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Il Manifesto

Pubblicato il 21 feb 2017
di Maria R. Calderoni

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Febbraio 1943. Ricordando Stalingrado. La Stalingrado che a un prezzo sovrumano ha sconfitto il nazismo. Febbraio 1943. Si riprendono in mano i libri e ancora una volta, settant’anni dopo, il cuore fa un balzo. Eppure sí, Stalingrado c’è stata, la Battaglia di Stalingrado c’è stata, l’inenarrabile è avvenuto.
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Queste cifre danno il capogiro. Nella Battaglia di Stalingrado, i sovietici perdono 478 mila soldati, i feriti sono 650 mila; e contando i morti dall’altra parte, tra tedeschi, italiani, rumeni, ungheresi il “conto” è di oltre un milione di vittime.
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Apocalisse now, cioè Stalingrado in era Seconda guerra mondiale. Iniziata nell’estate 1942 e finita il 2 febbraio 1943, quella di Stalingrado è passata alla Storia come la più grande battaglia della Seconda guerra mondiale. Sei mesi ininterrotti di furibondo ferro e fuoco, tutti combattuti dentro la citta, strada per strada, quartiere per quartiere, casa per cas; e tutti all’ultimo sangue, nel senso letterale del termine.
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Hitler voleva Stalingrado a tutti i costi (nel senso letterale del termine): non solo per il suo nome “fatale” – che gran colpo anche “propagandistico” sarebbe stato – ma soprattutto per la sua importanza strategica, militare ed economica. E ci si è impegnato di persona. Il 5 aprile 1942 Hitler stesso infatti emana quella Direttiva 41 – nota anche come “Operazione Blu” – con la quale ordina la nuova offensiva; e ci tiene così tanto che arriva a definirne persino i dettagli tattici. Voleva prenderla e massacrarla a tutti i costi, Stalingrado.
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Proclama, ordina il macello, mettendo in campo su quel fronte oltre 1 milione di soldati con circa 2 500 carri armati, più altri 600.000 uomini dell’Asse, (rumeni, italiani, ungheresi).
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Stalingrado, nodo di comunicazioni ferroviarie e fluviali nonché centro industriale importantissimo e via d’accesso ai pozzi petroliferi del Caucaso – vale a dire le risorse energetiche necessarie alla Germania per proseguire la guerra – deve essere conquistata.
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Dalla parte dei sovietici, il fronte è altrettanto enorme, in campo 1.800.000 uomini, oltre 3.500 carri armati.
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Hitler non prenderà Stalingrado. Anche Stalin con il suo Stato maggiore è in campo, personalmente. , è l’ “Ordine del giorno n. 227″, 28 luglio 1942, col quale dá le sue direttive.
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L’inenarrabile è in corso. La lunga e gigantesca battaglia, ritenuta dagli storici “la più importante di tutta la Seconda guerra mondiale”, quella che fu la prima grande sconfitta politico-militare della Germania nazista. La battaglia, in sostanza, che decise le sorti dell’intero conflitto.
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La battaglia inarrestabile, quella che segnò l’inizio di quella avanzata sovietica verso ovest che sarebbe terminata due anni dopo a Berlino, con la conquista del Reichstag e Hitler suicida nel suo bunker.
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Terrificante.

È Winston Churchill, giunto a Mosca appunto in quello stesso 1942, a comunicare a Stalin che non ci sará nessun “secondo fronte” in Europa; l’Urss è sola, Stalingrado è sola. Il primo bombardamento della Lutwaffe avviene il 23 agosto1942 e provoca 40 mila morti. E già qualche giorno dopo, in settembre, ha inizio la fase più sanguinosa della battaglia: la 6ª Armata tedesca , al comando di von Paulus, sferra il primo tremendo attacco frontale; e la guerra è già tutta lì, dentro la città. È da subito una lotta quartiere per quartiere, palazzo per palazzo, addirittura stanza per stanza.
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È da subito, l’inferno Stalingrado. Devastata dai bombardamenti, in preda agli incendi , i porti distrutti, la popolazione evacuata disperatamente sui battelli colpiti dagli aerei tedeschi, le truppe asserragliate nei palazzi in rovina o nelle fabbriche assalite, i depositi di petrolio in fiamme.
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Ma le “fortezze” sovietiche resistono. Le “fortezze” in mezzo alle rovine (spesso composte anche solo da pochi uomini) si difendono fino all'ultimo. Come nel caso della famosa “Casa di Pavlov” (dal nome del sergente – appunto Jvanov Pavlov – che difese il caposaldo per settimane con poche decine di soldati), e che oggi è monumento nazionale.
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La fine: il feldmaresciallo Paulus e il suo stato maggiore si arrendono il’ 31 gennaio 1943.
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Il 2 febbraio la bandiera rossa sventola su una Stalingrado in macerie; sventola sui suoi
palazzi sventrati, le sue ciminiere mozzate, le sue strade sconvolte, le sue case bruciate.
Quella Stalingrado. Dove, dicono quei numeri infernali, nel giro di 9 settimane, gli attacchi sono stati oltre 700, una media di 12 al giorno.
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L’ultimo scontro avviene il 10 gennaio 1943, è in atto la controffensiva sovietica; e lì saranno annientati, insieme alle truppe di von Paulus anche l’armata ungherese e il Corpo alpino italiano.
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Stalingrado.
Pablo Neruda ha dedicato alla città, che oggi come è noto si chiama Volgograd, il “Canto de amor”, una lunga poesia, «…città, chiudi i tuoi raggi, chiudi le tue porte dure, chiudi, città, il tuo famoso lauro insanguinato, e che la notte tremi con lo splendore cupo
dei tuoi occhi dietro un pianeta di spade…»
Stalingrado.
Mai più.

Pubblicato il
20 feb 2017

Appello firmato da Susanna CAMUSSO, Francesca CHIAVACCI, Andrea CAMILLERI, Stefano RODOTA, Renato ACCORINTI, Vezio DE LUCIA, Luigi DE MAGISTRIS, Olga NASSIS,, Monica DI SISTO, Anna FALCONE, Paolo FAVILLI, Carlo FRECCERO, Tomaso MONTANARI, Moni OVADIA, Marco REVELLI.
La Grecia ha intrapreso la strada per uscire dalla crisi. Il Fmi e la Commissione Europea pretendono nuove misure di austerità per dopo il 2018, peraltro in contraddizione tra di loro, che non sono previste né dai Trattati europei né nella costituzione di nessun paese al mondo, e per questo assolutamente ingiuste, dannose ed inaccettabili. Non solo la Grecia, ma anche altri Paesi, subiscono le conseguenze nefaste delle politiche di austerità, nuove richieste di sacrifici e contro riforme. Sessant’anni dopo la firma dei Trattati di Roma, l’Europa deve tornare alle sue radici democratiche, di pace, di solidarietà e di giustizia sociale. L’Europa deve riprendere il processo di integrazione, all’insegna di unità e solidarietà. Ciò significa archiviare la stagione dell’austerità con le sue ricadute negative, oltre che mettere in discussione la cultura del Patto di stabilità e del Fiscal Compact.
L’austerità ha scatenato la frammentazione dell’Europa, ha sfregiato le costituzioni democratiche con l’assurdo Patto di stabilità, ha creato disoccupazione di massa in tanti paesi, impoverimento e marginalizzazione.
L’Europa non deve tornare nei suoi nazionalismi egoistici, i fili spinati, la divisione dei suoi popoli e dei suoi lavoratori, la xenofobia e il razzismo.
L’Europa deve e può uscire dalla crisi unita e solidale cambiando politica e riscrivendo i Trattati ingiusti, creando un grande programma di investimenti pubblici e privati per far ripartire le sue economie e creare posti di lavoro veri per la prosperità di tutti i suoi cittadini. È necessario che l’Europa avvii una politica di contrasto al dumping salariale e sociale e faccia di questo il fondamento del Pilastro europeo dei diritti sociali attualmente in discussione, rilanciando un’idea di welfare inclusivo e di protezione sociale su scala continentale. Si tratta di scelte urgenti soprattutto per restituire speranza e fiducia nel futuro si giovani europei.
Facciamo un appello a tutte le forze democratiche a prendere posizione e a mobilitarsi e al governo italiano di sostenere la Grecia nella riunione dell’Eurogruppo del 20 di febbraio e chiediamo che già il Consiglio Europeo del 25 di marzo per il 60° anniversario dei Trattati istitutivi dell’UE sia l’occasione per rivendicare un’Europa diversa e migliore, quella dei suoi popoli e dei suoi principi democratici.
L’Europa, il suo e il nostro futuro, sono nelle nostre mani!
· Susanna Camusso, segretario generale CGIL
· Francesca Chiavacci, presidente ARCI
· Andrea Camileri, scrittore, sceneggiatore e regista
· Stefano Rodotà, giurista, politico ed accademico
· Vezio De Lucia, urbanista
· Luigi De Magistris, sindaco di Napoli
· Olga Nassis, presidente delle comunità greche in Italia
· Renato Accorinti, sindaco di Messina
· Monica Di Sisto, giornalista, campagna contro il TTIP
· Anna Falcone, avvocato, costituzionalista
· Paolo Favilli, storico
· Carlo Freccero, c.d.a RAI
· Tomaso Montanari, storico dell’arte, vicepresidente di
Libertà e Giustizia
· Moni Ovadia, attore teatrale, drammaturgo, scrittore,
compositore e cantante
· Marco Revelli, storico, sociologo e politologo

Alfiero Grandi
Manifesto
16.02.2017
I risultati del referendum costituzionale continuano ad essere ignorati o sottovalutati dal dibattito politico e partitico, oscurando progressivamente l’alta percentuale di votanti e la vittoria del No.
Perfino tra chi si è dichiarato per il No sembra esserci se non la rimozione come fanno altri, una certa fretta di dimenticare il referendum del 4 dicembre. E’ una pratica pericolosa per la democrazia.
Pericolosa perché se in questa fase di crescente astensione e di disaffezione politica dilagante, terreni di coltura del populismo, dovesse prevalere la rimozione del voto le elettrici e gli elettori si sentirebbero respinti, verso una radicalizzazione, qualunque forma possa assumere. Sarebbe uno schiaffo alla voglia di partecipazione democratica, con conseguenze imprevedibili.

Piaccia o non piaccia il No si è raccolto attorno alla bandiera della difesa della Costituzione. Non era l’unica motivazione, ma è significativo che sia stata quella egemone, adottata da tutti, con maggiore o minore sincerità. Costituzionalizzare le opposizioni è stato in passato un obiettivo comune ad un ampio arco di forze, oggi sembra essersene persa la memoria.

Dopo tante chiacchiere sul cambiamento necessario, piaccia o meno, il 4 dicembre ha prevalso una forte volontà di cambiamento, a meno che non si confonda il cambiamento con il consenso.
Sta iniziando una stagione di congressi con al centro la rideterminazione della collocazione dei partiti, in vista della nuova legge elettorale, con la quale è sperabile si riesca ad eleggere un parlamento effettivamente rappresentativo, che possa contribuire a risalire la china della credibilità delle istituzioni, oggi al minimo. La legge elettorale è un banco di prova coerente con il referendum.

Per avere un parlamento credibile e rappresentativo occorre che gli elettori possano scegliere i loro rappresentanti, in cui possano riconoscersi.

Le liste bloccate, tutte o in gran parte, sono la scelta più grave, perché prefigurano dei nominati dall’alto anziché degli eletti dai cittadini, quindi condizionabili, debitori al capo della loro elezione, senza alcuna autonomia e soprattutto distanti da quelli che dovrebbero rappresentare e sempre più reclusi in un recinto autoreferenziale.
Le liste bloccate sono un colpo mortale alla partecipazione democratica. Scegliere con le preferenze comporta problemi di cui si è persa in parte la memoria, ma se si guarda ai collegi del Senato, composti da milioni di elettori, è evidente che il costo di una campagna elettorale sarebbe proibitivo, quindi selettivo per censo, inoltre le preferenze potrebbero portare a fenomeni di inquinamento del voto. Meglio i collegi uninominali.

Il proporzionale oggi è un correttivo inevitabile dopo un maggioritario pasticciato e impresentabile, prima con il porcellum poi con l’Italicum. Il proporzionale può avere gradi diversi di correzione del maggioritario, ad esempio con le soglie di accesso, pur diverse, previste dalle sentenze della Corte.

La combinazione del proporzionale con i collegi uninominali è del tutto possibile, come è già avvenuto in passato. La via più semplice è che i candidati collegati ad una lista entrino in proporzione ai voti oppure alla percentuale ottenuta, nella misura dei voti ottenuti dalla lista.

E’ possibile che dopo le elezioni non ci sia un unico vincitore e sia necessario affrontare la costruzione di una coalizione di governo. Il che non è affatto una bestemmia. Quante volte il governo Renzi ha giustificato le non scelte con l’esigenza dell’accordo con gli alleati ? Vero o falso che fosse, è la conferma che gli accordi sono necessari. La vocazione maggioritaria può poco se i voti non ci sono, e se solo gli artifici elettorali fanno diventare maggioranza una minoranza politica.

Il vero problema è che gli accordi, se non sono compromessi impresentabili, debbono avvenire tra soggetti che hanno una loro identità ed essere trasparenti, discussi ed accettati, cercando consenso nel paese. In sostanza richiedono la presenza della politica, dei partiti. Oggi partito è un termine desueto, eppure è proprio questo che è necessario.
I partiti come possono ricostituirsi? Difficile ricostruirli senza fondamenti importanti, idealità, perfino discrimini. Le diversità non sono un danno, se si muovono entro regole comuni come la Costituzione, oggi per fortuna confermata, e perfino destra e sinistra possono tornare ad essere termini con significato. Per questo il risultato del 4 dicembre non è archiviabile, anzi è un discrimine. Nessuno pensa che ci siano elettori di serie A e di serie B, ma il problema di fondo è partire dalla vittoria del No per costruire i fondamenti della propria identità. Non basta ma è un punto forte. Le alleanze, le convergenze, le formazioni politiche non possono che essere costruite partendo da questo punto che delinea diverse, se non opposte, concezioni della democrazia e del governo, da cui derivano altre conseguenze come il rapporto con l’Europa e la globalizzazione, il ruolo del lavoro, partendo dai referendum cgil, la coesione sociale fondata sull’attuazione dei diritti fondamentali.

Ce n’è abbastanza per costruire partiti e motivare la partecipazione. Se invece prevale la palude, l’assorbimento per stanchezza, peggio la restaurazione incurante delle pulsioni di rinnovamento, il risultato sarà una crisi di credibilità della democrazia che può assumere forme più o meno gravi, di cui risultati elettorali come quello di Trump sono un segnale d’allarme di proporzioni enormi, ma non è l’unico.

La sinistra ritiene che questo discorso non la riguarda ? Chi pensa così sbaglia, è esattamente rivolto a lei e il primo banco di prova sarà proprio la legge elettorale, a partire dalla raccolta delle firme già iniziata.@

Muro contro muro. Il presidente della Bce Draghi ha difeso la funzione della moneta unica ed è pronto a aumentare il programma di acquisti di titoli, quantitative easing. Ma pensare di battere i nazionalismi rilanciando le virtù del liberoscambismo, del quale approfitta solo il neomercantilismo tedesco, appare del pari suicida.
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Alfonso Gianni
07.02.2017
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Che la Ue possa implodere e con essa la sua moneta era ed è una consapevolezza che si sta facendo strada persino nei templi del pensiero mainstream e tra le elites europee. Specialmente dopo la Brexit e il possibile asse Trump-May. Il guaio è che il morto rischia di afferrare il vivo. Così le terapie che vengono avanzate appaiono peggiori della malattia, mancando una diagnosi corretta. Non solo si vuole un ennesimo giro di vite nei confronti della Grecia ed entrano nel mirino dei contabili di Bruxelles il Portogallo e l’Italia. Ma in vista dell’incontro, che si profila non solo celebrativo, del 25 marzo, in occasione del 60° dei trattati di Roma, tiene banco la trovata dell’Europa a due velocità. L’ha rilanciata Merkel, trovando il plauso di Gentiloni, ma soprattutto il placet entusiasta di Prodi. Il quale ha scoperto che l’America di Trump si comporta come un «cugino dispettoso» nei confronti dell’Europa e che quindi bisogna reagire.
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Solo che lo si vuole fare nella direzione sbagliata. I nazionalismi e i populismi dall'alto, d’oltreoceano o europei, Trump come Le Pen, vengono agitati sia per motivi interni ai singoli paesi che vanno incontro a elezioni, fra cui la Germania, sia per allargare il metodo Schaeuble, proposto a suo tempo alla Grecia, nei confronti di un arco di paesi più ampio. Ne risulterebbe un’Europa a due velocità, o due gironi, nella quale il nucleo forte sarebbe naturalmente a dominanza tedesca, magari con un ministro delle finanze unico, in grado di tenere ancor meglio sotto controllo i bilanci altrui in un quadro istituzionale del tutto a-democratico. Attorno si distribuirebbe una corona di paesi più deboli, con l’onere di fare da filtro e da assorbimento dei processi migratori. Il tema centrale al vertice di Malta.
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Si può e si deve osservare che già questa è la tendenza reale. Ce lo dicono i dati economici con la potenza germanica incurante delle regole: il suo surplus non dovrebbe superare il 6%, mentre veleggia di più di due punti e mezzo al di sopra. Ce lo ricorda il fatto che proprio quest’anno il famigerato fiscal compact dovrebbe entrare nel diritto europeo di primo livello, come i trattati istitutivi dell’Unione. Ma la codificazione di questa realtà costituirebbe una potente accelerazione verso l’implosione e la disgregazione dell’Europa. Anche perché è ben poco chiaro quali siano le effettive condizioni che dovrebbero regolare i due diversi livelli di integrazione sotto il profilo economico e delle sorti debito pubblico dei singoli paesi.
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Diversi i toni usati da Draghi che ieri ha ammonito chi vuole andarsene di regolare prima i propri conti con la Bce, cosa devastante per chi ha i debiti pubblici più elevati. Poi ha orgogliosamente difeso la funzione della moneta unica, attribuendole addirittura ruoli taumaturgici nei confronti della crisi economica, per ribadire che la Bce è pronta ad aumentare “in termini di mole e durata” il programma di acquisti di titoli, cioè il quantitative easing. Ma pensare di battere i nazionalismi rilanciando le virtù del liberoscambismo, del quale approfitta solo il neomercantilismo tedesco, appare del pari suicida.
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Non è questa la risposta, come però non lo è neppure l’illusione, coltivata anche a sinistra, che il ritorno alle sovranità nazionali e alle monete di un tempo aiuti la lotta alle diseguaglianze e per un diverso sviluppo. Spaccare in due l’Europa non è l’uovo di Colombo ma la china che porta alla negazione di ogni progetto europeo. La indispensabile lotta contro il liberismo dei trattati, quelli originari e quelli che hanno costruito la governance europea in questi ultimi anni di crisi, non può che coinvolgere e svolgersi nell'Europa nel suo complesso, con un ruolo crescente proprio dei paesi che si vorrebbero collocare nel secondo girone, come già la crescita di movimenti politici e sociali, alcuni assurti a esperienze di governo, hanno dimostrato di sapere fare. Un’Europa dimidiata sarebbe un interlocutore ancora meno credibile, in uno scenario internazionale ove le spinte belliche con Trump sono destinate a moltiplicarsi e ad aggravarsi.

Riccardo Chiari
03.02.2017

Acciaio spezzato. In migliaia ancora una volta in corteo, per denunciare che il piano industriale di Aferpi per le Acciaierie è un fantasma. E che quel che restava della cittadella dell'acciaio - i soli laminatoi - sono costretti allo stop per mancanza di materie prime. Sos al governo: «Sulle politiche industriali si deve cambiare rotta»
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Sotto la pioggia, in quasi duemila hanno sfilato lungo le strade di Piombino, per denunciare che il piano industriale di Aferpi per le Acciaierie è un fantasma. E che quel che restava della cittadella dell’acciaio – i soli laminatoi – sono costretti allo stop per mancanza di materie prime. Di fronte alle difficoltà dell’algerino Issad Rebrab e della sua Cevital di ottenere credito dal sistema bancario, la giunta regionale ha approvato una delibera che consentirà a Fidi Toscana di farsi garante con le banche, con 20 milioni, per concedere ad Aferpi il credito necessario ad acquistare le materie prime. La garanzia però sarà efficace solo dopo che Rebrab avrà presentato il piano industriale. Sul quale la Fiom, con il responsabile siderurgico Mauro Faticanti, ha ormai una montagna di dubbi: «Vista l’evidente incapacità di Cevital di mantenere gli impegni, è necessaria una azione straordinaria da parte dei soggetti, a partire dal governo, che hanno firmato l’accordo consegnando la ex Lucchini alla società algerina. Il governo si è impegnato a convocare Rebrab, ma noi non accetteremo più di non essere ascoltati, come è successo negli ultimi mesi».
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Alla manifestazione unitaria metalmeccanica c’era fra gli altri anche il segretario generale toscano della Fiom, Massimo Braccini: «Oggi a Piombino c’erano tantissimi lavoratori, anche Rsu di altre fabbriche toscane, per ribadire che non si possono perdere importanti pezzi d’industria. Il governo deve verificare se Rebrab ha intenzione di andare avanti. Se poi continuerà a non rispettare i tempi degli accordi, bisogna che il governo pensi anche ad una strategia alternativa. Ed è chiaro, per l’ennesima volta, che sulle politiche industriali si deve cambiare rotta».

Pubblicato il 27 gen 2017
di Enzo Collotti
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Giornata della Memoria. Oggi la minaccia più insidiosa non è rappresentata dal negazionismo né dal neofascismo o dal neonazismo, ma piuttosto dall’acquiescenza diffusa a comportamenti di insofferenza se non di ostilità nei confronti dell’altro
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Anche quest’anno si rinnova quello che non deve diventare un rito ma deve rimanere l’occasione per tornare a sottolineare la necessità di non dimenticare. Contro i dubbi sollevati da più parti sull’opportunità di mantenere il Giorno della Memoria.
Va infatti ripetuto con forza che questa scadenza, il Giorno della Memoria, oggi è più necessaria che mai.
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Se da una parte la crescente distanza che ci separa dai fatti in cui si concretizzò lo sterminio degli ebrei contribuisce ad affievolirne la memoria, dall’altra la realtà nella quale viviamo sollecita la riflessione su una serie di circostanze che ricordano da vicino aspetti della cultura della quale si nutrì l’indifferenza dei tanti e che consentì la realizzazione quasi indolore dello sterminio.
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Nella crisi attuale dell’Europa il dilagare del populismo maschera a fatica il volto del razzismo che non è né vecchio né nuovo, è il razzismo di sempre, contro ogni minoranza e contro ogni eguaglianza tra i popoli.
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È chiaro che il passare delle generazioni produce cambiamenti nella memoria e nei modi di esprimerla e di rappresentarla, tanto più oggi che la testimonianza dei sopravvissuti incomincia a farsi sempre più rara per ovvie ragioni fisiologiche. Troppo spesso la tragedia delle migrazioni viene dissociata nell’attenzione e nella memoria dei più dalle derive degli anni ’30 e ’40 del secolo scorso. Dappertutto in Europa l’irresponsabile diffusione della minaccia di una invasione da parte di chi fugge da guerra e miseria genera confusione e oblio.
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Situazioni paradossali e insieme esemplari come quella dell’Ungheria di Viktor Orbán, che dimentica la catastrofe degli ebrei ungheresi e rifiuta l’accoglienza ai migranti con cinismo e crudeltà. Un comportamento che apparentemente dovrebbe isolare l’Ungheria dal resto d’Europa ma che in realtà rischia ormai di diffondersi al di là delle sue frontiere, in assenza tra l’altro di fratture interne che costringano Viktor Orbán a modificare o almeno a mitigare il rigore dei suoi rifiuti.
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Questo significa anche una frattura nella memoria collettiva dell’Europa che indebolisce la possibilità di una presa di coscienza non parcellizzata, solidale senza riserve.
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Il Giorno della Memoria dovrebbe servire a tenere viva la sensibilità di popoli e società verso problemi che ne hanno plasmato negativamente la storia ma che sono anche terribilmente attuali.
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Oggi la minaccia più insidiosa non è rappresentata dal negazionismo né dal neofascismo o dal neonazismo, ma piuttosto dall’acquiescenza diffusa a comportamenti di insofferenza se non di ostilità nei confronti dell’altro.
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Nessuno ha il coraggio di dirsi anti-semita o anti-musulmano, ma nei fatti il prevalere di una sorta di agnosticismo etico ci riporta al punto in cui tutto è incominciato, alla deresponsabilizzazione e all’indifferenza.
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È un problema politico e culturale di enorme portata che si inserisce nella crisi dell’Europa non meno che in quella della nostra democrazia.

25.01.2017
Riceviamo e pubblichiamo
da UIKI Ufficio Informazioni del Kurdistan in Italia

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La lotta del Movimento di Liberazione Curdo per la democrazia, la coesistenza, l’ecologia e la liberazione delle donne ha raggiunto primi risultati positivi con l’allargamento del modello di autogoverno democratico nei territori liberati dal giogo delle bande ISIS. Ma con l’estensione della situazione di guerra attuale nel Bakur-Turchia, Rojava-Siria e nel Medio Oriente, i curdi e le altre popolazioni della regione affrontano gravi pericoli; lo stesso Movimento di Liberazione subisce nuove e pesanti minacce.
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Per garantire la sua presidenza, Erdogan si è alleato con i fascisti e i nazionalisti turchi, così da affrontare la questione curda con la violenza e la repressione: tutto ciò che è collegato con i curdi e la loro identità è un obiettivo. Vengono commissariate le municipalità, i co-sindaci sono arrestati e sostituiti con amministratori fiduciari di nomina governativa. La brutalità della guerra in Kurdistan che ha visto la distruzione di intere città, è già costata la vita a migliaia di civili, arresti di massa di politici, intellettuali, accademici, giornalisti, attivisti, avvocati e magistrati, fino ad arrivare al piano per l’eliminazione fisica di Öcalan.
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La pesante tortura psicofisica inflitta al leader curdo Abdullah Öcalan, nel corso degli ultimi 18 anni in condizioni di isolamento totale, è stata inasprita con ulteriori limitazioni del suo regime carcerario. Dal 5 aprile 2015, dopo che Erdogan ha messo fine al negoziato “per una soluzione politica e democratica della questione curda”, i contatti con l’isola di Imralı sono praticamente interrotti.
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In base a recenti informazioni ci sono gravi motivi di preoccupazione per la stessa vita di Ocalan. Nel mentre il regime di Erdogan si prepara a reintrodurre la pena di morte.
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Abdullah Öcalan è il rappresentante riconosciuto del popolo curdo, egli svolge un ruolo decisivo per una possibile soluzione duratura e democratica della crisi profonda del Medio Oriente.
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La storia ha dimostrato che la questione curda non può essere risolta militarmente. Le guerre di logoramento e i genocidi dello stato turco non hanno mai funzionato. Hanno sempre avuto l’effetto contrario. La Turchia non deve continuare ad attizzare un fuoco che non può spegnere. I colloqui per una soluzione politica della questione curda devono riprendere in una condizione di parità. L’unico modo per garantirlo è l’immediata liberazione di Abdullah Öcalan.
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IN OCCASIONE DELL’ANNIVERSARIO DEL SEQUESTRO DI ÖCALAN, COMUNITÀ CURDA DI ZONA AMIATA ORGANIZZIAMO UN INCONTRO CON MAHMUT SAKAR AVV.DI ÖCALAN
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DOMENICA 29 GENNAIO 2017 ALLE ORE 14.30
NELLA SALA CONSILIARE DEL COMUNE DI CASTEL DEL PIANO (GR)

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IN CONTEMPORANEA CON LA MANIFESTAZIONE INTERNAZIONALE DI STRASBURGO, SCENDIAMO IN PIAZZA A MILANO L’11 FEBBRAIO , PER:
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• La libertà per tutti i prigionieri politici e le prigioniere politiche in Turchia! Basta alla tortura e all’isolamento! Chiudere la prigione di Imralı!
• Una soluzione politica e democratica della questione curda! Revocare il bando contro le organizzazioni curde!
• La libertà di Öcalan e la Pace in Kurdistan!

Pubblicato il 24 gen 2017

Il segretario lascia il vertice Prc dopo dieci anni. «Sono a disposizione. La sinistra non ripeta gli errori, non basta un cartello elettorale. 5 stelle sono cresciuti dagli errori della sinistra, nel governo Prodi abbiamo aperto una prateria. Il guaio non fu la lista Arcobaleno, come si continua a ripetere. Il nuovo percorso deve partire subito. Aspettare la data del voto per fare in gran fretta una lista con i soliti bilancini stavolta porterebbe al disastro»
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Di Daniela Preziosi
edizione del 24.01.2017
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Paolo Ferrero, lei è segretario del Partito della rifondazione comunista dal 2008. Al congresso di marzo si ricandida per la quarta volta?
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No. Proporrò di cambiare.
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Pronto a ripensarci se i delegati glielo chiedono?
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Oggi ci sono tutte le condizioni per il ricambio. Fin qui c’era chi chiedeva di cambiare il segretario volendo in realtà cambiare linea. Per questo non ho mollato. Oggi invece il 70 per cento del comitato politico ha votato in sintonia totale, fra noi non c’è mai stata una maggioranza così. Oggi si può cambiare senza rischio di cambiare linea.
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Eppure lei è stato un segretario di minoranza.
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Il mio indirizzo è oggi ampiamente maggioritario: un partito comunista senza nostalgie e che vuole costruire un soggetto della sinistra antiliberista.
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Indicherà il prossimo segretario e/o segretaria?
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No, non siamo una monarchia. C’è un gruppo dirigente perfettamente in grado di esprimere la successione. Io resto completamente a disposizione. Sarò il primo ex segretario del Prc che resterà nel partito.
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Dalla segreteria di Bertinotti a ministro di Prodi a feroce avversario del centrosinistra. È stato un uomo per tutte le stagioni?
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No, non ho rivendicato di aver sempre avuto ragione. Ho sbagliato ad andare al governo. l’ho ammesso, ci abbiamo fatto un congresso, abbiamo cambiato indirizzo. Fare il ministro è stata una svolta decisiva. Ci ho provato fino in fondo ma ho verificato l’impossibilità di spostare dall'interno il centrosinistra. Che era quello di Prodi e Bersani, molto più a sinistra del Pd attuale. Lì ho verificato che c’è un polo liberista, quello della grande coalizione, e un altro polo liberista ma nazionalista e razzista. Noi dobbiamo costruire un terzo polo antiliberista. Tutti si basano sull'assunto che i soldi non ci sono. Tesi falsa in radice. I 20 miliardi per le banche ci hanno messo 20 minuti a trovarli. Il terzo polo deve dire: la ricchezza c’è, va usata per il popolo.
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Il terzo polo in Italia c’è già, sono i 5 stelle.
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Loro sono un terzo polo geometrico, non politico. La richiesta dell’adesione all'Alde lo dimostra.
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Eppure la sconfitta storica della sinistra, oggi, è aver consegnato i suoi voti ai 5 stelle.
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I 5 stelle sono nati e cresciuti dagli errori della sinistra, a partire dal governo Prodi. Lì abbiamo distrutto buona parte del nostro capitale simbolico e aperto una prateria. Il guaio non fu la lista Arcobaleno, come si continua a ripetere. Oggi M5S non è però in grado di avanzare proposte alternative. La stessa sindaca Appendino non ha grosse differenze con Fassino. I 5 stelle sono un parcheggio per i voti della sinistra. Se mettiamo in piedi una sinistra credibile li recupereremo.
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Però lei a Roma ha fatto votare Virginia Raggi.
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Perché se Renzi prendeva una botta alle amministrative era più facile sconfiggerlo al referendum.
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Allora perché a Milano avete votato Sala?
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Il Prc a Milano non ha dato indicazione di voto.
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Torniamo all'irriformabilità del Pd. Ora anche Bertinotti e Vendola, usciti dal Prc nel 2008, la pensano come lei. È una sua vittoria egemonica, per dirla con Gramsci?
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(Ride). Adesso l’importante è costruire il polo antiliberista. Certo Era meglio non rompere Rifondazione e fare tutti insieme la battaglia, i 5 stelle non sarebbero arrivati dove sono.
Di fatto ha vinto anche la sua eterna idea di soggetto della sinistra antiliberista.
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Finirete a fare un cartello elettorale con Sinistra italiana e Civati.
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Il Prc non propone affatto un cartello elettorale ma un soggetto che funzioni una testa un voto, a cui ci si iscriva individualmente con la possibilità di avere la doppia tessera con i partiti che non si presentino alle elezioni. Un soggetto costruito su basi programmatiche e non ideologiche, che vada dai comunisti agli estimatori di papa Francesco, cattolici e non.
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Dal ’90 i dirigenti di questa sinistra sono sempre gli stessi. Avete un evidente problema di ricambio e di classe dirigente?
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L’idea della rottamazione è una scusa per andare a destra, da Occhetto a Renzi, ed io la contrasto. Ma mi dica: avrebbe fatto questa domanda ai tempi del Pci? Le classi dirigenti non si fanno in un mattino. In un mattino si fanno i teatranti con un copione scritto da altri, da Renzi ai portavoce dei 5 stelle. Detto questo c’è un problema di cambiamento. Servono volti non segnati dalle divisioni dell’ultimo ventennio.
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Nel vostro futuro c’è De Magistris?
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Certamente sì, ma dico a lui, e a Sinistra italiana, che ciascuno è indispensabile ma nessuno non può dire ’la sinistra sono io’: occorre un percorso unitario, e deve partire subito. aspettare il voto per fare una lista con i soliti bilancini porterebbe al disastro.
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L’Altra Europa in effetti non ha fatto una bella riuscita.
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È stata un’esperienza positiva. Ma quello che è successo dopo segnala che era debole nella costruzione. Serve una procedura larga e democratica, serve un soggetto politico unitario.
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Al posto di Tsipras sarebbe sceso a patti con l’Europa?
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La risposta sarebbe lunga e complessa. Ma una cosa è chiara per me: Alexis ha resistito, e non ha tradito.

Pubblicato il 20 gen 2017
di Davide Falcioni

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Portano aiuti alle vittime del sisma. E, allo stesso tempo, li aiutano a organizzarsi in comitati di cittadinanza locali. Per andare oltre l’emergenza, attraverso il mutualismo .
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Elena vive a Uscerno, un pugno di case lungo la strada di montagna che collega Ascoli Piceno ai Monti Sibillini. Un bar-alimentari-ristorante-tabaccheria, una macelleria e poco altro. Elena ha un marito, tre bambini piccoli e nonostante le tre scosse di terremoto che hanno sconvolto questi posti, ha deciso che da qui non se ne andrà: la sua casa è inagibile e per mesi si è arrangiata in una vecchia roulotte, ma c’è la legna da tagliare nei boschi, ci sono le patate nei campi e i progetti futuri che non possono essere abbandonati. Soprattutto, c’è lo stretto legame con una terra magica e meravigliosa.
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Quando bussano alla sua porta Elena apre con il solito sorriso: sono i volontari delle Brigate di Solidarietà Attiva, hanno scatoloni colmi di beni di cibo, vestiti e coperte, e per questa famiglia sono uno dei pochi punti di riferimento.
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Per lei, e per centinaia di altre persone che hanno rifiutato la proposta della Protezione Civile di fare i bagagli e andare negli hotel sulla costa adriatica, le BSA sono un sostegno concreto alla loro resistenza tenace. Sanno, Elena e molti altri, che molti di quelli che sono stati costretti ad andarsene qui rischiano di non tornare più, perché se abbandoni il tuo lavoro, trasferisci i tuoi figli in altre scuole e trovi un’altra casa non è facile, poi, mantenere i legami con i luoghi d’origine.
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Le Brigate di Solidarietà Attiva sostengono le fasce più deboli tra i cittadini terremotati. Dopo i terremoti del 24 agosto, 26 e 30 ottobre e 18 gennaio sono presenti in tutto il cratere, con due “campi base” ad Amatrice e Norcia e altri due poli logistici a Colli del Tronto e Fermo. “Abbiamo potuto verificare – dicono – in questi cinque mesi, come il terremoto non sia stato che un acceleratore della crisi. Per questo sosteniamo e fasce più deboli con staffette di consegna aiuti a domicilio e spacci popolari, cioè punti di approvvigionamento beni gratuiti. Per questo, anche, abbiamo organizzato sportelli informativi, affinché i cittadini possano ottenere informazioni sui decreti del governo e i loro diritti, che spesso ignorano del tutto”.
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C’è chi le ha definite la “Caritas Rossa”. Sbagliato: le Brigate Di Solidarietà Attiva puntano, attraverso pratiche di mutualismo e solidarietà, ad alimentare e sostenere i piccoli comitati di lotta che – a cinque mesi dalla prima scossa – sono sorti un po’ ovunque.
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A riflettori spenti, e mentre i mezzi d’informazione sembrano aver smobilitato, i problemi sono molti e importanti.
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C’è infatti chi ha trovato nel terremoto nuove occasioni per speculare, come quei proprietari di case che hanno raddoppiato o triplicato gli affitti con l’obiettivo di accaparrarsi l’intero contributo di autonoma sistemazione fornito dal governo alle famiglie terremotate. E soprattutto c’è il “non fatto” del governo, con i container che sono ancora un miraggio e le case di legno che forse arriveranno solo a partire dall'estate. In questo quadro, poi, ci sono le economie di sussistenza di montagna: piccoli produttori agricoli e allevatori costretti a svendere o veder morire di freddo i loro capi di bestiame. Da queste parti, si dice, dei terremotati si ricorda solo il terremoto.
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Quello che si respira nei luoghi distrutti dal terremoto è una sensazione di rabbia e incredulità: poco è stato fatto dal 24 agosto per sostenere chi non ha voluto andarsene. Qualche settimana fa è anche spuntata una delibera della Regione Marche che minacciava di denuncia i cittadini che avessero installato i container davanti alle loro vecchie case inagibili. Deturpano il paesaggio, per i dirigenti del settore urbanistica, gli stessi che però hanno benedetto di buon grado il capannone industriale che Diego Della Valle aprirà ad Arquata Del Tronto su una superficie di migliaia di metri quadri. Quello stabilimento, costruito a cavallo tra due parchi naturali (Sibillini e Monti della Laga) lì sembra non deturpare nulla.
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Le Brigate di Solidarietà Attiva tentano di convogliare quella rabbia in conflitto e auto organizzazione.
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Dal 25 agosto sono stati centinaia i volontari, per lo più attivisti politici, che hanno dato una mano: quintali di beni consegnati, spacci popolari e decine di roulotte donate in anticipo persino rispetto alla Protezione Civile.
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Accanto a ciò, un progetto di filiera antisismica che sostiene i piccoli e piccolissimi produttori agricoli, distribuendo i loro prodotti in tutta Italia e contribuendo così a mantenere gli agricoltori sul posto.
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La finalità delle BSA però è un’altra: «Cerchiamo di stimolare partecipazione attiva dei soggetti colpiti dal trauma, coinvolgendoli nelle pratiche di gestione dell’emergenza, per ripristinare una coscienza collettiva che permetta, invece che subire le decisioni, di appropriarsi di un percorso di autodeterminazione e di autorganizzazione sul territorio. Se dove ha operato una BSA la gente poi si organizza e rielabora opinioni proprie sul terremoto, sulla ricostruzione e anche sull'approccio con le istituzioni locali e nazionali, allora il nostro intervento ha un senso. Se dove abbiamo operato non nasce nulla, abbiamo magari assistito benissimo la popolazione, ma tecnicamente, per quanto ci riguarda, è come aver fallito perché non si è prodotta su quel territorio la possibilità di un percorso che continui».
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A quasi cinque mesi dalla prima scossa, quella del 24 agosto, i volontari e le volontarie delle Brigate di Solidarietà Attiva sono ancora nel cratere, senza nessuna intenzione di andarsene nonostante la neve e i nuovi terremoti. La loro presenza è oggi un riferimento per centinaia di persone, molte delle quali sarebbero altrimenti completamente sole.
fonte: L’Espresso

La condizione del servizio postale in provincia di Grosseto
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La Federazione provinciale di Grosseto del partito della Rifondazione Comunista e il circolo di R.C. di Santa Fiora, hanno da sempre seguito le vicissitudini legate alla trasformazione genetica di Poste Italiane con molta attenzione.
Abbiamo da almeno 20 anni manifestato una chiara posizione di critica serrata dell'evolversi di tale mutamento aziendale e delle sue drammatiche ripercussioni che puntuali si sono abbattute sul nostro territorio. Un territorio una nazione, si deve dire, poiché coinvolge ogni angolo del nostro bel Paese. Ogni cittadino italiano ne viene coinvolto, come fosse dentro "una grande e unica fabbrica in ristrutturazione".
Nell'organizzazione del nostro partito, la presenza di lavoratori postali, iscritti o solo nostri sostenitori e simpatizzanti, ci ha permesso di conoscere anche il clima interno dell'azienda, partecipandone i sentimenti della trasformazione,direttamente dall'esperienza e sulla "pelle" dei diretti interessati: i lavoratori.
In sintesi: una realtà letteralmente tragica. Tutto questo per illustrarvi la nostra sensibilità sull'argomento in oggetto.
Ma il nostro obiettivo nel porci al vostro interesse è, oltre a quello di catalizzare il vostro impegno pubblico e sociale sull'argomento, contemporaneamente lanciare un prioritario allarme per quanto riguarda la prossima introduzione del servizio del recapito della corrispondenza a giorni alterni che, come senz'altro ne sarete al corrente, verrà implementata in modo progressivo a partire dal mese di Febbraio 2017 anche nei nostri territori e provincia.
Il dossier che Vi trasmettiamo, elaborato con il contributo fondamentale dei lavoratori delle poste simpatizzanti e aderenti al Prc, oltre a rappresentare un momento di riflessione, può essere un contributo per salvaguardare l’Universalità dei servizi pubblici essenziali quale elemento fondamentale per la tenuta del tessuto civile del paese.
Questo è un tema sempre più spiccatamente drammatico in quei territori definiti spopolati, marginali, rurali, montani che rappresentano la provincia della provincia, il 90% dell'Italia. In poco più di 15 anni la dirigenza di Poste Italiane ha chiuso centinaia di uffici postali e ridotto il servizio settimanale dappertutto, ma parallelamente e anticipatamente ha sempre agito tagliando zone postali e i relativi portalettere accorpandoli in sempre meno uffici; mossa necessaria e propedeutica al taglio successivo degli uffici stessi. Ecco svelato il prossimo scontato grande pericolo insito nell'introduzione della consegna della corrispondenza a giorni
alterni. Guardate, I disservizi postali come quelli che recentemente abbiamo appreso e letto in quel di Monterotondo Ma.mo e Cinigiano, Santa Fiora e Roccalbegna, quest'ultimi due apparsi per la loro assurdità addirittura per una intera settimana sui mezzi di informazione in una escalation mediatica progressiva fino a giungere su Rai 3 in prima serata: "Un postino solo su quattro", " Un postino solo dalla Selva di Santa Fiora fino a Cana-Roccalbegna...80 km in perfetta solitudine..", si sono verificati ancora in regime di recapito della posta su cinque giorni la settimana (fino a 5 anni fa erano 6 i giorni di consegna) e rappresentano la norma del nostro sistema postale italico, viste
le condizioni materiali, il modo che viene concepito, gestito, motivato il servizio: una volta sono le auto di servizio che scarseggiano, un'altra volta le lunghissime riparazioni, i percorsi dei portalettere che si sono fatti sempre più impossibili ristrutturazione dopo ristrutturazione, il personale sistematicamente scarso, le mancate sostituzioni, i carichi di lavoro, l'aumento esponenziale delle sanzioni e dei licenziamenti disciplinari ecc... " Quindi, altro che "postino telematico"! Questa "mitica" figura che viene tanto decantata dalla dirigenza postale per far digerire i tagli che procurerà l'introduzione del recapito della corrispondenza a giorni alterni. Tutto ciò accade sotto la guida privatistica e rampante dei nuovi manager postali (Poste è una Spa dal 1998, primo storico e notissimo amministratore delegato Corrado Passera). Se non vengono rimosse le criticità di fondo non si va da nessuna parte, o meglio, si va dalla parte di chi tira con più forza: speculazione e finanza, borsa e dividendi, scalate societarie e fondi cinesi. I "giorni alterni"
vanno fermati assolutamente, perché saranno ben poca cosa di fronte al deserto della
privatizzazione che "nonostante tutto avanza". Nonostante tutto avanza: fa parte dei disegni di questo governo, che raccoglie e accoglie l'impostazione economica abbracciata dai precedenti governi a partire almeno dal 1996. I giorni alterni sono già un fallimento in tutte quelle zone d'Italia che da mesi vivono questo regime postale, telefonate ai vostri colleghi istituzionali di Arezzo o Prato, per dire, per esempio. Tale ennesimo progetto non è che non è valido a prescindere, semplicemente segue tutti gli altri piani di ristrutturazione non validi, nati come questo, già morti. Perchè? per il semplice fatto che di fondo non deve e non entra nel business core aziendale (la fonte principale dell'attività di un'azienda, ovvero la normale fonte di guadagno relativa all'attività svolta, in base a una previsione di fatturato). E la cittadinanza, il servizio pubblico, l'Universalità?
Certi di esserVi utili, porgiamo i nostri Cordiali saluti.
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Segretario Provinciale Federazione PRC Grosseto Maurizio Buzzani
PRC - federazione provinciale: Viale Europa 65- 58100 Grosseto - prcgrosseto@gmail.com
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Circolo Prc Santa Fiora - Via Carolina 16 - 58037 Santa Fiora - info@rifondazionesantafiora.it
Allegato: Dossier sul servizio postale
Gennaio 2017

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