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QUANDO MANCA IL MONITORAGGIO DEI COMUNI SUL RISCHIO IDROGEOLOGICO

Riportiamo qui di seguito i rapporto di Legambiente del 17 maggio 2016 dove si evince che se non si provvede ad un piano di prevenzione strutturale il nostro paese sarà sempre a rischio di frane , smottamenti, esondazioni e i disastri di questo tipo vedi l'esondazione del Tanaro, del PO si verificheranno sempre di più
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Legambiente presenta Ecosistema rischio 2016 - Monitoraggio sulle attività nelle amministrazioni comunali per la mitigazione del rischio idrogeologico
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Nel 31% dei Comuni (401) interi quartieri costruiti in aree a rischio. Nel 77% (1.074) troviamo abitazioni in zone golenali, presso alvei e in siti a rischio frana. 7 milioni i cittadini esposti quotidianamente al pericolo. “Interventi di prevenzione strutturale troppo spesso puntuali e non ispirati ad un approccio sistemico non bastano e possono addirittura accrescere il rischio. Per vera prevenzione ed efficacia occorre filiera virtuosa, nazionale e locale con enti in sinergia”
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7 milioni di cittadini si trovano ogni giorno in zone esposte al pericolo di frane o alluvioni. In ben 1.074 comuni (il 77% del totale) sono presenti abitazioni in aree a rischio. Nel 31% sono presenti addirittura interi quartieri e nel 51% dei casi sorgono impianti industriali. Nel 18% dei Comuni intervistati, nelle aree golenali o a rischio frana sono presenti strutture sensibili come scuole o ospedali e nel 25% strutture commerciali. L’urbanizzazione delle aree a rischio non è solo un fenomeno del passato: nel 10% dei Comuni intervistati sono stati realizzati edifici in aree a rischio anche nell’ultimo decennio. Solo il 4% delle amministrazioni ha intrapreso interventi di delocalizzazione di edifici abitativi e l’1% di insediamenti industriali. In ritardo anche le attività finalizzate all’informazione dei cittadini sul rischio e i comportamenti da adottare in caso di emergenza: L’84% dei Comuni ha un piano di emergenza che prende in considerazione il rischio idrogeologico ma solo il 46% lo ha aggiornato e solo il 30% dei Comuni intervistati ha svolto attività di informazione e di esercitazione rivolte ai cittadini.
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Numeri e dati aggiornati sul rischio idrogeologico in Italia sono stati illustrati oggi a Roma da Legambiente, nel corso di un convegno per la presentazione del dossier Ecosistema Rischio 2016, l’indagine sulle attività nelle amministrazioni comunali per la mitigazione del rischio idrogeologico, realizzata sulla base delle risposte fornite dalle amministrazioni locali al questionario inviato ai Comuni in cui sono state perimetrale aree a rischio idrogeologico (i dati si riferiscono quindi ai 1.444 Comuni che hanno risposto al questionario di Legambiente).
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All’incontro, coordinato dal Responsabile scientifico Legambiente Giorgio Zampetti, hanno partecipato: Mauro Grassi, Responsabile Struttura di missione contro il dissesto idrogeologico, Fabrizio Curcio, Capo Dipartimento della Protezione Civile, Francesca Ottaviani, Coordinatrice nazionale Legambiente Protezione Civile, Gaia Checcucci, Direttrice generale per la salvaguardia del territorio e delle acque del Ministero dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare, Bernardo De Bernardinis, Presidente Ispra, Massimo Caleo, Vicepresidente Commissione Ambiente del Senato, Bruno Valentini, Sindaco di Siena e delegato ANCI alle Politiche ambientali, Territorio e Protezione civile e il vicepresidente di Legambiente Edoardo Zanchini.
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Solo nel 2015 frane alluvioni hanno causato nel nostro Paese 18 vittime, 1 disperso e 25 feriti con 3.694 persone evacuate o rimaste senzatetto in 19 regioni, 56 province, 115 comuni e 133 località. Secondo l’Istituto di ricerca per la protezione idrogeologica (Irpi) del Cnr, nel periodo 2010-2014 le vittime sono state 145 con 44.528 persone evacuate o senzatetto, con eventi che si sono verificati in tutte le regioni italiane, nella quasi totalità delle province (97) e in 625 comuni per un totale di 880 località colpite.
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“E’ evidente l’urgenza di avviare una seria politica di mitigazione del rischio che sappia tutelare il suolo e i corsi d’acqua e ridurre i pericoli a cui sono quotidianamente esposti i cittadini – ha dichiarato il responsabile scientifico di Legambiente Giorgio Zampetti -. La prevenzione deve divenire la priorità per il nostro Paese, tanto più in un contesto in cui sono sempre più evidenti gli effetti dei cambiamenti climatici in atto. Per essere efficace però, l’attività di prevenzione deve prevedere un approccio complessivo, che sappia tenere insieme le politiche urbanistiche, una diversa pianificazione dell’uso del suolo, una crescente attenzione alla conoscenza delle zone a rischio, la realizzazione di interventi pianificati su scala di bacino, l’organizzazione dei sistemi locali di protezione civile e la crescita di consapevolezza da parte dei cittadini”.
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Rispetto all’attività di prevenzione del rischio, nell’80% dei comuni intervistati sono stati redatti piani urbanistici che hanno recepito le perimetrazione delle zone esposte a maggiore pericolo. Nonostante l’evidente fragilità del territorio, nel corso dell’ultimo decennio, nel 10% dei comuni (146 fra quelli intervistati) si è continuato a costruire in zone a rischio: nel 88% dei casi sono state urbanizzate aree a rischio di esondazione o a rischio di frana con la costruzione di abitazioni (in 128 comuni su 146); nel 14% dei casi in tali aree sono sorti addirittura interi quartieri (in 20 comuni). Nel 38% l’edificazione ha riguardato fabbricati industriali (55 comuni). Nel 12% dei casi (17 comuni), invece, sono state costruite in aree a rischio idrogeologico strutture sensibili come scuole e ospedali, nel 18% (26 comuni) strutture ricettive e nel 23% (33 comuni) strutture commerciali.
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Complessivamente, soltanto il 4% (53 amministrazioni) dei comuni intervistati ha intrapreso azioni di delocalizzazione di abitazioni dalle aree esposte a maggiore pericolo e appena nell’1% dei casi (20 comuni tra i 1.399 che hanno partecipato all’indagine) si è provveduto a delocalizzare insediamenti o fabbricati industriali. Per correggere gli errori urbanistici del passato è necessario abbattere e spostare dove possibile ciò che non si può difendere dalle alluvioni e dalle frane.
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Il 68% dei comuni ha dichiarato di svolgere regolarmente un’attività di manutenzione ordinaria delle sponde dei corsi d’acqua e delle opere di difesa idraulica; nel 70% dei comuni campione sono state realizzate opere per la messa in sicurezza dei corsi d’acqua o di consolidamento dei versanti franosi. Tra i 982 comuni in cui è stata segnalata la realizzazione di interventi e opere di messa in sicurezza, in ben 413 (il 42%) tale attività ha riguardato la costruzione di nuove arginature o l’ampliamento di opere di difesa già esistenti. Solo nel 12% dei casi (115 comuni), gli interventi di messa in sicurezza hanno previsto il ripristino delle aree di espansione naturale dei corsi d’acqua. Nel 45% delle amministrazioni (439 comuni fra i 982 dove sono stati realizzati interventi) sono state realizzate opere di consolidamento dei versanti montuosi e/o collinari instabili, ma soltanto in 47 comuni (appena il 5%) è stato previsto il rimboschimento dei versanti più fragili. Nel 39% dei comuni le attività di messa in sicurezza hanno previsto opere di risagomatura dell’alveo fluviale. Ma interventi di questo tipo in molti casi possono amplificare il rischio per le strutture presenti a valle. Da rilevare anche in 118 Comuni fra quelli intervistati (8% del campione) sono stati realizzati interventi di tombamento e copertura del corsi d’acqua, con la conseguente urbanizzazione delle aree sovrastanti.
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Migliore la situazione per quanto riguarda l’organizzazione del sistema locale di protezione civile, fondamentale per rispondere alle emergenze in maniera efficace e tempestiva. L’84% dei comuni si è dotato di un piano di emergenza da mettere in atto in caso di frana o alluvione. Tuttavia, soltanto il 46% dei comuni intervistati ha dichiarato di aver aggiornato il proprio piano d’emergenza negli ultimi due anni. E se la legge 100 del 2012 ha stabilito l’obbligo di adottare un piano d’emergenza di protezione civile entro 90 giorni dall’entrata in vigore della legge stessa, ancora oggi, alcuni Comuni continuano a non adempiere a questo importante compito.
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Nel 43% dei Comuni che hanno partecipato all’indagine sono presenti e attivi sistemi di monitoraggio finalizzati all’allerta in caso di pericolo. Il 67% dei Comuni riferisce di aver recepito il sistema di allertamento regionale: un importante passaggio per far sì che il territorio sia informato con tempestività su eventuali situazioni di allerta e pericolo. Soltanto il 31% però (440 amministrazioni) ha affermato di aver organizzato iniziative dedicate all’informazione dei cittadini, e il 30% (417 comuni) di aver realizzato esercitazioni per testare l’efficienza del sistema locale di protezione civile. La Presidenza del Consiglio, con la Struttura di missione Italia Sicura, ha dato un segnale importante per uscire dalla logica dell’emergenza superando la tendenza degli ultimi anni in cui sono stati spesi circa 800 mila euro al giorno per riparare i danni e meno di un terzo di questa cifra per prevenirli. Facendo da cabina di regia e coordinamento tra le molteplici strutture, enti e soggetti che fino ad ora si occupavano in maniera disomogenea e frammentata della gestione del territorio, i primi frutti del lavoro di razionalizzazione si sono cominciati a vedere quando sono stati recuperati e stanziati i primi 654 milioni di euro per i primi 33 cantieri che fanno parte del più ampio Piano delle città metropolitane che comprende 132 interventi complessivi per un totale di oltre 1,3 miliardi euro.
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“Il tema della fragilità del territorio della nostra Penisola deve diventare centrale nella riflessione comune a tutti i livelli di governo del territorio – ha continuato Giorgio Zampetti -, e il lavoro per realizzare una effettiva mitigazione del rischio deve prevedere una improrogabile inversione di tendenza. Innanzitutto occorre fermare il consumo di suolo, programmare azioni che favoriscano l’adattamento ai mutamenti climatici e operare per la diffusione di una cultura di convivenza con il rischio che punti alla crescita della consapevolezza presso i cittadini dei fenomeni e delle loro conseguenze”.
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Proprio le città rappresentano oggi il cuore della sfida per l’adattamento ai cambiamenti climatici e agli affetti che essi comportano. E’ qui, infatti, che si produce la quota più rilevante di emissioni ed è qui che l’intensità e frequenza di fenomeni meteorologici estremi sta determinando danni crescenti, mettendo in pericolo vite umane e determinando danni a edifici e infrastrutture. Tra le città capoluogo solo 12 hanno risposto al questionario di Ecosistema rischio: Roma, Ancona, Cagliari, Napoli, Aosta, Bologna, Perugia, Potenza, Palermo, Genova, Catanzaro e Trento.
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A Roma e Napoli sono oltre 100.000 i cittadini che vivono o lavorano in zone a rischio, poco meno di 100.000 anche le persone in aree a rischio nella città di Genova. Inoltre, nonostante i rischi ormai evidenti, nelle città di Roma, Trento, Genova e Perugia anche nell’ultimo decennio sono state realizzate nuove edificazioni in aree a rischio.
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E’ necessario allora sottolineare ulteriormente che per ottenere risultati realmente efficaci nella prevenzione e nella mitigazione del rischio idrogeologico, oltre all’impegno da parte delle amministrazioni comunali su alcuni aspetti di stretta competenza, è necessario dar vita ad una filiera virtuosa a cui contribuiscano soggetti ed enti diversi, dallo Stato centrale agli enti locali, alle Autorità di Bacino, ciascuno con il proprio ruolo e le proprie prerogative.
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Pubblicato il 17 maggio 2016
da Legambiente