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DEUTSCHE BANK, UN'AUTOBOMBA DEL CUORE DELL'UNIONE EUROPEA

01.10.2016

Il cielo è nero sopra Berlino. Abituati a dare lezioni a tutti in materia di finanza e debito, l'establishment tedesco si trova ora in una posizione molto scabrosa. La banca principale della Germania – non a caso chiamata Deutsche Bank – sta crollando in borsa per la terza volta in pochi mesi. Drammatica, ieri sera, la scivolata sulla piazza di Wall Street, dove ha lasciato il 6,7% in poche ore.

La causa occasionale di questo tracollo, che anche oggi sta trascinando al ribasso tutte le borse mondiali, è stata fornita dalla notizia – diffusa da Bloomberg, agenzia molto attendibile – che una decina di hedge fund hanno deciso di abbandonare la “posizioni” su Deutsche e investire altrove. La banca tedesca ha provato inutilmente a minimizzare, asserendo che i soli hedge fund che hanno partecipazioni in Deutsche Bank sono 800. Il problema è che i partenti sono tra i più grandi del settore: tra loro Millennium Partners, che gestisce 34 miliardi di dollari, Rokos capital Management (4 miliardi) e Capula Investment Management (14 miliardi). Quindi è un segnale potente, che ha messo in movimento tutti i lemmings del mercato, scatenando la fuga di massa.
All'origine – anche qui occasionale – c'è la multa di 14 miliardi sentenziata dal Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti per disinformazione nel confronti dei clienti, cui sono stati venduti titoli cartolarizzati legati ai mutui subprime, senza ovviamente avvertirli. Una truffa in piena regola, praticata anche da altre banche Usa, già regolarmente condannate. L'entità della multa ha nuovamente sollevato dubbi sulla possibilità di Deutsche Bank di far fronte a questa e cento altre cause in giro per il mondo, anche perché il Fondo Monetario Internazionale ha di recente pubblicato un rapporto in cui si definisce questa banca come una delle più rischiose a livello sistemico («il più rilevante contribuente netto ai rischi sistemici tra le banche di rilevanza sistemica globale, seguita da Hsbc e Credit Suisse»). Per due motivi: la sua elevatissima interrelazione con il sistema finanziario globale e l'entità della propria esposizione in prodotti finanziari derivati di assolutamente incerto valore: 15 volte il Pil tedesco, oltre 50.000 miliardi di euro, duemila volte il valore di borsa della banca a giugno, quando il rapporto è stato reso noto. Ma da allora ha perduto un altro 30% del valore azionario…

Una cifra inconcepibile, che rende ogni raffreddore di Deutsche Bank una possibile polmonite per l'intero mercato finanziario, in primo luogo europeo. Come spiegava sempre il FMI, «La Germania ha bisogno di studiare se i suoi piani di risoluzione delle banche sono applicabili, dal punto di vista, ad esempio, della tempestiva valutazione delle attività da trasferire, dell’accesso continuo alle infrastrutture dei mercati finanziari e dalla possibilità delle autorità di assicurare controlli su una banca con tempi di risoluzione di pochi giorni, con l’imposizione, se necessario, di una moratoria». Col bail in, insomma, non andrebbero lontano…

In queste ore il prestigioso settimanale Die Zeit sta rivelando che il governo tedesco sta studiando diverse opzioni di salvataggio della banca, incluso l'acquisto di almeno il 25% delle azioni. La circostanza è stata prontamente smentita dal portavoce di Angela Merkel, ma ci sono ragioni fin troppo evidenti per negare decisamente quel che non è possibile che non stia accadendo. Il governo di Berlino non può disinteressarsi del caso delegando la soluzione "al mercato", ma non può neanche intervenire in modo troppo diretto ed evidente.

I sondaggi locali dicono che il 70% dei tedeschi è assolutamente contrario ad usare soldi pubblici per salvare le banche, ben ricordando il prezzo già pagato – nel 2008-09 – per un'operazione massiccia dello stesso tipo ma di dimensioni probabilmente inferiori. Non va peraltro dimenticato che in condizioni altrettanto critiche si trova anche la seconda banca di Germania, Commerzbank, dunque l'eventuale via libera al salvataggio pubblico sarebbe particolarmente oneroso.

Un ostacolo certamente gigantesco per una cancelliera che tra un anno è attesa dalle elezioni politiche, e soprattutto per l'establishment politico di Berlino (Cdu più Spd), che ormai sente il fiato sul collo degli euroscettici di Afd sulla destra e della rediviva Linke sulla sinistra.

Ma l'ostacolo più grande resta comunque l'Unione Europea, la folle creatura senza testa politica legittimata, che governa ormai di fatto i 27 paesi che ne fanno parte (e soprattutto quelli che hanno adottato la moneta unica). Qui proprio la Germania ha imposto il divieto di salvataggio pubblico delle banche (ricordiamo il recente caso di Banca Etruria e altre tre banche locali, praticamente fallite nonostante le innumerevoli truffe operate nei confronti degli ignari clienti). Dunque chiedere per sé un'eccezione significherebbe aprire il vaso di Pandora della riscrittura di alcuni trattati, mentre ogni paese si precipiterebbe intanto e immediatamente a risolvere per proprio conto ogni problema aziendale e/o finanziario.

Un caos bancario che si andrebbe in un attimo a sommare a quello – mal gestito e potenzialmente distruttivo – dei flussi migratori e dei rifugiati.

Come si vede, una banca di quelle dimensioni non è solo un problema di economia…

di Claudio Conti
Da Contropiano