone ci sono più l'introito è alto. Ma se si apre un CAS la colpa/responsabilità non è del sindaco che potrà sempre dire ai propri elettori: "non è colpa mia, lo ha voluto il governo. Prendetevela col prefetto".
Gli Sprar a volte funzionano e rendono chi ne beneficia libero di ricostruirsi una vita, nei CAS avviene molto più raramente, i costi di entrambi non ricadono sulla collettività - che spesso anzi ne beneficia - i numeri non sono tali da creare concentrazioni insopportabili e, soprattutto si tratta di progetti temporanei, la cui durata dipende dalla gestione delle commissioni incaricate di valutare le richieste di asilo e dalla efficacia nel creare autonomia per chi vi si ferma per il periodo necessario. Certo se tutti i Comuni d'Italia fossero obbligati ad avere una piccola percentuale di richiedenti asilo nel proprio territorio, nell'ordine del 3 X 1000, neanche si avvertirebbe questo come problema da segnalare.
Ma molti comuni, per egoismo rifiutano e cercano di impedire anche l'arrivo di un CAS con il risultato che solo un quarto dei Comuni è oggi interessato dalla presenza di richiedenti asilo. Se ognuno fosse obbligato a fare la propria parte non ci sarebbero problemi.
Da ultimo c'è poi da dire che per piccoli numeri di persone, (15 o 30 che siano) se l'ente locale svolgesse un ruolo di facilitatore nel rapporto con la cittadinanza, alcuni ostacoli dettati più dalla cattiva cronaca che dalla esperienza diretta verrebbero superati facilmente. Ma ci vorrebbe appunto l'impegno di tutti gli attori sociali presenti: amministratori, forze sociali e politiche, volontariato laico e religioso. Si imparerebbe che includere porta ottimi risultati per tutti. Basta provarci, non partendo col timore che chi sta arrivando è un pericolo o sono braccia da sfruttare ma sono persone. Persone con il proprio bagaglio di vissuto, con la propria cultura, le proprie competenze e i propri problemi, come ognuno di noi e di persone ne abbiamo tutti bisogno.
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