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Il Manifesto

Pubblicato
il 21.07.2017
Franco Astengo

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L’illustre professor Panebianco questa mattina, 21 luglio 2017, dalle colonne del Corriere della Sera sferra un duro attacco alla prima parte della Costituzione: un attacco molto serrato quasi da far pensare a una nuova stagione di tentativi di deformazione costituzionale come quella che abbiamo appena terminato di trascorrere con il voto vittorioso del 4 dicembre 2016.
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Nell'occasione si prende a pretesto la proposta della “flat tax” (aliquota fiscale unica al 25%) considerandola la panacea di tutti i mali anzi il provvedimento che, secondo l’autore “darebbe una frustata così vigorosa alla nostra economia da farla ripartire al galoppo dopo decenni di alternanza, tra stagnazione, recessione e bassa crescita”.
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Ma c’è un però sulla strada dell’applicazione di questo possibile miracolo: ed è la Costituzione, retro gradatamente socialista secondo il giudizio JP Morgan, che indulge nel difendere un’antistorica progressività della tassazione (L’articolo 53 della Costituzione della Repubblica Italiana recita: Tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva. E aggiunge: Il sistema tributario è informato a criteri di progressività).
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Un ostacolo messo lì da un testo costituzionale che prevede una “Repubblica fondata sul lavoro” : definizione frutto di un “compromesso fra alcune forze (democristiani, socialisti, comunisti) che all’epoca non brillavano per adesione ai principi liberali. Era una Costituzione adatta a qualsiasi uso. Servì ad ancorare l’Italia al mondo Occidentale dopo la vittoria democristiana sui social comunisti nelle elezioni del 1948 ma avrebbe potuto diventare – senza bisogno di revisioni – la carta fondamentale di una “democrazia popolare” se i social comunisti avessero vinto”.
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Panebianco si è interrogato: “I risultati del referendum costituzionale hanno messo fuori gioco per chi sa quante generazioni la possibilità di riformare la seconda parte della Costituzione ( essersi mossi su quel terreno è giudicato , da parte del professore, un grave errore da parte dei “riformisti”). Perché allora non cominciamo a discutere della prima? E’ sicuro, tanto per fare un esempio, che la nostra convivenza civile ci rimetterebbe se la nostra Repubblica, anziché essere fondata sul lavoro fosse fondata sulla libertà? E’ sicuro che se il diritto di proprietà, anziché essere relegato tra i cosiddetti “interessi legittimi” fosse riconosciuto fra i diritti fondamentali, quelli su cui poggia la libertà, ce la passeremmo peggio?”.
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E conclude : “Magari, chissà? Sarà la discussione sulla flat tax che, finalmente, costringerà molti a trattare meno acriticamente i principi costituzionali su cui si regge la Repubblica.
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E in precedenza aveva scritto : “Forse è arrivato il momento di chiedersi se non sia il caso di intervenire col bisturi sulla prima parte della Costituzione, sui famosi principi”.
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Mi pare inutile segnalare, verso chi si è battuto per la difesa della Costituzione nell'occasione dell’ultima tornata referendaria, la pericolosità di queste affermazioni, vero e proprio preludio a un attacco in grande stile attraverso il dibattito sulla flat tax (che qualcuno già pronostica come il vero e proprio “oggetto del contendere” della prossima tornata elettorale legislativa, assieme alla questione dell’Europa).
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In molti, nel corso dei tanti anni di lavoro in difesa del dettato Costituzionale ( tre occasioni: Bicamerale D’Alema, progetto Berlusconi, deforma renziana) avevamo tentato di segnalare la delicatezza dell’intreccio tra seconda parte (che veniva messa in discussione nelle occasioni citate) e prima parte (fintamente, in quei casi, ritenuta intangibile).
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Adesso arriva, dalla prima pagina dell’antico “Corriere dello Zar” l’attacco diretto.
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Occorre avere consapevolezza di questo stato di cose, a partire dalla mancata risposta politica al voto del 4 Dicembre, e attrezzarsi all'evenienza senza ritardi, sottovalutazioni, tentennamenti.
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La lettura di quest’articolo di Panebianco non deve lasciare dubbi : la difesa integrale della Costituzione Repubblicana rimane l’imperativo prioritario per tutti i conseguenti democratici e per la sinistra italiana (che deve considerare questo punto “l’ubi consistam” della sua possibile ricostruzione come soggetto politico).
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Una difesa che è necessario principi da un altro elemento messo in discussione nell'articolo citato: quello della coerenza tra il sistema elettorale proporzionale e il testo Costituzionale.

Tommaso Di Francesco
da Il Manifesto
21.07.2017

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La notizia precipita, come una bomba è il caso di dire, dentro l’estate afosa, sopra la stanca politica del ritorno di Berlusconi, del libro di Renzi, della stagionata flemma di Gentiloni. Il Pentagono, il ministero della Difesa Usa, ha deciso di segretare la sicurezza e le ispezioni relative alle decine di atomiche dislocate in Italia. Qui già si avverte un fastidio: quello di chi, nella diffusa omertà dei media e del potere, è costretto o scoprire o ad ammettere la pesante realtà che in Italia, a Ghedi e ad Aviano, siano dislocate tante ogive nucleari. Più che in ogni altro Paese d’Europa, che complessivamente ne ha, diffuse, circa 200.
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Accade singolarmente proprio nel momento in cui in Parlamento si sta discutendo di come armare gli F35.
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Che al tranquillo costo di 15miliardi di euro, stiamo copiosamente acquistando e assemblando nella misura di almeno 90 cacciabombardieri. E che potrebbero portare un carico atomico – del resto come gli F16 e i Tornado. Ma soprattuto proprio nel momento in cui – e potrebbe essere una «spiegazione» della vergognosa segretazione – gli Stati uniti stanno avviando la modernizzazione delle vecchie ogive stanziate a Ghedi e Aviano, e tante altre in Europa, vale a dire sostituendole con l’innesto delle nuove ogive B61-12. Per le quali, prima Barack Obama ha speso miliardi di dollari, e ora Donald Trump procede all’attuazione dell’aggiornamento micidiale. Senza escludere il timore di fughe di notizie vere, sul pericolo dei tanti «errori» accaduti che evocano lo scenario del Dottor Stranamore, e quindi la necessità di «coprire» le forze armate americane e non solo quelle.
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Abbiamo la convinzione che la notizia rappresenti una vera e propria una «bomba». Perché il compromesso che ha fin qui garantito, sia per i governi nazionali e regionali, sia per le popolazioni locali – il silenzio assenso in Italia e in Europa (ma l’Europarlamento da dieci anni ha chiesto, inascoltato, lo smantellamento) è stata fin qui proprio la sicurezza. Vale a dire che fosse sufficiente l’informazione attraverso le ispezioni periodiche di scienziati, tecnici e anche politici sulle condizioni delle installazioni nucleari. Per gestire almeno il peso di una servitù militare pericolosissima. Da oggi in poi il compromesso salta: niente più informazioni sulla sicurezza degli impianti militari-nucleari. E non sapere nulla sulle ispezioni vuol dire anche non sapere dove stanno e come stanno le atomiche. Ci sarebbe di che protestare, perché se è giusta la cessione di sovranità per un organismo condiviso come l’Unione europea, cancellare il controllo sulle atomiche vuol dire cancellare per l’Italia la sovranità più decisiva, quella del controllo di sicurezza sul proprio territorio. Ma il silenzio resta la migliore forma di governo. Così continueremo nella cronaca del Belpaese che malsopporta poche migliaia di migranti, in fuga dalle nostre guerre e dalla miseria prodotta dal nostro meccanismo di sfruttamento delle risorse, e che invece al contrario, dietro elargizione di alte contropartite monetarie, ben sopporta e tace sulla presenza accanto alle proprie case, agli asili nido, alle discoteche, alle sacrestie, di decine di «insicure» e micidiali bombe atomiche.
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Temiamo ora il governo italiano non dica altro che il ponziopilatesco «non è di nostra competenza», perché è il Pentagono che fa il bello e il cattivo tempo. E non quel che servirebbe. Cioè che non vogliamo le armi nucleari, c’è un trattato Onu che le vieta e un altro che le bandisce.

Pubblicato il 19.07.2017
di Alfio Nicotra

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Nella sua intervista di oggi su “La Repubblica” il capo della polizia Franco Gabrielli rievoca i fatti del G8 di Genova del luglio 2001.
Lo fa con una apparente autocritica che però sceglie di non portare a fondo come invece sarebbe stato opportuno. In particolare quando Gabrielli afferma che la “catastrofe” di Genova fu dovuta a vari fattori e tra questi inserisce il fatto “perché si scommise sulla capacità dei “Disobbedienti” di Casarini e Agnoletto di poter in qualche modo governare e garantire per l’intera piazza: Capacità che dimostrarono purtroppo di non avere”.
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A parte l’errore di ridurre ai soli Disobbedienti l’intero arco di forze che diede vita al Genoa Social Forum, io, che del GSF ero uno dei portavoce (rappresentavo Rifondazione Comunista) di questa “scommessa” non vidi in quei giorni nessuna traccia.
Infatti “per governare una piazza” occorre non essere aggrediti in modo sistematico e reiterato da parte delle forze dell’ordine che invece si accanirono con rabbia inusitata contro la stragrande maggioranza dei manifestanti.
Non ci fu presidio del GSF del cosiddetto “assedio” alla zona rossa che non sia stato aggredito dalle forze di polizia. Né quello della rete Lilliput, né quello dei genovesi della Rete contro il G8, né quello di Attac, né quello dei sindacati di base: i manifestanti vennero tutti presi a manganellate e i fermati portati nel tristemente famoso carcere di Bolzaneto.
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Basterebbe leggersi le cronache che gli stessi giornalisti della“ Repubblica” fecero dai vari luoghi di concentramento del GSF , oltre che all'innumerevole materiale fotografico e televisivo e alle centinaia di testimonianze, tutti concordi nell'evidenziare una regia ostile ai manifestanti da parte delle forze dell’ordine.
Dobbiamo ricordare che si trattava di concentramenti tutti autorizzati compresa la manifestazione dei Disobbedienti che dallo stadio Carlini arrivò in via Tolemaide in modo assolutamente pacifico e senza incidenti (che invece erano stati fatti, in precedenza, dai cosiddetti “black block”, contro i quali non venne usato lo stesso trattamento riservato ai manifestanti del GSF).
In via Tolemaide il corteo era fermo – in testa c’era la famosa “testuggine”- e ricordo che dissi al deputato Ramon Mantovani di accompagnarmi per parlare con il comandante che guidava il plotone dei carabinieri che ostruivano l’accesso del corteo a piazzale Brignole.
Avevo conosciuto il comandante dei carabinieri che gestiva la piazza alcuni giorni prima, quando, con una delegazione del GSF mi recai all'ospedale per portare solidarietà ad un carabiniere di Arezzo rimasto ferito, in una caserma di Genova, da un pacco bomba inviato da anonimi.
Facemmo solo qualche passo nella loro direzione ma ci spararono addosso una selva di lacrimogeni. Li schivammo per pura fortuna (meno fortunato fu il segretario di un circolo del Prc - non ricordo se di Pietrasanta o Massarosa- che venne invece colpito in pieno volto).
Un corteo autorizzato veniva così aggredito a sangue freddo e ai lacrimogeni seguirono le cariche con i blindati Come sarebbe stato possibile “gestire la piazza” come dice Gabrielli di fronte a questo atto d’inusitata violenza?
Chi doveva garantire il diritto costituzionale a manifestare lo stava negando con prepotenza e senza giustificazioni. Un fatto eversivo, pianificato, deliberatamente voluto.
Fu in seguito a quell'attacco e a quella gestione dell’ordine pubblico che alle 17 e 27 , in piazza Alimonda , veniva ucciso Carlo Giuliani. Non possiamo credere alla genuinità dell’autocritica di Gabrielli se si continua a negare la palese aggressione ad un diritto costituzionale da parte delle forze di polizia.
Chi dette quell'ordine? Da quale catena di comando discendeva la disposizione di stroncare un poderoso e trasversale movimento di contestazione alla globalizzazione neoliberista?
No, caro Gabrielli. Non ci fu solo mala gestione della piazza da parte dello Stato . Vi fu una operazione di repressione pianificata, decisa nei piani alti del potere (e non solo nazionale).
Il fatto che questo “potere” sia stato riconoscente nei confronti dei responsabili della piazza di Genova ne è solo una dimostrazione. Dalla folgorante carriera del suo predecessore De Gennaro al reintegro i quei pochi poliziotti condannati per abusi. Non basta scusarsi sui giornali. Vogliamo i nomi dei responsabili e chi decise che in quei giorni a Genova si doveva sospendere lo stato di diritto.

Pubblicato il 18.07.2017
COMUNICATO STAMPA

Maurizio Acerbo, segretario nazionale di Rifondazione Comunista – Sinistra Europea, e Roberta Fantozzi, responsabile politiche economiche di Rifondazione Comunista – Sinistra Europea, dichiarano:
«E’ davvero irritante l’ipocrisia di Poletti che scopre con 5 anni di ritardo che la legge Fornero era sbagliata. Il PD prima vota le porcherie contro lavoratori e lavoratrici poi, all’approssimarsi delle elezioni, finge una sensibilità sociale e di sinistra per abbindolare elettori. Succede la medesima cosa per il Fiscal Compact, che votarono insieme al centrodestra, come la legge Fornero, e ora tutti scoprono essere insostenibile per il paese come noi soli denunciammo all’epoca. Se a Poletti non piace la legge Fornero, dovrebbe immediatamente proporre alla sua maggioranza di abrogarla o modificarla radicalmente. Dovrebbe farlo ora che è al governo e non prometterlo per un futuro improbabile. Non dicano che non c’è tempo visto che allora ci misero pochi giorni per rovinare la vita a milioni di persone».

Pubblicato il 17.07.2017
COMUNICATO STAMPA

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«Mentre proliferano gli incendi si conferma che avevamo ragione a criticare ed opporci alla scelta politica del Governo Renzi di sciogliere nel 2016 il Corpo Forestale dello Stato e far confluire gli addetti – circa 7.000 – nell'arma dei Carabinieri.
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Con lo scioglimento di un corpo di polizia a ordinamento civile in un corpo militare come l’Arma sono andati persi non solo i diritti dei lavoratori, ma anche un grande patrimonio di competenze e professionalità negli interventi per la salvaguardia del patrimonio boschivo e faunistico.
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Ora che varie Regioni sono devastate dagli incendi solo i Vigili del Fuoco e la Protezione Civile vengono impiegati per cercare di spegnere questi enormi fuochi, ma ambedue non sono sufficientemente addestrati e attrezzati per questi tipi di eventi.
I Vigili di solito intervengono nelle aree urbane mentre erano i forestali a conoscere bene le zone montane scarsamente urbanizzate.
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L’Arma dei Carabinieri ha assorbito gli organici del Corpo Forestale e li ha destinati a svolgere compiti completamente diversi da quelli per cui, all'atto del reclutamento, erano stati addestrati e formati.
Le stesse attrezzature del Corpo Forestale, come gli elicotteri o le autobotti, sono stati destinati a mezzi per l’uso militare o giacciono inutilizzati mentre si affittano mezzi privati.
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Questa scelta folle che ha reso inutilizzabili nella lotta agli incendi è confermata dalla disposizione del 7 luglio del Comando generale dei carabinieri con cui il generale Antonio Riccardi specifica che gli ex-forestali debbono limitarsi a chiamare i Vigili del Fuoco e al massimo a intervenire per non meglio precisati “piccoli fuochi”.
Va notato che anche in questo caso però gli ex-forestali sono impossibilitati a intervenire in quanto non possono indossare le vecchie tenute anti-incendio ma non ne hanno ricevute di nuove.
Tra l’altro andare con le pistole in mezzo alle fiamme non è particolarmente indicato.
Grandi e gravi sono le responsabilità dei Governi Renzi e Gentiloni per queste sbagliate scelte politiche.
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Pensando di risparmiare qualche migliaio di euro (ma i costi per il personale sono aumentati e non diminuiti) si è scelta una soluzione che comporta e comporterà maggiori spese di prima con in più un danno ambientale enorme e irrecuperabile.
Le autobotti sono ferme ma in compenso si sono dotati i dipendenti civili ex-forestali di pistole d’ordinanza!
Per Rifondazione Comunista-Sinistra Europea va ripristinato il Corpo Forestale dello Stato cancellando questa come tante altre psudo-riforme del PD».

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Maurizio Acerbo, segretario nazionale PRC-Se
Enzo Jorfida, responsabile nazionale forze di polizia e forze armate PRC-Se

Da Contropiano
Stefano Porcari
17.07.2017

l’Italia brucia ma un documento inchioda il governo e la sua irresponsabilità. A rivelarlo è l’Usb sul suo sito pubblicando una circolare del 7 luglio del Comando dei Carabinieri con il quale si indica alle ex Guardie Forestali – forzatamente integrati nei Carabinieri grazie alla Legge Madia – dal non intervenire più in caso di incendi ma di limitarsi ad avvisare i Vigili del Fuoco. Sull’emergenza incendi (così come su quella invernale) pesano poi le divaricazioni burocratiche che lasciano a terra molti degli elicotteri della ex Guardia Forestale portati “in dote” ai Carabinieri.

Eppure dalle zone interessate dai devastanti incendi di questo periodo, si levano quotidianamente gli allarmi per l’insufficienza di uomini e mezzi. Sono pochi i Vigili del Fuoco, sono pochi i volontari…. e sono pochi i Forestali… Anzi i Forestali ormai non ci sono più, perchè il loro Corpo è stato sciolto dal governo. Si tratta di oltre settemila dei quasi ottomila effettivi che sono passati armi e bagagli nell’Arma dei Carabinieri, mentre le loro competenze sono state accollate ai Vigili del Fuoco. Non bastasse, il loro prezioso patrimonio di mezzi sul fronte della lotta agli incendi boschivi, giace praticamente inutilizzato nei capannoni, bloccato dalla burocrazia, cioè dalla mancanza di decreti attuativi della riforma Madia. Classica storia all’italiana.
Le vette dell’assurdo sono però raggiunte dalla disposizione di servizio del 7 luglio scorso, emanata dal comando generale dei Carabinieri, in cui si chiarisce una volta per tutte cosa devono fare in caso di incendio boschivo gli ex Forestali entrati nell’Arma: niente.
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Come si può leggere nel documento qui sopra, firmato dal generale Antonio Ricciardi, in caso di incendio bisogna chiamare i Vigili del Fuoco e poi andarsene. Al limite, ma proprio al limite, si interviene per soffocare “piccoli fuochi”. Trattandosi di comunicazioni burocratiche, si attende una disposizione di servizio che definisca meglio il concetto di “piccoli fuochi”: una fiammella? Una vampa di un paio di metri? Chissà…

Al di là delle battute, è chiarissimo il cambiamento in peggio nella lotta agli incendi boschivi. Se ne occupino i Vigili del Fuoco, che hanno già miliardi di grattacapi. Gli ex Forestali, tutti oggi dotati di pistola di ordinanza, si dedicheranno alle indagini. Come ha anche rivendicato il ministro dell’Ambiente Galletti ai microfoni di Rai News: “Noi vogliamo che i carabinieri siano impegnati nell’attività d’indagine”. Un cambiamento totale di politica: una volta si parlava di prevenzione, ora di repressione. E l’Italia può continuare a bruciare, mentre gli elicotteri e le ex Guardie Forestali dovranno correre dietro ai ladri di polli.

Marco Revelli
da il Manifesto
16.07.2017

Ogni giorno una nuova gittata di dati – una nuova slide tombale – viene emessa dalle torri del sapere ufficiale a coprire la precedente, con un effetto (voluto?) d’irrealtà del reale.
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Giovedì l’Istat, nella sua nota annuale sulla Povertà, ci dice che le cose vanno male, stabilmente male, e forse peggioreranno.
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Venerdì la Banca d’Italia, nel suo bollettino trimestrale, ci dice che (al netto del record del debito) le cose vanno abbastanza bene, e probabilmente miglioreranno…
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Viene in mente Isaia (21,11) e la domanda che sale da Seir: «Sentinella, a che punto è la notte?», a cui dalla torre si risponde: «Vien la mattina, poi anche la notte».
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Per la verità la situazione della povertà è persino più grave di quanto a prima vista potrebbe sembrare. Nei commenti a caldo ci si è infatti soffermati soprattutto sui dati generali: i 4.742.000 poveri «assoluti» e gli 8.465.000 poveri «relativi», grandezze di per sé impressionanti, ma definite nella Nota arrivata dall’Istat «stabili», essendo entrambi aumentati rispetto all’anno 2015 «solamente» di 150.000 unità.
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Se però si spacchettano i due insiemi aggregati si scopre che il peggioramento è stato ben più consistente, addirittura catastrofico, per almeno tre categorie cruciali: i minori, gli operai, e i membri di «famiglie miste».
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Tra le «famiglie con tre o più figli minori», ad esempio, la povertà assoluta è cresciuta in un anno di quasi dieci punti.
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Schizzando al 26,8%. Nel Mezzogiorno la povertà relativa in questa categoria sfiora addirittura il 60%.
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Tra gli «Operai e assimilati», poi, i poveri assoluti raggiungono il livello del 12,6% (un punto percentuale più del 2015, una crescita del 9% in un anno!) e le famiglie con breadwinner operaio in condizione di povertà relativa sfiorano il 20% (una su cinque). Sono i working poors: coloro che sono poveri pur lavorando – pur avendo un «posto di lavoro» -, ed è bene ricordare che si definisce «in povertà assoluta» chi non può permettersi il minimo indispensabile per condurre una vita dignitosa, alimentarsi, vestirsi, curarsi, mentre in «povertà relativa» è chi ha una spesa mensile pro capite inferiore alla metà di quella media del Paese. Una parte consistente del mondo del lavoro italiano è in una di queste due condizioni.
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Infine le «famiglie miste», quelle in cui cioè uno dei due coniugi è un migrante: nel loro caso la povertà assoluta è quasi raddoppiata nell’Italia settentrionale (dal 13,9 al 22,9%) e quella relativa ha raggiunto nel Meridione il 58,8% (era il 40,3 nel 2015), con buona pace di chi ha fatto dell’urlo tribale «Perché a loro e non a NOI» la propria bandiera e considera privilegio lo jus soli in nome della propria miseria.
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Se poi si considera il quadro nell’ultimo decennio, la storia assume i tratti del racconto gotico. Non solo il numero delle famiglie e degli individui in condizione di povertà assoluta risulta raddoppiato rispetto al 2007, ma per alcune figure la dilatazione è stata addirittura esplosiva: così per i minori, tra i quali i «poveri assoluti» sono quadruplicati (l’incidenza passa dal 3% al 12,5%).
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Stessa dinamica per gli «operai e assimilati», tra i quali la diffusione della povertà assoluta, drammatica nel quinquennio 2007-2012, era rallentata fino al 2014, e poi è ritornata prepotente nel biennio successivo (3 punti percentuali in più!) dove si può leggere con chiarezza l’effetto-Renzi e l’impatto del Jobs Act sul potere d’acquisto e sulla stabilità del lavoro.
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In questa luce l’inno alla gioia intonato da politica e media per le notizie da Bankitalia potrebbe sembrare una beffa (un «insulto alla miseria» registrata invece dall’Istat), se non contenesse però un tratto di realtà.
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E cioè che economia e società hanno imboccato strade diverse, e per molti versi opposte. Che i miglioramenti dell’una (o l’attenuazione della crisi sul versante economico) non significano affatto un simmetrico rimbalzo per l’altra (una risalita sul versante della condizione sociale).
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Anzi. I ritocchini al rialzo delle previsioni sul Pil (+1,4 nel ’17, + 1,3 nel ’18, + 1,2 nel ’19) sono in effetti perfettamente compatibili col parallelo degrado dei tassi di povertà e delle condizioni di vita delle famiglie.
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Convivono nell’ambito di un paradigma, come quello vigente, nel quale la crescita redistribuisce la ricchezza dal basso verso l’alto, dal lavoro all’impresa (e soprattutto alla finanza), dai many ai few (all’1% che possiede il 20% di tutto). E in cui il Pil, appunto, s’arricchisce (in termini economici) impoverendo (in termini sociali).
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Forse nel 2019 (forse!) ritorneremo ai livelli pre-crisi del «valore aggiunto» monetario, ma saremo un po’ di più vicini al Medioevo nell’equità sociale.
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Finché non si spezzerà questo circolo vizioso, la sentinella dalla torre non potrà annunciare la definitiva fine della notte.

Adriana Pollice
da il Manifesto
15.07.2017

La soppressione della Forestale. 16 elicotteri su 32 sono passati ai carabinieri e sono stati trasformati in velivoli militari.

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Le telecamere della Rai, ieri, hanno mostrato le immagini dell’aeroporto di Ciampino, dove è ospitata la flotta antincendio dello stato. La maggior parte degli elicotteri resta a terra: sono 16 ma solo 3 vengono utilizzati. La colpa, secondo il servizio, è la mancanza dei decreti attuativi per rendere operativo il personale che è passato dal Corpo forestale ai Vigili del fuoco. La riforma Madia ha infatti soppresso la forestale, dividendo il personale tra caschi rossi e Arma. Altri 16 velivoli sono andati ai Carabinieri che però non avrebbero ancora stanziato fondi sufficienti per la manutenzione di tutti gli elicotteri.
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La polemica su una delle riforme simbolo dei mille giorni del governo Renzi è proseguita anche ieri. «Che lo squilibrio nella ripartizione numerica degli uomini del soppresso Corpo forestale avrebbe depotenziato la lotta agli incendi lo avevamo denunciato inascoltati da mesi – ha spiegato Antonio Brizzi, del sindacato Conapo dei Vigili del fuoco -. Sin da quando, a fine 2016, si era saputo che solo 360 ex forestali sarebbero stati assegnati ai pompieri, per svolgere mansioni che sino al 2016 svolgevano, seppur in modo non esclusivo, in quasi 8 mila forestali e nonostante eravamo già carenti di 3.500 caschi rossi».
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Sotto accusa anche la gestione dei mezzi: «Ai Carabinieri sono stati assegnati 8 elicotteri Breda idonei all'uso civile antincendio – spiega Brizzi -. Ci risulta che quest’anno non hanno versato nemmeno una goccia d’acqua sino a giovedì, quando li hanno visti in volo per la prima volta. A conferma che questa assurda riforma è squilibrata, avendo assegnato ai Carabinieri elicotteri che servirebbero ai Vigili del Fuoco».
Ieri l'Usb ha diffuso un documento, firmato il 7 luglio dal generale dell’Arma Antonio Ricciardi, comandante dell’Unità per la Tutela Forestale, Ambientale e Agroalimentare, nel quale si dice che gli ex forestali non hanno il compito di sedare gli incendi boschivi. Il documento, precisa l'Usb, impartisce ordini precisi: in caso di incendio chiamare i Vigili del Fuoco. L’intervento diretto è consentito solo in caso di «piccoli fuochi». Dei 32 elicotteri di cui il Corpo Forestale disponeva, prosegue l’Usb, 16 sono passati ai carabinieri e sono stati trasformati in velivoli militari con un cambio di matricola.
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Mancanza di uomini, risorse e programmazione è quanto denuncia il coordinatore regionale Cgil dei pompieri toscani, Massimo Marconcini: «La situazione è disperata, gli elicotteri sono tutti fermi per problemi vari, le autopompe serbatoio e le auto hanno in media 15-20 anni. Le recenti scelte legislative hanno prodotto da un lato l’abbandono del corpo dei vigili, lasciato senza mezzi e con risorse inadeguate, dall'altro hanno creato confusioni normative e comportamentali con la soppressione del Corpo forestale».
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Ai problemi legati alle decisioni del governo si sommano i ritardi a livello regionale: le due realtà più bersagliate dagli incendi, Sicilia e Campania, si sono fatte trovare impreparate. La Sicilia, che aveva 23 mila lavoratori forestali, al momento non ha ancora stipulato la convenzione con il corpo dei Vigili del Fuoco per la prevenzione degli incendi. Il governatore Rosario Crocetta nega di esserne responsabile: «Abbiamo sempre avuto una convenzione con il Corpo forestale, dopo che l’hanno smantellato i mezzi dovevano essere trasferiti ai pompieri. Ho chiesto di rinnovare la convenzione e aspettiamo una risposta».
In Campania la firma in calce alla convenzione è stata messa dal governatore ieri e dovrebbe partire oggi. Il capogruppo di FI in regione ipotizza un’illegittimità nella procedura.

Roberto Ciccarelli
da il Manifesto
14.07.2017

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Rapporto Istat Povertà in Italia 2016. Nel 2016 oltre 4 milioni di persone in «povertà assoluta», erano la metà nel 2007. E aumenta anche il «lavoro povero». 8 milioni e 465mila persone, pari a 2 milioni 734mila famiglie, sono in «povertà relativa». In questa condizione si trova chi è prigioniero della «trappola della precarietà». 7 miliardi di euro all’anno sarebbero necessari per finanziare un sussidio contro la povertà. 14-21 miliardi per un «reddito minimo». In Italia è in corso una guerra economica silenziosa, ma concretissima, che precarizza tutta la vita
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Nel paese dove si salvano le banche con 68 miliardi di euro, non si trovano i 7 miliardi all'anno necessari per un sostegno «universale» contro la povertà assoluta. Senza contare i 14-21 miliardi necessari per finanziare le ipotesi di reddito minimo che permetterebbe di affrontare seriamente un nuovo problema: la «trappola della precarietà». Oggi in Italia chi lavora con un reddito basso non riesce a sottrarsi alla povertà e arrivare a fine mese.
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LA CLAMOROSA asimmetria, prodotto di un gigantesco spostamento di ricchezza verso il capitale e di politiche economiche sbagliate come i bonus a pioggia o l’abolizione della tassa sulla prima casa, si ritrova nel report «La povertà in Italia» nel 2016, pubblicato ieri dall'Istat. Come sempre i dati vanno interpretati, e visti sulla tendenza di medio periodo: gli ultimi dieci anni, quelli della crisi. L’Istat sostiene che nel 2016 i «poveri assoluti» erano 4 milioni e 742 mila persone, pari a 1 milione e 619 mila famiglie residenti. La «povertà relativa» riguarda 8 milioni 465 mila persone, pari a 2 milioni 734mila famiglie. Rispetto al 2015, il livello si presenta «stabile». Dato in sé preoccupante a conferma che nulla è stato fatto in quei 12 mesi dal governo Renzi, in un periodo in cui le statistiche attestavano una «crescita» che non produce occupazione fissa, né un arretramento della povertà. Tuttavia c’è qualcosa che peggiora ancora. L’incidenza della povertà assoluta sale tra le famiglie con tre o più figli minori e interessa più di 814 mila persone. Oggi aumenta e colpisce 1 milione e 292 mila minori.
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PARLIAMO DI PERSONE che non riescono a raccogliere risorse primarie per il sostentamento umano: l’acqua, il cibo, il vestiario o i soldi per un affitto. Questa situazione riguarda anche coloro che possiedono un lavoro. L’incidenza della povertà assoluta è doppia per i nuclei il cui capofamiglia è un «male breadwinner» e lavora come operaio. L’Istat registra anche un’altra tendenza: la «povertà relativa» colpisce di più le famiglie giovani. Raggiunge il 14,6% se la persona di riferimento è un under35 mentre scende al 7,9% nel caso di un ultra sessantaquattrenne. L’incidenza della povertà relativa si mantiene elevata per gli operai (18,7%) e per le famiglie dove il «breadwinner» è in cerca di occupazione (31,0%). Suggestioni statistiche che indicano l’esistenza di un continente sommerso: il lavoro povero, e non solo quello della deprivazione radicale a cui spesso è associata la tradizionale immagine della povertà.
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LA SITUAZIONE GENERALE è tale che Marco Lucchini, segretario della fondazione Banco alimentare onlus, ha sostenuto che oltre 80 mila tonnellate di cibo distribuite in 8 mila strutture caritative in Italia hanno arginato la crescita del fenomeno, ma non non risolvono l’emergenza sociale più dimenticata nel Belpaese. Dieci anni fa, nel 2007, i poveri assoluti erano 2 milioni e 427 mila persone. Oggi sono raddoppiati: 4 milioni e 742 mila. È uno scenario di guerra, quella economica che prosegue silente, ma concretissima, da anni. A tutti i livelli.
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I RIMEDI SONO PANNICELLI CALDI. Ieri il ministro del Welfare Giuliano Poletti si affannava, ancora, nel tentativo di spiegare come il governo ha modificato i criteri di accesso alla prima, e modesta, misura «contro la povertà». Quest’anno 800 mila persone dovrebbero prima beneficiare della social card del «Sia» che sarà trasformata in corsa nel «reddito di inclusione». La sproporzione è evidentissima: solo i poveri assoluti sono 4 milioni e 742 mila persone. Ci sarebbe bisogno di una misura pluriennale crescente fino a 7 miliardi, ma i fondi stanziati resteranno fermi al miliardo. E poi dovranno essere rifinanziati. Ma questa è un’altra storia: riguarderà la prossima legislatura. Quindi un altro mondo, un altro universo, lontanissimo. Concretamente si parla di un sussidio di ultima istanza che va da un minino di 190 a un massimo di 485 euro per le famiglie più numerose con 5 componenti. Importi per di più vincolati a una serie di condizionalità che rendono tale sussidio tutto tranne che «universale».
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LA DISCONNESSIONE TOTALE tra la politica economica seguita in questi 10 anni e la condizione materiale che urla da questi dati è evidente. L’Alleanza contro la povertà, il cartello di associazioni e sindacati che ha premuto per ottenere il «reddito di inclusione» chiede l’introduzione di un piano pluriennale già dalla prossima legge di bilancio che permetta a chi non ha una famiglia con figli di condurre uno standard di vita dignitoso. Susanna Camusso (Cgil) ritiene che tale «reddito» sia uno «strumento corretto da finanziare» evitando di «distribuire bonus a pioggia». Il Movimento 5 Stelle attribuisce gran parte delle responsabilità di questa situazione «all'immobilismo politico del governo Renzi». Giulio Marcon (Sinistra Italiana) fa un ragionamento di sistema: questo è il frutto del cieco rigore delle politiche Ue e dell’incapacità dei governi di uscire dalle disuguaglianze e dalla precarizzazione progressiva

Manfredi Alberti
da il Manifesto
14.07.2017

Lavoro. Negli anni Sessanta e Settanta le leggi davano diritti e il reddito cresceva. Agli inizi dei Novanta la grande discesa dei salari e la lunga marcia della precarietà
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I recenti dati diffusi dall'Istat sulla crescita della disoccupazione e della precarietà, specialmente fra i giovani, chiariscono come la deregolamentazione del mercato del lavoro, che imperversa da vent'anni, ha prodotto i risultati devastanti a cui assistiamo.
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Già durante i “ruggenti” anni Ottanta si era tentato intaccare le tutele dei lavoratori introdotte negli anni precedenti, ma con scarsi risultati. Si dovette aspettare il crollo del comunismo, il Trattato di Maastricht e il nuovo vento liberista degli anni Novanta per giungere a risultati concreti. Il pacchetto Treu (legge 196 del 1997), che compie ora vent'anni, costituì una svolta decisiva verso la flessibilità contrattuale: il provvedimento introdusse infatti la possibilità di utilizzare il rapporto di lavoro interinale, ampliando notevolmente i margini di applicabilità del lavoro a tempo determinato.
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Alla fine degli anni Novanta il dilagare di forme di lavoro subordinato mascherate da contratti di collaborazione portò alla necessità di un’ulteriore regolamentazione normativa, la legge Biagi.
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Da un lato delimitò l’ambito di applicazione dei rapporti di collaborazione coordinata e continuativa, dall'altro allargò ulteriormente le tipologie contrattuali «atipiche». I livelli di protezione normativa del lavoro, secondo la misura che ne dà l’Ocse, si sono via via ridotti negli anni più recenti, a seguito dell’introduzione di ulteriori livelli di flessibilità in entrata e in uscita dal mercato del lavoro.
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Dapprima la riforma Fornero (la legge 92 del 2012) ha ridotto la possibilità di reintegro del lavoratore in caso di licenziamento ingiustificato. Da ultimo il Jobs act varato dal governo Renzi ha previsto sia una maggiore libertà nell'uso del contratto di lavoro a tempo determinato, sia l’abolizione di fatto dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori.

I provvedimenti renziani sono il triste epilogo di una storia ventennale, segnata sia da un progressivo indebolimento della classe lavoratrice, sia, non casualmente, da una generale penalizzazione dei salari. I limiti e le contraddizioni dell’ultima stagione che abbiamo vissuto emergono con maggiore chiarezza se tentiamo un confronto con le vicende degli anni Sessanta e Settanta, quando l’allargamento dei diritti (che per il capitale sono solo “rigidità”) andava di pari passo con la crescita economica e la bassa disoccupazione.

Molti dei principi costituzionali in tema di protezione del lavoro e parità fra i sessi trovarono per la prima volta applicazione, in un contesto di espansione del reddito, stabilità dei livelli generali di occupazione e in particolare, a partire dal 1973, di crescita dell’occupazione femminile. Non mancarono certo le criticità, specialmente per i giovani e le donne, ma è anche vero che in quegli anni il tasso di disoccupazione maschile si mantenne sempre inferiore al 5%. La vivace stagione di riforme di quegli anni si aprì con la legge 1369 del 1960, che vietava l’intermediazione nelle prestazioni di lavoro. Seguì nel 1962 la legge 230, la quale fissava vincoli stringenti per la stipula di contratti a termine, stabilendo la centralità del rapporto di lavoro a tempo indeterminato.

La legge 7 del 1963 vietò il licenziamento per matrimonio, una pratica molto diffusa che costituiva un fattore discriminante nei confronti delle donne. La legge 604 del 1966 riconobbe il principio della giusta causa nei licenziamenti individuali, anticipando quanto stabilito dallo Statuto dei lavoratori del 1970. Dopo anni di lotte, nel 1969 si arrivò anche all'abolizione delle «gabbie salariali», i differenziali retributivi per area geografica introdotti nel 1945.

Nel 1975 i sindacati ottennero poi il totale adeguamento dei salari all’inflazione, una riduzione della differenza retributiva fra categorie e un’estensione della Cassa integrazione come ammortizzatore sociale dei licenziamenti.

Nel 1977 si giunse infine a una legge che stabilì la parità fra uomo e donna nell’accesso al lavoro e nella retribuzione. Un’altra epoca, si dirà. Ma lo studio del passato serve proprio a questo: a offrire termini di confronto, a dimostrare che altri scenari sono sempre possibili e a confutare i dogmi che le classi dominanti ci impongono.

Come la presunta necessità di barattare i diritti in cambio dell’occupazione e del benessere economico.

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