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Il Manifesto

SINISTRA , UNA ALTERNATIVA COSTITUZIONALE

10.11.2016
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È un sollievo sentirsi ancora felicemente protetti e difesi dalla Costituzione. Con la soddisfazione dei giusti, ci sentiamo protagonisti della vittoria referendaria di domenica scorsa e guardiamo con maggiore fiducia al nostro futuro.
Ci siamo schierati per il No non solo per salvaguardare la Costituzione, ma soprattutto per valorizzare la sua preziosa cultura giuridica, riproporre la sua sensibilità sociale, impegnarci ad attuarla compiutamente.
Non un riflesso di retroguardia, dunque, ma uno slancio, una tensione che siamo sicuri aiuteranno il paese a diventare migliore.
Con un risultato squillante sono state sconfitte le oligarchie liberiste e le centrali finanziarie, strapazzato il conformismo interessato e gli istinti rassegnati.
In quel voto si scorge soprattutto una rivolta sociale, che ha largamente oltrepassato bacini elettorali e indicazioni di partito. E’ stata l’Italia sfruttata, impoverita, precaria, deprivata a vincere il referendum. Un’Italia sfinita e sfiduciata che ha tuttavia trovato la forza di chiedere un cambiamento, quell'alternativa che gran parte della politica non sembra in grado di raccogliere e rappresentare né, tanto meno, di imprimere.
Ed è esattamente a questa furente domanda che dovremmo provare a offrire un’adeguata risposta. Superando le incertezze e le cautele che ci imprigionano, abbandonando movenze e liturgie consunte e inutili, se non proprio impedienti.
Ci siamo serenamente ritrovati in una battaglia che non era scontato potesse vederci tanto uniti e motivati. Associazioni, partiti, sindacati, movimenti, intellettualità, civismo. Ed è innanzitutto per questa ragione che il nostro contributo è risultato così prezioso: per vincere il referendum, ma anche per dimostrare, intanto a noi stessi, quanto sia proficuo ed efficace lottare insieme.
Sentiamo pertanto l’esigenza di mettere a disposizione un’occasione d’incontro collettivo, dove poter valorizzare il protagonismo dei tanti che hanno partecipato alla battaglia referendaria, chiamando tutti noi, tutte noi a riflettere, discutere, ragionare, progettare. Riteniamo necessario un confronto politico che raccolga le nostre energie e le nostre passioni. Per provare a comporre nuovi percorsi da condividere, in grado di poter incidere sullo scenario politico, sociale e culturale che si sta delineando con la vittoria del No. E cominciando finalmente a costruire insieme quell'alternativa al neo-liberismo di cui il paese ha urgente bisogno.
Con lo stesso sentimento unitario con cui abbiamo lottato in questi ultimi mesi abbiamo promosso l’appuntamento di domenica prossima: un’assemblea libera e plurale, inclusiva e partecipata, in cui tutte le componenti, le soggettività, le singolarità possano manifestarsi ed esprimersi. Con la speranza che tutti i nostri No si trasformino presto in una “politica in comune”.
Giorgio Airaudo, Fabio Alberti, Maria Luisa Boccia, Stefano Fassina, Adriano Labbucci, Giulio Marcon, Sandro Medici

L’iniziativa si svolge a Roma domani 11 dicembre, ore 10, al Roma meeting center, Largo Scoutismo 1

Tra le prime adesioni:
Anna Falcone, Luigi Ferrajoli, Tomaso Montanari, Gaetano Azzariti, Claudio De Fiores, Vezio De Lucia, Sebastiano Aceto , Ciccio Auletta, Andrea Baranes, Imma Barbarossa, Roberta Calvano, Martina Carpani, Giusto Catania, Elena Coccia , Michele Conia, Antonello Falomi, Andrea Ferroni, Francesca Fornario, Elettra Deiana, Barbara Evola, Tommaso Fattori, Monica Frassoni, Nicola Fratoianni, Monica Di Sisto, Ida Dominijanni, Paolo Ferrero, Carlo Galli, Alfonso Gianni, Chiara Giorgi , Sergio Giovagnoli, Gianpaolo Lambiase, Stefano Lugli , Nando Mainardi , Massimiliano Manfroni, Maurizio Marcelli, Elena Mazzoni, Giorgio Mele, Lidia Menapace, Filippo Miraglia, Roberto Musacchio, Grazie Naletto, Silvia Niccolai, Alessio Pascucci, Antonello Patta, Livio Pepino, Bianca Pomeranzi, Giovanni Principe, Michele Prospero, Marco Ravera , Marco Revelli, Claudio Riccio, Giulia Rodano, Massimo Rossi , Federico Santi , Bia Sarasini, Massimo Torelli, Raffaele Tecce, Walter Tocci, Andrea Torti, Sara Visintin, Vincenzo Vita, Riziero Zaccagnini

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MANOVRA 2017, BRUTTA EREDITA' PER IL PROSSIMO GOVERNO

Alfonso Gianni
08.12.2016

La sconfitta del Sì non poteva essere più piena.

Oltre ai cittadini, con il loro voto, ci hanno pensato pure i più spregiudicati operatori economici che hanno seppellito il terrorismo psicologico dei guru di Renzi sparso a piene Tv nelle ultime settimane.
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Il lunedì da nero è diventato roseo. Piazza Affari è ai massimi dal post Brexit con i titoli bancari; lo spread scende a 158 punti; i BTp sotto il 2% segnalano che il rischio Italia non c’è o non è percepito; le notizie che trapelano di un intervento statale diretto in salvataggio del Monte dei Paschi di Siena – dopo il fallimento della soluzione privata voluta da Renzi – fanno rimbalzare anche questo titolo.
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Intanto si attende che il giorno dell’Immacolata porti ad un allargamento di durata e di criteri del quantitative easing della Bce, la sola promessa del quale aveva tranquillizzato i mercati.
Ma per chi non ha il portafoglio ricco di titoli di stato o di azioni c’è poco da gioire.
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Il Senato ha licenziato la manovra di bilancio con un voto di fiducia dato a un governo che si era già dichiarato dimissionario per bocca del suo leader in diretta TV domenica notte. In tempi surreali, si potrebbe dire. Salvo poi accettare di procrastinare di qualche ora l’effettività dell’atto per chiudere la vicenda della legge di Bilancio. In fretta e furia.
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Il presidente della Commissione Bilancio del Senato, il PD Tonini, si è pubblicamente dispiaciuto per non avere potuto effettuare una lettura completa della legge. E già questo la dice lunga sulla consapevolezza della fiducia concessa. Ma ciò che è più grave è che la Camera, dove pure la legge era stata licenziata con voto di fiducia, aveva lasciato al Senato diverse questioni da cambiare e introdurre. Questo ovviamente non è avvenuto. È la prima volta che il disegno di legge finanziaria viene modificato solo da un ramo del Parlamento. Una vendetta per il mancato bicameralismo non paritario?
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Sta di fatto che in questo modo è ancora più evidente si tratta di una manovra di bilancio a netto favore dei ceti forti e di coloro che si sono arricchiti illecitamente.
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Restano le provvidenze per le imprese, nella speranza che questo rilanci l’economia, malgrado gli evidenti fallimenti di simili politiche; il ritorno senza pagare pegno dei capitali fuggiti all'estero; la cancellazione di Equitalia con annessa rottamazione delle relative cartelle. Spariscono invece quelle provvidenze che erano state pensate per accalappiare voti per il Sì. II referendum c’è già stato: passata la festa gabbato lo santo.
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Non si tratta solo di briciole. Restano fuori i soldi per la sanità di Taranto per i guasti provocati dall'Ilva; il già incerto accordo sugli 85 euro nel pubblico impiego rimane scoperto per il 2018; l’ampliamento degli ecobonus e del sisma bonus agli incapienti non pervenuto; sparisce il taglio del 33% delle slot machines negli esercizi commerciali; non ci sono certezze sul «bonus mamme» che avrebbe dovuto essere erogato dal 1 gennaio secondo un emendamento caduto come altri mille, a degna conclusione della farsa del fertility day; viene rimandata sine die l’assunzione dei 350 precari dell’Istat; manca lo sconto fiscale per la bonifica dall’amianto o per chi immette il fotovoltaico nell'immobile; non si sa quale sarà la ripartizione del fondo di tre miliardi per gli enti locali; si rinvia l’estensione dell’accesso alla pensione anticipata per le lavoratrici. E si potrebbe continuare.
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Più d’uno ha sostenuto che ciò che è caduto verrà poi ripreso in successivi decreti a cura del governo che verrà. Fingendo di dimenticare che la Commissione europea, al cui giudizio la nostra legge di Bilancio è sottoposta, ha già fatto sapere, seppure in modo non ancora perentorio, di pretendere una nuova manovra aggiuntiva di 5 miliardi. E c’è ragione di sospettare che la sua severità sarà tanto più intransigente, quanto meno risulterà gradita la figura dell’eventuale successore di Renzi alla guida del prossimo governo, tecnico o istituzionale che sia.
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Bisognerà prepararsi, a livello politico e sociale, a respingere questa nuova mannaia.

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IL GOVERNO CONTA, MA DOBBIAMO RICOMINCIARE DALL'OPPOSIZIONE

Luciana Castellina
06.12.2016
Dopo il referendum.
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Evviva. Le vittorie, da un bel pezzo così rare, fanno bene alla salute. E poi questa sulla Costituzione non è stata una vittoria qualsiasi, come sappiamo, nonostante le contraddittorie motivazioni che hanno contribuito a far vincere il No.
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La cosa più bella a me è comunque sembrata la lunghissima campagna referendaria.
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Contrariamente a quanto è stato detto – «uno spettacolo indecente», «una rissa», ecc. – quel che è accaduto contro ogni attesa è stato un rinnovato tuffo nella politica di milioni di persone che non discutevano più assieme da decenni.Come se si fosse riscoperta, assieme alla Costituzione, anche la bellezza della partecipazione.
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In questo senso mi pare si possa ben dire che contro il tentativo di ridurre la politica alla delega ad un esecutivo che al massimo risponde solo ogni cinque anni di quello che fa si sia riaffermata l’importanza dell’art.3, quello in cui si riconosce il diritto collettivo a contribuire alle scelte del paese. Pur non formalmente toccato dalla riforma Boschi, è evidente che la cancellazione della sua sostanza era sottesa a tutte le modifiche proposte. Evviva di nuovo.
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Per noi sinistra il vero impegno comincia adesso.
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Non vorrei tuttavia turbare i nostri sogni nel sonno del dovuto riposo dopo questa cavalcata estenuante e però credo dobbiamo essere consapevoli che per noi sinistra il vero impegno comincia adesso.
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Quella che abbiamo combattuto non è stata infatti solo una battaglia per difendere la nostra bella democrazia da una deplorevole invenzione di Matteo Renzi: abbiamo dovuto impedire che venisse suggellata un’ulteriore tappa di quel processo di svuotamento della sovranità popolare, che procede, non solo in Italia, ormai da decenni. E che il nostro No non basterà di per sé, purtroppo, ad arrestare.
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Viene da lontano, si potrebbe dire dal 1973, quando all'inizio reale della lunga crisi che ancor oggi viviamo, Stati Uniti, Giappone e Europa,su sollecitazione di Kissinger e Rockfeller, riuniti a Tokio, decretarono in un famoso manifesto che con gli anni ribelli si era sviluppata troppa democrazia e che il sistema non poteva permettersela. Le cose del mondo erano diventate troppo complicate per lasciarle ai parlamenti, ossia alla politica, dunque ai cittadini.
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E’ da allora che si cominciò parlare di governance (che è quella dei Consigli d’amministrazione prevista per banche e per ditte) e ad affidare via via sempre di più le decisioni che contano a poteri estranei a quelli dei nostro ordinamenti democratici, cui sono state lasciate solo minori competenze di applicazione.
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Abbiamo protestato contro molte privatizzazioni, poco contro quella principale: quella del potere legislativo.
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Qualche settimana fa Bayer ha comprato Monsanto: un accordo commerciale, di diritto privato.Che avrà però assai maggiori conseguenze sulle nostre vite di quante non ne avranno molte decisioni dei parlamenti.
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Ci siamo illusi che la globalizzazione producesse solo una catastrofica politica economica – il liberismo, l'austerity – e invece ha stravolto il nostro stesso ordinamento democratico. Mettendo in campo per via extralegale quello che dal Banking Blog è stato definito l’acefalo aereo senza pilota del capitale finanziario, impermeabile alla politica.
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Per svuotare il potere dei parlamenti, un po’ ovunque, ma in Italia con maggiore vigore, sono stati delegittimati, anzi smontati, quegli strumenti senza i quali quei parlamenti non avrebbero comunque più potuto rispondere ai cittadini: i partiti politici, addirittura ridicolizzati e resi “leggeri”, cioè inconsistenti e incapaci di costituire l’indispensabile canale di comunicazione fra cittadini e istituzioni.
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Si sono via via annullate le principali forme di partecipazione, o, quando non è stato possibile, sono stati recisi i legami che queste tradizionalmente avevano con una rappresentanza parlamentare.
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Se adesso vogliamo che la vittoria del No non sia di Pirro dobbiamo ricominciare a costruire la sostanza della democrazia, e cioè la partecipazione.
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Se adesso vogliamo che la vittoria del No non sia di Pirro dobbiamo ricominciare a costruire la sostanza della democrazia, e cioè la partecipazione, i soggetti sociali – ma anche politici – in grado di non renderla pura protesta o mera invocazione a ciò che potrebbe fare solo un governo.
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Dobbiamo cioè uscire dall'ossessione governista che sembra aver preso tutta la sinistra, e cominciare a ricostruire l’alternativa dall'opposizione.
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La democrazia è conflitto (accompagnato da un progetto), perchè solo questo impedisce la pietrificazione delle caste e dei poteri costituiti. Se non trova spazi e canali, diventa solo protesta confusa, manipolabile da chiunque.
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Tocca a noi aprire quei canali, costruire le casematte necessarie a creare rapporti di forza più favorevoli; e poi, sì, cercare le mediazioni (che non sono di per sé inciuci) per raggiungere i compromessi possibili (rifiutando quelli cattivi e lavorando per quelli positivi).
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Del resto, non è stato forse proprio per via delle lotte e dell’esistenza di robusti canali e presenze parlamentari che fino agli anni ’70 siamo riusciti ad ottenere quasi tutto quanto di buono oggi cerchiano di difendere coi denti, dall’opposizione e non perchè avevamo un ministricolo in qualche governo?
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Dobbiamo fare subito, laddove siamo.
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Non voglio dire che un governo non sia importante, vorrei solo superassimo l’ossessione che si incarna negli slogan elettorali: «Se andremo al governo, faremo…». Dobbiamo fare subito, laddove siamo.
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Nella mia penultima iniziativa referendaria, a Gioiosa Jonica (in piazza come non si faceva da tempo) una splendida cantante locale è arrivata a concludere: con la canzone che ben conosciamo “Libertà è partecipazione”.
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Propongo divenga l’inno della nostra area No. (E speriamo anche che quest’area preservi l’unità di questi mesi).

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FERRERO : ORA ELEZIONI SUBITO E NIENTE CENTROSINISTRA, C'E' L'ALTERNATIVA

05 dicembre 2016
Americo Mascarucci

“Elezioni subito e niente centrosinistra. L’alternativa è un blocco sociale di sinistra alternativo al Partito Democratico che riparta dai valori della Costituzione difesa con il voto dai cittadini”.
Il segretario di Rifondazione Comunista Paolo Ferrero ad Intelligonews boccia i progetti della sinistra Dem di dare vita ad un nuovo centrosinistra che rottami definitivamente il progetto renziano del Partito della Nazione.
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Ferrero, con la vittoria del No c’è chi parla di sventato rischio dittatura, pericolo paventato soprattutto da sinistra.
E’ davvero così? Siamo fuori da un rischio dittatura?
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“Sicuramente abbiamo scongiurato una dittatura del liberismo. Il dato di questo referendum è enorme perché questa partecipazione altissima e questo risultato nettissimo dicono che il popolo italiano ha ri-scelto la Costituzione nata dalla Resistenza contro un’ipotesi di costituzione liberista che volevano Renzi e Verdini ma anche Draghi, la Merkel, Obama e tutti i liberisti del mondo.
La partecipazione al voto va molto al di là delle forze politiche che hanno sostenuto una posizione o l’altra. C’è stata una straordinaria eccedenza di partecipazione e questo sta a dimostrare che da parte dei cittadini c’è un rinnovato protagonismo”.
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Post referendum, Ferrero: ‘Ora elezioni subito e niente centrosinistra. C’è l’alternativa’
Adesso però che scenari si apriranno?
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“Bisogna andare subito ad elezioni anticipate, altre soluzioni non esistono. Bisogna raccogliere questo straordinario segnale di protagonismo della gente che vuole votare un nuovo Parlamento. I tempi possono essere molto rapidi.
La Corte Costituzionale dovrà pronunciarsi sull'Italicum e un minuto dopo che lo avrà fatto si dovrà andare a votare senza perdere tempo con governi tecnici o riforme della legge elettorale.
Si vada a votare con il sistema elettorale costituzionalmente garantito dalla sentenza della Corte Costituzionale o con la situazione costituzionalmente precedente nel caso in cui l’Italicum fosse bocciato”.
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Eppure l’ipotesi più accreditata al momento è un Renzi-bis o un nuovo governo comunque a guida Pd, Padoan per esempio.
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“Non ci servono altri governi. L’unica cosa da fare è trovare in Parlamento i numeri per rifare la legge di stabilità visto che questa è bocciata col Governo. Una legge di stabilità che dia risposta ad un’emergenza sociale del Paese, la povertà, introducendo il reddito minimo”.
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D’Alema, ma anche vari esponenti della minoranza Dem, chiedono di tornare al centrosinistra e rottamare per sempre i progetti neo centristi di Renzi per recuperare i voti dei tanti elettori di sinistra che in questo referendum hanno contribuito in massa alla vittoria del No.
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“Il centrosinistra è morto e sepolto e questo disastro di Renzi ne è il finale. Bisogna invece ricostruire la sinistra, una sinistra anti liberista, anti Renzi, anti Merkel, anti Hollande.
Noi proponiamo una sinistra unitaria che riparta dai comitati per il No, dalle associazioni, dai sindacati, dalle forze della sinistra per dare vita ad un blocco sociale unitario e soprattutto autonomo e alternativo al Partito Democratico.
Una sinistra che come base programmatica dovrà avere la Costituzione difesa dai cittadini e i suoi diritti, il diritto al lavoro, il diritto alla salute, il diritto all'assistenza”.
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In questo referendum insieme alla riforma costituzionale non pensa sia stato bocciato anche il modello valoriale del renzismo, la difesa dei diritti civili, le nozze gay, la legalizzazione delle droghe leggere, tutti temi comunque cari a sinistra?
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“La gente ha votato per difendere la Costituzione e per dire basta all'arroganza di questo Governo. Le unioni civili e tutto il resto non c’entrano niente”.

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"DIFENDIAMO LA NOSTRA CARTA". IL NO DEI CIGIELLINI E' COMPATTO

Referendum. Delegati e segretari spiegano le ragioni del voto: stiamo sul merito, il premier non c’entra. I lavoratori pubblici dopo la firma dell'accordo sugli 85 euro di aumento: «Bene le linee guida, ma sulla riforma Boschi ci esprimiamo in assoluta autonomia»
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Antonio Sciotto
02.12.2016
da il Manifesto

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Un No «consapevole» e «responsabile», mai di pancia, e che non può farsi carico dei ricatti e catastrofismi diffusi in questi giorni sul dopo referendum: la segretaria Cgil Susanna Camusso, Carlo Smuraglia dell’Anpi e Francesca Chiavacci dell’Arci ieri hanno diffuso l’ultimo appello per il voto di domenica sulla riforma Boschi. «Non si tratta di una legge ordinaria ma della Costituzione, la nostra Carta fondamentale», perciò l’invito è a esprimersi sul contenuto, perché «modifiche sbagliate e destinate a non funzionare, così come lo stravolgimento del sistema ideato dai Costituenti, avrebbero effetti imprevedibili e disastrosi per l’equilibrio dei poteri, per la rappresentanza, per l’esercizio della sovranità popolare, in sostanza per la stessa democrazia».
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La Cgil, pur non essendo entrata nel Comitato del No (a eccezione della Fiom), si è comunque impegnata in questi mesi per difendere l’integrità della Carta e in chiusura di campagna ci sembra utile riportare alcune riflessioni di delegati e segretari sindacali.
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GIORDANA PALLONE lavora all'Ufficio riforme istituzionali della Cgil, quello dove si sono elaborate l’analisi e la critica della riforma renziana: «Abbiamo individuato tre macro aree su cui interviene il testo che dovremo votare domenica – spiega – Il nuovo Senato, il Titolo V e i rapporti con le autonomie locali, i criteri per l’elezione degli organi di garanzia. Abbiamo innanzitutto informato in modo neutro i nostri iscritti alle assemblee, esponendo poi le nostre perplessità. E soprattutto abbiamo sempre insistito su un punto: non si vota sul governo o sul premier, ma sulle regole della democrazia, quelle che determineranno le nostre istituzioni nei prossimi anni».
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Secondo la Cgil, «il Senato non darà vera rappresentanza alle Regioni, non solo perché permane una confusione su come verrà eletto, ma anche perché è facile prevedere che consiglieri regionali e sindaci si raggrupperanno per appartenenza politica, non esprimendo le posizioni dei territori». Sul titolo V si verifica «un accentramento a Roma», mentre «l’elezione degli organi di garanzia rischia di essere subordinata alla legge elettorale, facendo venir meno la certezza del bilanciamento dei poteri».
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Rischi che ravvisa anche PAOLO FANTI, professore associato di Biologia applicata all'Università della Basilicata e iscritto alla Flc. «La semplificazione di cui tanto si parla in realtà si traduce in uno spostamento di poteri a favore dell’esecutivo», spiega. «Mi pare che si vogliano risolvere i problemi dell’Italia come si fa con il nodo gordiano, con un taglio netto: ma la complessità, lo vedo anche nei sistemi che studio in Biologia, non si può affrontare in modo semplicistico». «La riforma punta solo sulla decisione, ma in democrazia esiste anche il momento del confronto di pareri opposti, che non si può tagliare con una scorciatoia».
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È un no deciso anche da parte di MARIA LUISA GHIDOLI, educatrice in un nido di Siena e delegata Fp: «Mi pare – spiega – che ci sia un rischio per i nostri equilibri democratici e per la possibilità di partecipazione». Ma la firma delle linee guida per il contratto, siglate a quattro giorni dal voto, non convincerà magari qualcuno dei dipendenti pubblici? «Sicuramente non me, e credo neanche gli altri: voglio dire che ricordiamo bene i 7 anni di vuoto contrattuale, e poi siamo abituati a stare nel merito».
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La stessa SERENA SORRENTINO, segretaria generale della Fp e che al tavolo con la ministra Marianna Madia ha partecipato e poi firmato, ieri twittava: «Se arrivo a un accordo che cancella leggi ingiuste #iofirmo. Se fanno pessima riforma Costituzione #iovotoNo. È autonomia». Insomma, tenere separati i rapporti con il governo dal giudizio sulla riforma.
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Concetto che aveva già espresso una decina di giorni fa il segretario Fiom MAURIZIO LANDINI durante il confronto con il premier Matteo Renzi a In mezz’ora: «Io non dico che Renzi è il pericolo della democrazia, ma vorrei mantenere una Costituzione che, anche se cambiano i governi o qualora dovesse arrivare il Trump di turno, possa tutelare la democrazia. Perché i governi passano, la Costituzione resta».
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Non è facile prevedere come andrà il voto. I sondaggi, prima del silenzio imposto dalla legge due settimane fa, davano il No in vantaggio, ma nel frattempo tanta acqua è passata sotto i ponti: i vari endorsement delle istituzioni internazionali e degli ambienti finanziari, la questione del voto all'estero, il Sì di Romano Prodi. Nella sua scuola, lo scientifico Primo Levi di Roma, l’insegnante e delegata Flc VINCENZA MICCOLI però ha percepito una nettissima maggioranza di No.
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«Per tradizione non dico mai quello che voto io, ma posso testimoniare che circa l’80% se non il 90% dei miei colleghi è per rigettare la riforma. E devo dire che lo stesso ho notato facendo un piccolo sondaggio tra gli studenti che voteranno». Certo, il campione è piccolo, ma è indicativo. Anche perché in questo caso pesa l’insoddisfazione degli insegnanti.
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«Siamo stanchi, siamo i meno pagati in Europa e dopo la Buona scuola i carichi di lavoro sono enormemente cresciuti. Anche gli stessi 500 euro dati ai docenti: non si immaginano le file infinite, gli appuntamenti alle Poste, la burocrazia che si deve superare per poterli utilizzare. Io credo che al di là del merito, diversi insegnanti sceglieranno di dire No per cercare di cambiare le cose».
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Nel voto di domenica confluiscono tanti elementi, per alcuni lavoratori senza dubbio si caricherà anche di altri significati. Si deve fare uno sforzo per tenere separati i vari temi: «Le difficoltà dell’Italia sono altre, non derivano dalla Costituzione e non si risolvono con questa riforma», osserva MARIA GRAZIA GABRIELLI, segretaria generale della Filcams.

«Se l’obiettivo è la riduzione dei costi della politica – riprende la segretaria dei lavoratori del commercio e del turismo – è possibile farlo con leggi ordinarie». «Non si tratta di essere contrari ad alcune modifiche della Costituzione, come nel caso del bicameralismo perfetto, ma devi decidere in quale direzione va il cambiamento. Noi non vogliamo un cambiamento come viene prodotto da questa riforma, che ha l’unico obiettivo di accentrare i poteri nelle mani dell’esecutivo a discapito della democrazia e della sovranità popolare».

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GIOVEDÌ 1 DICEMBRE ORE 20,30 PAOLO FERRERO SU RAI UNO PER LO SPECIALE REFERENDUM : # IoVotoNO

Paolo Ferrero partecipa giovedì 1 dicembre, dalle 20.30 alle 21.15 in diretta su Rai Uno allo speciale sul referendum costituzionale, per sostenere le ragioni del NO.

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IL MIO REGNO PER UN CAVALLO

Pubblicato il 25 nov 2016
di Domenico Gallo

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Un cavallo, un cavallo, il mio regno per un cavallo! E’ l’invocazione che Shakespeare mette in bocca al Re Riccardo III che, sconfitto nella battaglia di Bosworth Field, cerca disperatamente un cavallo per sfuggire alla morte.
Mi è ritornato in mente questo aforisma quando ho letto la lettera che mi ha inviato una lettrice: “Egregio dr. Gallo, le sue belle parole non mi hanno convinto a recarmi a votare al referendum. Io non ho più alcuna fiducia nella politica. Ogni volta che ci sono delle elezioni i politici ci blandiscono con un mare di promesse per carpire il nostro voto e poi quando vanno nel Palazzo fanno quel che gli pare e noi non contiamo più niente. E non ha più alcun senso votare per un partito o per un altro, tanto poi quando sono lì fanno tutti le stesse cose: quei progetti che non avevano portato a termine quelli di destra, adesso li completano quelli di sinistra.
Comunque noi votiamo non cambia niente”
. Le considerazioni amare di questa lettrice mettono il dito nella piaga e ci fanno intendere quanto sia grave la patologia che affligge la vita delle nostre istituzioni. Non v’è dubbio che la democrazia non funziona se i cittadini non hanno più fiducia nelle istituzioni rappresentative e se ritengono che non sia più possibile cambiare lo stato di cose esistenti attraverso la politica.
Io capisco l’amarezza di quei cittadini che si sono mobilitati per difendere il Mare Adriatico dalle trivellazioni e poi hanno visto i politici che li avevano appoggiati in quella battaglia votare una legge che rende perpetue le concessioni petrolifere.
Capisco la frustrazione di milioni di cittadini che hanno votato al referendum per l’acqua pubblica e adesso vedono il risultato di quel voto completamente ribaltato da un Parlamento in cui valgono solo gli interessi delle lobbie s.
Comprendo che per milioni di cittadini andare a votare alle elezioni politiche può sembrare un rito inutile, perché non si può cambiare la politica e la politica non può cambiare la nostra vita. Tutto questo è comprensibile, ma non vale per il referendum costituzionale.
Questa riforma, se sarà approvata, sancirà la definitiva trasformazione della Repubblica in un Principato civile e l’abbandono di quel progetto di democrazia (oggi più incompiuto che mai) che i costituenti ci hanno tramandato mettendo a frutto la lezione della Resistenza. Dobbiamo scegliere se mantenere aperta la porta di una democrazia fondata sulla centralità del Parlamento e sul dialogo fra la società civile e le istituzioni rappresentative oppure rassegnarci per sempre allo stato delle cose vigenti, che verrebbe reso perpetuo attraverso una riforma della Costituzione che sancisce il predominio dell’esecutivo sul Parlamento e del Governo centrale sulle autonomie regionali. Poiché il referendum costituzionale per la saggezza dei costituenti è senza quorum, la riforma non può passare se il no sopravanza il sì anche di un solo voto. Questo è l’unico caso in cui il voto di ciascuno di noi può essere decisivo.
Le sorti della Repubblica sono nelle nostre mani, dipendono dall'ultimo voto che saremo riusciti a conquistare nell'ultima ora delle votazioni. Parafrasando Riccardo III, potremmo dire: un voto, un voto, il nostro regno per un voto, anzi la nostra Repubblica!

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4 DICEMBRE: finanza e multinazionali votano sì. NOI NO!

Pubblicato il 30.10.2016
di Roberta Fantozzi
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Siamo ormai a cinque settimane dal voto del 4 dicembre sulla controriforma costituzionale del governo Renzi.
Ed in queste cinque settimane ogni strumento sarà impiegato per “convincere” a votare sì: mance e promesse, spettri e paure, carote e bastoni. Tutto l’armamentario manipolatorio sarà messo in campo, tutta la possibilità di disporre di spazi e risorse comunque superiori a quelli del No, dall'uso della comunicazione “istituzionale” per forzare le regole, agli strumenti che ha sempre in mano chi abita le stanze del potere. I sondaggi vanno presi con le molle, ma certo i tantissimi indecisi, ed i tantissimi che dichiarano di non conoscere o conoscere poco quello di cui si sta discutendo, offrono ampio margine al tentativo di far leva sulla spoliticizzazione diffusa, creando un “rumore di fondo” che porti infine ad un voto favorevole.
Del resto è palese come lo slittamento del referendum alle porte di Natale sia stato voluto da Renzi proprio per avere più tempo: settimane e giorni essenziali per recuperare sondaggi sfavorevoli ma con sufficienti margini di manovra.
Per questo motivo le prossime settimane devono davvero essere usate al meglio.
E’ stata molto importante la manifestazione di sabato scorso, riuscita oltre le aspettative, e saranno importanti le iniziative future già programmate. Sono due le necessità. La prima è quella di concentrare il messaggio fondamentale, facendo vivere i contenuti del NO SOCIALE, oltre la manifestazione. La seconda è quella di fare un salto di qualità nella capacità di mettere in campo un’iniziativa capillare, riuscendo a parlare con le persone una per una: in ogni territorio, paese, luogo di lavoro, caseggiato.
L’impegno in ogni ambito, dai comitati per il NO, che rappresentano un patrimonio importantissimo di ricostruzione di relazioni concrete tra le persone, ad Altra Europa, alle iniziative che faremo autonomamente come partito, dovrebbe essere tutto indirizzato in questo senso.
Per questo è necessario programmare con cura volantinaggi diffusi, iniziative esterne nelle piazze, striscioni, presidi e tutta la creatività che serve per parlare fuori di noi, avendo come obiettivo non solo la parte della popolazione in contatto con la politica, quella che più facilmente viene alle iniziative, ma anche quella che non lo è, quella grande quantità di indecisi che può orientarsi all'ultimo minuto.
Per questo è utile riepilogare gli argomenti principali e “semplici” da usare per far capire qual è la posta in gioco, utilizzando tutte le conoscenze specifiche, i saperi più “tecnici” al servizio della comprensione dei nodi di fondo. Ed evitando invece i “tecnicismi” incomprensibili per i più.
Non si tratta di contrapporre un populismo buono ad uno cattivo, piuttosto di cercare di compiere quello stesso esercizio che fa la nostra Costituzione, scritta in modo che anche le questioni più complesse possano essere comprese da tutti, esempio concreto di “rimozione degli ostacoli” che impediscono l’uguaglianza delle persone. Proviamo a metterli in fila.
1. Questa “riforma” è stata dettata dalle elitès della finanza e dell’economia: banche e multinazionali. Va fatta conoscere il più possibile la dichiarazione contenuta nel famoso documento di J.P. Morgan, documento noto a chi è più consapevole, ma non alla maggior parte delle persone. Che la seconda più grande banche d’affari del mondo, la prima nel settore dei derivati cioè nella finanza speculativa, condannata per 13 miliardi per lo scandalo dei mutui sub-prime, abbia messo nero su bianco che andavano rottamate le Costituzioni dei paesi del Sud Europa perché prevedono “la tutela costituzionale dei diritti dei lavoratori.. il diritto di protestare se sono proposte modifiche sgradite dello status quo.. esecutivi limitati nella loro azione dalle Costituzioni” è cosa che può parlare ad un’ampia parte della società. Raccoglie la giusta indignazione contro le elitès, esplicita il carattere inaccettabilmente autoritario di quel disegno, esplicita il legame tra l’attacco ai diritti sociali e l’attacco alla democrazia. J.P.Morgan è l’emblema di quello che vogliono oggi le grandi multinazionali dell’economia e della finanza: concentrare il potere nelle mani di pochi per fare gli interessi di pochi. Ed è chiarissimo quel messaggio quando dice che “il test chiave sarà in Italia.”
2. Va demistificata la propaganda sulla “velocità”. Forse che leggi come la controriforma Fornero delle pensioni, il Jobs Act, la “buona scuola” avrebbero dovuto essere approvate più rapidamente, eliminando persino la possibilità di costruire un’opposizione? I 70 giorni di tempo previsti dalla controriforma per approvare quelle leggi che il governo definirà prioritarie, servono a impedire che le persone possano organizzarsi e lottare contro le leggi inique. Servono a rendere le istituzioni ancora più impermeabili al conflitto sociale. Servono esattamente per imporre “l’agenda delle riforme” neoliberiste, e per bloccare “il diritto di protestare”… ancora JPMorgan.
3. Si produce una centralizzazione delle decisioni politiche fortissima nel rapporto tra centro e territori. Si portano sotto la competenza esclusiva dello Stato materie come “produzione, trasporto, distribuzione dell’energia.. infrastrutture strategiche e grandi reti di trasporto e navigazione.. promozione (e non più solo tutela) della concorrenza..porti e aereoporti.. beni paesaggistici.. governo del territorio…”. Viene introdotta la clausola di supremazia statale per consentire al governo di imporre politiche e progetti che contrastano con le comunità chiamate poi a subirne le conseguenze: sull’ambiente, la salute, l’assetto del territorio. Si prova a far rientrare dalla finestra quello che è uscito dalla porta, quando il deposito dei referendum sulle trivelle da parte di alcune regioni e di numerose associazioni ambientaliste, ha costretto il governo a modificare lo “Sblocca Italia” e rispetto alla dichiarazione di incostituzionalità dell’esclusione delle regioni dai processi decisionali in materia energetica ed infrastrutturale. E’ evidente la volontà di trovare corsie preferenziali per gli interessi forti contro gli interessi diffusi, per le lobbies energetiche e delle grandi opere e per i loro intrecci con la politica: chi non si ricorda delle dimissioni della ministra Guidi avrà presente l’arresto dei tangentisti di questi giorni! Sono gli stessi interessi che hanno indirizzato risorse ingentissime su progetti dannosi e inutili a scapito di ciò che sarebbe urgentissimo, a partire dalla messa in sicurezza del territorio dal rischio sismico e idrogeologico.
4. Non si abolisce il Senato, ma il diritto dei cittadini di eleggerlo. Al posto del voto popolare, i futuri membri saranno tutti nominati: 95 dai consigli regionali, tra cui 21 sindaci e 5 dal Presidente della Repubblica. Dato il carattere non elettivo e “part-time” dei membri del Senato, non ci sarà nessuna rappresentanza reale delle regioni ma solo di alcuni territori, presumibilmente i più forti. Allo stesso tempo i compiti dei senatori sono tanto confusi, quanto gravosi: impossibile da svolgere per chi contemporaneamente fa il sindaco di una grande città.
5. La “riforma” Renzi della Costituzione insieme all'Italicum produce una svolta autoritaria senza precedenti. Le disponibilità ora manifestate da Renzi a modificare l'Italicum sono promesse che non valgono nulla, perché tutto sarà comunque deciso dopo il referendum.
Mentre il Senato sarà composto di nominati, la Camera con il premio di maggioranza abnorme dell’Italicum vedrà attribuire ad un partito con il 25% dei voti o anche meno, il 54% dei seggi alla Camera cioè 340 seggi. Il premio di maggioranza potrà più che raddoppiare i seggi ottenuti se vigesse un principio di rispondenza proporzionale.
Un solo partito potrà formare il governo anche se espressione di una esigua minoranza e ottenere la fiducia alla Camera. Un solo partito potrà deliberare lo stato di guerra ed eleggere il Presidente della Repubblica.
6. Se anche tutto questo facesse risparmiare quanto dice Renzi, andrebbe rispedito al mittente. Ma neppure la storia dei “risparmi” è vera. La Ragioneria Generale dello Stato ha quantificato i “risparmi” in 49 milioni (non 500 come dice ora Renzi, né tantomeno 1 miliardo come diceva qualche tempo fa). Significano meno di un caffè all’anno per ogni abitante. Nulla rispetto a quanto si potrebbe risparmiare colpendo privilegi ingiustificati dei parlamentari, meno di nulla rispetto a quanto si potrebbe recuperare con politiche fiscali che colpiscano quell’1% più ricco della popolazione che da solo possiede il triplo della ricchezza del 40% meno abbiente.
Ma questo Renzi non lo farà, perché è esattamente l’interesse e il potere di quell’1%, all'origine della controriforma della Costituzione.
Mettiamocela davvero tutta. La vittoria del NO significherebbe battere la volontà di dominio della finanza e delle multinazionali sulla nostra società, emblema del tempo del capitalismo barbarico, e significherebbe riaprire una possibilità vera di un nuovo ciclo di lotte, diritti, democrazia. Una nuova possibilità per la promessa di una società giusta, libera, solidale, incarnata nella Costituzione.

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VALERIO ONIDA FIDUCIOSO SUI RICORSI AL REFERENDUM.

"Riforma figlia della cultura della fretta, l'intento è l'elezione diretta del premier"
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Alle battute polemiche di Matteo Renzi preferisce non rispondere. “Io replico agli argomenti, non alla propaganda elettorale”. E se il premier dice che “i grandi professori hanno perso anche di fronte al Tar”, l’ex presidente della Corte Costituzionale, Valerio Onida, si limita a ricordare che il ricorso da lui presentato insieme alla professoressa Barbara Randazzo è in realtà un altro. Dietro le schermaglie, il nodo del contendere è in punta di diritto e riguarda il quesito del referendum costituzionale del 4 dicembre. Onida, in realtà, di ricorsi ne ha presentati due: uno al Tar del Lazio (che dovrebbe esaminarlo il 17 novembre), l’altro al tribunale civile di Milano, che dovrebbe decidere il 27 ottobre. La scorsa settimana, però, il Tar ha già bocciato le richieste avanzate da M5s e Sinistra italiana per stoppare il quesito. “Si tratta di due cose diverse”, sottolinea Onida, che critica una riforma "figlia della cultura della fretta e dello scontro", dietro cui si cela l'intento di traghettare il paese verso "l'elezione diretta del premier".

In cosa consiste la differenza e perché pensa che i due ricorsi possano avere esiti diversi?
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Quel ricorso puntava sul fatto che il quesito sia ingannevole. Quello che abbiamo presentato noi, invece, solleva essenzialmente il problema della disomogeneità del quesito stesso, che si riferisce ad oggetti e contenuti multipli e molto diversi tra loro. Questo lo rende lesivo della libertà di voto dell'elettore perché gli viene sottoposta un’unica domanda a cui può rispondere con un Sì o con un No, mentre ad essere oggetto di modifiche costituzionali sono molti aspetti diversi ed eterogenei: per citarne alcuni, la riforma del Senato, i rapporti tra Stato e Regioni, l'elezione del presidente della Repubblica, la disciplina del referendum. In tal modo, come ha detto la Corte costituzionale a proposito del referendum abrogativo, si verrebbero “in sostanza a proporre plebisciti o voti popolari di fiducia, nei confronti di complessive inscindibili scelte politiche dei partiti o dei gruppi organizzati che abbiano assunto e sostenuto le iniziative referendarie”.
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Nel respingere il ricorso di Sinistra italiana e M5S, però, il Tar ha spiegato che c’era un “difetto di giurisdizione”. In pratica che non era di sua competenza. Perché nel suo caso dovrebbe essere diverso?
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Nella sentenza il Tar rinvia la questione alle decisioni adottate o che potrebbero essere adottate dall’ufficio centrale della Cassazione. Ma noi abbiamo fatto ricorso come semplici elettori. Dal momento che non siamo promotori del referendum, non potevamo e non potremmo interloquire direttamente con l’ufficio centrale e chiedere ad esso di sollevare questione di costituzionalità della legge davanti alla Corte costituzionale: che è ciò che noi chiediamo al Tar di fare.
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Torniamo al merito della riforma. Quali sono i punti su cui la ritiene sbagliata?
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Sul Senato la mia tesi è che l’idea di partenza fosse buona ma sia stata realizzata male, perché non si dà luogo a una vera ed efficace rappresentanza delle istituzioni regionali. I senatori sarebbero espressione di un voto proporzionale da parte del consiglio regionale e dunque porterebbero in Senato la voce non della Regione ma dei rispettivi partiti. I sindaci che dovrebbero essere eletti senatori non rappresenterebbero né i Comuni, non essendo scelti da essi, ma dai consigli regionali, né la Regione. Inoltre il nuovo Senato avrebbe funzioni debolissime e avrebbe poca possibilità di incidere proprio sulla legislazione che interessa di più le Regioni, in ordine alla quale invece avrebbe dovuto avere una funzione rilevante.
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Non è positiva la fine del bicameralismo perfetto?
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Che la doppia fiducia al Governo sia inutile e ripetitiva è vero. Non è vero invece che il bicameralismo sia responsabile di un procedimento legislativo troppo lungo e complicato. Qui è la diagnosi ad essere sbagliata. Il problema dell’Italia è che si approvano troppe leggi, fatte spesso troppo in fretta e male. I ritardi, quando ci sono, sono dovuti a fattori politici, non costituzionali e procedimentali. Il punto più critico di questa riforma è poi nel rapporto tra Stato e Regioni.
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Perché?

.La scelta sbagliata sta nell’aver voluto rovesciare l’impostazione del 2001 e di aver voluto trasferire alla competenza esclusiva dello Stato non solo quelle due o tre materie che sono di indubbio carattere nazionale come le grandi infrastrutture di trasporto o energetiche, ma tutte le materie tipicamente di interesse regionale, come sanità, assistenza o governo del territorio, sostenendo che le Regioni intralciano e creano incertezze e conflitti. Questi nascono più spesso dalla pretesa dello Stato di legiferare su tutto fin nei minimi particolari. Abolire le competenze legislative “concorrenti”, in cui lo Stato detta i principi, la Regione legifera nel dettaglio, è un errore. E’ un ritorno al centralismo, un enorme passo indietro. Senza dire della clamorosa contraddizione per cui le nuove norme sulle Regioni non varrebbero per le Regioni a statuto speciale, per le quali si rimanda agli statuti da rivedere in un futuro indeterminato.
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Una delle obiezioni più frequenti contro questa riforma è il problema del famoso “combinato disposto” con la legge elettorale. Lei pensa che invece i due temi vadano scissi?
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Questa riforma non va bene di per sé, per le motivazioni che ho accennato. Tra essa e la legge elettorale il nesso non è tecnico-giuridico, visto che parliamo di una revisione costituzionale e di una legge ordinaria distinta dalla prima. Tuttavia, il nesso è nell’ispirazione che c’è dietro: la cultura della fretta - dove la parola d’ordine non è fare meglio, ma ‘semplificare’ ad ogni costo, anche dove questa esigenza non c’è - la cultura dello scontro, per cui il Parlamento viene visto come un luogo in cui si perde tempo o in cui una maggioranza monocolore ed una opposizione dai molti volti si limitano a scontrarsi, mentre le decisioni politiche devono essere prese dall’esecutivo, o meglio dal premier e dai suoi collaboratori. L’intento è quello di arrivare sostanzialmente all’elezione diretta del premier: si prevede infatti, nella legge elettorale, che debba vincere un solo partito ottenendo la maggioranza assoluta, quale che sia il livello di partenza del suo consenso, e che presentando la sua lista il partito debba indicare nome e cognome del ‘capo della forza politica’, destinato quindi, in caso di vittoria, ad essere presidente del Consiglio. In pratica, è una elezione diretta del premier introdotta in maniera surrettizia.
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Renzi non rinuncia a mandare frecciatine ai “professori”, da ultima, proprio quella sul ricorso bocciato dal Tar. Cosa gli risponde?
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Io rispondo agli argomenti, non alle polemiche, non mi interessano. Quella è solo propaganda elettorale. Peraltro, constato che nella propaganda del Sì molti argomenti sono quelli dell’antipolitica. Come ‘tagliare le poltrone’, ridurre i ‘costi della politica’. Il numero dei componenti delle assemblee elettive non si stabilisce in base al costo, ma in base a criteri di rappresentatività e di efficienza. Se poi si vuole parlare della misura delle indennità, questa non è materia costituzionale, ma delle leggi relative. Le si modifichino: la riforma non riduce il numero dei deputati, e non dice nulla sulla misura delle loro indennità.
Intervista
da L'Huffington Post |
Di Barbara Acquaviti
24.10.2016

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ECCO COME IL "JOBS ACT " FUNZIONA : IN OTTO MESI SONO AUMENTATI I LICENZIATI

Riforma del lavoro. Dati Inps, i risultati della cancellazione dell’articolo 18 da gennaio ad agosto 2016: +28 % licenziamenti «disciplinari» (per giusta causa e giustificato motivo). Prosegue il calo assunzioni stabili: -33 %. Boom dei voucher: +36%
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da il Manifesto
Roberto Ciccarelli
del 19.10.2016

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Il Jobs Act è scoppiato come una bolla di sapone. Secondo i dati di agosto pubblicati ieri dall’Osservatorio sul precariato dell’Inps, la bandiera che il governo Renzi sventola nei consessi internazionali per dimostrare che le riforme in Italia sono «impressionanti» (il copyright è della cancelliera Merkel che lo disse già a Monti) serve in realtà a coprire questa situazione: il mercato del lavoro è stagnante, anzi le attivazioni e le cessazioni dei contratti diminuiscono; crollano del 33% i rapporti di lavoro a tempo indeterminato con il contratto «a tutele crescenti», dove l’unica cosa che cresce è la libertà di licenziare i lavoratori.

I licenziamenti sono aumentati tra gennaio e agosto 2016. Quelli sui contratti a tempo indeterminato sono passati da 290.656 del 2015 a 304.437 (+4,7%). Sono cresciuti soprattutto i licenziamenti individuali per ragioni disciplinari sui quali è intervenuto il Jobs act eliminando la possibilità di reintegra sul posto di lavoro in caso di licenziamento ingiustificato dei nuovi assunti dal 7 marzo 2015, data di entrata in vigore della riforma. In otto mesi i licenziamenti per giusta causa e giustificato motivo soggettivo sono passati da 36.048 a 46.255 con un aumento del 28%. Nello stesso periodo le dimissioni sui contratti a tempo indeterminato, sono passate da 599.248 a 510.267 con un calo del 14,8%.

Per il presidente dell’Inps Tito Boeri questa crescita dei licenziamenti rispetto al 2015 «è agli stessi livelli del 2014». «Dicono che il Jobs act ha aumentato i licenziamenti – ha precisato – ma le tutele crescenti c’erano già nel 2015». «Si cominciano a vedere gli effetti concreti dell’aver abolito la tutela nei confronti del licenziamento, con particolare riferimento a quelli individuali o disciplinari – ha detto invece il segretario generale della Cgil, Susanna Camusso – in mancanza di tutele nei confronti dei licenziamenti e in mancanza di ammortizzatori sociali, le nostre preoccupazioni si stanno dimostrando più che fondate». «dovremo gestire questi licenziati in più proprio a causa della riduzione delle tutele generata dal Jobs Act – ha aggiunto Carmelo Barbagallo (Uil).Qual è la soluzione per queste altre persone che, ora, si ritrovano senza occupazione?». Una domanda, al momento, senza risposta.

I numeri dimostrano che il Jobs Act non ha scalfito la struttura del mercato del lavoro fondato sul contratto a breve e brevissimo termine e, oggi, su un’alluvione di voucher. Questo è il risultato dell’ulteriore liberalizzazione dei «buoni lavoro» che si comprano in tabaccheria voluta dal governo Renzi. Ad agosto ne sono stati venduti 96,6 milioni in più, il 35,9% in più rispetto ai primi otto mesi del 2015. La regione che ha registrato il maggior aumento di ticket-lavoro è la Campania (+55,6%), seguita dalla Sicilia (+50,7%).

*** Il girone infernale del popolo dei voucher

Questa ondata di ticket influisce sui dati complessivi dell’occupazione e si riverbera sulla crescita che il governo continua a rivendicare. Questa crescita trainata dagli over 50 obbligati a restare al lavoro dalla legge Fornero. Tra queste persone si registra l’aumento maggiore dell’occupazione dovuta a una quota più alta di trasformazioni dei contratti precari nel nuovo a «tutele crescenti». Ne sono esclusi i giovani e gli under 49.

Il nuovo monitoraggio dell’Inps conferma inoltre il legame tra i fondi pubblici erogati alle imprese per la decontribuzione sui neoassunti con il «contratto a tutele crescenti»: tra i 14 e i 22 miliardi in tre anni e l’aumento relativo dell’occupazione. Erano oltre 8 mila euro nel primo anno del Jobs Act, ora sono a poco più di 3 mila euro, e sono destinati a scomparire, a parte alcuni incentivi mirati per le assunzioni a Sud.

Le statistiche registrano un crollo clamoroso degli assunti con questa formula. L’andamento era già evidente da un anno al punto che lo stesso governo sembra, oggi, avere rinunciato a rifinanziare i costosissimi sgravi. La droga degli incentivi non ha tuttavia risolto uno dei problemi che gli ideatori del Jobs Act speravano di avere risolto: il costo del lavoro per i contratti a tempo indeterminato. Invece di tagliarlo effettivamente, il governo ha abbassato i salari e dato incentivi alle imprese. È difficile tuttavia assumere qualcuno quando non esiste una domanda e non si sa bene cosa produrre. Chi ha concepito questa strategia ha ignorato un problema fondamentale. I fondi generosamente elargiti sarebbe stato più utile investirli in un reddito minimo, ad esempio. Le perdite sono pubbliche. I guadagni sono dei privati.

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