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DATI ISTAT CONFERMANO IL FALLIMENTO TOTALE DEL JOBS ACT. CANCELLIAMOLO COL REFERENDUM

Pubblicato
il 30 set 2016

Gli ultimi dati Istat confermano il fallimento ormai conclamato del Jobs Act rispetto alla creazione di nuova occupazione, in particolare per quel che riguarda i giovani. Su base annua, da agosto 2015 ad agosto 2016 gli occupati complessivi aumentano di 162mila ma la crescita è integralmente attribuibile alle persone con oltre 50 anni di età. L’aumento di 401mila occupati in questa fascia di età sta insieme alla diminuzione di 74mila occupati nella fascia tra 25 e 34 anni e di 164mila occupati nella fascia tra 35 e 49 anni. Nonostante la gigantesca quantità di risorse regalate alle imprese, i dati sono un disastro con i nuovi occupati che sembrano dipendere assai più dalla controriforma Fornero delle pensioni che dalle politiche del lavoro.
Nel frattempo il Jobs Act ha abbassato micidialmente i diritti delle lavoratrici e dei lavoratori e incrementato solo la precarietà con i voucher, i contratti a termine senza causale e la cancellazione dell’articolo 18 che rende precaria anche l’occupazione “permanente” giacchè i nuovi assunti sono tutti licenziabili.
La sua abrogazione è necessaria e sono di decisiva importanza http://www.cgil.it/admin_nv47t8g34/wp-content/uploads/2016/03/Referendum...
Paolo Ferrero
segretario nazionale di Rifondazione Comunista – Sinistra Europea

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VOTO ALL'ESTERO COME POTREMO FIDARCI?

Pubblicato
il 29.09.2016
di Massimo Villone

«Ringrazio l’ambasciata per aver organizzato questo incontro», dice la ministra Boschi prima del suo comizio per il Sì. La serata con la comunità italiana a Buenos Aires, 400mila elettori che peseranno nel referendum, è una tappa elettorale preparata dalla diplomazia italiana. E non è l’unico caso

Boschi si autocelebra in un tour mondiale per il Sì fra gli italiani all'estero. Fin qui si può forse capire, anche se è bassa cucina propagandistica. Non si capisce e non si perdona, invece, il supporto logistico e la presenza ufficiale di un’ambasciata. I pubblici impiegati – inclusi quelli di altissimo rango come gli ambasciatori – sono al servizio esclusivo della Nazione (art. 98.1 Cost.). Non del governo o di singoli ministri. Mezzo paese vuole il No, unitamente a un ampio arco di forze politiche parlamentari. Dovremmo forse cambiare cittadinanza e passaporto? E come potremo domani fidarci che il voto sia libero e uguale, non inquinato come le scorse esperienze di voto all'estero ci fanno temere? Prepariamo le carte bollate? E poi, ha detto la Boschi agli esultanti convenuti che la riforma li espelle dal senato, e li esclude dal ballottaggio per la camera?

Una lunga galleria di spot ci accompagnerà al voto referendario. È rispuntato persino il ponte sullo Stretto, che, senza mettere una pietra, ci è già costato – pare – circa 600 milioni. Equivalenti, secondo le stime dei risparmi fatte dalla Ragioneria dello Stato, a oltre 12 anni di riforma del senato, che sopravvive, mentre si abolisce il diritto dei cittadini di votare per i senatori.
Qualcuno ancora finge di non capire che il no referendario non viene da chi pretende un insuperabile bicameralismo paritario, ma da chi rivendica il diritto di scegliere i propri rappresentanti in parlamento. Il diritto di voto è in democrazia come il farmaco salvavita nel sistema sanitario: per entrambi non vale il criterio del massimo risparmio. Ora, per i gravosi impegni del ponte, riformeremo anche la camera? Potremmo chiuderla del tutto. Sarebbe un miliardo tondo risparmiato.
Lo spot pubblicitario di Renzi non reca traccia delle tante polemiche pregresse. A che serve traversare lo Stretto a grande velocità se prima e dopo si va a passo di lumaca? Quisquilie. Conta il colpo di teatro, i 100mila posti di lavoro che fanno il paio con i 500 milioni di euro della riforma costituzionale. Cifre fantasiose, ma basta l’annuncio. Tanto prima del voto referendario nulla potrebbe davvero succedere.

Si dice che abbiamo bisogno di un governo autorevole. Ma tale non è un governo che racconta favole smentite dai fatti, come per l’uscita dalla crisi o i vantaggi per i lavoratori derivanti dal Jobs Act, mentre stiamo diventando il paese dei voucher.
Per spiegare e convincere ci vuole certo autorevolezza. Ma per rendere la menzogna una verità di stato ci vuole un governo blindato nelle stanze del potere. Un governo non già autorevole, ma vestito di autoritarismo, sia pure blando. Una democrazia decidente, come dicono i sostenitori, tralasciando che si tratta di un decidere reso possibile da una legge elettorale taroccata e da un governo che domina il parlamento e spiega una pesante influenza sugli organi di garanzia. Mentre le voci fuori dal coro sono messe nell’angolo.
Circola una teoria per cui la perdurante crisi economica mette in crisi la democrazia come l’abbiamo conosciuta, e ne rende anzi necessario il superamento. E certo sentiamo scricchiolii preoccupanti. Ma qual è la risposta? Ridurre la rappresentanza politica attraverso leggi elettorali capestro, indebolire il parlamento, concentrare il potere sull’esecutivo e in particolare sul leader al comando? Al fine di lasciare il futuro al dominio del dio mercato, tagliando diritti conquistati con il sangue di generazioni ed esaltando le diseguaglianze? O al contrario puntare sulla più ampia partecipazione, sulla piena rappresentatività delle assemblee elettive, sulla necessità di ritrovare la coesione attraverso la politica, il confronto, la mediazione, il consenso? Con l’obiettivo di recuperare parità nei diritti e protezione dei più deboli?

l’Italia ha sostanzialmente fin qui seguito la prima strada, che si vuole ora definitivamente consolidare con le riforme in campo, costituzionale ed elettorale. Salvare la democrazia serrandola in catene, e riducendo i cittadini a sudditi. E perché non eleggendo solo il presidente del consiglio, magari trovandogli una location – in inglese per Renzi – sul balcone di palazzo Venezia? Massimo risparmio, esito garantito. Votiamo No, grazie.

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NO ALLA CONTRORIFORMA COSTITUZIONALE.21 E 22 OTTOBRE 2016 SCIOPERO GENERALE e NO RENZI DAY

Riportiamo alcuni stralci dei documenti emersi nell’Assemblea dei Comitati territoriali svoltasi a Roma il 18 settembre 2016, organizzata dal Comitato nazionale per il No nel referendum costituzionale

Il governo Renzi dopo infiniti ritardi si prepara a fissare la data del voto, ma il COORDINAMENTO PER UN NO SOCIALE ALLA CONTRORIFORMA COSTITUZIONALE propone già le date nelle quali far sentire le ragioni del NO.
IL 21 ottobre SCIOPERO GENERALE per la difesa dei diritti del lavoro e dello stato sociale, per difendere ed applicare la Costituzione del 1948, per dire basta al governo Renzi e al massacro sociale.
Il 22 ottobre NO RENZI DAY, manifestazione nazionale a Roma per dire NO alla Controriforma Costituzionale ed a tutti i suoi autori.
Diamo voce alla campagna per il NO, in sintonia con il COMITATO PER IL NO, nel nome del popolo sfruttato, precario, senza lavoro, impoverito, avvelenato. Per questo

VOGLIAMO
- L’APPLICAZIONE DEI PRINCIPI E DEI DIRITTI DELLA COSTITUZIONE DEL1948
- IL LAVORO, LA FORMAZIONE E LA SCUOLA PUBBLICA, LA CASA, IL REDDITO, LO STATO SOCIALE E I BENI COMUNI IN MANO PUBBLICA, L'AMBIENTE E LA DEMOCRAZIA, LA SICUREZZA SUI LUOGHI DI LAVORO.
- LA LIBERTÀ E LA SOVRANITÀ DEMOCRATICA DEL POPOLO ITALIANO, OGGI SOTTOPOSTA AD UN VERGOGNOSO ATTACCO DA PARTE DEI GOVERNI DEGLI USA E DELLA GERMANIA E DALLA BUROCRAZIA DELLA UE.

DICIAMO NO
- ALLA CONTRORIFORMA COSTITUZIONALE DEL GOVERNO, DELLA CONFINDUSTRIA, DELLE BANCHE E DELL' UNIONE EUROPEA.
- AL JOBSACT, ALLA PRECARIETA’ SOCIALE, ALLA BUONA SCUOLA, ALLA LEGGE FORNERO, AL DECRETO MADIA, ALLA TAV ALLE GRANDI OPERE, ALLA PERSECUZIONE DEI MIGRANTI, ALLA DISTRUZIONE DELLO STATO SOCIALE, ALLE PRIVATIZZAZIONI, AI TAGLI ALLA SANITA’, AGLI INTERVENTI SULLE PENSIONI A FAVORE DELLE BANCHE.
- ALLA GUERRA , ALLA NATO, ALLE SPESE E ALLE MISSIONI MILITARI
- ALLA REPRESSIONE PADRONALE, POLIZIESCA E GIUDIZIARIA

21/22 OTTOBRE NO ALLA CONTRORIFORMA
E AL GOVERNO RENZI

Tutte e tutti in corteo a Roma per il NO RENZI DAY da piazza San Giovanni

Coordinamento per NO Sociale alla Controriforma Costituzionale

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BERLINO: DOPO FALLIMENTO POLITICHE NEOLIBERISTE CROLLA LA "GROSSE KOALITION", OTTIMO RISULTATO DALLE LINCKE(LA SINISTRA IN GERMANIA)

Pubblicato il 19 set 2016

Dopo il fallimento delle politiche neoliberiste e dell’austerità, crollano anche i partiti che le rappresentano, come la grosse koalition in Germania. Bene quindi il risultato delle elezioni regionali a Berlino, con un’ottima affermazione dei nostri compagni della Linke, che, come Rifondazione, fanno parte della Sinistra Europea. Con ogni evidenza è proprio la proposta della Sinistra europea e di Tsipras, di uscita dalle politiche neoliberiste, con politiche di redistribuzione del reddito e giustizia, l’unica vera uscita dalla crisi e la sola alternativa ai neonazisti.
Paolo Ferrero, segretario nazionale di Rifondazione Comunista – Sinistra Europea

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CORDOGLIO PER CIAMPI L'UOMO CHE HA CREATO IL DEBITO PUBBLICO

Pubblicato il 16 set 2016

di Paolo Ferrero

E’ morto Carlo Azeglio Ciampi ed esprimo il mio cordoglio ai familiari.
Ciampi viene presentato come colui che ha restituito prestigio all’Italia. Non è vero: Ciampi con Andreatta, nel 1981, decise la separazione tra la Banca d’Italia e il Ministero del Tesoro. Quella decisione ha obbligato lo stato italiano ad approvvigionarsi sui mercati, diventando preda della speculazione internazionale. Da quel momento ed a causa di quella decisione, l’Italia ha visto crescere il suo debito pubblico in modo esponenziale: Ciampi ed Andreatta sono i veri padri del debito pubblico italiano, che da decenni viene usato come una clava contro il welfare e i diritti dei lavoratori. Ciampi è all’origine del disastro italiano, non del prestigio dell’Italia
Ps. Salvini ha dato del traditore a Ciampi. Peccato che la Lega Nord abbia condiviso tutte le principali porcherie fatte nella linea indicata da Ciampi, dal trattato di Maastricht a quello di Lisbona, fino al pareggio di bilancio in Costituzione

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LA SATIRA OPERAIA CHE NON PIACE AI POTENTI

NO AL BAVAGLIO.Da Pomigliano alla Rai, lo sberleffo si paga con i licenziamenti. Come diceva Di Ruscio, «se gli dicono di smetterla il proletario canta più forte»

Da il Manifesto
di Ascanio Celestini
16.09.2016

"Io sono Mimmo Mignano, uno dei cinque licenziati dalla Fiat" così inizia il racconto di un signore che incontro a Napoli in un teatro a Montecalvario nei Quartieri Spagnoli, quella zona del mondo che agli occhi di Stendhal "è, senza nessun paragone, la città più bella dell’universo".
Mi chiedono di fare una fotografia, di firmare una petizione e io gli chiedo di incontrarli, di raccontarmi la loro storia. Accendo la videocamera e registro l’incontro al Nuovo Teatro Nuovo, accanto al palcoscenico dove, tra qualche ora, farò spettacolo.
Mimmo mi dice che "ci sono due sentenze contro di noi. Nei tribunali vogliono far passare qualcosa che per legge hanno più problemi, cioè il diritto di espressione, di satira".
Sta parlando di un fatto avvenuto veramente, ma che sembra l’invenzione di uno sceneggiatore per qualche commedia cinematografica. È la storia di un pupazzo che è stato impiccato durante una manifestazione. Non un attentato con decine di morti, non una gambizzazione e nemmeno un sequestro, ma un pupazzo di stoffa. E nemmeno la rappresentazione di un omicidio (nella tradizione dei nostri carnevali si ammazzano i re da secoli e nessun giudice processa il popolo che uccide il Re Carnevale), ma un suicidio: la messa in scena del suicidio di Marchionne.
C’è un capannone che la Fiat chiama Polo Logistico di Nola, ma gli operai lo chiamano “Reparto Confino” (Accornero parlava della stessa strategia della Fiat già alla fine degli anni ’50) "nel senso che Marchionne prende gli operai più sindacalizzati, quelli più scamazzati dalle catene di montaggio, come si chiamano … RCL, ridotte capacità lavorative, li sposta a una ventina di chilometri gli fa fare qualche giorno di lavoro e poi li mette per anni in cassa integrazione. In questo periodo buio di cassa integrazione due nostri colleghi si tolgono la vita: Peppe De Crescenzo si impicca nella sua camera da pranzo e tre mesi dopo Maria Baratto la trovano morta suicidata con le coltellate allo stomaco. E questa compagna aveva rimasto pure una lettera testimoniale della gravità della sua condizione di vita sociale e economica".
Nel documentario di Rossomando La fabbrica incerta Baratto dice "le patologie causate dalla catena di montaggio? A 22 anni montavo il tergilunotto sull’Alfa 33, da sola. Oggi prendo psicofarmaci".
Due anni dopo accusa "l’intero quadro politico-istituzionale, che da sinistra a destra ha coperto le insane politiche della Fiat" e poi si lacera il ventre a coltellate.
Aveva scritto che "a Pomigliano l’unica certezza dei cinquemila lavoratori consiste nella lettera di altri due anni di cassa integrazione speciale per cessazione di attività di Fiat Group Automobiles nella consapevolezza che buona parte di loro non saranno assunti da Fabbrica Italia. Il tentato suicidio di oggi di Carmine P., cui auguriamo di tutto cuore di farcela, il suicidio di Agostino Bova dei giorni scorsi, che dopo aver avuto la lettera di licenziamento dalla Fiat per futili motivi è impazzito dalla disperazione ammazzando la moglie e tentando di ammazzare la figlia prima di togliersi la vita, sono solo la punta dell’iceberg della barbarie industriale e sociale in cui la Fiat sta precipitando i lavoratori.
Così scriveva, poi s’è ammazzata anche lei.

Dopo il suicidio di Maria "la pelle s’è fatta d’oca. Stavamo in una situazione di drammaticità enorme e inscenammo un finto suicidio di Marchionne con un finto testamento nel quale, prendendo dalle parole di Maria Baratto, scrivemmo che lui chiedeva scusa di questi suicidi e chiedeva di far ritornare i 316 al proprio posto di lavoro, cioè all'interno della Fiat di Pomigliano D’Arco. Da qui è scattata la lettera di contestazione e di seguito il licenziamento".
Quante migliaia di licenziamenti avremo nei prossimi anni perché un operaio si permette di dire: come è cattivo il mio padrone! Se viene meno questa democrazia andiamo oltre la questione dei licenziati

Mimmo dice che loro hanno sempre fatto satira nelle loro manifestazioni. "Ci siamo travestiti da pagliacci davanti allo stabilimento di Melfi quando Renzi è stato in visita allo stabilimento, ci siamo travestiti da fantasmi… Noi usavamo la satira per denunciare quello che avveniva all’interno della fabbrica. E infatti con te non vogliamo parlare dei cinque licenziati per quel fatto del pupazzo di Marchionne suicida, ma ci rendiamo conto che se passa in tribunale una sentenza che vieta il diritto di critica, di espressione, di satira … se passa nei tribunali per i più deboli, tra qualche anno arriva anche a Ascanio Celestini e Moni Ovadia, a Daniela Sepe e a Francesca Fornario, insomma a quelli che fanno satira, cinema, teatro, letteratura, che scrivono sui giornali, che disturbano i potenti. Quante migliaia di licenziamenti avremo nei prossimi anni perché un operaio si permette di dire: come è cattivo il mio padrone! Se viene meno questa democrazia andiamo oltre la questione dei licenziati".
E per Francesca Fornario sono venuti a Roma, alla Rai ad esprimere la loro solidarietà.
Mimmo s’è incatenato al cavallo di Viale Mazzini, Francesca arriva di corsa, si commuove e scrive: "Leggo il comunicato e penso: È uno scherzo… Vedo la foto, lo striscione, controllo se non sia un fotomontaggio. Operai. Licenziati. Di Pomigliano. Che srotolano uno striscione davanti alla Rai. Non per chiedere indietro il lavoro. Non per chiedere indietro la casa, che i più hanno lasciato alla moglie che ha lasciato loro, negli anni in cassintegrazione a Nola, mentre a Pomigliano si facevano gli straordinari ogni sabato per produrre automobili e loro no, loro in automobile ci dormivano. Non per chiedere indietro la vita, la loro e quella dei colleghi che hanno provato a togliersela, perché la vita in cassintegrazione al reparto-confino di Nola crolla per "l’effetto domino", lo chiamano così, mimando il crollo di un palazzo con le mani: 700 euro al mese per un lavoro che non c’è più, i soldi che non bastano per pagare la mensa a scuola e l’assicurazione della macchina e allora vai in giro senza fino a quando non ti fermano e ti tolgono la patente precipitandoti nell’illegalità, e allora ti deprimi e ti incazzi e tua moglie ti lascia".
Lo striscione che si sono portati da Acerra chiede indietro la satira. “Satira Libera”. Mi precipito a Viale Mazzini e li trovo lì, stupiti del mio stupore. Mi spiegano che è la stessa guerra. Che anche loro hanno perso il posto per aver osato criticare l’azienda. “Sì, ma io me ne sono andata perché non c’erano più le condizioni per …”. Che anche a loro è stato impedito di fare satira su Marchionne. “Eh?!”. E via con le battute su Marchionne che facevo a Radio2. Marchionne che va a produrre la Panda in Polonia dove gli operai non pretendono di fare la pausa-pranzo. Fino a quando non scopre che lungo il Gange c’è un ashram di fachiri in grado di trattenere la pipì per 36 ore e trasferisce lì la produzione della Panda. Fino a quando non legge su Focus che i macachi delle Filippine sanno avvitare i bulloni …
Nel piccolo teatro dei Quartieri Spagnoli di Napoli accanto a Mimmo c’è Antonio Montella, che sul suo profilo Facebook si descrive così: Licenziato presso Fiat Group.
Dopo che la Fiat ha acquistato l’Alfa Romeo dice "si è cercato testardamente di capire quali progetti c’erano per Pomigliano. Quando sono entrato io nell’89 la fabbrica era un cesso, si lavorava a cappello d’asino. Ora le migliorie sono per l’ergonomia, per aumentare la linea di produzione. E invece le battaglie che abbiamo fatto noi è di farci licenziare per fare assumere anche le donne, per esempio. La battaglia per un operaio con l’ernia al disco che doveva prendere un ammortizzatore da un cassone, lo doveva sollevare con le braccia per metterlo su una postazione, abbiamo lottato per un paranco. Abbiamo lottato per i carroponti che c’erano i freni che contengono ferròdo e sappiamo che il ferròdo, per il raffreddamento, contiene amianto. E quanti operai sono morti in meccanica, in carrozzeria, in verniciatura, da tutte le parti?
Siamo capatosta, così si dice a Napoli.

La classe operaia è colei che mantiene uno Stato così corrotto e così indegno di essere chiamato Stato.

La Classe operaia è colei che mantiene il prodotto interno lordo, è colei che mantiene tutto.

Non a caso questa compagna Maria Baratto per istinto e cose interne della persona scrisse proprio quella cosa sui suicidi in Fiat. Cioè che non erano suicidi casuali, ma suicidi per i sacrifici della classe operaia. E noi chiediamo rispetto per questa cosa. In seconda cosa chiediamo la sicurezza sul posto di lavoro. In terza cosa, soprattutto, chiediamo la democrazia: il diritto di satira, di critica, di espressione. È una cosa che non ci possono togliere. Ci abbiamo impiegato secoli per uscire dal silenzio del dolore e della sottomissione".
Adesso non è più possibile stare zitti e, come scrive Di Ruscio pensando a qualche derelitto proletario "se gli dicono di smetterla canta più forte".

E dunque urleranno questi operai. Urleranno forte nelle piazze e nei tribunali.

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RENZI A NAPOLI :LA RABBIA DELLA CITTA' E DEL SINDACO

da Contropiano
del 13.09.2016

Quello che la TV di stato non fa vedere....

Come ampiamente prevedibile anche la tappa napoletana di Matteo Renzi è stata costellata dalla solita scarica di manganellate contro gli attivisti che protestavano.

L’abituale varo di una zona rossa a ridosso del luogo dove il Matteo nazionale era atteso (in questo caso l’area attigua il teatro San Carlo) ma, soprattutto, da un parossistico dispositivo autoritario – dai toni dei giornali cittadini allo stato d’assedio di buona parte del centro cittadino – il quale costituisce lo scenario normale in cui Renzi, in ogni parte d’Italia, esibisce i suoi monologhi da affabulatore sulle mirabolanti virtù della sua azione di governo.

Bene, quindi, hanno fatto gli attivisti napoletani che a poche ore dall'annuncio della ennesima calata di Renzi a Napoli hanno organizzato presidi e momenti di contestazione a ridosso della zona circoscritta, militarizzata e negata alla normale fruizione pubblica.

In tale contesto – ed è questa un'altra costante della situazione napoletana – ancora una volta si è distinto il ruolo di esplicita provocazione del Vice questore, Maurizio Fiorilli, il quale non ha perso l’occasione, come avviene da anni, di provocare, insultare e minacciare singole persone al solo scopo di determinare una immotivata tensione utile esclusivamente all'ulteriore repressione e criminalizzazione di chi si trova in piazza a manifestare.

Contro questo oggettivo elemento di provocazione, contro questo vulnus democratico, nella mattinata di martedì 13 settembre, alle ore 11, sotto la Questura di Napoli, si terrà una Conferenza Stampa dove verranno presentate testimonianze su questa autoritaria condizione che, da tempo, si registra nella gestione dell’ordine pubblico nella città partenopea.

A questo proposito pubblichiamo il comunicato di Massa Critica:

Il presidente del consiglio Renzi è sopraggiunto a Napoli per assistere ad un'opera di Kauffman al San Carlo. Centinaia di abitanti di questa città sono arrivati fin sotto la zona del teatro napoletano per contestare la sua presenza per il commissariamento di Bagnoli, il Jobs Act, lo Sblocca/Italia, la buona scuola e la sua riforma costituzionale, ma un imponente dispiegamento delle forze dell'ordine, circa dieci reparti e centinaia di uomini, hanno iniziato a rastrellare la zona con dei metodi molto discutibili: spintoni, percosse, manganellate e perfino minacce di morte da parte di dirigenti e uomini delle forze dell'ordine ai manifestanti.
Il vicequestore Fiorillo ha addirittura minacciato di "sparare in testa" a due manifestanti presenti al corteo.

Il vicequestore Fiorillo già protagonista nella gestione della vergognosa mattanza di Genova 2001, oggi ripropone, da alcuni anni nella piazza napoletana, discutibili modalità di gestione dell'ordine pubblico.
Metodi da dittatura cilena che non accettiamo.

La nota del sindaco Luigi De Magistris, precedente alle cariche della polizia, in cui rifiuta di incontrare – in quelle condizioni – Renzi:

Il Sindaco di Napoli Luigi de Magistris, in relazione alla notizia della disponibilità del Presidente Renzi ad un incontro stasera prima dell'evento di Kaufmann al San Carlo, fa sapere di essere lieto di questa intenzione ma che non può accettare, tenuto conto della presenza al tavolo in delegazione del Commissario su Bagnoli. " Non si comprendono le ragioni per le quali un incontro istituzionale più volte richiesto debba necessariamente avvenire, a pochi minuti dal concerto, alla presenza irrinunciabile del Commissario su Bagnoli ". Questa è la dichiarazione del Sindaco Luigi de Magistris.

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LAVORO – FERRERO (PRC-SINISTRA EUROPEA): “DATI LICENZIAMENTI INDECENTI, UNA SCHIFEZZA VOLUTA DAL GOVERNO COL JOBS ACT IN OSSEQUIO A CONFINDUSTRIA!”

Pubblicato il 9 set 2016

Paolo Ferrero, segretario nazionale di Rifondazione Comunista – Sinistra Europea, dichiara:

“I dati diffusi dal Ministero del Lavoro ci dicono che in Italia vi è una spaventosa precarietà del lavoro. Se in tre mesi ci sono stati 2,45 milioni di attivazioni di contratti a fronte di 2,19 milioni di cessazioni, vuol dire che su base annua ci sono 10 milioni di persone (un sesto della popolazione totale, bambini e centenari compresi) che vengono assunte, licenziate, perdono e cercano il lavoro. Visto che in larga parte si tratta degli stessi posti di lavoro, ci troviamo di fronte ad una schifezza indecente voluta dal governo con il JOBS ACT in ossequio ai desideri di confindustria che vuole ricattare i lavoratori a suo piacimento. Parallelamente aumentano i licenziamenti fatti dai padroni e crollano i contratti a tempo indeterminato che non hanno più i regali di prima. Se Renzi è di sinistra io sono giapponese!”

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SE QUESTO E' UN OPERAIO

Pubblicato
08.09.2016
Moni Ovadia

Pomigliano. Il dramma dimenticato dei lavoratori licenziati da Marchionne dopo le proteste per le condizioni di lavoro in fabbrica
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La vicenda dei lavoratori della Fca (già Fiat) di Pomigliano-Nola che si sono suicidati o hanno commesso gesti estremi a causa del perdurare di condizioni di lavoro insostenibili sul piano materiale e psicologico è nota , così come è conosciuto «l’happening» che ha messo in scena la rappresentazione del suicidio dell’Ad Sergio Marchionne per «estremo rimorso», azione di provocazione e di satira atta ad evocare i gesti disperati dei compagni di lavoro. Questa rappresentazione ha dato il motivo all'azienda di licenziare gli operai che hanno inscenato il suicidio in effigie di Sergio Marchionne.
I lavoratori licenziati si sono rivolti al tribunale del lavoro per per fare revocare il provvedimento che a mio parere ha tutti i tratti della rappresaglia. Il tribunale del lavoro, sia in primo grado che nel ricorso di competenza, ha dato ragione all'Azienda con questa fattispecie di motivazione: «un intollerabile incitamento alla violenza (…)una palese violazione dei più elementari doveri discendenti dal rapporto di lavoro gravissimo nocumento morale all'azienda e al suo vertice societario, da ledere irreversibilmente (sic!) il vincolo di fiducia sotteso al rapporto di lavoro».
In seguito, nel riesame del ricorso, il tribunale di Nola ha confermato il primo giudizio. In questa motivazione si legge che le manifestazioni messe in atto: «hanno travalicato i limiti del diritto di critica e si sono tradotte in azioni recanti un grave pregiudizio all'onore e alla reputazione della società resistente, arrecando alla stessa, in ragione della diffusione mediatica che esse hanno ricevuto, anche un grave nocumento all'immagine».
Ritengo che queste parole – dato che le sentenze non si discutono – meritino un’analisi spassionata per trarne un ammaestramento non solo sullo specifico dell’accaduto ma anche di carattere generale e persino universale. L’azienda ritiene che l’azione drammatica della messa in scena di un suicidio in effigie rechi nocumento all'immagine, pregiudizio all'onore, alla reputazione e nuovamente nocumento morale.
Il suicidio reale, carnale, tragico e «violento» di tre esseri umani invece non recherebbe, a quanto pare, danno di sorta al buon nome dell’azienda. Forse i vertici ritengono essere quei suicidi indipendenti dalle condizioni lavoro, dalla cassa integrazione, dallo stillicidio dell’erosione continua dei diritti sociali, dal peggioramento inarrestabile delle prospettive di vita, forse si tratta di un’epidemia suicidaria dovuta all'insostenibile pressione del benessere come in Svezia, visto che il numero di suicidi nel reparto di Nola di quella leggendaria azienda ex vanto dell’italico genio ex italico, pare essere di cento volte superiore alla media nazionale.
Il capo della Fca, imprenditore, pare non cogliere il senso di un suicidio reale quando è causato da disperanti e umilianti condizioni di vita. Mi permetto di suggerirgliene uno servendomi del linguaggio usato da un suo collega meno fortunato di lui che si è tolto la vita a seguito dei morsi della crisi che lo ha rovinato. Ai familiari ha lasciato uno scritto lapidario per spiegare le ragioni del suo gesto: “la dignità è più importante della vita!”. Dovrebbe essere semplice da capire, la vita senza dignità cessa di essere tale per diventare sopravvivenza.
Da noi in Italia non c’è stato un dibattito serrato, profondo e diffuso sul concetto di dignità come è accaduto invece in Germania a partire dalla redazione della Costituzione pensata e ratificata all'indomani della micidiale esperienza nazista. Il primo articolo di quella carta recita: «Die Würde des Menschen ist unantastbar. Sie zu achten und zu schützen ist Verpflichtung aller staatlichen Gewalt». (La dignità umana è intangibile. Rispettarla e proteggerla è obbligo di ogni potere statale). Ecco quale è il primo è fondante merito della giustizia sociale come del resto proclama anche il primo articolo della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo.
L’attacco portato allo statuto dei lavoratori è un attacco all'idea stessa di dignità del lavoratore nel lavoro e nella vita. È da qui che è necessario ripartire chiedendoci «se questo è un operaio», che è privato dei diritti, che vive sotto ricatto, a cui non è concesso di progettare la propria esistenza e di costruire un futuro migliore per i propri figli, che non può neppure protestare con il legittimo linguaggio della provocazione concesso ad ogni disegnatore satirico, a cui per non perdere il posto si chiede di accettare la condanna alla disperazione senza alzare la testa, come l’ultimo dei servi.

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REFERENDUM ,ARGOMENTI DA COMIZIO

Pubblicato il 2 set 2016
di Massimo Villone

Nessuno avrebbe dubitato, ancor prima di Catania, che in uno scontro diretto Massimo D’Alema avrebbe lasciato Paolo Gentiloni al palo. Ma sorprende piacevolmente che la platea di una festa dell’Unità – luogo che si vuole militarizzato per il Sì – abbia a maggioranza indicato il No. Certo, i presenti potevano essere selezionati in funzione degli ospiti. Ma è bastato a far aleggiare lo spettro di una scissione nel Partito democratico. Nessuno si spaventi.
Sembrerebbe un argomento da fine del mondo, come quelli portati per il Sì da poteri piccoli e grandi italiani e stranieri – da Confindustria a J.P. Morgan – accomunati dal non aver nulla a che fare con la democrazia e la sinistra. Ma il Pd la scissione l’ha già fatta con la sua militanza, la sua storia, e quel poco di identità che era riuscito a raccattare. Basta guardare al crollo delle tessere, ai circoli chiusi o desolatamente vuoti, e da ultimo alla palese debolezza nel dibattito referendario.
La bibbia del marketing ci dice che nessuna campagna pubblicitaria può garantire il successo duraturo di un prodotto che sia spazzatura. E alla fine il testimonial non trascina quel prodotto, ma ne viene affondato. È quel che succede per la legge Renzi-Boschi.
Fallito il blitz plebiscitario di Renzi, ora il risultato sarà comunque a suo danno. Aveva bisogno di un trionfo, ed è ormai certo che non ci sarà. Se anche vincesse il sì di stretta misura, Renzi – con chi ha voluto la riforma – non sarebbe lo statista riformatore, ma quello che ha scassato la Costituzione e diviso il paese.
D’altra parte, il prodotto che vorrebbe venderci è davvero spazzatura. Una conferma viene dall’identico e tralatizio copione che i sostenitori del sì portano in questo avvio di campagna referendaria. Consideriamo i due argomenti che tipicamente aprono e chiudono i loro interventi: riduzione dei costi della politica, necessità del cambiamento.
Riduzione dei costi della politica
Nessuno osa riprendere la proposta renziana di destinare ai poveri 500 milioni di euro risparmiati. È ormai inoppugnabile che non esistono. La valutazione più favorevole a Renzi che viene da sedi non sospette di pulsioni antigovernative rimane sotto i 48 milioni annui per la riforma del senato. Il che, facendo i conti su circa 50 milioni di aventi diritto al voto, significa che ogni elettore ed elettrice in Italia risparmierebbe con il senato riformato circa 96 centesimi di euro ogni anno. Meno di una tazza di caffè al bar. Si dirà: ma è comunque un risparmio. Certo, ma è un risparmio che costa agli italiani il diritto di votare per i propri rappresentanti in un ramo del parlamento. Per Renzi, il diritto di voto vale meno di un caffè all’anno. L’avevamo sospettato.
Si dice poi: viene comunque ridotto il ceto politico. Vero. Ma il taglio di un pugno di senatori è una goccia nel mare, senza contare che la qualità pesa assai più del numero. E allora come giustificare la concessione del laticlavio senatoriale e di tutte le connesse prerogative dei parlamentari per perquisizioni, intercettazioni, arresti, al ceto politico più indagato del paese, quello dei consiglieri regionali? E senza contare, ancora, che assai più del ceto politico in senso stretto grava sul paese il sottobosco clientelare di prebende, consulenze, poltrone e strapuntini che prospera intorno a quel ceto. Sul sottobosco si dovrebbe anzitutto intervenire col lanciafiamme, per usare una espressione cara a Renzi.
Necessità del cambiamento
Di solito è l’ultimo argomento: è comunque tempo di cambiare. È scomparsa la bestialità di una riforma attesa da settanta anni, che presupponeva l’intento di cambiare la Costituzione prima ancora di scriverla. Più modestamente, si sente ora misurare l’attesa in 15, 20, 30 anni. Più o meno il tempo di una macchina d’epoca. Ora, se il proprietario di una bella macchina d’epoca, che avesse retto il sole, la pioggia e la neve, e ancora potesse affrontare viaggi lunghi e difficili, si sentisse proporre di cambiarla con un catorcio di ultima generazione, non esiterebbe a dire no. Anzi, guarderebbe il proponente con sospetto. Lo stesso è per la Costituzione vigente e la Renzi-Boschi. Da non pochi di quelli che l’hanno votata non compreremmo mai una macchina usata. Possiamo mai comprare una Costituzione?
Leggiamo che D'Alema è al lavoro su una proposta di riforma più snella. Nulla di più facile. Basterebbero poche righe per lasciare la fiducia alla sola Camera dei deputati (articolo 94), ridurre i deputati a 400 e i senatori a 200 lasciando il senato elettivo (articoli 56 e 57), togliere la copertura costituzionale alle province (articolo 114), sopprimere il Cnel (articolo 99), correggere i più palesi errori del Titolo V riformato nel 2001 (articolo 117), limitare gli emolumenti ai componenti delle istituzioni regionali (articolo 122). Al più, 5 o 6 articoli e un paio di centinaia di parole, invece dei 47 articoli e delle oltre 7.000 (settemila) parole della Renzi-Boschi, con risultati pari ed anzi migliori.
Vogliamo aiutare. Domattina rinunciamo tutti al nostro primo caffè al bar. Poi, comunichiamo a palazzo Chigi che per la riforma abbiamo già dato, persino più di quanto ci spettasse. Il resto, ovviamente, è mancia.

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