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Il Parlamento europeo ha fatto propria la proposta dei movimenti per l’acqua

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07/05/2021

da il Manifesto

Vittorio Agnoletto

 

Brevetti. In difesa di Big Pharma è rimasta fino all’ultimo la Commissione europea e i Paesi dell’Ue, tra questi il governo italiano. Draghi non ha ancora risposto al Comitato italiano

 

La decisione dell’amministrazione Biden è di estrema importanza e potrebbe rappresentare una svolta storica nella lotta contro la pandemia. È altresì il risultato dell’enorme pressione organizzata in tutto il mondo dalle reti associative attive in difesa del diritto alla salute, che hanno costruito alleanze con ampi settori del mondo scientifico, artistico e culturale. Vi è stato un susseguirsi impressionante di appelli in sostegno della moratoria: l’Oms, l’Unaids, l’Unitaid, la “Commissione Africana per i Diritti Umani”, 243 Ong e 170 personalità, fra cui numerosi premi Nobel. Prese di posizione che hanno rafforzato l’azione dell’ala sinistra del Partito Democratico statunitense verso il presidente.

 

Alla base della decisione di Biden vi sono anche ragioni di opportunità mediatica ed economica: nello scenario interno può rivendicare la propria coerenza con quanto dichiarato in campagna elettorale sulla necessità di una risposta globale alla pandemia; nello scenario internazionale si pone come il salvatore dell’umanità, rimette gli Usa al centro dello scenario mondiale e contemporaneamente risponde agli allarmi lanciati da diversi centri studi di economia, secondo i quali il crollo del sud del mondo – geografico ed economico – con la conseguente contrazione del mercato globale, avrebbe prodotto una danno economico enorme nei Paesi maggiormente sviluppati, primi tra questi gli Usa.

 

QUESTE REALI contraddizioni interne all’attuale capitalismo neoliberista, nulla tolgono né all’oggettività importanza delle decisioni della Casa Bianca, né alla possibilità che, grazie a tale scelta, molte, forse milioni, di vite umane possano essere risparmiate.

 

A difendere gli interessi di Big Pharma è rimasta fino all’ultimo la Commissione europea e i Paesi dell’Ue, tra questi il governo italiano; il 19 aprile il Comitato italiano impegnato nella raccolta di un milione di firme sull’Ice- l’Iniziativa dei cittadini europei – “Diritto alla cura. Nessun profitto sulla pandemia” aveva inviato al presidente Draghi una lettera con le firme di oltre cento associazioni nazionali, tra le quali tutti i principali sindacati, chiedendo che il governo appoggiasse la moratoria sui brevetti richiesta dall’India e dal Sudafrica con l’appoggio di un centinaio di Paesi, e che esercitasse tutta la sua influenza per obbligare la Commissione europea a modificare la propria posizione.

 

Stiamo ancora aspettando la risposta. Ora, dopo la decisione di Biden, dalla presidente della Commissione europea ai ministri italiani è un susseguirsi di dichiarazioni di disponibilità alla trattativa. Non esprimo alcun giudizio, saranno i lettori a valutare l’eticità di simili comportamenti; mi auguro solo che a queste tardive dichiarazioni seguano comportamenti conseguenti.

 

Fino ad ora ci siamo battuti perché avesse inizio la partita, ossia la discussione sulla moratoria; ora che la partita ha inizio il gioco si fa estremamente duro e c’è bisogno di tutti. Big Pharma si è già scatenata alternando dichiarazioni minacciose “con queste decisioni sarà più difficile sconfiggere la pandemia”, a lacrime di coccodrillo sulle conseguenze economiche di queste scelte, dimenticandosi non solo che questi vaccini sono stati prodotti con ampi finanziamenti pubblici – ad esempio secondo quanto riportato dal the Guardian il vaccino AstraZeneca è stato prodotto con il 97% di soldi pubblici o provenienti da enti di beneficenza – ma anche ignorando i profitti stratosferici realizzati in questi mesi e nei prossimi. Infatti, la proposta di moratoria non prevede un esproprio, ma anzi un risarcimento, da definire in ambito Wto, alle aziende possessori del brevetto.

 

PER CONTRASTARE questa azione lobbistica sarà fondamentale, nelle prossime settimane, il ruolo della società civile nel premere per una rapida e soddisfacente soluzione per la salute dell’umanità. E’ importante rafforzare da subito la raccolta di firme “Diritto alla cura. Nessun profitto sulla pandemia” per obbligare la Commissione e gli stati europei a modificare a 180° la propria posizione. Il tempo è un fattore fondamentale; è diverso raggiungere un accordo tra una settimana o tra sei mesi, ogni giorno che passa ci sono delle morti evitabili.

 

E’ necessario vigilare perché l’accordo non sia una semplice dichiarazione d’intenti che rimane poi irrealizzabile, come fu la dichiarazione di Doha del 2001, nella quale il Wto affermava che la tutela dei brevetti non avrebbe mai dovuto impedire ai governi di fornire la miglior assistenza sanitaria possibile ai loro cittadini. Parole sante, ma solo parole.

 

Quello per cui ci battiamo è l’affermazione del diritto alla salute per tutti, non un aumento dell’intervento caritativo. La carità è importante, ma non può sostituire la fruibilità di un diritto, può eventualmente rafforzarlo.

 

AI TEMPI DELLA pandemia da Aids, pur di mantenere i brevetti fu attivato il “Fondo Globale Aids Tbc Malaria” attraverso il quale raccogliere fondi da privati e da Stati per distribuire farmaci ai Paesi poveri. In questi casi è sempre il “ricco” che decide a chi dare e cosa dare: in Africa sono ancora milioni le persone Hiv+ che non possono curarsi. E’ la filosofia proposta dalla Fondazione Gates e sostenuta anche da Big Pharma, che oltretutto potrebbe capitalizzare un’immagine di buon mecenate.
Quello di ieri è un passo importante, forse storico, ma la strada è ancora lunga.

06/05/2021

Antonello Patta*

Giovanna Capelli**

 

L’enfasi data dai media alla morte della giovane operaia di Pistoia potrebbe sembrare, a uno sguardo superficiale una bella notizia, perché segnalerebbe la nascita di un’attenzione alla barbarie della strage silenziosa di lavoratori. Lo stesso vale per i politici dei partiti al governo, che si profondono come non mai in tutti i talk show in impegni sulla sicurezza nei luoghi di lavoro.


Giustamente si è denunciato quanto l’interesse dei media sia legato alla spettacolarizzazione sessista dell’evento, che sfrutta senza pudore e rispetto aspetti come il sesso, la bellezza, e i particolari più intimi della vita di Luana D’Orazio. Non a caso si fa largo uso di fotografie e si lascia in secondo piano il nesso tra questa morte e la strage continua degli appartenenti alla classe di chi lavora per vivere.


Sono gli stessi media che nel corso degli anni hanno liquidato perlopiù con trafiletti nelle pagine interne i morti sul lavoro arrivando più di una volta a narrarli come tragiche fatalità; mai si sono impegnati realmente in campagne di denuncia come il tema avrebbe richiesto, oscurando sempre le campagne di chi come noi ha provato a portare quel dramma all’attenzione del paese.


Non si vuole vedere e nominare la tragedia che è sotto gli occhi di tutti ed è condensata nelle nude cifre nell’ultimo report dell’Inail sugli infortuni sul lavoro negli ultimi 5 anni, dal 2015 al 2019.
Gli infortuni sono stati 642 mila all’anno con 380 mila lavoratori che si sono infortunati 2 volte e sono ben 192 mila le imprese, che hanno avuto 2 infortuni. Il dato ancor più triste è quello sui morti: 1072 morti in media all’anno, ben 3 al giorno.


Tutto lo schieramento politico che sostiene il governo Draghi manifesta un tasso di ipocrisia al di là di ogni limite. Nel PNRR, l’atto di gran lunga più importante di questa e delle prossime legislature, il tema della sicurezza nei luoghi di lavoro non è nemmeno citato; sono gli stessi politici che hanno composto i governi degli ultimi 10 anni e che hanno consapevolmente lasciato ridurre progressivamente il personale degli enti preposti ai controlli della sicurezza nei luoghi di lavoro, del tutto insensibili alle scontate tragiche conseguenze.


L’organico Inail dal 2010 a oggi è diminuito di 2 mila unità, più del 20 per cento del totale e gli ispettori sono oramai ridotti a poco più di 200; i dipartimenti di prevenzione delle Asl, quelli  cui spetta la funzione  ispettiva nelle aziende, hanno visto i propri addetti ridursi dai 5 mila del 2009 ai 2 mila del 2020; conclude la poco onorevole serie l’andamento degli impiegati dell’ispettorato nazionale del lavoro con un organico ridotto da 6500 a 4500 unità, il 25% in meno del minimo necessario.


Determinare  queste condizioni è come incentivare  le imprese a fare   lo stesso ragionamento che gli evasori  fanno sul fisco: le possibilità di essere colti in fallo da un’ispezione sono così limitate che conviene rischiare e risparmiare sui costi dei dispositivi di sicurezza, forzare i ritmi di lavoro, assumere meno persone del necessario, non investire in corsi di formazione ecc.


Non ci si può nascondere dietro l’ignoranza o la stupidità: è chiaro che i politici che hanno governato negli ultimi dieci anni sono non solo  moralmente  ma anche politicamente responsabili, al pari delle imprese inadempienti, della tragedia che colpisce quotidianamente la classe operaia del nostro paese. L’ipocrisia di questi giorni è una farsa vergognosa dopo la quale tutto tornerà come prima, se dal mondo del lavoro non si leva una ribellione, che si traduca in grandi lotte.


Da decenni le politiche neoliberiste di tutti i partiti attualmente al governo, in nome alla totale libertà delle imprese e alla logica del profitto a tutti i costi hanno distrutto quanto più possibile dei diritti e delle tutele del mondo del lavoro, favorendo diffuse condizioni di sfruttamento estremo in cui l’insicurezza   è la norma; e non ci si può ribellare perché perdi il lavoro e il misero stipendio con cui dai da mangiare alla tua famiglia. Nello stesso tempo e per gli stessi motivi è stato drasticamente tagliato il personale di tutte le funzioni pubbliche deputate a garantire la legalità: l’ultimo governo Conte per ridurre le tariffe Inail alle imprese ha ridotto gli investimenti per la sicurezza nei luoghi di lavoro. Più chiaro di così!


Su lor signori non si può contare; anzi, come risulta dal Recovery Plan intendono continuare sulla stessa strada. Quindi è necessario riprendere e rilanciare una stagione di lotte, superare l’attuale frammentazione e le divisioni nella classe per costruire un grande movimento unitario che obblighi a cambiare rotta e avviare la prospettiva del cambiamento, perché il profitto non continui ad essere anteposto alla vita delle persone.

*Segreteria Nazionale PRC-SE Responsabile del lavoro

** Segreteria Regionale Lombardia PRC- Se Responsabile Sanità

05/05/2021

da il Manifesto

Riccardo Chiari

 

Omicidi bianchi. Ricordata anche in Senato la giovane operaia, e mamma, di 22 anni finita fra gli ingranaggi di un orditoio. Il procuratore Nicolosi: "Cerchiamo di capire se e cosa non abbia funzionato nel macchinario, compresa la fotocellula di sicurezza". Il sindaco Biffoni e i sindacati confederali non dimenticano anche il coetaneo della vittima Jaballah Sabri, schiacciato a febbraio da una macchina tessile.

04/05/2021

DA IL MANIFESTO

Riccardo Chiari

 

Aveva solo 23 anni Luana D’Orazio, morta sul lavoro in modo orribile in un’azienda tessile di Oste di Montemurlo, nel pratese. La ragazza, mamma di un bambino di cinque anni e dipendente dell’azienda di circa un anno, è rimasta impigliata nel rullo dell’orditoio, l’ingranaggio della macchina che permette di preparare la struttura verticale della tela che poi costituirà la trama del tessuto, appunto l’ordito. Luana non ha avuto nemmeno il tempo di gridare, a pochi metri di distanza c’era un suo collega girato di spalle, quando si è voltato ha dato subito l’allarme ma i soccorsi sono stati inutili.

 

I tecnici del dipartimento di prevenzione sul lavoro dell’Asl hanno messo i sigilli al macchinario della ditta, l’Orditura Luana, per verificare se tutti i dispositivi di sicurezza fossero attivati e se abbiano funzionato correttamente.

 

Comunque per Cgil Cisl Uil e Filctem Femca Uiltec di Prato “non si può non rilevare che ancor oggi si muore per le stesse ragioni e allo stesso modo di cinquant’anni fa: per lo schiacciamento in un macchinario, o per la caduta da un tetto. Non sembra cambiato niente, nonostante lo sviluppo tecnologico dei macchinari e dei sistemi di sicurezza. È come se la tecnologia si arrestasse alle soglie di fabbriche e stanzoni, dove troppo spesso la sicurezza continua ad essere considerata solo un costo”. Tre mesi fa sempre nel pratese, a Montale, c’era stato un altro incidente mortale in un’azienda tessile: la vittima, un operaio soli 22 anni, era rimasto schiacciato da una pressa.

A U T O S O S T E N I A M O C I

 

02/05/2021

Maurizio Acerbo, Segretario nazionale

Stefano Galieni, responsabile immigrazione

 

Le riprese in cui si vedono nitidamente militari della cosiddetta Guardia costiera libica picchiare i richiedenti asilo catturati grazie alle segnalazioni degli aerei dell’Agenzia Frontex, sono l’altra faccia della medaglia dei corpi senza vita visti al largo delle coste libiche la scorsa settimana. L’UE, i suoi governi, e la sua agenzia di “contrasto all’immigrazione illegale” (questo è il ruolo di Frontex) hanno fatto da anni una scelta cinica. Per chi scappa dai lager libici non ci sono navi dell’Unione pronte a garantire il salvataggio ma aerei che, inquadrato l’obiettivo, l’imbarcazione dei fuggitivi, lo segnalano alle autorità del Paese più vicino, di solito la Libia o Malta. Malta ignora sistematicamente i segnali, i libici a volte intervengono per riportarsi nei centri di detenzione uomini, donne e bambini, altre volte, o perché non hanno i mezzi o perché non lo ritengono importante, li lasciano crepare in mare. Due sono attualmente i gommoni dispersi, 130 i morti della scorsa settimana senza contare le decine per cui si è persa ogni speranza, al largo delle Canarie Dal 2014, almeno 24 mila persone hanno perso la vita per il cinismo europeo, una guerra silenziosa per cui nessuno muove un dito, indipendentemente dal colore dei governi che si sono succeduti.

 

Restano solo le tanto odiate ong a salvare il salvabile, a fare quello che dovrebbe fare l’Europa.

 

Nell’esprimere il cordoglio per le tante vittime di scelte scellerate Rifondazione Comunita chiede che il governo italiano non versi più un euro per finanziare una agenzia criminale come Frontex e si attivi invece per garantire, con i propri mezzi, i soccorsi in mare facendo sentire la propria voce in Europa perché il continente più ricco del pianeta si assuma le proprie responsabilità.

01/05/2021

Da il Manifesto

Roberto Ciccarelli

 

Il primo maggio c'è. A Milano, Bologna, Roma e in altre città in piazza movimenti, sindacati e auto-organizzati. Dal pomeriggio in tutto il paese sfila un'ampia e eterogenea rappresentanza di un quinto stato ancora frammentato. E' la festa programmatica di chi, al di là delle vertenze settoriali, cerca una rivendicazione comune come il reddito di base e le politiche per superare la precarietà

 

L’altro primo maggio manifesta in piazza nel pomeriggio di oggi a Milano, Bologna, Roma e in altre città. Lungo la penisola si snoderà un serpentone composto da movimenti, associazioni e sindacati di base e molte realtà dell’auto-organizzazione e del mutuo soccorso. Sono reti nate nel corso dei quindici mesi della pandemia del Covid, la risposta solidale alla catastrofe causata dal crollo della medicina territoriale e del Welfare taglieggiato da anni di austerità neoliberale.

 

CIASCUNA di queste piazze, nella sua singolarità, ha raccolto l’adesione di un ampio numero di realtà organizzate. Ciascuno a suo modo rappresenta un modello possibile di convergenza delle lotte nonostante il «congelamento» elle mobilitazioni imposto dal contenimento del virus. «Convergenza»: questo concetto è riemerso con una certa forza durante le mobilitazioni del 26 e 27 marzo scorsi quando lo sciopero dei rider per ottenere il contratto nazionale delle logistica, e il riconoscimento dello status di lavoratori subordinati, si è intrecciato con le manifestazioni della scuola, con lo sciopero dei trasporti pubblici locali, quello dei lavoratori della logistica e dello spettacolo. Dopo l’occupazione a Roma del Globe Theatre e la manifestazione dei «bauli in piazza» a piazza del popolo questi ultimi hanno ottenuto un tavolo interministeriale per la riforma del settore e un reddito di continuità per la categoria. Nelle piazze dell’altro primo maggio oggi si conta di riproporre un’analoga composizione sociale.

 

A BOLOGNA, dalle 16 in piazza del Nettuno, all’appello dei rider alla convergenza delle lotte rilanciato da Labas e Tpo hanno risposto, realtà di movimento, le brigate di mutuo soccorso, le staffette partigiani del laboratorio di salute popolare, Arci, una delegazione Fiom, Adl Cobas, lavoratori dello spettacolo e operatori del sociale, gli universitari di Saperi Naviganti e Ababo dell’accademia . «Riprendiamo l’idea della convergenza delle lotte che si auto-organizzano contro la gestione fallimentare della pandemia, contro l’impoverimento che stiamo vivendo e contro i tentativi di fomentare la guerra tra i poveri da varie realtà e pezzi del governo con la Lega» dice Stefano Re (Rub e Adl Cobas). Alle 10 in piazza Gavinelli ci sarà una manifestazione indetta tra gli altri da Sgb, Usi-Cit, Cobas e Unione Inquilini. Alle 10 in Piazza dell’Unità a Bologna l’Unione sindacale di Base (Usb) festeggia il primo maggio. In città ci sono state polemiche contro una manifestazione, in odore di estrema destra. Si svolgerà in periferia.

 

A MILANO l’appuntamento è a Largo Cairoli dalle 14,30. Una quindicina gli organizzatori: tra gli altri, Non una di meno, i lavoratori dello spettacolo, Cantiere, Lume, la Camera del non lavoro e la brigata Lena Modotti, i sindacati Usb,S.I. Adl ,Sial e Slai Cobas, Usi e Cub, i partiti comunisti (Rifondazione, partito comunista dei lavoratori e partito comunista). I rider parteciperanno con una delegazione. Nei giorni scorsi Deliverance Milano ha denunciato il dimezzamento delle paghe dei ciclo-fattorini di Glovo. «Con la scusa dell’implementazione del sistema di calcolo delle paghe» si mette «di nuovo mano alle tasche dei lavoratori, andando a ridurre del 50 per cento i guadagni dei rider per una singola consegna». Ieri l’azienda ha risposto che l’operazione è semplicemente per «rendere più congruo il calcolo dei percorsi tra chi si muove in bici e chi in scooter o macchina» dato che «finora venivano utilizzati i dati di Google Maps settati sulle auto». «I conti non tornano -risponde Angelo Avelli di Deliverance Milano – Stiamo raccogliendo gli screenshot rispetto al fatto che le paghe si sono abbassate. La risposta sarà mobilitazione, non aspetteremo che loro facciano bene i calcoli». Su Just Eat cheha riconosciuto il contratto della logistica ai rider a Il Manifesto sono arrivate segnalazioni su molte difficoltà nella transizione da Just Eat Takeaway a Takeaway express. Chi lavora già per l’azienda sta riscontrando la difficoltà di fare rispettare il diritto di precedenza. «Entro il 30 maggio possono comunicare all’azienda la loro disponibilità e che stanno aspettando l’offerta del contratto di lavoro. Da questo punto di vista l’accordo è vincolante. Il 5 maggio ci sarà un tavolo dove verificheremo questi problemi» risponde Avelli.

 

A ROMA il primo maggio è stato chiamato «la festa di Nessuno». «Nessuno» perché è il nome degli invisibili che tengono in piedi questo paese e non sono nemmeno nominati. Inizierà a Piazza delle Gardenie alle 16. La manifestazione è promossa da collettivo Gastronomia operaia che organizza i lavoratori della ristorazione di Centocelle in nero, in grigio o in bianco, esclusi come tanti altri dai «ristori» e dai «bonus»». Tra gli altri ci saranno Usb Roma, Slang-Sindacato Lavoratori di Nuova Generazione, Coordinamento dei Lavoratori Autoconvocati, Lavoratori delle Cooperative, Logistica Lavoratori Amazon e E-Commerce assieme alle reti politiche di Cambiare Rotta e della Casa del Popolo Roma Sud Est. una “biciclettata” precaria, che vede anche la partecipazione del movimento Fridays For Future e che partirà alle ore 10 da piazza nei Sanniti. «È la festa di chi al di là delle vertenze settoriali cerca una rivendicazione comune come il reddito di base e chiede misure adeguate contro la precarietà» dice Tiziano Trobia (Clap)

30/04/2021

Maurizio Acerbo, segretario nazionale Rifondazione Comunista
Elena Mazzoni, responsabile nazionale ambiente Rifondazione Comunista-Sinistra Europea

 

Chiediamo ai sindacati confederali CGIL, CISL e UIL, quanto sia coerente la scelta di ENI come main sponsor del concertone del 1 maggio con il loro sostegno alla piattaforma per la giustizia climatica e per una transizione verde dell’economia.


La stessa Eni a cui nel PNRR del governo si spalanca la porta per l’idrogeno blu prodotto da gas e usando tecniche rischiose e costose come il Carbon Capture and Storage.
Le organizzazioni delle lavoratrici e dei lavoratori dovrebbero essere alla testa della lotta per un vero Green New Deal, coerente negli obiettivi ambientali e sociali.


Stop al ricatto ambiente-lavoro, le organizzazioni sindacali non ne siano complici.

28/04/2021

Maurizio Acerbo, Segretario Nazionale
Stefano Galieni, resp. immigrazione, PRC-S.E.

 

Candidarsi alle elezioni non è reato, anzi è un diritto sancito dalla Costituzione. Eppure il pm nel processo di Locri che vede imputato Mimmo Lucano avrebbe chiesto di inserire negli atti del dibattimento un’intervista sulle elezioni regionali, secondo quanto riferito da organi di stampa. Un’istanza, fortunatamente respinta dal Tribunale di Locri. Ormai nessuno mette in discussione l’onestà di Mimmo Lucano e la sua candidatura alle regionali è un segnale di speranza per tutte le cittadine e i cittadini che si riconoscono nei principi della Costituzione.


In una regione dove sono diffusissimi l’intreccio tra politica, affari e criminalità organizzata continua un atteggiamento persecutorio nei confronti di un ex-amministratore locale che ha fatto del suo comune un punto di riferimento internazionale.


In un meridione in cui regnano il clientelismo e il voto di scambio facciamo presente che Mimmo Lucano si è dedicato a esseri umani che non hanno neanche il diritto di voto.
Al compagno e amico Mimmo Lucano confermiamo la solidarietà e il sostegno di Rifondazione Comunista.

 

Alfonso Gianni

 

L’ìncipit di Mario Draghi ieri alla Camera, avrebbe potuto fare sperare a qualche ingenuo ascoltatore che si potesse aprire un varco nel grigiore dei discorsi dei capi di governo.

 

Quel suo contrapporre la viva sofferenza di milioni di persone all’aridità di cifre e tabelle, poteva lasciare intendere che finalmente si assumesse la drammaticità della situazione e le sue conseguenze sul piano umano come il centro del problema cui il Piano governativo dovesse porre rimedio.

 

L’illusione è durata un attimo. Persino l’accenno al 25 aprile, nel corso delle cui celebrazioni Draghi aveva fatto un discorso non retorico, è stato subito soffocato dalla scontata esortazione degasperiana all’abbandono degli interessi particolari per il bene del paese. Il resto del suo discorso ha chiarito che la matrice tecnocratica del governo, che Draghi più di Conte impersona, ma senza inversioni di tendenza, non ammetteva sorprese.

 

Ed ecco quindi, dopo le correzioni dell’ultima ora, che hanno spinto le poche opposizioni parlamentari presenti a chiedere un rinvio negato per la lettura di un testo di più di trecento pagine, che abbiamo assistito all’illustrazione di un Piano senz’anima.
Non differisce nella logica dalle versioni precedenti, se non nello spostamento di qualche allocazione delle risorse disponibili. Ribadisce le sei note «missioni».

 

Parla delle riforme di «contesto» -– Pubblica amministrazione, Giustizia, semplificazione della legislazione (quindi dei controlli su appalti e concessioni), promozione della concorrenza – su cui Draghi avrebbe impegnato la sua parola con Bruxelles, vista la loro indeterminatezza. Ma nulla dice su quella più necessaria e urgente: la riforma fiscale.

 

Ne emerge un quadro in cui le riforme sociali sono espunte, restano gli ammodernamenti di sistema. Non a caso la vexata quaestio della governance (il pudore di Draghi a usare la terminologia inglese è più comico che ipocrita) viene risolta sotto il comando del Mef e un’articolazione decisionale affidata ai Ministeri a guida tecnica. Le parole conclusive del suo discorso sono dedicate a un ottimismo di facciata sulla realizzabilità del Piano.

 

Resta un mistero come possa generare entusiasmo un progetto che in partenza, se tutto dovesse andare bene, compresa la congiuntura internazionale e il quadro sanitario, prevede che ci serviranno quattro anni e 191,5 miliardi dalla Unione europea per raggiungere la situazione occupazionale che avevamo nel giugno del 2019, già in fondo alle classifiche europee, soprattutto in tema di occupazione giovanile e femminile. Non sarà certo una visione familistica – il citato Family Act – ad annullare le nostre distanze su questi due fronti.

 

Per farlo servirebbe un’attivazione generale delle energie della società, a cominciare dai punti di maggiore sofferenza. Facendo di questi la rampa di lancio per un modello alternativo di sviluppo. In sostanza le missioni verticali quali la trasformazione ecologica, come la digitalizzazione, come la sanità devono incrociarsi ed essere lette attraverso la dimensione orizzontale dei territori. Si scoprirebbe allora che il centro di questo piano dovrebbe essere la rinascita del Mezzogiorno.

 

La ministra Carfagna si mostra felice del 40% delle risorse del Recovery indirizzate al Sud. Ma ce ne vorrebbero assai di più. Dice che 82 miliardi che sarebbero ora impiegati in cinque anni non si sono mai visti. Strano modo di fare i confronti. L’intervento della Cassa per il Mezzogiorno – con tutti i suoi difetti – si è articolato lungo 58 anni con diverse intensità per un complesso di 342,5 miliardi di euro e il Sud, anche e sebbene con la dolorosa migrazione al Nord, è stato motore decisivo dello sviluppo del nostro paese, particolarmente tra il 1950 e il 1973, accorciando le distanze in termini di Pil pro capite con il Nord. La Svimez calcola che ogni euro di investimento al Sud generi circa 1,3 euro di valore aggiunto per il Paese, e che circa il 25% di questo ricada al Centro-Nord. Molto meno avviene all’incontrario.

 

Comunque, dati i rendimenti decrescenti al crescere dello stock di capitale, si determina un moltiplicatore in discesa al Nord e in salita al Sud. Quale migliore territorio che non il Sud per una vera trasformazione ecologica che punti all’idrogeno verde, ad una riconversione produttiva a cominciare dall’Ilva di Taranto, superando l’aspro conflitto fra salute e lavoro?

 

Non si tratta di collegare qualche porto, ma di pensare a un’altra politica, in tutti i sensi, dell’Italia e dell’Europa nel Mediterraneo. Anche negli Stati uniti si è aperto un dibattito sull’«American Rescue Plan», proprio sul concetto di infrastruttura.

 

Bernie Sanders ha detto che non bisogna solo garantire le risorse per la infrastruttura fisica, «ma altresì per quella umana a lungo trascurata». Ma per farlo anche da noi, non bisognerebbe puntare sulla istruzione «professionalizzante» ma su quella che forma dei cittadini capaci di pensare oltre l’esistente.

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