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Referendum. Una circolare prefettizia, su sollecitazione del ministero dell'Interno, richiama in occasione del voto referendario il «divieto per le pubbliche amministrazioni di svolgere attività di comunicazione» a partire dal 28 settembre. Incluse le università. Eppure ambasciate e istituzioni hanno organizzato il tour referendario di Boschi all'estero
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Siamo venuti in possesso di una circolare prefettizia che, su sollecitazione del ministero dell’Interno, richiama in occasione del voto referendario il «divieto per le pubbliche amministrazioni di svolgere attività di comunicazione» a partire dal 28 settembre, giorno in cui sono state indette le elezioni.
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Le sole comunicazioni consentite sono quelle effettuate in forma impersonale e indispensabili allo svolgimento delle funzioni. I titolari di cariche pubbliche possono da cittadini svolgere attività di propaganda al di fuori delle proprie funzioni, purché non vengano utilizzati mezzi, risorse, personale e strutture delle pubbliche amministrazioni.
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La circolare è indirizzata a un lungo elenco di amministrazioni, dalla Agenzia delle entrate alla Asl, alla Motorizzazione civile, alle Dogane e monopoli. E fin qui nulla quaestio, anche se ad esempio ci dicono che non pochi medici fanno propaganda per il Sì anche nelle strutture sanitarie.
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Ma è indirizzata anche alle università. E qui capiamo meno. Il compito di informare, discutere, confrontarsi per una crescita civile oltre che professionale e tecnica è certamente proprio dell’università, tutta. Forse qualcuno pensa che una discussione sul voto del 4 dicembre sarebbe appropriata in una lezione di diritto costituzionale, e non in un corso di biologia o di matematica? O che la richiesta di discussione da parte degli studenti dovrebbe essere negata dal docente? O che la domanda di aule per la discussione dovrebbe essere respinta dagli organi preposti? O che il docente dovrebbe rifiutarsi di rispondere allo studente che chiede come la pensa sulla riforma e sul voto perché la risposta potrebbe incriminarlo?
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Si vorrebbe far calare sul paese un oscuro mantello di censura e di autocensura.
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La paura della sconfitta a Palazzo Chigi si respira nell’aria. E non tanto perché si teme che Renzi possa davvero mollare in caso di vittoria del No. Siamo ragionevolmente certi che non l’abbia mai pensato davvero e che soprattutto oggi non lo pensi, dopo l’invito di Obama a rimanere.
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Ma i più intelligenti – ce ne sono anche a Palazzo Chigi – capiscono che Renzi la sua partita l’ha già persa. Ha diviso il paese, arranca nei sondaggi, ha delegittimato una Costituzione consacrata dalla storia e dal sangue volendo sostituirla con una forgiata nella fucina degli inciuci e dei voltagabbana, ha avuto appoggi sospetti e maleodoranti di interessi particolari.
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Questo conto gli sarà comunque presentato. Che vinca o perda, non ha futuro nella storia politica del paese.
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Approfittiamo però dell’occasione per segnalare al ministero dell’Interno che ambasciate e consolati rientrano anch’essi nel concetto di pubbliche amministrazioni. E che dunque al personale addetto, a partire dai più alti gradi, si applica pienamente il divieto che il ministro ci ricorda.
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Rimaniamo in attesa delle sanzioni che si vorranno disporre a carico di chi nelle ambasciate e nei consolati ha predisposto, organizzato, contribuito, partecipato al circo che il ministro Boschi ha organizzato all’estero per propagandare il Sì. E siccome, se il divieto vale per dipendenti pubblici italiani, a maggior ragione vale per quelli degli stati esteri che non hanno proprio titolo a mettere bocca nei nostri affari, ci aspettiamo che il ministero degli esteri avanzi vibrate proteste nel caso di titolari di cariche presso altri stati o personale addetto ad ambasciate e consolati nel nostro paese che prendano parte nella competizione referendaria esprimendo valutazioni, auspici, auguri.
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Per i privati italiani e stranieri che appoggiano Renzi, come J.P.Morgan, Confindustria, Marchionne o il club Ambrosetti, il giudizio lo abbiamo già dato, e la storia potrà solo confermarlo.
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Ci spiace che il presidente degli Stati uniti abbia inteso parlare come ha fatto sulle riforme. Per come conosciamo gli americani, non consentirebbero mai a uno straniero di commentare vicende politiche interne con un implicito giudizio negativo sulla loro Costituzione, come invece Obama ha fatto per la nostra.
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Per fortuna, se guardiamo allo scarso peso che l’endorsement di Obama sembra aver avuto per Hillary nella battaglia contro Trump, siamo rassicurati. Anzi, se parla di nuovo non ci dispiace.
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da il Manifesto
del 22.10.2016