Acqua:


Il Parlamento europeo ha fatto propria la proposta dei movimenti per l’acqua

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Il Manifesto

Beppe Caccia
da il Manifesto
19.09.2017


Germania. Per quattro di loro, a oltre settanta giorni dall’arresto, durante il G20 di luglio, è stato fissato il processo. Per Fabio Vettorel no

A oltre settanta giorni dal loro arresto, e dopo il rilascio avvenuto il 10 agosto di Maria Rocco, sono ancora in carcere ad Amburgo cinque dei sei italiani fermati durante le proteste contro il Vertice G20 del 6/8 luglio scorsi. Per quattro di loro, Alessandro Rapisarda e Orazio Sciuto del centro sociale «Liotru» di Catania, Emiliano Puleo attivista di Rifondazione di Partinico e Riccardo Lupano di Genova, è infine stata fissata la data dei processi, tra la fine di settembre e l’inizio di ottobre prossimi.

PARTICOLARMENTE GRAVE e, per diversi aspetti, paradossale il caso del giovane Fabio Vettorel, studente diciannovenne, e pertanto considerato «minorenne» dal diritto tedesco, di Feltre (Belluno) totalmente incensurato, per il quale non è stato ancora deciso né il rinvio a giudizio né il giorno del dibattimento. Un fatto dai due possibili significati – come argomenta la madre Jamila Baroni, ad Amburgo per seguirne da vicino la situazione: «O intendono accanirsi, visto che la detenzione preventiva potrebbe durare fino a sei mesi, o potrebbero decidere il suo completo proscioglimento, ma non sanno più come venirne fuori». Come ricostruito infatti anche da un reportage di Panorama ARD (primo canale della tv pubblica tedesca) le prove raccolte a suo carico sono inconsistenti e contraddette dagli stessi video della polizia. Al tempo stesso proprio nei confronti di Fabio sono state applicate dal 6 agosto scorso misure duramente restrittive della possibilità di comunicare con l’esterno e appare inquietante il «profilo psicologico» negativo che di lui è stato tracciato dai periti del Tribunale.

Alla condizione degli oltre trenta cittadini stranieri ancora detenuti è stato in parte dedicato, venerdì scorso ad Amburgo, l’incontro pubblico «G20: che cosa è stato nel racconto di chi c’era», organizzato dalla piattaforma Grenzenlos Solidarität statt G20 (Solidarietà senza confini contro i G20), promotrice della marcia conclusiva dell’8 luglio scorso con oltre ottantamila manifestanti, cui avevano aderito movimenti sociali, organizzazioni non governative, sindacati e partiti della sinistra come Die Linke.

PRESSO LA CAMERA del lavoro DGB, di fronte a oltre trecento persone, è stato documentato e denunciato il vero e proprio «stato di emergenza», costruito a luglio nella città anseatica dal governo conservatore federale e da quello locale a guida socialdemocratica. Sotto l’attenta lente d’ingrandimento di avvocati e giornalisti, attiviste e parlamentari della Sinistra, sono state denunciate le sistematiche violazioni dei diritti garantiti dalla Carta fondamentale dell’Unione Europea e dalla Costituzione tedesca – a partire dalla libertà di circolazione e dal diritto di espressione delle proprie idee – e i conseguenti innumerevoli abusi e violenze commessi dalle forze dell’ordine. È stato ricordato come, a conclusione della settimana di proteste, sia stata scatenata da parte della Polizia tedesca una mirata «caccia all’attivista straniero», individuato come facile «capro espiatorio» della brutale e fallimentare gestione dell’ordine pubblico in quei giorni. Nei confronti degli stranieri arrestati è stato applicato un trattamento evidentemente «discriminatorio e vendicativo», come attestato dalle prime sproporzionate condanne, fino a due anni e nove mesi di carcere, comminate nei tre processi fin qui giunti a sentenza.

DOPO LE PRIME interrogazioni parlamentari presentate dal gruppo di Sinistra Italiana, mobilitazioni di piazza in diverse città e gli altri atti ispettivi depositati anche dai senatori Pd Manconi e Puppato e dal 5S D’Incà, il vicepresidente della Commissione Esteri della Camera, Erasmo Palazzotto (Si) cercherà nei prossimi giorni un’interlocuzione con la diplomazia tedesca a Roma «per fare quello che finora non ha voluto fare il governo italiano, ovvero chiedere che Fabio Vettorel e tutti gli altri prigionieri dei G20 siano subito liberati. Perché la libertà di movimento, il diritto a manifestare liberamente in tutta Europa devono essere tutelati, ieri ad Amburgo, domani ovunque».

Tomaso Montanari
da il Manifesto
16.09.2017


Alleanze. L’Italia così com’è oggi è in larga parte opera del Pd. Oggi il Pd fa politiche di destra: sui migranti, i poveri, i marginali. Come ha detto Lerner, ora è questione di diritti umani

Ho una profonda stima per la persona e il lavoro di Luigi Manconi. Nel suo bellissimo "Corpo e anima". Se vi viene voglia di fare politica egli scrive: «Tra le molte contraddizioni della mia azione politica, una appare forse come più stridente. Ovvero che faccio quello che faccio e penso quello che penso, pur rimanendo nel Pd … Per ora penso che vi sia ancora spazio per condurre conflitti interni e per utilizzare proficuamente la forza, le risorse e la platea di un “partito largo”». «Per ora», scriveva Manconi in un libro uscito nel marzo 2016.

Un anno e mezzo dopo, dopo la repressione securitaria attuata da Marco Minniti, perfino Gad Lerner, per Manconi una sorta di «fratello minore» ha infine restituito la tessera del Pd, scrivendo che «l’involuzione della politica del Pd sui diritti umani e di cittadinanza costituisce per me un ostacolo non più sormontabile».

Una decisione soffertissima, a giudicare dal fatto che solo poche settimane prima lo stesso Lerner aveva proposto ad Andrea Orlando un doppio tesseramento Pd-Campo Progressista.

Per Manconi questo ostacolo è, evidentemente, ancora sormontabile.

Non gli sono certo meno grato per le sue solitarie, cruciali battaglie, ma non riesco a capire come una scelta personalissima, provvisoria e sofferta come questa (una scelta che divide anche chi ha percorso insieme una vita intera) possa trasformarsi in un programma politico su cui chiedere il consenso di milioni di cittadini. Già, perché Campo Progressista è nato proprio con questo fine: andare al governo con il Pd, nella speranza di condizionarlo un po’. È questo l’unico significato possibile della formula taumaturgica del «centrosinistra»: perché senza Pd non esiste centro cui connettersi. E, d’altra parte, Giuliano Pisapia continua onestamente a dirlo, nonostante le aspirazioni e le dichiarazioni contrarie dei suoi compagni di viaggio.

Ebbene: come molti altri, credo che questo progetto appartenga al passato. Non dico che non mi impegnerei per qualcosa del genere: ma nemmeno lo voterei.

Perché il Pd ha avuto un ruolo decisivo nella costruzione dello stato delle cose: l’Italia così com’è è in larga parte opera sua. Oggi il Pd fa, platealmente, politiche di destra: sui migranti, i poveri, i marginali fa perfino politiche di destra non democratica. Come ha detto Lerner, ora è questione di diritti umani.

Il Pd ha rieletto Renzi trionfalmente, e l’opposizione interna è politicamente irrilevante. I flussi elettorali del 4 dicembre scorso dimostrano che l’85 % di chi vota Pd ha scelto il Sì. Non una colpa, ovviamente, ma il segno chiarissimo di una mutazione politica e culturale: la resa allo stato delle cose. L’abbandono dell’idea stessa di conflitto sociale.

Ora, è possibile che se continuerà a votare solo il 50% degli italiani – o se, come tutto lascia intendere, l’affluenza diminuirà ancora – una sinistra radicale alternativa al Pd (prima, durante e dopo il voto) abbia poco spazio.

Ma se questa sinistra fosse capace di essere unita, e soprattutto si impegnasse a costruire un progetto credibile di Paese giusto, inclusivo ed eguale: allora un’altra parte degli italiani tornerebbe a votare e a votarla, riaprendo un conflitto, e dunque spalancando un finestra sul futuro. E il cinico tavolo dei commentatori salterebbe in un minuto. Non è un’utopia: è successo il 4 dicembre.

Il percorso partito dal Brancaccio si sta snodando per le cento città di Italia, e presto potrà proporre un progetto di Paese: per capire cosa intendiamo dire quando diciamo «invertire la rotta».
Alle assemblee partecipano compagni di SI, Possibile, Rifondazione ma anche di Mdp, oltre a quelli che si erano impegnati in molti dei progetti falliti e a tanti cittadini politicamente apolidi (tra cui cattolici che pensano che il Vangelo indichi una strada radicale e non «centrista» nel senso di «moderata»).

Ciò che accomuna tutte le persone che partecipano a questo percorso è la volontà di costruire tutti insieme una lista unica, attraverso un vero processo di partecipazione popolare: senza primogeniture; senza leader designati in anticipo; con il chiaro impegno di essere alternativi al Pd prima, durante e dopo il voto.

Non è un obiettivo impossibile, ma ogni giorno consumato in incomprensibili riunioni politiciste è un giorno sottratto alla costruzione di una sinistra di popolo capace di parlare all'altra metà degli italiani. Una sinistra che (come in altri paesi d’Europa) può diventare capace di vincere: se vincere significa saper cambiare la realtà, e non farsene cambiare.

Gianluca Paolucci
da la Stampa
17/09/2017


Dalla Unipol alle banche, i valori gonfiati delle partecipazioni finanziarie rendono difficile garantire i soldi degli associati. Legacoop: “Ma non sono risparmi”

Sono almeno 9 miliardi di risparmi degli italiani e si appoggiano su gambe che mostrano qualche incrinatura. Si tratta del prestito sociale delle Coop e la colpa non è solo della crisi dei consumi e di una concorrenza sempre più aggressiva, ma anche di un legame tra Coop e finanza che tra impegni «di sistema» e avventure azzardate nell’azionariato di grandi banche (Mps e Carige principalmente) rischia di diventare insopportabile.

Risparmi o finanziamenti
Tutto il problema finanziario sarebbe solo un affare interno alle Coop, se non fosse appunto per il prestito sociale. I soci prestano soldi alle Coop che pagano un interesse. A fissare le regole sono la legge e una serie di circolari Bankitalia, che però non ha poteri di vigilanza sulle coop. In passato ci sono stati almeno due casi (Coop Carnica e Trieste) che hanno lasciato un buco di alcune decine di milioni nelle tasche dei risparmiatori. «Il problema è che i tassi sono inferiori ai rischi che si corrono - dice Alessandro Pedone di Aduc, una delle associazioni di consumatori che si è occupata dell’argomento -. Se queste coop emettessero obbligazioni sul mercato dovrebbero pagare tassi due o tre volte più alti».
Di parere opposto Stefano Bassi, presidente dell’Associazione nazionale delle Coop di consumo. «Il prestito non è raccolta pubblica di risparmio, come ha chiarito Bankitalia. È un istituto legittimo, remunerativo per i soci che soggiace ad una regolamentazione rigorosa», spiega. Le coop, aggiunge, «non si sottraggono a eventuali nuovi confronti normativi. È intenzione delle coop procedere ulteriormente con altri strumenti sul fronte della vigilanza, controlli e garanzie».

Valori e prezzi
Tra i vincoli posti da Bankitalia c’è quello che l’ammontare del prestito sociale non può superare tre volte il patrimonio netto. Ed è qui che tutto s’ingarbuglia. L’esempio più eclatante è quello della catena di controllo di Unipol. Risalendo lungo la catena di controllo del gruppo assicurativo (vedi grafico) i valori in bilancio lievitano fino a quasi cinque volte il valore in Borsa del titolo Unipol Gruppo Finanziario (Ugf), la capogruppo delle attività assicurative e bancarie. Nello stesso bilancio si trovano almeno tre prezzi diversi. È il caso di Holmo holding delle coop e azionista di Finsoe, che a sua volta controlla Ugf con il 31,4%. A farlo presente, durante l’assemblea che ha approvato i conti di Holmo nel giugno scorso, è Giorgio Pellacini, commercialista emiliano nonché liquidatore di Coopsette, coop edile finita in dissesto. Fatti due conti, la partecipazione in Unipol ha almeno quattro valori diversi. Nel bilancio di Finsoe vale 9,95 euro per azione, nel bilancio di Holmo a 12,61 euro. Poi però Holmo vende il 2,28% di Finsoe ad un prezzo che è pari alla quotazione di Unipol ma quello che resta in bilancio vale sempre uguale. Quindi di fatto rivaluta Finsoe e conseguentemente Unipol, che adesso viene valorizzata 13,22 euro per azione. Il tutto mentre il titolo Unipol viaggia in Borsa intorno a 3,8 euro, con una oscillazione tra 2,26 e 4,3 euro nell’ultimo anno. Com’è possibile, chiede Pellacini? Semplice: quei valori sono giustificati da una serie di perizie, risponde Holmo.

Perdite latenti
Questi valori si riverberano sulla galassia delle coop che controllano Unipol, che si portano dietro pesanti perdite latenti. Alleanza 3.0 è la più grande coop di consumo italiana. Un vero colosso, gestisce i supermercati Coop tra Emilia, Lombardia e Veneto. È anche il primo socio di Finsoe e, se portasse il valore della partecipazione al prezzo di mercato, dovrebbe registrare in bilancio una perdita di 643 milioni di euro. Sommando a questa altre partite latenti (Spring 2, un veicolo liquidato nei mesi scorsi, la società immobiliare Igd e altri) si troverebbe il patrimonio netto abbattuto di circa 1 miliardo, da 2,4 a 1,5 miliardi. A bilanciare in parte l’ammanco ci sono circa 93 milioni di plusvalenze latenti dalla partecipazione diretta in Unipol (9,6%). «Non esistono minusvalenze latenti - dice Adriano Turrini, presidente di Alleanza 3.0 -. Le azioni che abbiamo in carico dirette sono a 2,5 euro, ampiamente al di sotto al valore di Borsa. Per la restante parte abbiamo azioni Finsoe, che ha un valore di carico che deriva dalla storia e dei risultati del gruppo. Ci sono le perizie di soggetti terzi, che tengono conto dei rendimenti attesi e di un premio di maggioranza».

E veniamo alle perizie. Ne abbiamo visionata una, quella per giustificare il valore di carico di Unipol in Finsoe nel bilancio 2015. L’autore è Deloitte, che dopo una serie di avvertenze (il rapporto «non potrà essere distribuito a terzi» senza il consenso scritto di Deloitte, che «non risponderà di eventuali danni che i soggetti che avranno accesso al presente documento o altri soggetti potranno subire in caso di uso improprio» del rapporto stesso), esclude esplicitamente il valore di Borsa come base di calcolo, utilizza il valore degli utili attesi e si lancia in una serie di assunti. Ad esempio, considera gli utili al 2018 il risultato previsto al 2015 nel vecchio piano industriale di Unipol, considerando «la graduale ripresa prevista» nel 2016 e 2017. Ma non basta. Allora applica un premio di controllo, calcolato sulla base delle transazioni di pacchetti quotati avvenute nel mercato bancario e assicurativo tra il 2001 e il 2006. Ovvero, quando il mercato tirava e le valutazioni del settore hanno raggiunto il loro picco storico. Sulla base di tutto questo si aggiunge un altro 25%/35% e si arriva a valori ancora più elevati. Tra 14,21 e 15,35 euro per azione Ugf.

Fuga dal prestito
Il caso più delicato è quello di Unicoop Tirreno, attiva nella Costa toscana e nel Lazio. Lo scorso anno è stata salvata da un intervento «di sistema» dalle altre grandi coop che hanno sottoscritto degli «strumenti finanziari partecipativi» per 175 milioni di euro, erogati però alla coop solo in parte. Unicoop Tirreno è nel mezzo di una complicata ristrutturazione, ha ridotto le rete di vendita, chiuso negozi e imposto sacrifici al personale. Ma nonostante questo la sola valorizzazione a prezzi di mercato della partecipazione Finsoe porterebbe una nuova perdita di 113 milioni, facendo saltare il parametro Bankitalia per i 750 milioni di prestito sociale. Prima dell’allarme, il prestito sociale era arrivato a 1,4 miliardi. Una vera e propria corsa allo sportello, in qualche modo lanciata dalla stessa coop per ridurre i rischi.

Leonardo Bevilacqua
da Il Manifesto
16.09.2017

Melendugno. Fino a domenica la manifestazione organizzata dal movimento contro la pipeline. Confronto e dibattito tra i protagonisti delle campagne di «resistenza»

Si chiama «Grandi Opere» la manifestazione organizzata dal Comitato «No Tap» nel comune di Melendugno (Lecce) che si è aperta ieri e si svolgerà fino a domenica 17 settembre. Sottotitolo: «Le conseguenze socio-ambientali delle scelte energetiche». Ed è infatti di politica energetica e di democrazia che parleranno le delegazioni di una quindicina di comitati e movimenti da tutta Italia.

Ognuno di loro è protagonista di campagne di resistenza a grandi opere nel proprio territorio. L’intento dell’iniziativa è quello di chiarire all’opinione pubblica che le loro battaglie non hanno solo una rilevanza locale ma, al contrario, sono tutti tasselli di un’unica, grande questione nazionale: l’indirizzo energetico che prenderà nei prossimi decenni l’Italia, un paese che non vara un Piano Energetico Nazionale dal 1988. Il Movimento «No Tap», in particolare, ha ottenuto grande visibilità a marzo e aprile scorsi per via delle proteste contro l’eradicazione degli ulivi necessaria all’avvio dei lavori. Purtroppo, il messaggio che molti hanno recepito è che l’opposizione a Tap – il «Trans-Adriatic Pipeline», o Gasdotto Trans-Adriatico, che si snoderà dal confine greco-turco alle coste del Salento – sia “solo” una campagna ambientalista, miope rispetto alle esigenze economiche del Paese.

Invece Tap è parte di un progetto ben più ampio, il cui valore strategico – che pure hanno dichiarato sia l’Italia che la Commissione Europea – è molto discutibile: si tratta del «Corridoio Sud del Gas», un mega-gasdotto che dovrebbe trasportare il gas dai giacimenti dell’Azerbaigian all’Europa, passando per la costa del Salento. Le inchieste de L’Espresso (che ha definito Tap un «mafiodotto») e dell’organizzazione Re:Common hanno sottolineato l’inutilità, i rischi e la mancanza di trasparenza che caratterizzano questo progetto. Nel frattempo, sia il comune di Melendugno che la Regione Puglia hanno più volte ribadito la propria contrarietà a Tap. La Regione, in particolare, ha presentato ricorso alla Corte Costituzionale per conflitto di attribuzione nei confronti dello Stato. La sentenza è attesa ad ottobre. Anche gli scontri tra i comitati di cittadini, da una parte, e Tap e le forze dell’ordine, dall’altra, sottolineano che i territori ritengono di non essere stati debitamente ascoltati.

Vicende simili accomunano ognuna delle delegazioni che prenderanno parte alla tre giorni, la maggior parte delle quali provengono dalle regioni interessate dalla «Rete Adriatica». Si tratta di un progetto presentato nel 2004 da Snam (Società Nazionale Metanodotti) e ad oggi realizzato solo in parte: un’infrastruttura che dovrebbe trasportare gas da Massafra (Taranto) a Minerbio (Bologna), interessando così ben dieci regioni italiane, per un totale di 687 chilometri. La Rete Adriatica nel 2013 è stata inserita nella «Lista dei progetti di interesse comunitario della Commissione Europea», e ha quindi beneficiato di procedure di autorizzazione agevolate. La connessione con Tap è molto stretta: è solo attraverso l’allacciamento alla nostra rete nazionale che il gas del Corridoio Sud può essere distribuito in Europa. Solo che, mentre l’interesse comunitario è stato dichiarato per la Rete Adriatica nella sua interezza, ad essere sottoposti alla Valutazione di Impatto Ambientale sono stati cinque progetti indipendenti, uno per ogni lotto funzionale della Rete. Tutto ciò in violazione delle normative europee, che prescrivono la valutazione complessiva delle criticità e dei rischi che strutture di questo genere possono comportare.

«Ci troviamo di fronte ad un’opera che è stata intenzionalmente scorporata ini più segmenti, con lo scopo preciso di nasconderne gli impatti complessivi», commenta Gianluca Maggiore, portavoce del Comitato «No Tap». «Redigere un documento comune a tutti i movimenti di resistenza al gasdotto, dalla Puglia all’Emilia, significa dire che non stiamo affrontando solo problemi circoscritti e locali come quello dell’espianto degli ulivi, ma piuttosto una grande opera nazionale che deve essere valutata nel suo insieme».

La Rete Adriatica, poi, presenterebbe una serie di criticità, secondo il Coordinamento interregionale «No Tubo»: nella sua versione attuale attraversa diversi tratti appenninici tra i quali si trovano non solo parchi nazionali e aree protette, ma anche diverse aree sismiche che ne metterebbero a repentaglio la sicurezza. Lo scorporo di un progetto singolo in tante componenti diverse è un modus operandi che emerge anche nella vicenda Tap: l’azienda ha presentato il progetto per il micro-tunnel che dovrebbe connettere l’approdo del gasdotto alla centrale di depressurizzazione solo nel febbraio 2017, e cioè dopo aver già ottenuto l’Autorizzazione Unica. Questo «progetto dentro il progetto» è ancora in attesa di verifica di assoggettabilità a VIA, eppure i lavori sono già avviati.

Tra tanti intoppi burocratici e criticità, allora, quali interessi si nascondono dietro la costruzione di questi gasdotti? «È un progetto enorme, che coinvolge tutta Europa», sostiene Elena Gerebizza di Re:Common, «e l’obiettivo ultimo è quello di costruire una grande infrastruttura europea di trasporto e stoccaggio del gas. Il valore finanziario di questa rete ancora incompleta costituisce un’immensa risorsa per le aziende coinvolte, a prescindere dalla reale disponibilità e necessità del gas per l’economia reale. E si sta tentando di costruirla in buona parte con fondi pubblici». (Gerebizza si riferisce qui ai finanziamenti di BEI e BERS, che Tap potrebbe ricevere già a ottobre. Re:Common e 350.org hanno lanciato una petizione, che si può sottoscrivere on line, per chiedere alle banche europee di non erogare i fondi.) Ma se il progetto coinvolgerà tanti territori in Italia e in Europa, in un certo senso è proprio questo destino comune che questa tre giorni vuole sfruttare a proprio vantaggio. Ad incontrarsi e ad unire le forze a Melendugno saranno proprio tanti dei puntini attraversati dal tracciato stesso dei metanodotti: i territori. Per affermare il proprio dissenso e, soprattutto, per articolare una proposta per un futuro energetico (e politico) diverso.

Massimo Villone
da il Manifesto
15.09.2017


Un fantasma si aggira nel Palazzo: la legge elettorale. Con la decisione adottata dai capigruppo della Camera – in Aula a fine settembre se saranno conclusi i lavori in Commissione – la legge elettorale esce dagli scenari immediati della politica.

Il tempo è il maggior nemico di una – buona – legge elettorale. In realtà, il copione in cui si va alle urne con i Consultellum Camera e Senato, salvo limature tecniche, è non da ora tra quelli pronti ad andare in scena. Vediamolo, in tre punti.

Il primo. Il mantra della governabilità è letto da qualcuno nel senso che il bicameralismo paritario imporrebbe una stessa maggioranza nelle due camere, da garantire con il sistema elettorale. Ma nel bicameralismo la possibilità di maggioranze diverse è genetica e ineliminabile. Soprattutto se il sistema politico è multipolare – come il nostro – e le camere non coincidono nella base territoriale e nell’elettorato attivo e passivo – come impone la Costituzione. Due sistemi elettorali identici possono comunque produrre maggioranze diverse.

Il secondo. Piace a qualcuno l’idea che sistemi e maggioranze diverse siano un’occasione? Probabilmente sì. Le alte soglie del Consultellum Senato potrebbero cancellare senza colpo ferire una sinistra autonoma a sinistra del Pd. Questo piacerebbe certo al Pd, che vedrebbe esaltato l’argomento del voto utile potendo declinare qualsiasi responsabilità.
Per questo l’unità a sinistra del Pd può paradossalmente incentivare una ipocrita inerzia: con soglie alte è più facile sbarrarle il passo. E se alla fine le maggioranze fossero diverse tra Camera e Senato, ci sarebbe un solido argomento per una grande coalizione. Questo potrebbe piacere a pezzi consistenti del centrosinistra e del centrodestra. E gli altri? Di necessità virtù, alti lai e disciplina di gruppo e di partito. E gli elettori? Che importa, se ne riparla tra cinque anni, e intanto si vede. Majora premunt. La grande coalizione potrebbe essere un obiettivo consapevole se pure occulto, che si favorisce con l’inerzia.

Il terzo punto. Chi fa cosa? Mattarella non può andare oltre la moral suasion, già inutilmente spesa, e che perde ancor più efficacia con l’avvicinarsi della fine costituzionalmente insuperabile della legislatura. Si sente dire ora di un nuovo assalto giudiziario. Un tentativo lodevole, ma del quale è arduo prevedere un esito positivo. Comporta infatti che sia la Corte costituzionale a omogeneizzare i sistemi elettorali delle due Camere. Il punto è che se la Corte avesse assunto l’omogeneità come dato costituzionalmente insuperabile, avrebbe già potuto – e forse dovuto – intervenire, orientando la sent. 35/2017, o dichiarando parziali illegittimità in via conseguenziale, o magari sollevando in via incidentale la questione davanti a sé stessa. Non l’ha fatto perché non ha inteso farlo. E se non ha scelto la via dell’omogeneità prima, è assai improbabile che la scelga dopo, riducendo l’ampia discrezionalità che ha riservato nelle sue pronunce (1/2014 e 35/2017) al legislatore, e per di più nell’imminenza del voto. È pensabile che a campagna elettorale avviata la Corte scriva in dettaglio premi di maggioranza e soglie, che di fatto decidono chi va a Palazzo Chigi e in Parlamento, essendosene finora tenuta accuratamente lontana?

La battaglia per la legge elettorale è inevitabilmente politica, e si combatte in due modi. Il primo, chiedendo in ogni sede e momento una legge che garantisca la più ampia rappresentatività e il voto libero e uguale. Il che si ottiene solo con un impianto proporzionale ed eletti scelti da chi vota, per un parlamento che esprima il paese e non sia prono a oligarchie dominanti e poteri forti. È un compito che non si risolve nell’attesa di interventi salvifici. Il secondo modo, a sinistra, con una unità che dia forza sufficiente a entrare nelle assemblee elettive con qualunque legge, fosse anche il Consultellum.

Difficile? Certo. Impossibile? No. Ovviamente, bisogna passare dal calcolo degli interessi personali e di gruppo a una strategia di ampio respiro su progetto politico e leadership, ricordando che il rischio di una subalternità al Pd è sempre dietro l‘angolo. Ce lo ricorda implicitamente il ministro Orlando in un’intervista a La Stampa, per cui Bersani e D’Alema si stanno trasformando in gruppettari. È la battuta dell’anno. Nel Pd si divertono così.

Stefano Galieni
14.09.2017
Resp. Immigrazione e Pace PRF


«Il 12.09.2017 è stata rinviata, per l’ennesima volta, la votazione di una legge, insufficiente e moderata ma che almeno avrebbe garantito la cittadinanza a 900 mila ragazzi e ragazze, nati o cresciuti in Italia e a cui in nome di un oscena idea di preservazione di identità e del cinico calcolo elettorale, si nega il fondamentale dei diritti costituzionali.

Lo “ius soli temperato” è un disegno di legge su cui il burattinaio di Rignano aveva garantito la priorità, ma la menzogna che si avvicina allo sberleffo verso chi attendeva e forse si fidava della parola data, ha prevalso.
Ci vuole poco in Italia a fare leggi che salvano banche, che finanziano operazioni militari, poco a relegare nell'inferno libico chi fugge da paesi in cui non c’è futuro. Sembra invece impossibile garantire a chi ormai è parte integrante della società italiana ma porta la colpa di essere figlio di “stranieri”, di ritrovarsi, almeno formalmente, nelle stesse condizioni dei propri coetanei autoctoni.

L’anno scolastico è appena cominciato, tanti di questi ragazzi e ragazze riempiono le aule e costruiscono con la loro presenza una società plurale e aperta.
Mantenere la separazione fra italiani e non, è una forma di apartheid raffinato di cui questa classe politica e chiunque sostenga per qualsiasi ragione il governo che ne è espressione si rende complice consapevole.
Rifondazione Comunista non sarà mai complice o connivente di chiunque non si opponga a tale nefandezza».

Bia Sarasini
da Il manifesto
14.09.2017


È senza fine, lo strazio della violenza contro le donne. Ieri Lucio Marzo, 17 anni, ha confessato di avere ucciso Noemi Durini, 16 anni, scomparsa dal 3 settembre. E ha portato i carabinieri nel luogo dove ne aveva nascosto il corpo, sotto alcuni massi. Sempre ieri, è stato denunciato un tentativo di stupro sulle scale del Campidoglio, a Roma. L’aggressore sarebbe un israeliano. La notte precedente ancora a Roma lo stupro di una ragazza finlandese, da un ragazzo del Bangladesh.

Di qualche giorno fa la denuncia delle ragazze americane a Firenze, appena prima la giovane donna polacca stuprata a Rimini. Lo strazio è infinito, mille connessioni che si allargano come onde, dal punto in cui è stata esercitata la violenza. Avranno conseguenze nelle vite di tutte le persone coinvolte. Penso ai genitori di Noemi, alla madre, che non è riuscita a convincerla che quel ragazzo era violento. Non è servita neanche la denuncia che aveva presentato per ottenere l’allontanamento di quel ragazzo dalla figlia, non era stato preso nessun provvedimento.

Le adolescenti sfidano i genitori, la madre in special modo, come fare a proteggerle senza renderle prigioniere? È una domanda che non ha facili risposte. O meglio. Non le ha oggi. Oggi che le ragazze sono libere, nei paesi come nelle metropoli. Oggi che i divieti e le proibizioni non sono più la regola condivisa.

E la libertà – delle donne, delle ragazze – è il punto geometrico del conflitto. La solidarietà, perfino il dolore, sono pieni di ombre, di dubbi. Perché quelle ragazze sono in giro di notte? Perché si fidano di chiunque? Perché si permettono di andare in giro come se fossero dei ragazzi, dei maschi? Si ipotizza che Noemi sia stata uccisa al culmine di una lite.

Sulla sua pagina facebook l’ultimo post fa pensare. L’immagine è il viso di una donna malmenata, a cui qualcuno tappa la bocca. Il testo comincia cosi: «non è amore se ti fa male». Su instagram il profilo è più esplicito: «Il giorno che alzerai le mani ad una donna, quello sarà il giorno in cui ufficialmente non sarai più un uomo». Aveva capito? È stata punita perché voleva la libertà? Un’azione diretta, un atto di guerriglia individuale, lo definisco. Come lo stupro, le aggressioni sessuali. Tentativi di sottomissione, per mantenere l’ordine patriarcale. Contro tutte queste donne che si permettono di aggirarsi libere per il mondo. E per questo è così difficile ascoltarne la voce, a parte la retorica della vittima, che si rivela sempre più finta. Non è solo l’antico gioco delle donne perbene messe contro quelle per male. Il conflitto è a tutto campo, nelle vite private come nello spazio pubblico, nelle forme inedite della vendetta. Anche nella scena mediatica. Che non vuole lasciare la parola alle donne, alla loro visione.

Quel grande interprete del sentimento medio che è Bruno Vespa l’ha detto senza esitazione a Porta a Porta: «La prima vittima è l’Arma». Il corpo delle donne rimane un pretesto. Usato contro i migranti, per legittimare il razzismo. Occultato di fronte alla “grande onta” della perdita di onore maschile. Eppure le femministe lo dicono da sempre. La violenza, lo stupro sono compiuti da uomini. Giovanissimi e anziani, di qualunque nazionalità, colore, religione. Qualunque divisa indossino. Oggi è tempo di dire di nuovo che le donne sono, siamo, libere. Che stiamo nel mondo. Perché non tornare nelle strade di notte, insieme?

Maria Pia Pizzolante
da il Manifesto
13.09.2017


Il bilancio di un’estate calda e violenta, soprattutto con le donne, non può non interrogarci su colei che è diventata il simbolo e dunque il bersaglio prediletto degli hater nostrani e maschilisti: Laura Boldrini.

Diventata presidente della Camera nel 2013 dopo una carriera a contatto con gli ultimi del pianeta, Boldrini caratterizza il suo mandato con una battaglia importante contro bufale e diffusione di linguaggio dell’odio attraverso i social network, senza mai riuscire a scrollarsi di dosso quello che i detrattori considerano il buonismo degli «amici dei migranti», in pratica quelli che conservano il valore dell’umanità.

Durante questa estate, Laura Boldrini è stata oggetto di una nuova campagna di odio che vedeva sullo stesso fronte giornali di destra, rappresentanti locali di formazioni politiche come la Lega, grillini particolarmente attivi sui social e più in generale hater di ogni risma.

Il livello dello scontro sembra crescere ad ogni tornata, questa volta persino lo stupro è diventato uno strumento sdoganato di punizione, esattamente come la locandina fascista che riemerge dal Ventennio per ricordarci che l’uomo nero e indemoniato è lì pronto e assetato per violentare le donne proprietà dell’uomo bianco.

Laura Boldrini nonostante tutto questo non fa un passo indietro, continua quasi in solitaria la sacrosanta battaglia di civiltà in difesa di valori che sembrano fuori moda o addirittura piccole bandiere sbiadite di una sinistra sempre più debole e confusa. A detta di alcuni un modo per non parlare delle questioni sociali ed economiche su cui è meno netta la distinzione con l’avversario di destra.

Da femminista più che da donna, confesso di aver sentito tanto, troppo silenzio, dal mondo vasto della politica e in modo particolare dalle voci di donna autorevoli che il femminismo ha espresso. Mi sono interrogata su questo silenzio e del perché Laura non fosse quell’una di noi a cui tendere più di una mano, far sentire più di un abbraccio, preservarla per lo svelamento del nesso sessismo/razzismo esploso su di lei, sulla terza Presidente della Camera donna in settant’anni.

Laura è austera? Troppo poco plebeista? È troppo poco femminista o lo è troppo? È andata troppo in giro per il mondo, tanto da conoscere guerre, fame, occhi di bambini troppo spenti? Oppure è troppo impegnata politicamente e questo dà fastidio a tutti quelli che si considerano suoi avversari? O peggio è troppo autonoma dal punto di vista professionale ma anche esistenziale e relazionale?

«Laura Boldrini, piaccia o no, è una donna laica, femminista, gay friendly, tollerante, internazionalista, multilateralista, democratica, libera», scrive Della Vedova, in un pezzo su Il Foglio, in cui chiede di depurare da odio e fake news per poter tornare ad avversarla nelle scelte politiche.

Per chi invece in quegli aggettivi ritrova la propria identità e la propria storia non è forse il momento di darle una mano nella battaglia contro «webeti» e avversari codardi?

Il silenzio di questa estate più allarmante per me è stato questo. Il silenzio del mondo che sento più vicino a me, a noi, a Boldrini. E in generale, trasversalmente, la politica tutta sembra non rendersi conto dello scivolamento nel basso, quello dei bassi istinti, quello dell’odio che genera odio, dell’invidia sociale nemica della giustizia sociale.

E invece noi, femministe storiche o meno, donne di sinistra, autorevoli compagne, dobbiamo essere lì, a difendere Laura per quello che rappresenta, per come ha svolto in questi anni il suo ruolo. Essere lì, nei posti scomodi, nei posti che contano, per provare a metterci di traverso con i nostri corpi.

Non è forse questo ciò che volevamo?

Laura ha messo in mezzo il suo, ha svelato l’inganno: la discriminazione ha la stessa radice, oggi tocca a loro, domani tocca a noi, ieri erano i terroni, oggi sono i migranti, ieri c’era il delitto d’onore, oggi ci sono gli stupri «presunti», le «consenzienti», il «dopo la penetrazione piace a tutte». Perché c’è qualcuno che si sente superiore, che pensa di dover possedere, perché sa che mostrare i muscoli è il modo migliore per coprire la vacuità del cervello.

Laura per fortuna oggi è lì e noi non dobbiamo lasciarla sola. Per lei, ma soprattutto per quelle che verranno dopo, di qualunque schieramento facciano parte.

Eleonora Martini
da il Manifesto
12.09.2017


Verità e Giustizia. L’avvocato Ibrahim Metwally Hegazy era atteso oggi a Ginevra alle Nazioni unite. Era inviato dell’Ecrf per parlare delle sparizioni forzate e dell’omicidio del ricercatore italiano. Amnesty: «Attacco alle Ong»

Dell’avvocato Ibrahim Abdel Moneim Metwally Hegazy non si hanno più tracce da domenica mattina, da quando, alle 9 ora locale, è scomparso dall’aeroporto internazionale del Cairo mentre si apprestava a prendere il volo EgyptAir per Ginevra con un biglietto acquistato il 31 agosto scorso. Fondatore e coordinatore dell’Associazione delle famiglie delle vittime di sparizioni forzate, attiva in Egitto dal 2014, padre egli stesso di uno studente di ingegneria scomparso nel 2013, quando era poco più che maggiorenne, Amr Ibrahim Metwaly, l’avvocato 53enne era atteso oggi nella città svizzera dal Gruppo di lavoro delle Nazioni Unite sulle sparizioni forzate e involontarie (Wgeid) che da questa mattina e fino al 15 settembre sarà riunito per la 113ma sessione.

In quella sede Hegazy avrebbe dovuto parlare dell’omicidio di Giulio Regeni, caso che segue da vicino per la Commissione egiziana per i diritti e le libertà (Ercf), l’Ong che fornisce consulenza ai legali della famiglia del ricercatore friulano torturato e ucciso al Cairo nel 2016. E avrebbe illustrato anche l’ultimo rapporto sulle sparizioni forzate nel paese di Al Sisi pubblicato dall’Ecrf sulla propria pagina web, oscurata d’imperio dal governo egiziano il 5 settembre scorso come altri 405 siti di Ong da maggio ad oggi.

«Giulio, tappati gli occhi e non ti preoccupare, noi non ci arrendiamo», ha twittato ieri la sorella del ricercatore, Irene Regeni, commentando la notizia che è stata diffusa domenica sera dalla stessa Ecrf.

L’ultimo contatto con la famiglia, Hegazy lo ha avuto alle 8 del mattino, appena arrivato in aeroporto, poi più nulla. Dopo aver contattato le autorità aeroportuali di Ginevra, riferisce l’agenzia indipendente egiziana Mada Masr, i familiari dell’avvocato egiziano si sono convinti che la sparizione sia opera del regime egiziano. Halem Henesh, uno dei legali di Hegazy, ha raccontato di aver interpellato la polizia aeroportuale del Cairo, di aver cercato in tutte le stazioni di polizia vicine e di aver anche inviato un telegramma all’ufficio del procuratore generale per segnalare l’arresto sospetto, nel tentativo di avere una conferma ufficiale e appurare così almeno il luogo di detenzione. Nessuna risposta, però. E l’uomo non risulta essere comparso davanti ad alcun giudice egiziano.

È una piccola associazione, quella di cui è coordinatore Metwaly Hegazy, senza sede e senza molti mezzi, principalmente basata sul lavoro volontario. Ma, anche se inascoltati in Egitto, i loro report sono diventati fonte importante per organizzazioni internazionali, all’Onu in special modo. Sulla loro pagina Facebook gli attivisti ricordano che già il 6 maggio scorso un altro membro dell’associazione, la signora Hanan Badr el-Din, moglie di un desaparecido, era stata arrestata mentre faceva visita ad un detenuto, anch’egli rapito dalle forze dell’ordine, nella speranza di avere qualche informazione sulle sorti di suo marito.

«È una prassi comune che le autorità egiziane tentino d’impedire ai difensori dei diritti umani di recarsi all’estero per prendere parte a riunioni con altre Ong o con organismi intergovernativi – spiega al manifesto Riccardo Noury, portavoce Amnesty International Italia – Lo fanno solitamente attraverso provvedimenti di divieto d’espatrio (dal 2011 ad oggi ne sono stati emessi diversi) o fermando la persona in aeroporto poco prima di imbarcarsi». Noury però questa volta è «molto preoccupato» perché da troppe ore non si sa più nulla dell’avvocato «inviato dall’Ecrf a Ginevra», come ha riferito all’Agenzia Nova il presidente della Ong, Ahmed Abdullah.

«Mi pare chiaro – aggiunge il portavoce di Amnesty Italia – che è in corso un’ulteriore offensiva nei confronti delle Ong egiziane che si occupano di diritti umani. Il sito della Commissione è stato chiuso così come quello di Human Rights Watch appena dopo la pubblicazione di un rapporto che definisce la tortura come una catena di montaggio». Rapporto che il governo egiziano ha invece bollato come «pieno di calunnie».

«Invito le autorità egiziane a rilasciare immediatamente e senza condizioni Metwaly», è l’appello del presidente della sottocommissione per i diritti umani del Parlamento europeo, Pier Antonio Panzeri. Il premier Gentiloni, che oggi sarà audito dal Copasir anche sul caso Regeni e sulla normalizzazione dei rapporti diplomatici con l’Egitto, invece tace. Giovedì l’ambasciatore Cantini presenterà le credenziali al Cairo e sarà ricevuto da Al-Sisi, mentre nel parco di Villa Ada a Roma arriverà il suo omologo egiziano, Hisham Badr. La cui missione, secondo il quotidiano governativo egiziano Al-Ahram, «consisterà principalmente nel ricucire lo strappo con l’Italia» e «smentire la responsabilità» delle autorità egiziane nell’omicidio di Giulio Regeni.

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